Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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3 gennaio 2010

Solo PocoMaBuono su Marte: brindisi marziani per editto

Ricordate la Cooperativa Dignitas di Marte, quella di due topi, un gatto e una terrestre? Ci siamo, neh, ci siamo ancora…
Abbiamo festeggiato anche noi la fine dell’anno e l’inizio dell’anno, però bevendo esclusivamente “PocoMaBuono”, che è la nostra etichetta di bollicine verdi. Qui vengono così, verdi, con riflessi rosacei e sfumature blu, sentori di pietre lunari e polvere di stelle, retrogusto ambiguo, persistenza sapida e anche un po’ strafottente.
Il nostro Imperatore ha imposto che tutti bevessero “PocoMaBuono” a Capodanno, sebbene noi gli avessimo spiegato che il nome dell’etichetta avrà pur un senso e che qui, su Marte, siamo 2000000000000000000000000000000,8   Marziani, tutti bevitori.
Rien à faire, ha promulgato l’editto e basta. “Non vorrete mica bere dello spumante italiano?”, ha scritto sotto l’editto. “Se lo fate, vi decapito”.
E lo Champagne?, ha chiesto qualcuno. “Cos’è lo sciampagn?”, ha risposto – domandato l’Imperatore. Abbiamo provato anche a dirgli, sommessamente, “Prosecco” e ha chiamato subito le guardie. “Ma no, ma dai, ma su, era per dire, non lo berremo mai, nuuuuuuuuooooo”, abbiamo dovuto spiegare.
Lui è fatto così e, ammettiamolo, raccoglie molti consensi, perché ha quel modo di fare così disinvoltamente bonario e contestualmente deciso che conquista.
I due topi, ad esempio, sono entusiasti: finalmente l’autarchia!
Che si andasse verso l’autarchia l’avevamo intuito verso il 10 dicembre, quando l’Imperatore aveva dichiarato fuorilegge, in ordine: il Panetun, il salmone scozzese, il tacchino, le pappardelle al sugo di cinghiale e l’albero di Natale.
Non a caso, la lotteria nazionale quest’anno si chiama “Caccia all’intruso” e ognuno può inviare la sua risposta. Indovinate quale risposta prevale?
Il tacchino, perché è quello cui teniamo tutti in modo viscerale e vorremmo fosse riammesso fra i cibi commestibili, mentre di mangiare l’albero di Natale già non ce ne frega niente. Ma l’Imperatore non lo sa che non si mangia e qualche suo illuminato ciambellano deve avergli dato una dritta volutamente storta per creare confusione.
L’associazione dei liberi produttori marziani è insorta intanto per la preferenza esclusiva accordata alla nostra etichetta. Anche il gatto della Dignitas è insorto, comprendendo che non avremmo potuto esaudire tutte le richieste e avremmo dovuto vendere il livello declassato del “PocoMaBuono”, che si chiama “PocoDiBuono” e già ci ha creato problemi con l’antitrust per l’etichetta che può trarre in inganno il consumatore meno attento.
Problemi del consumatore, si svegli, aveva risposto il gatto, c’entriamo qualcosa noi con l’analfabetismo di ritorno?
Dato ciò, l’Imperatore aveva aggiunto una postilla: in caso di esaurimento del “PocoMaBuono”, potete bere altri vini, purché siano rigorosamente marziani.
Istantaneamente, un fiume di comunicati stampa ha comunicato che tutti i vini marziani sono giunti in testa alle vendite, nessuno nemmeno un gradino più sotto.
Il gatto ha commentato con un “That’s impossible”, ma nessuno gli ha dato retta, dimostrando di essere davvero una testa (finisce qui la frase, alla parola “testa”, ocio che non ho aggiunto altro, io).
Chi voleva bere spumante e champagne lo ha fatto di nascosto, assumendosi ogni rischio. Ho visto Marziani che stappavano Champagne nelle tane delle volpi e bere Spumante fra gli stantuffi degli ascensori e sorseggiare  bollicine dietro i termosifoni. Ho visto cose che voi umani…
Totale: non è cambiato niente rispetto all’anno scorso, ma almeno adesso abbiamo fatto una gran brutta figura in tutta la Galassia.
Confidiamo nella Lotteria Nazionale, estrazione il 6 gennaio: che vinca il tacchino!
Many Kisses & Happy New Year!
Briscola

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24 dicembre 2009

Caro Gesù Bambino… Auguri, un po’ speciali, al mondo del vino italiano

Chi meglio di Briscola, l’inimitabile, fantasiosa, geniale Briscola, poteva trovare le parole giuste per porgere gli auguri di Buone Feste e di un 2010 un po’ migliore, che di auguri ha tanto bisogno, al mondo del vino italiano? Lascio dunque volentieri a lei la parola, e l’augurio, più sincero, che è anche il mio…

