Vino al vino

Archivio della Categoria 'La biblioteca di Bacco (e Trimalcione)'

25 ottobre 2007

Elogio dell’invecchiamento. Intervista ad Andrea Scanzi

Se esistesse un ipotetico “Oscar di Bacco” per il volume più divertente e originale, il più simpatico da leggere, tra quelli dedicati al vino pubblicati quest’anno, non avrebbe sicuramente concorrenti. Sto parlando di Elogio dell’invecchiamento, sottotitolo “Viaggio alla scoperta dei dieci migliori vini italiani (e di tutti i trucchi dei veri sommelier), (Mondadori, 315 pagine 15,50 euro) opera del giornalista (collaboratore della Stampa) e scrittore, nonché sommelier e degustatore ufficiale A.I.S., Andrea Scanzi, aretino 33enne.
Scritto con scanzonata ironia, con uno stile narrativo molto fluido e godibile, il libro è un viaggio a tappe nel mondo del vino. Un itinerario che parte dalla formazione sommelieristica dell’autore con l’A.I.S. di Arezzo per portarci in giro nell’Italia del vino, con ritratti di produttori e di vini “archetipo” (Barolo, ovviamente, il Brunello di Montalcino del grande Franco Biondi Santi, l’Amarone, “il mito dei miti” alias il Sassicaia, ma anche il Verdicchio, quello, stupendo, di Ampelio Bucci, il Pinot nero, il Picolit, l’Aglianico ed il Lambrusco) e per completarsi con considerazioni, acute e spesso controcorrente, (fa particolarmente piacere vederlo definire la barrique “un’arma a doppio taglio” o definire “la guerra del Barolo scontro d’identità” dove “i modernisti” fanno spesso ricorso ad “una serie di scorciatoie”) dedicate ad un universo, quello del vino italiano di oggi, luminoso, certo, ma non privo di zone d’ombra.
In questa ampia intervista, pubblicata nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S. Andrea Scanzi racconta la sua idea del vivo, la sua allegra, non fossilizzata né polverosa visione della sommellerie, le sue predilezioni vinose, quello che gli piace e quello che invece no. Lo fa con un piglio, un brio, una vivacità, con una ventata d’aria fresca che non possono che colpire. E conquistare il lettore.

