Vino al vino

Archivio della Categoria 'La biblioteca di Bacco (e Trimalcione)'

15 dicembre 2011

Guide dei vini? No grazie! Piuttosto leggetevi la guida “non guida” di Slawka G. Scarso Il vino in Italia!

L’ho già detto più volte, qualche mese fa anche al Gastronauta di Davide Paolini su Radio 24, che non credo più di tanto all’utilità ai giorni nostri, segnati dall’informazione diffusa, veloce, in diretta assicurata dal Web, di quello strumento tradizionale che sono state (e sono) le guide dei vini.
L’ho dimostrato anche con una scelta personale, la decisione di non collaborare, anche se lo scorso anno mi ero trovato bene ed i due bravi curatori mi avevano proposto di farlo anche quest’anno, all’edizione 2012 della guida di Slow Food Slowine, dopo aver redatto una quindicina di schede nell’edizione d’esordio 2011.
Per questo motivo non mi troverete di certo a battere le mani e a celebrare il fatto singolare che l’Italia detenga il primato del Paese dove viene pubblicato il maggior numero di guide dei vini, sei, sette, otto, sinceramente ho perso il conto, battendo Paesi di grande tradizione enoica ed editoriale come Francia e Spagna oppure gli Stati Uniti.
Per questo motivo, quando ho avuto in mano Il Vino in Italia (370 pagine 16,90 euro Castelvecchi editore) il nuovo lavoro della simpatica Slawka G. Scarso, 34 enne consulente in comunicazione enogastronomica e delle arti e docente di marketing del vino presso la LUISS Business School, già collaboratrice di Bibenda, Duemilavini, Bargiornale, Vini e Tigulliovino, nonché curatrice del blog Marketing del vino, e ho letto il sottotitolo che recita Regione per regione guida narrata al turismo del vino, non ho potuto che esclamare “tu quoque Slawka!?”.
Le mie perplessità però sono durate ben poco e una volta scoperto che questo libro di guidaiolo in senso stretto ha ben poco ho potuto immergermi tranquillamente nella lettura e convincermi, come ho scritto in questa ampia recensione, di trovarmi di fronte non solo ad un libro ben fatto, intelligente, ma ad uno dei libri sul vino più riusciti e di più piacevole lettura di quest’anno.
L’ho già detto e voglio ripeterlo anche qui, il “segreto” di questo libro è molto semplice e attiene alla personalità dell’autrice, alla sua curiosità, alla sua capacità di voler capire e toccare con mano le cose e di non accontentarsi di parlare (e scrivere) di un’azienda “in modo astratto”, per sentito dire e per racconti di seconda mano, ma di dimostrare che “l’unico modo per poter sperare di capire davvero un vino sia quello di andare dove viene prodotto, vedere i vigneti innanzitutto, come sono tenuti, e la cantina, stringere la mano al produttore, passarci insieme un po’ di tempo e farsi raccontare la sua storia”.
Alla luce di questa “filosofia”, Slawka Scarso ha deciso pertanto di raccontarci una sua personale idea del vino, una sua testimonianza, in presa diretta, di quello che accade tra vigneti e cantine italiane, delineando una sorta di viaggio-itinerario, che non ha la pretesa di essere completo ed esaustivo, e potrà sempre essere completato e arricchito in un secondo momento, che l’ha condotta dalle vigne eroiche e di montagna della Valle d’Aosta ai vigneti altrettanto eroici e suggestivi dell’Etna.
L’impostazione del libro è semplice ed il tono piacevolissimamente narrativo e discorsivo, senza nessuna ascesa ex cathedra, senza voler insegnare niente a nessuno ma semplicemente testimoniare quello che si è visto, le persone incontrate, le storie, di vita e di lavoro e di fatica, di grandi passioni ed entusiasmi e spesso anche di qualche delusione (quando il tempo non fa giudizio e magari arrivano acquazzoni rovinosi e grandine) ascoltate. Partendo dalla Vallée e arrivando nelle isole, passando un po’ in tutte le regioni italiane e le principali (non tutte) le zone vinicole e le denominazioni più celebrate, a ritmo di due-tre pagine ognuna che sono altrettanti capitoli di un romanzo del vino italiano, l’autrice ci propone, con un linguaggio fresco e immune da tecnicismi, ma sempre attento a cogliere il particolare che fa la differenza, il carattere dei personaggi incontrati, una novantina di piccoli reportage in forma di racconto attraverso cantine italiane note e meno note, cantine visitate durante il 2011 in giro per l’Italia, scelte soprattutto tra aziende a conduzione familiare.
Avvertenza finale per i lettori. Ho tenuto a precisare, con soddisfazione, che questo Il vino in Italia non è una guida, deo gratias. Eppure qualcosa di “guidaiolo” il libro ha e si tratta di un aspetto molto utile, perché come scrive Slawka nell’introduzione “questo libro è una guida narrata al turismo del vino: troverete le aziende che ho visitato o solo segnalato, i sono anche i luoghi dove andare a mangiare o dove fermarsi a dormire o qualche suggerimento su cosa fare quando si è in zona, oltre ad andare per cantine, perché chi viaggia per vino sa bene che il vino è solo parte di un territorio fatto anche di cibo, natura e arte”.
E difatti le note di viaggio dimostrano, anche attraverso brevi accenni e impressioni che quei luoghi di cui parla l’autrice li ha effettivamente visitati, fermandosi a dormire e mangiare negli agriturismi, i bad & breakfast, i piccoli alberghi, le enoteche, i ristorantini che poi segnala e consiglia. In conclusione un bel libro piacevole da leggere e da far leggere magari regalandolo per Natale.
Un approccio al vino, un modo di raccontarlo (anche attraverso il blog dedicato al libro) che mi piace molto e mi convince e penso sia perfetto per il consumatore-appassionato curioso, alla ricerca di vie (e cantine) meno battute. Buona lettura!