Caro Gesù Bambino, qui non sappiamo che pesci prendere. E’ giusto che tu lo sappia prima di metterti in viaggio e arrivare. Cerchiamo di tener duro e speriamo. Sono le due cose che ci vengono meglio e le uniche, in fondo, che possiamo fare.
Qualcuno prega, ma forse sono in troppi a farlo e il server si blocca per eccesso di kb, come quando qualcuno ti manda la foto di un grappolo d’uva e te la manda di 7 mega, una botte di Barbera, fai conto. Il più delle volte, la foto è anche sovresposta.
Qui non sappiamo che pesci prendere, comunque. Ci dicono che la crisi non c’è più, ma il lavoro nemmeno, ad esempio. Le due cose in teoria sono incompatibili, quindi qualcuno bara, ma non sappiamo chi. Però sappiamo di non poter raccontare al panettiere: “Guardi, porti pazienza, i nostri clienti non ci pagano. Ci dia 8 rosette e 2 filoni, che appena si sbloccano i fondi, le faccio un bonifico”. Il panettiere è malvagio e vuole farsi pagare subito. Anche il macellaio, l’azienda di distribuzione del gas e quella della luce. Una banda di cattivi, insomma.
Qualcuno ha iniziato a inventarsi mestieri nuovi, ché, sostanzialmente, sono quelli vecchi: vendere aria fritta, leggere il futuro nel volo degli uccelli, allevare polli, cercarne, trovarli e spennarli, turlupinare vecchiette, rincoglionire il prossimo con visioni di Terre Promesse ben diverse dalla tua.
C’è poi il vino, che qualcuno vorrebbe far passare per il Diavolo. Il vino, sì, quello dell’ultima cena. Non era una brutta cosa, ti ricordi? Adesso ci spiegano che se uno va forte in auto e combina un disastro non è colpa sua, che va forte in auto e fa un disastro, ma del vino. Tu dirai: “Che c’entra?”. La risposta è: boh!
Tra un po’ diranno che se uno fa un incidente è colpa dei salami, perché mangiarne 4 blocca la digestione. E ammazzeremo tutti i maiali, per non correre il rischio di andare fuori strada.
Ci hanno imposto bollini, etichette, controetichette, marchi, loghetti sopra il vino. E bollini, etichette, controetichette, marchi e loghetti  hanno un costo. Anche bottiglie e tappi. Sotto sotto, c’è il vino. Che arriva l’importatore e dice: “Sopra i 2 euro a bottiglia, non riesco a venderlo”.
E che ci metto sotto i bollini, le etichette, le controetichette, i marchi e i loghetti per stare dentro i 2 euro? Che metto dentro la bottiglia, che pur qualcosa dovrò mettere. Non siamo mica a Canaa, qui…
Per evitare l’effetto – Canaa hanno inventato dei controlli, oltre ai controlli già in uso. Poi hanno capito che servivano nuovi controlli per controllare i controlli supplementari. E li hanno organizzati. Siamo diventati un popolo di controllori controllati. Alla fine, s’è capito che non serviva a niente, ma non l’hanno ancora ammesso, forse perché stanno controllando come fare a riprendere il controllo, ma la situazione sembra incontrollabile.
E’ che una volta si faceva il vino, adesso si fanno soldi. E’ il punto di partenza che è cambiato e un bicchiere di vino, se lo analizzi al microscopio, non è un composto alimentare: è un micromondo fatto di contributi pubblici, regionali, nazionali, europei, investimenti privati, tasse, certificazioni, commissioni di degustazione, iscrizioni a registri, associazioni di categoria, consorzi, macchine imbottigliatrici, etichettatrici, microchip, laboratori chimici, fatture, stand,  le guide, pagine di pubblicità, spot in radio, ragazze immagine, testimonial, cartelli stradali, manifesti, siti internet aziendali, e-commerce, rete commerciale nazionale, rete commerciale internazionale, dazi di esportazione, la fiera in Cina, il workshop in Andalusia, la wine exhibition a Londra, l’astuccio di legno, di feltro e di piombo, la shopper griffata.
E’ tutto lì, in quel bicchiere di vino. E allora capisci, Gesù Bambino, perché i controlli sono incontrollabili, perché puoi controllare il vino dall’acino alla bottiglia, ma come puoi controllare tutto il micromondo che sta in quel bicchiere?
Ecco, questa è la situazione e, come puoi intuire, siamo messi un po’ male. Quindi quest’anno, quando arriverai – se deciderai di venire – sappi che abbiamo proprio bisogno di un aiuto. Ma grande, un aiuto grande.
Briscola

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8 settembre 2009

Visti da Marte – Cose mai viste: un festival del vino!!!

Qui a Marte non abbiamo capito perché, cosa e nemmeno chi, ma dal 23 al 25 ottobre a Vicenza si svolgerà il 1° Festival nazionale dell’enoturismo (www.festivalenoturismo.it).
A una lettura della presentazione, ci sembra di intuire che gli espositori saranno Aziende del vino, categoria che, com’è notorio, non hanno mai esposto in nessun tempo e in nessun luogo.
Anche i Consorzi del vino non hanno mai esposto, si sa, per fortuna l’hanno capito quelli di Vicenza. Che giustamente, si chiedono essi stessi in modo illuminato: “Perché un Festival dell’Enoturismo?”. Eh già, perché?
Il problema è che, oltre a porsi la domanda, gli organizzatori si danno anche la risposta.
Innanzitutto, ci dicono che un turista che si muove in cerca di vino, solitamente compera vino. Apperò.

Ci dicono poi – e qui trasecoliamo – che esistono migliaia di cantine e proprietà (che vuol dire che esistono anche luoghi non meglio identificati di non proprietà, cioè dove uno produce vino a casa di un altro) aperte al pubblico in Italia.
I target di visitatori attesi: il pubblico (sic), “Inoltre, i professionisti dell’industria turistica (tour operators, agenzie di viaggio, etc.) sono invitati a questo evento. Saranno interessati alle diverse conferenze che verranno organizzate durante il festival. Inoltre, incontreranno gli espositori e avranno la possibilità di prendere contatti e immaginare nuove collaborazioni”.
L’etc. fra parentesi ci fa immaginare un’allegra e simpaticissima teoria di commerciali che propongono mezza pagina, un quarto di pagina, una riga e mezza di pubblicità a pagamento.
La chicca: “Anche i giornalisti sono i benvenuti”. Grazie dell’anche.
A noi Marziani sembra che questa bella cosa mai vista sia totalmente superflua anche se a ingresso gratuito, con buona pace di Movimento del Turismo del Vino e Associazione Città del Vino che hanno dato il patrocinio. Peraltro ci chiediamo: ma Vicenza e Verona non sono nella stessa regione?
E non sarebbe stato più logico prevedere un padiglione workshop enoturismo a Vinitaly, visto che Vinitaly già esiste, se proprio proprio si doveva fare ma proprio proprio? A Vinitaly passa il mondo mentre a Vicenza, ci scusino i vicentini, non ci pare…
Briscola