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25 settembre 2007

Un sorso di Alto Adige: tutto sul vino aus Süd Tirol in 75 tappe

E’ con una certa comprensibile malinconia che mi sono avvicinato alla lettura di Un sorso di Alto Adige. Tenute e cantine vinicole selezionate, opera di Tobias Hierl e Christoph Tscholl (192 pagg. 12,50 euro) appena pubblicato da Folio editore in Bolzano.
Malinconia perché per tantissimi anni (diciamo dal 1982 a sino al 2006) assiduo frequentatore di quello che orgogliosamente i locali definiscono Süd Tirol, e “propagandista” in virtù di un sincero entusiasmo dei vini e della gastronomia altoatesina, ho sognato di poter scrivere io un libro del genere, ricollegandomi idealmente ad un libro che un altro pioniere della diffusione del verbo vinicolo bolzanino in Italia, il collega Francesco Arrigoni, aveva scritto, circa quindici anni fa, quando lavorava al Gambero rosso.
L’idea del libro, poi, come tante idee, è stata riposta nel cassetto (mi fossi chiamato Franz Zillian e fossi nato ad Eppan piuttosto che a Milano, le cose sarebbero andate diversamente) e quel divorante amore per l’Alto Adige che faceva dire a più di un produttore trentino che ero un “austriacante” e qualche amico a pensare che ci fossero altri motivi e non solo cibo e vino a portarmi così spesso tra la Weinstrasse e Santa Maddalena, non è scemato, ma ha aperto gli occhi.
Portandomi a non idealizzare più, come forse facevo, la regione della Vernatsch, del Lagrein e del Gewürztraminer. Ma ad accorgermi di alcune cose (che poi ho scritto) che prima, così preso com’ero, facevo finta di non vedere, a muovere alcune precise critiche all’andamento, a mio avviso non convincente e molto “modaiolo”, che aveva preso il mondo del vino sudtirolese, e di conseguenza a considerare l’Alto Adige   come un’interessante zona vinicola da tenere d’occhio e prendere seriamente in considerazione, tra le altre, in Italia.
Ma da non idealizzare più o considerare, come forse avevo più volte scritto con una considerazione molto generosa e un eccesso di entusiasmo “la terza forza vinicola italiana”.
Chiusa questa, per me indispensabile, premessa, non posso che definire il baedeker enologico scritto da Hierl, bavarese che vive a Vienna, e Tscholl, altoatesino, sommelier diplomato ma non A.I.S. bensì alla Weinakademie di Rust in Austria, come un lavoro puntuale e ben fatto e la guida di riferimento per chiunque voglia avere un’idea dell’attuale panorama vitivinicolo altoatesino e dei personaggi, aziende note e affermate, oppure piccoli vignerons emergenti e “saranno famosi”, che animano questa scena sempre molto animata.
I due autori hanno suddiviso il loro itinerario in zone ben definite, partendo dalla Val Venosta e spostandosi poi a Merano e dintorni, media Val d’Adige (per intendersi: Terlano e Nalles), quindi Bolzano e dintorni, Oltradige (Cornaiano, San Paolo, Appiano, Caldaro), Bassa Atesina (Termano, Cortaccia, Salorno) e all’estremo nord est quella grande capitale di bianchi che è la Valle Isarco.
Qual’è stata la loro scelta originale, e a mio avviso, vincente ? Quella di non dilungarsi più di tanto nel descriverci, lo fanno già le varie guide italiane ai vini in circolazione, i vini prodotti dalle singole aziende, bensì di fornire di ogni azienda selezionata un’esaustiva carta d’identità, redatta con oggettività giornalistica, che comprende una storia dell’azienda e dei personaggi che le animano, una “fotografia” della tenuta, del luogo dove è situata, della sua “filosofia”, qualche breve nota su “l’assortimento proposto” e poi, soprattutto, tante informazioni utili per l’eno – turista che ama recarsi direttamente in azienda per conoscerne i protagonisti e qualora possibile (a proposito sarebbe stato utile indicare se sia prevista o no una vendita diretta in cantina) acquistarne in loco i vini.
Troverete quindi, in ogni scheda aziendale, informazioni su come arrivare in azienda, orari di visita, anche per gruppi, indirizzo, telefono, e-mail sito Internet, consigli su uno o più locali dove mangiare e bere nei dintorni, e poi indicazioni di particolari “attrattive e curiosità” dell’azienda o della zona, e la possibilità – Folio è una cosa editrice molto attenta agli aspetti turistici e ha pubblicato altre guide, ad esempio Masi, malghe e osterie in Alto Adige, di riferimento per conoscere la zona – di compiere escursioni turistiche, passeggiate, camminate, da romantici Wanderer, tra vigneti, colline, boschi, montagne, castelli e abbazie.
Insomma, quando tornerete, spero con occhio più smagato e disincantato del mio d’antan, in Alto Adige e vorrete andare in giro anche per cantine, una guida imprescindibile.