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9 agosto 2009

Aggiornamento da Marte. Ancora a proposito del Brunello di Martalcino…


La settimana di ferragosto è in dirittura d’arrivo, ma su Marte non dormono, anzi, si preparano alla vendemmia del loro Brunello di Martalcino. L’ineffabile Briscola documenta l’attività in corso alla Cooperativa Dignitas e ci racconta…

Qui alla Cooperativa Dignitas ferve l’attività. I due topi stanno preparando le vigne alla vendemmia, 3 dei 4 gatti sono impegnati nel lavaggio della attrezzature.
Uno dei quattro si è inspiegabilmente interrato in cantina e urla da giorni “La mia coda, il cuore dell’Azienda! Tradizione e innovazione!”, cosa che né stupisce né spaventa me, i restanti gatti e i 2 topi, dato il clima teso prevendemmiale. Prima o poi uscirà, ne siamo certi, lui con la sua coda.
In quanto a “Tradizione e innovazione” l’ha mediato dalla Terra, dove nessuno può ritenersi à la page se non pronuncia il binomio, anche nelle varianti “innovazione nella tradizione”, “tradizione dell’innovazione” e via con il resto delle preposizioni semplici e articolate.
Noi di parole in -zione ne usiamo un’altra, che rende di solito tutti più felici, maschi e femmine di Marte… Ognuno ha i suoi gusti.
Qui a Marte s’è costituito però un Comitato, formato soprattutto dai nostri vicini di casa, da quando il gatto ha iniziato a urlare dal sottosuolo: scopo del comitato è di trovare il primo che s’è definito “tradizionalista innovatore” per valutare quale multa comminargli. Prima o poi ce la faranno.
Per non sembrare insensibili a tale progetto sociale, noi della Cooperativa abbiamo suggerito di cercare anche il genio del “ho il vino nel Dna”, “ha il territorio nei suoi cromosomi”, “la vigna è nel tuo codice genetico”, cosa che ci fa uno spavento da morire e vorremmo proprio conoscerli di persona quelli che nell’elica cromosomica si trovano dei gradi alcolici e zuccherini, un filare, una zolla, due tralci e un trattore, poveretti.
Tornando alla nostra vendemmia, abbiamo deciso i nomi dei vini. Quello bianco, fermo, un po’ misterioso ma tanto buono, immensamente buono, suscettibile anche di diatribe e riflessioni, un vino da meditazione pure, lo chiameremo “Dio”, che ci sembra un gran bel nome.
Quello rosso no, chiamarlo Dio ci sembrava poco elegante e politicamente scorretto. Lo chiameremo “Trinità”, essendo un uvaggio, e anche perché ci piace il film di pistoleri di relativo richiamo. Un vino esplosivo, insomma, che pensiamo di presentare in anteprima a Nicea la prossima primavera durante un evento che si chiamerà “Concilio”.
Tutti invitati, ovviamente, che ognuno dica la sua. Per il novello abbiamo pensato a “Ognissanti”, visto il periodo di immissione sul mercato e la necessità di avere un aiuto dall’alto per venderlo.
Infine, abbiamo rifiutato la proposta di partecipare con i nostri vini al G8987, quello che si tiene ogni anno a Nettuno, perché a noi di dar da bere a tutti ’sti Ufo non importa assolutamente niente: i Saturniani, in particolare, bevono come delle spugne, con le loro 25 bocche a ventosa, capirai che immagine.
Se poi, per partecipare, dobbiamo pure pagare oltre a donare vino gratis, capirai che astutezza…
Il vino noi lo facciamo: è qui da provare; se piace, piace, se non piace, Amen, che è il nome dell’acqua che sgorga naturalmente dalla nostra terra e che imbottigliamo qui alla Cooperativa Dignitas. Amen, ovviamente, per far pendant con i nomi dei vini.
Siamo molto coordinati e continuativi, noi, quassù.
Many kisses, Brisky..

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31 luglio 2009

Scoop da Martalcino: nasce la cooperativa Dignitas


Subito sul pezzo e sulla notizia la nostra ineffabile e impagabile Briscola, con un apologo sui silenzi di Montalcino, pardon, Martalcino, che come al solito centra il bersaglio: chapeau!

Scoop da Marte: nella serata di ieri, come riferiscono gli online locali www.lurlodimarte.mhz e www.marzianovero.mhz, è stata sequestrata un’ingente quantità di vino non conforme prodotto nella zona del Martalcino.

I nomi sono subito usciti, perché qui a Marte siamo 4 gatti (mi raccomando non con la lettera maiuscola, onde evitare confusioni..) , 2 topi, 300 Marziani e una Terrestre, si fa in fretta ad andare ad esclusione.
Dopo i primi sospetti puntati sulla Terrestre (io!!!!!), si è passati ai topi e ai gatti. Sono rimasti i Marziani.
Gira che ti rigira, è uscito che c’entravano tutti, nessuno escluso. Vuoi che qualcuno il vino sconforme lo imbottigliava, vuoi che qualcuno l’uva sconforme la vendeva a chi l’imbottigliava, vuoi che uno che sapeva stava zitto perché in realtà solito vinificare uva importata da Giove e rivenduta come nettare autoctono. E ciò tutti lo sapevano e stavano zitti.
Ma come?, ci chiedevamo sbigottiti io, i 4 gatti e i 2 topi, ma com’è ’sta storia? Uno dei Marziani, il più lesto di mente, ci ha informati: “Non è che siamo noi, è colpa di uno scellerato. Di nome fa Fran, di cognome Cozil, ma è detto Iani”. Uno dei topi ha chiesto: “Ma che c’entra? Non fa il giornalista? Mica fa il vino!”. Il Marziano lesto, e anche un po’ fante, ha spiegato: “Ma se fosse stato zitto, lui e un paio d’altri che so io, tutto sarebbe stato tranquillo”.
E’ intervenuto a quel punto un gatto: “Tranquillo un piffero, ci vendevate del vino che non era quello dichiarato! Non confondiamo le acque e vini, aho, ‘acca nisciuno è fesso!”.
Il Marziano fantelesto ha sorriso: “Embé? Che credete che cambi qualcosa adesso? Vedete confusione in giro, gente indignata che difende il proprio onore? Vedete qualcuno che dica IO NO e lo possa pure dimostrare? Avete sentito qualcuno chiedere le dimissioni dei controllori? V’è parso di intuire che i controllori vogliano andarsene? No! Indi…”. Noi siamo un po’ restii a credere che nessuno reagirà, in fondo la natura marziana è forte, schietta e pugnace.
Ci  ricordiamo tutti benissimo di quando gli Uraniani decisero di colonizzarci e tutti, nessuno escluso, li respingemmo a colpi di banane, frutto che spaventa sommamente gli Uraniani. Non saranno dunque quei 400 miliardi di litri di vino sconforme a farci chinare la schiena.
Per ora, io, i 4 gatti e i 2 topi abbiamo deciso di aprire una piccola cooperativa agroalimentare. Si chiamerà “Dignitas“, che in marziano vuole dire: “Meglio poco ma quello, che tanto ma un altro“. Ma tutto ciò succede a Marte, naturalmente…
Many Kisses! Brisky
P.S.: tutto l’Universo è paese.

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26 giugno 2009

Alesia Universal Wine Festival O della vera storia dell’assedio di Alesia

Mi punge vaghezza che sia ispirato a quanto è successo nei giorni scorsi à Bordeaux, con la “rassegna off” che presentava la presunta “crème des Producteurs italiens” collocata – pour épater qui? – proprio di fronte al vasto stand espositivo di Vinexpo, con tanto di discussioni, risse e colluttazioni, e ammissioni pubbliche di “flop” il sempre ironico e divertente apologo sull’Alesia Universal Wine Festival proposto dall’ineffabile e inimitabile Briscola…
Buona lettura mes amis! f.z.

Era l’inizio dell’anno 52 a.C. quando il Publicus Scriba dell’Ente Fiera di Borgogna emise il primo comunicato sulla 330esima edizione dell’Alesia Universal Wine Festival.
Com’era d’uso a quei tempi presso i nostri padri, il Publicus Scriba, che oggi chiameremmo Ufficio Stampa, era stato selezionato fra i collaboratori del giornale locale, L’Alesiae Ululatus, l’Urlo di Alesia, affinché potesse garantire la circolazione di informazioni fra chi le informazioni le aveva già. Che non si sapesse in Vandea o in Bretagna quanto la Borgogna andava organizzando. Inoltre, i panni sporchi si lavano in casa, mogli e buoi dei paesi tuoi, e via dicendo.
In più, un Publicus Scriba locale, se vuol continuare ad essere locale, deve pur mangiare: due capponi e un otre di vino comperano qualsiasi tabula, rasa o meno che sia.
Trattandosi però di un Wine Festival universale, il Publicus Scriba era stato costretto a farlo sapere anche altrove e la notizia, ahimé, era giunta oltre la Gallia, sino a Roma.
All’epoca, a Roma sulla Gallia la pensavano in modo ambivalente, fra interventisti e neutralisti. Cosa ci fosse in Gallia, da quanto si sapeva, era presto detto: gente che diceva di essere di origine Celta, anche se poi non sapeva spiegare chi fossero i Celti, mezzi cacciatori e mezzi selvaggi, rozzi insomma, fra colline, boschi, paludi, montagne, neve, nebbie, umido e freddo. Così la pensavano i detrattori dell’intervento, semplificando.
Gli interventisti, invece, sostenevano in primis che se si vuol fare un Impero non è che si può arrivare a Viterbo e fermarsi lì: bisogna andare oltre. Oltre quanto? Oltre il Po, ad esempio. E lì erano arrivati. Ma poi era scattata la smania e, su su, si era arrivati oltre le Alpi.
La notizia dell’Alesia Universal Wine Festival, però, gettava una nuova luce sulle motivazioni della conquista. Ragioni di carattere commerciale, che non credessero quei Galli di essere i migliori nell’orbe a produrre vino. Soprattutto, ragioni di carattere promozionale, che non pensassero di essere i migliori a organizzare eventi.
Ce l’avevano, forse, ad Alesia un stadio per bighe e lotte fra gladiatori? Avevano forse in progetto di importare leoni? Sapevano cosa fosse un Fescennino? Domande retoriche, che i Romani si ponevano l’un l’altro a dimostrazione che quelli d’Alesia organizzavano cose, ma non lo sapevano fare.
Fu allora che, il gruppo dei VPV, i Vici Parvuli Vafri, (furbetti del quartiere), ebbe una grandiosa idea: organizzare un fuorifestival di Alesia, a due passi dal festival ufficiale. Si fecero mandare costi di stand e degustazioni e poi si presentarono a Giulio Cesare, spiegandogli che un affronto simile non era tollerabile: dare soldi a quattro pennuti, oltre a far loro la grazia di arrivar sin lassù, con bottiglie, vettovaglie, tende per la notte e, soprattutto, botti di vino che in Gallia non s’era mai visto? Ma che è? E dove sta l’orgoglio patrio? E Roma caput mundi?
Un po’ titubante, Cesare prese qualche giorno di tempo per decidere se partire, armi e carriaggi, oppure no. Ma il VPV, intanto, si diede da fare, contattando un bel po’ d’aziende latine.
Inviò loro un’epistola, che più o meno diceva così: “Ad Alesia fanno quel che sapete, ma noi abbiamo deciso che possiamo fare anche meglio, a prezzi ridotti. Peraltro, glielo faremo sulla porta d’ingresso. I vini li selezioniamo noi, in base a chi paga la quota di partecipazione, poi diciamo che sono i migliori vini del mondo. A far decidere Cesare fu un editoriale pubblicato dall’Alesiae Ululatus verso metà marzo.
Nell’editoriale, tale Aste Rix presentava un confronto orizzontale fra rossi gallici e rossi latini, propendendo per i primi. Nel finale dell’articolo, il Rix profetizzava: “Verrà un giorno, che persino i bianchi della Gallia stupiranno il mondo con le loro bollicine”. Che detto in latino fa: parvulas bullas.
Col senno di poi, le parole del Rix suonano come una previsione di Champagne, ma col senno di allora suonarono diversamente, anche perché non c’erano allora né lo Champagne né la Champagne, chiamata come tale. Le bullae, a Roma, come si sa, erano piccole sfere d’oro che portavano al collo i bambini nati liberi, non servi, non schiavi.
Che il Rix incitasse alla guerra? Che i Galli fossero pronti a difendere la propria libertà, in barba ai Romani?
Alcuni membri del Senato ne discussero vis à vis con Cesare. Il quale, come prima mossa licenziò il Senatore all’Agricoltura, che non aveva saputo tener sotto controllo cotanti fermenti di insana autonomia, poi creò una decina di commissioni per la salvaguardia dell’origine del vino latino, poi una trentina di sottocommissioni, due comitati, otto segretari e sei ministeri senza portafoglio.
Per tutti stabilì una congrua ricompensa, che prosciugò le casse romane e fu fra le cause di quanto accadde nel 44 a. C., a mano di tale Bruto. Infine chiamò l’esercito e partì alla volta di Alesia. Il resto è storia.
Ma quello che passò alla storia come assedio, fu in realtà il tendone del VPV, piazzato davanti alle porte della città. Così si narra, almeno, qui a Marte.
Many kisses!
Briscola