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18 settembre 2007

Gil Grissom e l’Elogio dell’invecchiamento

Credevo (più che altro è mia moglie a ripetermelo e a farmi sospettare di avere ragione) di essere un po’ eccessivo nel cercare di non perdermi una puntata di C.S.I (l’originale, ma anche le appendici Miami e New York), del Dr. House, di Criminal minds (ma anche, per completezza del mio coming out televisivo, di N.C.Y.S., Senza traccia, Cold case, Bones), ovvero sia di tutte quante le serie televisive dedicate alla banalità e all’ineluttabilità del male che tra Raidue e Italia Uno ci vengono seralmente proposte in questa stagione estate – autunno.
Prima o poi, anche se con il vino non c’entra un fico secco, dovrò decidermi a raccontare (a me stesso, prima che ai lettori) i perché di questa mia strana passione per questi telefilm made in Usa realizzati con un ritmo serrato ed uno stile narrativo che non teme concorrenza alcuna (volete mettere i nostrani R.I.S. o Distretto di polizia all’amatriciana ?) e appare inimitabile.
Bene, ieri sera, iniziando la lettura di un libro appena pubblicato da Mondadori, mi sono consolato. Nel mondo del vino non sono il solo a nutrire questa passionaccia per investigatori guru, maîtres à penser della scienza forense, medici dal caratteraccio inavvicinabile, e ho trovato un ideale “complice”, sicuramente ancora più “impallinato” di me.
Si chiama Andrea Scanzi, fa lo scrittore ed il giornalista (sulla Stampa), è sommelier e degustatore ufficiale A.I.S. in quel di Arezzo e per il suo, fresco di stampa, Elogio dell’invecchiamento (Mondadori, 315 pagine, 15,50 euro), sottotitolo “Alla scoperta dei dieci migliori vini italiani”, ha pensato bene, almeno secondo me, di scrivere “A Gil Grissom, Jason Gideon, Gregory House”.
Non li conoscete? Ma dai, accidenti, sono (li vedete rispettivamente nelle foto) i protagonisti, i deus ex machina, le menti, rispettivamente di C.S.I. Las Vegas, Criminal minds e Dr. House. Io, in verità, avrei aggiunto anche Horatio Caine, protagonista di C.S.I. Miami…
Cosa c’azzeccano con quel vino di cui tratta diffusamente il libro (ne parleremo diffusamente, lasciatemi, tra un episodio e l’altro delle “nostre” cryme series, il tempo di leggerlo), questi signori ?
Niente, ma mi piace che Scanzi abbia idealmente, e scherzosamente, dedicato loro la propria fatica, un libro che si fa leggere, opera di uno che non so ancora se capisca di vino (oddio, scegliere Flavio Roddolo come figura simbolo per il capitolo sul Barolo non è, ai miei occhi, una grande pensata…), ma che sa scrivere e si fa leggere.
E con questi chiari di luna, e con l’italiacano che sfoggiano certi presunti grandi wine writer di casa (ho scritto casa, non cosa) nostra, scusate se è poco…

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29 aprile 2007

Tra natura e passione. Montalcino e il Brunello di Gianfranco Soldera

Ne ero già abbondantemente convinto prima di tornare a Montalcino venerdì 27, (per una degustazione verticale di 45 Brunello dal 1967 al 1997 di cui scriverò presto) e ne sono ancora più convinto oggi: c’é modo e modo oggi a Montalcino di intendere e “vivere” il Brunello. C’é la via dominante e, come dire, marketing oriented, pronta a compiacere, in qualsiasi modo, la potente stampa internazionale, le sue predilezioni stilistiche ed i limiti culturali e di gusto, anche a costo di modificare, anzi stravolgere sino a rendere irriconoscibile e aliena, la natura e l’identità dei vini che il glorioso marchio Brunello riportano in etichetta.
E c’é poi il modo di chi invece, anche senza intendere la tradizione in maniera immobile e museale, cerca di interpretare con fedeltà assoluta, senza accettare compromessi e condizionamenti, la verità di quella grande e difficile uva utilizzata, il Sangiovese, e di consentire ai migliori terroir, che a Montalcino non sono tantissimi, ma ci sono, di esprimere la loro voce.
Tra questi personaggi, che con determinazione e coraggio si sono fatti servitori e araldi del vero Brunello e di una grande e responsabile idea dei vini di Montalcino, il più emblematico, accanto al “grande signore del Brunello” Franco Biondi Santi (da leggere assolutamente il bellissimo libro, pubblicato da Veronelli editore, che gli ha dedicato l’amica e collega wine writer Kerin O’Keefe), é, senza alcun dubbio, Gianfranco Soldera, che ha reso Case Basse, la sua tenuta acquistata nel 1972, uno dei luoghi più magici esistenti nel mondo del vino.
Un posto unico, dotato di un fascino incredibile dove “la Natura la fa da padrone” e dove nasce non solo il più grande Brunello esistente, (che purtroppo alla degustazione di venerdì non era presente) ma uno dei migliori, e più veri, vini del mondo.