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12 gennaio 2009

E così un bel momento… (cit. Cochi e Renato) – la finestra di Briscola

Con perfetto tempismo, dimostrando di saper essere sul pezzo, Briscola commenta, con la consueta sagacia e la graffiante ironia di sempre, rinviandoci ad una vecchia canzone di Cochi e Renato (leggere e ascoltare qui), l’argomento del giorno, le enomarchette a prezzi di saldo proposte da qualche disinvolto signor nessuno… Sembra una parodia, ma ahimé, è realtà diffusa…
f.z.

“Gentilissimo, abbiamo ricevuto la Sua gentile proposta di acquisto di degustazioni, con garanzia di recensioni positive. Gliene siamo grati e confermiamo già da ora la nostra intenzione di aderire. Noi, come Azienda produttrice, sappiamo com’è: soltanto pagando gli articoli e le pubblicità su certe riviste il nostro vino è buono. A noi importa che esca il nostro nome con la scritta “Più buono al mondo non ce n’è”.
Siamo infatti convinti che i lettori siano tutti dei cretini, che più pagano e più sono contenti, anche se bevono vini mediocri. Sappiamo però differenziare gli investimenti: un tanto ai giornali di élite, un meno tanto ai giornali popolari, un contentino ai siti Internet. Alle tv siamo disposti a dare qualsiasi cosa.
Privilegiamo ovviamente chi ha alle spalle una guida, che nessuno leggerà, ma a noi non l’hanno ancora detto e perciò fingiamo di non saperlo. In quanto a sforzarci di produrre vino migliore, un vino che realmente possa valere in qualità, ci sembra sinceramente fatica inutile: perché dovremmo imparare a far qualcosa che non serve?
Il vino lo vendiamo lo stesso, basta uscire su certi giornali. Partecipiamo anche ad eventi completamente inutili, investendo in viaggio, soggiorno, quota d’iscrizione e bottiglie di vino, in modo tale da poter leggere il nostro nome su un elenco stampato che nessuno leggerà. L’importante è che la nostra bottiglia non capiti in mano a uno di quei degustatori rompicoglioni che magari scrivono e dicono che il vino va migliorato: e che?
Non lo sappiamo già? C’é bisogno di dirlo a tutti? Se non siamo capaci, non siamo capaci, basta, finita lì. Continuiamo a produrlo lo stesso finché c’è mercato e il mercato c’è, soprattutto quando possiamo dire che siamo stati pubblicati di qua e di là.
Noi sappiamo com’è in Italia: ci sono tre tipi di comunicatori. Quelli bravi, che si fanno pagare un po’ ma poi non comunicano stupidate ma solo che il vino è buono; quelli incapaci, che giudicano obiettivamente un vino, non si fanno pagare, ma poi si rischia che ti offendano diffondendo il loro giudizio. E’ informazione, questa? Io, che sono il migliore produttore del miglior vino che il mondo abbia mai visto, posso sottostare a quest’offesa?
E poi c’è la terza categoria di comunicatori, i migliori, che siamo noi Aziende. Noi sappiamo pianificare la nostra comunicazione, sappiamo trovare begli slogan, sappiamo cosa dire e come dirlo e, come sopra indicato, sappiamo chi pagare per il servizio svolto.
E poi c’è qualche fessacchiotto che si scandalizza se qualcuno propone a un’Azienda di pagare un tot per una recensione! MA SIAMO NOI, NOI AZIENDE A VOLERLO! Noi ad aver  voluto e a sostenere un finto giornalismo, una finta informazione, una finta comunicazione! Lei pensa che qualcuno si permetterebbe di fare proposte del genere se noi non le accettassimo?
Se avessimo chiuso la porta in faccia al primo che ce lo proponeva e anche al secondo, al terzo e al quarto, secondo voi ci sarebbe ora un milionesimo a proporlo? Invece no. Gli abbiamo spalancato la porta e abbiamo detto: “Prego, si accomodi. Solo cinquemila euro per una pagina? Ma no, faccia lei, anche seimila, pur di essere presente per 12 mesi o 24 anni! Ah, va bene 24 anni? Però lei scriva che il “Ciribiribì che bel faccin” è un vino da podio internazionale, mondiale! Galattico, dice? Grazie, lei sì che se intende! Gliene regalo anche un paio di casse, così lo prova a casa, in famiglia. Ne vuole 8 di casse?”.
Ecco, vede, è questa la differenza fra noi e il resto del mondo: dalle altre parti, il vino lo fanno buono e cercano di migliorarlo. Noi siamo già capaci di farlo, dobbiamo solo venderlo. Noi dobbiamo solo vendere, non importa con quale mezzo.
Certo qualcuno di noi, un po’ ignorante, si sforza di agire diversamente dal gruppo: s’impegna sulla qualità, non investe denaro in giudizi a pagamento, ascolta le critiche o, pensi che stupidità!, addirittura le chiede, sottoponendo i suoi vini a chi può formulare un vero giudizio obiettivo. Non teme che il degustatore lo sputtani, sostiene invece che un degustatore serio non danneggia mai l’immagine di un prodotto o di un’Azienda: esprime un giudizio, che è un consiglio! Le sembra credibile?
Ma un degustatore serio tende a sputtanare i vini non seri, questa è la vergogna contro cui noi ci battiamo! Ai giornalisti e ai degustatori che non ci servono, quelli che vogliono dire la loro, noi togliamo anche il saluto, altroché! In attesa di incontraLa per darLe quanto dovuto.

I nostri rispetti. Uno dei tanti (purtroppo)”

Many kisses! Briscola

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1 gennaio 2009

Spropositi per l’anno nuovo: la finestra di Briscola

La conoscete bene, non aspettatevi da Briscola parole consolatorie e buoni propositi per l’anno vinoso che verrà. Anche nei prossimi dodici mesi quando le pungerà vaghezza la nostra misteriosa amica interverrà con il suo stile caustico e disincantato per commentare le enoiche italiche vicende.
Godetevi pertanto questi auguri, scritti alla sua maniera, a produttori e comunicatori del vino, i suoi (e anche nostri) buoni spropositi per l’anno nuovo che arriva…
f.z.

Caro 2009 che arrivi, speriamo che tu sia realmente l’anno di crisi che ci hanno predetto. Di dramma no, ma di crisi sì. Una crisi è una rottura, che esige cambiamenti. In quanto a rotture, già non ci mancano. Cambiamenti, però, pochini e sempre in peggio. Portaci ad esempio un po’ di vini buoni, di quelli che non s’arrabbiano mai e che non fanno arrabbiare, che non incutono terrore, che non prendono in giro, che non costano più di un monolocale in centro. Dei vini per bene, insomma. Porta ai produttori il coraggio del Leone, il cuore dell’Uomo di Latta… ops, questa era un’altra storia.
Portagli quel tanto che basta a dire come la pensano e come stanno le cose, anche se il loro pensiero è diverso dal pensiero comune, omologato e industriale.
Portagli la dignità di aprire la bocca, perché il vino non è dei Soloni ma di chi lo produce. A chi produce vino così così porta il coraggio della Dignità Dozzinale, che non pensino più di vendere come oro la mirra (what’s mirra?), perché i soldi sono pochi e la gente non è per niente fessa, ma sicuramente più povera e più attenta.
Ai comunicatori del vino porta la capacità di comunicare il vino. So che questa è l’impresa più difficile, perché comporta l’oblio del trendy, del glamour, del life style e di tutto il fumo negli occhi e nei bicchieri che ha alzato il prezzo del vino per un effimero uovo di oggi. L’uovo è finito in frittata e, surprise!, non c’è nemmeno la gallina del domani.
Fai gridare al bambino “L’Imperatore è nudo!” quando comparirà all’orizzonte un consulente esperto del fumo di cui sopra. Fai che lo promesse siano precedute da un deposito cauzionale di chi le fa, mi raccomando IN DENARO, perché caramelle non ne vogliamo più, rose e violini questa sera raccontale a un’altra…
Fai che nessuno dei nostri territori del vino si dichiari più la Champagne d’Italia, la piccola Borgogna del mondo greco-romano, la grande Alsazia del Mediterraneo, il Sudafrica dello Stivale, la California della Dorsale Appenninica, la Napa Valley della Bassa Padana. Abbiamo un nome, usiamolo. Non vergogniamoci del nostro nome, nemmeno della nostra storia, nemmeno dei nostri vini, magari coprendoli con un’etichetta supercalifragilistichespiralidosa, tanto per non dire subito da dove viene. Evitiamo di essere la piccola o la grande cosa di qualcos’altro: ricordiamoci che Napoleone era uno; dopo di lui, in molti hanno dichiarato di esserlo, ma qualche problema l’avevano e non di strategie belliche.
E fai che alcuni sedicenti comunicatori del vino possano accedere, se non a una biblioteca, almeno a “Chi vuol essere milionario?”, dove potrebbero scoprire, ad esempio, che Gandhi era astemio e indù. Quindi difficilmente si sarebbe prestato, in vita, a far da sponsor al con… testo del vino che ha riportato una citazione del Mahatma negli auguri natalizi, sentendosi “messaggero di Dio” (giurin giuretta, siamo alla fase apostolica dell’enologia!). Gandhi quale noto estimatore e testimonial di vini italiani ci mancava in chiusura di quest’anno bisestile!
Caro 2009, so che non potrai cancellare di colpo tutto ciò e m’aspetto di ricevere auguri di Pasqua con l’effige del Budda fra uno svolazzo di colombe e turgidi pampini, magari con una citazione evangelica, ma potrebbe arrivare anche in didascalia la prima strofa della Vispa Teresa, un passo della Divina Commedia, il lamento della Madre di Jacopone da Todi e il ritornello di Ufo Robot, tutto fa brodo.
Tutto fa vino? Malgrado ciò, sforzati di darci una mano a rendere un po’ più credibile questo mondo del vino, a non dare le fatiche dei produttori in mano ai maghi della comicità involontaria. Il vino italiano. Serio, buono. Un vino per bene.
Many kisses! Briscola

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24 dicembre 2008

Aspettando Natale: i quesiti di Briscola

Ovviamente Buon Natale a tutti, ma senza immolarci all’altare del consumismo natalizio, senza cedere anche noi alla retorica festaiola da un tanto al chilo, all’inflazione della festa, rimanendo presenti a noi stessi, non perdendo lo spirito critico e l’indisponibilità a versare il cervello all’ammasso anche in questi giorni nel corso dei quali, ci dicono mentre scorre melassa a fiumi, dovremmo essere tutti più buoni. Auguri dunque, ma sempre con un pizzico di sana “cattiveria” e di “cinismo” se volete, come ci suggerisce, con questi interrogativi, l’ineffabile Briscola…
f.z.