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11 aprile 2007

Breviario dei vini: nasce la prima guida interattiva sul Web

Come ho già più volte detto ho così poca considerazione delle varie guide dei vini che considero il miglior modo di relazionarsi con loro il non prenderle assolutamente sul serio. Il che equivale non solo a considerarne cum grano salis i responsi, le graduatorie, le valutazioni, senza considerarli come altrettanti vaticini e quale oro colato, ma a valutare la dimensione ludica che, volontariamente o meno, le guide, soprattutto quando dispensano scempiaggini o gratificazioni al profumo di marketing, quando esaltano come grandi vini che sono invece ciofeche imbevibili, presentano.

Se davvero con le guide dei vini, per salvaguardare l’igiene mentale, il palato ed il portafoglio, occorre scherzare, considerandole come un gioco dove l’errore, in nome della soggettività del gusto e del giudizio, è costantemente in agguato, anzi, congenito, allora non possiamo che salutare positivamente, per il suo spirito ludico, per il suo mettersi in gioco senza considerarsi il Verbo, la nascita di quella che i suoi stessi responsabili definiscono come “la prima guida interattiva con la gente”, ovvero quel Breviario dei vini edizione 2007 che Carlo Cambi Editore in Poggibonsi (località dove sabato 14 alle 16.30 presso il Teatro Politeama ci sarà la presentazione ufficiale del volume dedicato da un abitante di Poggibonsi, il giornalista Carlo Macchi, ad un altro illustrissimo abitante della cittadina toscana, il grandissimo enologo Giulio “bicchierino” Gambelli), pubblica (366 pagine 8 euro) per le cure di Andrea Zanfi.

Alla sua seconda edizione questo agile volumetto in formato tascabile che propone 365 vini, uno per ogni giornata che Bacco manda in terra, dal costo finale inferiore a 15 euro, presentando di ognuno una scheda tecnica – organolettica molto dettagliata, comprensiva dell’indicazione del numero di bottiglie prodotte, del prezzo finale rilevato in enoteca, nonché di un giudizio numerico, peraltro non enfatizzato e considerato solo come uno dei tanti elementi utili, espresso in centesimi, sul vino, cosa si è inventato ? Nientemeno, siamo o non siamo nell’epoca di Internet ?; l’interattività e la possibilità di rendere i lettori interlocutori e non semplici fruitori passivi della guida, mediante un sito Internet parallelo, collegandosi al quale, sino a tutto il novembre 2007, è possibile, dopo essersi registrati con i propri dati, esprimere un giudizio sui vini presenti in guida, scegliendo tra le opzioni di “sufficiente, buono, ottimo”, anche se, chissà, perché, non è stata inserita almeno un’opzione negativa, ad esempio “insufficiente”, che consenta di esprimere un parere dissonante rispetto ad ogni singolo vino selezionato dalla guida.
Perché può benissimo accadere che, in nome di un diverso sentire e di una soggettività di giudizio, il vino XY inserito in guida e considerato pertanto come valido possa essere considerato come qualitativamente non soddisfacente dal lettore che abbia avuto modo di assaggiarlo…

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4 aprile 2007

I grandi chef altoatesini di oggi rendono omaggio a Giancarlo Godio

Non c’è goloso o gourmet itinerante che possa contestare l’affermazione che la ristorazione in provincia di Bolzano abbia ormai raggiunto livelli qualitativi molto elevati. Del resto testimonianza di questa solare evidenza é il crescente numero di locali stellati e blasonati, premiati ad esempio dalla più affidabile delle guide, la Michelin, salito a undici, un due stelle e dieci una stella, con l’edizione 2007. Non si può pertanto non battere le mani a questi chef, tradizionali ma soprattutto creativi, che hanno introdotti elementi innovativi e di fantasia in una cucina che non si riduce più ai canederli, alla minestra d’orzo, alla selvaggina, ma ha numerose altre e spesso sorprendenti frecce al proprio arco.