1) Che fine ha fatto Gesù Bambino?

In questo santo Natale, vorrei sensibilizzarvi alla proporzione Babbo Natale sta a Gesù Bambino come Halloween sta ad Ogni Santi. Nei tempi della mia infanzia, non protostorici, Babbo Natale esisteva soltanto negli spot della Coca Cola. I doni li portava Gesù, quello che nasce (Natale, ricordate, si chiama la festa?), non un vecchietto che compare una volta all’anno, fa “oh- oh” e sfrutta indegnamente un tiro di renne. Fine dell’azione e del beneficio. In quanto all’azione, trasferita nella nostra tradizione mediterranea dovrebbe essere al più un tiro di asini a condurre il carro di Babbo Natale. Da cui “vedere gli asini volare”. Vi sembra una cosa seria?

2) Perché a Natale ci informano che è Natale?

Da un paio di settimane, il motivo conduttore di ogni telegiornale è il Natale. Da tali sorprendenti servizi, ripetuti ogni anno, scopriamo che la gente mangia a Natale, che esiste il panettone, che si innalzano alberi di Natale e altre cose che mai ci saremmo aspettati che accadessero a Natale. Il vero scoop sarebbe che quest’anno, a Natale, Natale non c’è. Accadendo da 2008 anni, siamo tutti abbastanza sulla notizia.

3) Cos’è il boom del prodotto tipico enogastronomico natalizio?

Fra i vari servizi giornalistici, si legge e si sente in questi giorni che la gente preferisce quest’anno il prodotto tipico enogastronomico. E’ sicuramente vero, ma anche il 20 agosto, il 15 maggio e il 17 febbraio abbiamo fatto la spesa sotto casa, senza esaltarci per questo. La gente, banalmente, compera il salame dal salumiere. E quando s’inizia a regalare salami, è perché la gente ha fame.

4) Natilometro 1:  Il vino è il Diavolo?

Come in ogni dicotomia che si rispetti, accanto al Bene ecco arrivare il Male, incarnato nel Natale 2008 dal vino, causa di ogni causa. Con un tempismo di marketing strategico da urlo, a tre giorni dal Natale è uscita l’ipotesi di ridurre il tasso alcolico consentito per la guida. Ciò in contemporanea al fatto che proprio in questo periodo le aziende del vino stanno spedendo il loro vino e cercando di venderlo e che i ristoranti attendono prenotazioni per cene e pranzi. Piccola riflessione natalizia e dintorni: molti, molti, molti anni fa, il Bambino che nasce il 25 dicembre trasformò l’acqua in vino e lo chiamarono miracolo. Molti, molti, molti anni dopo, adesso, qualcuno vorrebbe trasformare il vino in acqua. Come lo chiamereste?

5) Natilometro 2: i parroci sbandano?

Cosa berranno i parroci durante l’Eucarestia, se si riduce ancor di più il tasso alcolico? Potranno ancora bere un sorso di vino oppure rischieranno, in caso di controllo etilometrico successivo, il ritiro della patente? Serve una dispensa dal Codice della Strada, ma rientra nei Patti Stato – Vaticano?

6) Natilometro 3: generazione alcolica?

I giovani non sono tutti alcolisti al volante, ma si dividono in due categorie: furbi e cretini. Ciò accade in ogni età della vita. Per furbo, intendo uno che non provoca danno perlomeno a sé. Per cretino, uno che provoca danno agli altri e a sé. Nel mezzo, pare di intuire che qualcuno voglia collocare i produttori di vino, che provocherebbero vantaggio a sé e danno agli altri. Se così fosse, anche chi produce badili sarebbe da considerarsi un furbetto senza scrupoli, perché un badile nella mano di un cretino può provocare un danno gravissimo.
Ora mi è chiaro perché sul libretto di istruzioni della macchina fotografica è specificato: “non avvolgere la cintura intorno al collo. Non ingerire le pile. Rischio soffocamento”. Siamo considerati tutti dei cretini! Suggerisco di apporre sulle etichette del vino la dicitura obbligatoria: “Non versare nelle orecchie, evitare di aspergere gli occhi, non inalare. Non è un detergente per capi delicati. Non va utilizzato in mescita con latte per neonati. Ne è vietato l’uso come carburante per autoveicoli. Attenzione: si può ingerire il solo contenuto della bottiglia. La bottiglia non è commestibile, evitate di masticarla”.

7) Porno wine?

Stanno spuntando in rete i primi siti Hard Wine. Sono quelli che richiedono per l’accesso la dichiarazione (autodichiarazione!) di aver l’età per poter consumare vino. In Italia tale età, se non sbaglio, non è 18 anni, ma 16. In altri Stati, l’età cambia. Eppure nei siti italiani, che sono un po’ paternalistici, il limite è 18, come la maggiore età in vigore in Italia. Presumibilmente, la motivazione consiste nel fatto che tali siti fanno anche e-wine commerce.
Per acquistare il vino, è però necessario fornire una serie di dati anagrafici che annullano il senso della dichiarazione preventiva d’accesso. Peraltro, chi controlla la veridicità delle dichiarazioni? Peraltro, dal momento che tornando sul sito vengo automaticamente collegato all’home page, non si tratta di phishing, cioè di tracciato e memorizzazione non lecita dei dati forniti?
Peraltro, la richiesta di maggiore età era richiesta una volta per l’accesso ai siti pornografici. Il vino è pornografico? (Alcuni vini, sì, diciamolo, rasentano la pornografia, ma il vino in genere… è hard?). Se sì, vuol dire che può aiutare? (Wow!)