Plaudendo pertanto al presente e al futuro della cucina altoatesina, occorre però ricordare come tutti i bravi giovani chef di oggi siano, volenti o no, debitori di un grandissimo cuoco italiano e piemontese, arrivato in provincia di Bolzano per amore, che fu il primo, già negli anni Settanta, a conquistare una stella Michelin, e ad indicare vie nuove, nuove sensibilità per la cucina delle splendide vallate in provincia di Bolzano.

Un grande cuoco, oltre che un grande uomo ed uno splendido amico, che si chiamava Giancarlo Godio e rese il suo ristorante Enzian, posto a quasi duemila metri in cima alla Val d’Ultimo, un santuario dell’alta cucina e una meta di riferimento per i gourmet di tutta Europa. Sono già trascorsi tredici anni dalla sua scomparsa in un incidente aereo, nel 1994, ma il ricordo di Godio, piccolo folletto dei fornelli, rimane indelebile nella mente e nel cuore di legioni di gourmet. Lo dimostra, ad esempio, la magnifica idea di pubblicare, per i tipi della Ideal Editrice di Merano (tel. 0473 491000 mail) un bellissimo volume, Alta cucina in Alto Adige (160 pagine, 39 euro) curato da Ingeborg Lanthaler e Johann Waldner e concepito in forma di ricordo di Godio e della sua cucina e di omaggio resogli da quegli chef altoatesini, gli Herbert Hintner, gli Hansi e Karl Baumgartner, i Markus Ebner e poi Anna Matscher, Jörg Trafoier, Franz Mulser, che hanno idealmente raccolto da Godio il testimone e che in questi anni si sono aggiudicati il Premio Godio creato da alcuni amici di Giancarlo (il collega Francesco Arrigoni, l’originario gruppo fondatore del Wein Festival di Merano e chi scrive) per ricordare Giancarlo e la sua genialità ai fornelli.

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22 marzo 2007

Lo Squacquerone di Romagna secondo Graziano Pozzetto

Nel campo della cultura materiale e della storia delle tradizioni gastronomiche e culinarie di un territorio sono pochissimi gli autori in Italia che possono vantare i meriti, conquistati sul campo, libro dopo libro, a suon di faticose e lunghe ricerche, consultazioni di archivi, colloqui con i diretti protagonisti, analisi e verifiche delle fonti, da un autore prolifico e generoso come il romagnolo orgoglioso e tutto d’un pezzo Graziano Pozzetto ! Appassionato bibliofilo, gastronomo, giornalista, poligrafo, Pozzetto ha posto la Romagna natia e le sue multiformi tradizioni a tavola al centro della propria sfera d’interessi e dopo essersi occupato – e averne fatto materia per libri che costituiscono autentici testi di riferimento – di formaggio di fossa, piadina romagnola tradizionale, scalogno, cucina romagnola, buona cucina del latte, e aver compiuto incursioni, extra Romagna, nel mondo della salama da sugo ferrarese, della cucina del Montefeltro e del parco del Po, ora questo autentico “gastro-umanista” torna alle proprie radici con un altro libro, ancora una volta edito dall’editore Panozzo di Rimini, dedicato ad un formaggio tipico dell’area forlivese, cesenate, imolese, riminese, com’ é Lo Squacquerone di Romagna (Panozzo editore 350 pagine 15 euro tel. 0541 24580 sito Internet).

Il libro, come gli altri che l’hanno preceduto, si propone come una summa, un’esplorazione a 360 gradi, una perlustrazione che coinvolge tutti gli aspetti, quelli produttivi, economici, culturali, sociali, riguardanti i saperi ed i sapori, il gusto, ma anche il mercato, relativi ad un formaggio povero qual’é lo Squacquerone, “formaggio vaccino fresco, di produzione rurale, casalinga, amatoriale e di autoconsumo, ottenuto con caglio naturale da latte a crudo di fresca mungitura”. Un formaggio morbido, fresco, fragile, da produrre e consumare velocemente, da servire in accompagnamento alla vera piada, ma che veniva utilizzato anche nei ripieni dei cappelletti di magro, di tortelli e ravioli e che oggi, come ci racconta e testimonia il libro, viene utilizzato nella moderna cucina anche nella preparazione di minestre e risotti, nelle crespelle, in budini, sformati, torte e tortini, servito con le patate o accostato a focacce e molte altre cose.

Dello Squacquerone Pozzetto ci racconta proprio tutto, l’etimologia del suo nome, la storia, le origini, il racconto che ne hanno fatto, nel tempo, letterati, ecclesiastici, gastronomici, ricercatori golosi, la possibilità di utilizzo in cucina attraverso qualcosa come ben 270 ricette, il suo significato per l’anima e per il vissuto romagnolo, le moderne interpretazioni da parte di grandi chef, il faticoso e discusso percorso, che ha comportato purtroppo una trasformazione profonda delle caratteristiche del formaggio, verso l’ottenimento della Dop.
Un libro di argomento gastronomico, certo, e di eccellente livello e squisita, in tutti i sensi, fattura, ma soprattutto l’appassionato, intenso, partecipato un commovente atto d’amore, da leggere come un romanzo in più portate, l’omaggio di un enciclopedista dei nostri tempi alla propria terra, alle proprie tradizioni gastronomiche, ad un mondo che é stato e che non sarà più, di cui anche lo Squacquerone é stato umile, ma autentica espressione. 

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6 marzo 2007

Rosati d’Italia: un’ottima guida firmata dal “rosatista” Massimo Di Cintio

Se davvero l’estate 2007, come hanno annunciato una serie di meteorologi le cui previsioni ci auguriamo tutti si rivelino sbagliate, seguirà le orme della sahariana estate 2003, ecologicamente parlando la prossima sarà una nuova estate all’insegna dei rosati.

Quale altro tipologia di vino difatti, vini bianchi a parte, meglio del vino “en rosé”, ci permette di rimanere nel campo dei vini di una certa consistenza e polpa senza dover per forza, cosa impossibile quando fuori ci sono trenta gradi e più, ricorrere ai vini rossi ?

Se rosati devono essere, rosati siano e già sin d’ora senza attendere l’estate, persuaso come sono che questi vini si possano bere con soddisfazione, in abbinamento ai giusti cibi, tutto l’anno e non solo quando “calienta el sol”.

Per orientarvi nel mondo, molto più variegato e ricco di quel che si pensi, di questi vini che solo sbrigativamente e superficialmente si possono liquidare come “minori”, vi consiglio di non perdere la validissima e informata introduzione che un patito dei rosati come me, il giornalista abruzzese Massimo Di Cintio, ha realizzato per la collana I Quaderni di Cucina & Vini editore in Roma. Un bel volume Rosati d’Italia (12 euro 160 pagine ampio formato) concepito in forma di repertorio e guida di etichette in ordine alfabetico, che procedono dalla Valle d’Aosta alla Sardegna, con una suddivisione dei vini per denominazione d’origine. In questo quaderno troverete qualcosa come 320 rosati, selezionati tra oltre 500 etichette, tutte fatte oggetto di degustazione meditata volta ad offrire al lettore il meglio della produzione italiana en rosé.
Di ogni vino viene fornita una scheda dettagliata, che propone, oltre alle note di degustazione e ai consigli di abbinamento ai cibi, elementi indicativi come le uve utilizzate, la gradazione, il numero di bottiglie prodotte, il prezzo medio di vendita in enoteca. Il tutto corredato da tutte le notizie utili sull’azienda produttrice. Naturalmente le regioni dominatrici di questa rassegna attenta sono le due regioni leader dei rosati italiani, Puglia e Abruzzo, ma il lettore potrà trovare anche vini provenienti anche da altre regioni che normalmente non si pensa siano terre da rosati, come ad esempio la Toscana, la Campania, la Calabria, la Sardegna, oltre a Lombardia, Trentino, Alto Adige, Marche, Sicilia, Sardegna.