8) Cosa abbinare al caviale del pranzo dei poveri?

Leggo oggi che una partita di caviale di contrabbando del valore stimato in 400.000 euro è stata donata dalla Forestale alle mense dei poveri di Milano per il pranzo di Natale. Mancando il pane, avanti con le brioches (l’altra volta avevano tagliato il collo a quella delle brioches, tanto per ricordare com’era andata a finire). Vendendo il caviale, forse si sarebbe potuto ottenere di più in termini di solidarietà, ma evidentemente l’operazione non è stata considerata. Volendo completare il quadro, vorrei segnalare che esistono in Italia diverse partite di vino sotto sequestro in attesa di sviluppi, non tossico, che potrebbero generosamente essere abbinate al caviale di contrabbando.

Many Kisses! Briscola

 

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16 dicembre 2008

Enobestiario 1 – Feles Gloriosus Gloriusus – la finestra di Briscola

Allegria bella gente, è tornata Briscola, con il primo di una serie di interventi sul tema… enobestiario… buona lettura e buon divertimento!

f.z.

 

Gent.mo Signor Paulus

Le scrivo per comunicarLe un fatto straordinario. Ier sera, sul far del tramonto, mentre mi accingevo a serrar l’uscio di casa, ho udito un suadente suono provenir dalla vigna. Volti gli occhi alla verzura, vidi un animale mai prima visto, dal colorato manto sgargiante. Bello a vedersi, magico a udirsi. L’animale s’aggirava fra i filari, producendo un verso siffatto: “… zione, zione, zione…”. Lei, quale esperto zoologo, può indicarmi di che trattasi? Con stima, Angelicus

 

St.ssimo Angelicus,

voglia scusarmi il ritardo di questa mia, dovuta a ricerche approfondite. L’animale da Lei scorto corrisponde indubbiamente al Feles Gloriosus Gloriusus, anche volgarmente detto Gatto Fanfarone. Lo testimonia la stagione d’avvistamento.
Esso è solito mostrarsi infatti a fine anno anno, preferendo il tempo di stesura dei bilanci di previsione con allegata pianificazione per l’anno solare successivo. I luoghi da esso preferiti sono gli ambienti di vigna e di cantina. Mostrando splendide screziature di pelo, attrae per il suo verso che, contrariamente a quanto da Lei percepito, non è ‘zione ma, alternatamente, “promozione, comunicazione, valorizzazione, ottimizzazione” et similia. Egli sa null’altro fare che il proprio verso.
Per sua natura, predilige i luoghi caldi e i nidi altrui, in particulare le cantine, dove s’accasa per il tempo necessario allo spennamento del pollo. E’ notorio infatti che il Feles Gloriosus Gloriosus è solito nutrirsi di polli, a cui stacca penne e piume una ad una, sino a lasciarli implumi e soggetti a morte per sbalzo termico. Esso è animale solitario, poiché la società con simili lo porrebbe in ombra.
Al fine di preservare la propria solitudine, suole seminar zizzannia, facendola crescere come alta erba e siepe. Non disdegna la fandonia, pur di gettar discredito su avversari possibili e reali. Massimo assertore è di vane promesse, sperando in cuor proprio che i polli raggiungano l’Altro Mondo prima dello scader della promessa stessa. La sua preferenza va, come già detto, all’ambiente di vigna e di vino, di cui si professa ineguagliabile conoscitore.
Forza si fa del proprio concepimento, avvenuto in genere in qualche partito, spesso mai arrivato. A seconda dell’ora del giorno, narra però di sé concepimenti in partiti vari, millantando conoscenze e frequentazioni inesistenti. Cosa spinga i polli a prestargli credito, è presto detto: talor la disperazione, talor la cecità, talor la speranza. La fine per i polli, in ogni caso è scritta. Esso non ha preferenze, amando sia polli di ridotte dimensioni sia polli grassi e in batteria.
L’essenziale per il Gatto Fanfarone è, nel tempo della sua permanenza presso la cantina, l’apparir continuo in ogni occasione. A spese dei polli, tende ad esempio a rilasciar interviste a stampa e televisive, poiché il suo potere è commisurato al suo apparire. In tali occasioni, il Feles convince il pollo che tali apparizioni son necessarie alla valorizzazione della comunicazione promozionale all’ottimizzazione della visualizzazione. Stordito da tante –zione, il pollo acconsente, entusiasta. E lì cade una penna. A nulla valgon gli avvertimenti di tacchini, galline, anatre ed oche: il pollo è pollo, si sa.
Al pollo aggrada, per esempio, l’estero. “Che ne diresti – chiede il Gatto – di variar bottiglia in bottle?”. E il pollo esulta. Un’altra penna. “Che ne diresti – prosegue il Gatto – di variar il nome del tuo paese da Case Rosse di San Giacomo  al Colle in Red houses of Saint Jack to the hill?”. Il pollo va in sollucchero. Via una penna. “Pertanto – prosegue il Gatto – chiederò alla tipografia di stampare 8 milioni di etichette Red Houses of Saint Jack to the hill”. Il pollo, in un lampo di lucidità, domanda: “Ma io produco solo 100 bottiglie all’anno…”.
Il gatto ride: “Sciocchino, è così evidente: gli altri 7 milioni e 900 mila sono le bottles, non le bottiglie. E ti garantisco che nessuno andrà mai a controllare, ho i miei agganci. Vuoi o non vuoi esportare vino?”. Il pollo annuisce. “Quindi non puoi presentarti con 100 misere bottiglie! Devi dichiarare almeno, e dico almeno, eight milions of bottles”. Si staccan 3 penne.

 

Ecco, cotal è l’animale da Lei veduto.

Se ne guardi, i miei riguardi

Paulus

 

Many Kisses! Briscola

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