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19 febbraio 2007

Grandi Rossi di Sardegna: la meditata selezione di Piero Careddu

Anche se ci dimentichiamo un po’ troppo spesso di lei, la Sardegna resta una delle regioni vinicole italiane più interessanti e autentiche e maggiormente in grado di esprimere una produzione fortemente rispettosa di una salda tradizione resa possibile dalla presenza di una serie di importanti vitigni autoctoni nonché di altri provenienti dal bacino del Mediterraneo.

Terra di bianchi sapidi ed eleganti, soprattutto base Vermentino, l’orgogliosa isola, di un vino unico ed inimitabile come la Vernaccia di Oristano, ma soprattutto patria di grandi rossi, base Cannonau, Carignano, ma anche espressione di altre uve meno note quali Bovale, Cagnulari, Pascale, che attentamente vinificati e affinati con sapienza, hanno raggiunto un livello qualitativo molto importante e grandi punte d’eccellenza.

Una nuova Sardegna del vino (e della cucina, perché le due cose non possono mai andare disgiunte) che meritava di essere raccontata e testimoniata con competenza, che aveva bisogno di un interprete che se ne facesse appassionato cantore.

Un ruolo impegnativo, sicuramente, ma che ha trovato in Piero Careddu sommelier ed enogastronomo e proprietario in Sassari del ristorante Antica Hostaria, il personaggio ideale, come dimostrano le pagine, dense di suggestioni, di entusiasmo enoico, di esperienza e di sottile suggestione, del volume, da lui curato, Selezione Grandi Rossi. Grandi vini e nuova cucina di Sardegna (180 pagine 16 euro) pubblicato per i tipi della Magnum Edizioni e impreziosito dalle belle immagini della fotografa Valeria Brandano.

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11 febbraio 2007

Turisti per cibo. Utili indicazioni golose di Martino Ragusa

Non nutro una particolare simpatia per la coppia di turisti itineranti Patrizio Roversi e Syusy Blady protagonisti di trasmissioni televisive come Turisti per caso e Velisti per caso proposte, per gli amanti del genere e della comicità non sempre trascinante del duo, agli spettatori di Rai Tre.

Eppure nonostante la scarsa predilezione per il duo bolognese, voglio ugualmente consigliarvi un libro che li vede come coautori, perché nonostante la presenza all’interno del volume, Turisti per cibo, edito da Calderini (431 pagg. 15,90 euro sito Internet) anche di cronache e raccontini di argomento gastronomico redatti, in giro per il mondo, da Roversi & Blady, questo “grand tour del buon mangiare” merita interesse e considerazione grazie alla presenza di una cospicua parte firmata da qualcuno che l’enogastronomia la mastica e la capisce, e che medico e psichiatra di formazione è poi diventato giornalista, autore televisivo, commediografo, umorista e scrittore.

Sto parlando di Martino Ragusa, il terzo autore di questo libro scritto a sei mani, che ci propone un’Italia del cibo golosa, curiosa, ricca di sapore, di straordinari artigiani, di fedeli custodi delle migliori tradizioni culinarie, di materie prime, squisitezze, attraverso una serie di lettere, ben documentate, con tanto di indirizzi, recapiti telefonici ed e-mail, inviate, dalla Valle d’Aosta sino alla Sicilia, ai due amici vagabondi in altri continenti.

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