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12 gennaio 2011

Il Sangue di Montalcino: enologi assassinati (ma è solo un romanzo) nelle terre del Brunello

Clamoroso a Montalcino hanno assassinato un enologo!
Tranquillizzatevi non si tratta di uno dei tanti winemaker che offrono i loro ben pagati servigi (talora senza un giusto corrispondente tra spesa e ricavi) nella terra del Brunello.
E’ solo una finzione, perché il Roberto Candido, enologo pluripremiato al corrente (anche lui) di inconfessabili segreti, assassinato e fatto trovare morto e stecchito in quel luogo magico che è la splendida Abbazia di Sant’Antimo, esiste solo nella fantasia, fervida, da un ex politico poi diventato giornalista quindi produttore di vino e oggi giallista.
Sto parlando di Giovanni Negri, non solo titolare e produttore di vino nell’azienda agricola Serradenari a La Morra, ma anche scrittore, giornalista, imprenditore con un passato che l’ha visto impegnato in politica come parlamentare italiano ed europeo (1983-1992) e segretario del Partito Radicale negli anni Ottanta, oggi autore, dopo aver firmato alcuni saggi (I Senzapatria e Il Paese del Non Fare) nonché alcuni libri sul mondo del vino come Il Romanzo del Vino (con Roberto Cipresso e Stefano Milioni), e Vinosofia e Vineide pubblicati da Piemme editore, di un romanzo giallo, un eno-romanzo, o meglio un eno-giallo in libreria da dicembre pubblicato per i tipi di Einaudi editore (282 pagine 18,50 euro). Titolo, ad effetto (ma tranquillizzatevi ancora, non si parla di Brunellopoli, di quella storiellina inventata, dice qualcuno, solo per consentire alla stampa di scrivere e di congetturare…) Il Sangue di Montalcino, perfetto per un’indagine poliziesca, con tanto di commissari astemi, enologi assassinati, ipotesi di stravolgimento delle tradizionali impostazioni ampelografiche di importanti zone vinicole, che vede protagonista il mondo del vino.
Incuriosito dal libro, che si legge con grande facilità e mostra indubbie doti narrative nell’autore e una notevole dose di fantasia, che lo porta ad ipotizzare scenari inquietanti per i quali si potrebbe produrre in Asia un vino simile al Barolo e studiosi di viticoltura pensano di cambiare l’identità ed il legame strettissimo vitigno identitario – territorio in alcune delle principali terre del vino italiane, ho pensato di intervistare Negri, e di chiedergli, per il sito Internet dell’A.I.S., dove potete leggere l’intervista, di raccontarci la sua trasformazione in eno-giallista e la genesi di questo simpatico romanzo.
Con la speranza che qualcuno, prima o poi, si decida a scrivere quella storia di Montalcino e del Brunello negli ultimi vent’anni, che meriterebbe viste circostanze e personaggi, colpi di scena e retroscena, la penna di un Balzac dei giorni nostri…

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1 settembre 2010

Quando il rapporto prezzo-qualità è vincente. Un libro di Luciano Pignataro

Siete persuasi (come me) che i “premium wines” saranno anche una bella cosa (soprattutto quando a fronte di un prezzo importante ci si trova di fronte ad un vino veramente grande, anzi, di più), ma che il fattore rapporto prezzo-qualità sia e dovrà essere sempre di più fondamentale nella valutazione e nella scelta di un vino?
Bene, allora non potete perdervi l’ultima fatica dell’amico e collega napoletano Luciano Pignataro, autore dell’omonimo seguitissimo wine blog, ovvero 101 vini da bere almeno una volta nella vita spendendo molto poco (Newton Compton editore).
Un libro oggetto di una recensione che potete leggere, qui, sul sito Internet dell’A.I.S.

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23 giugno 2009

Il vino come “condanna” e diabolica passione in un romanzo di Paul Torday

L’irresistibile eredità di Wilberforce


So benissimo che il mondo è bello perché e vario e che se accettiamo che siano soggettivi e personali i giudizi sul vino dobbiamo parimenti adeguarci all’idea che anche un libro che parla di vino possa piacere a qualcuno e dispiacere ad altri.
Ciò detto, reduci dalla lettura delle 300 pagine fitte, e appassionanti de L’irresistibile eredità di Wilberforce (titolo originale The Irresistible Inheritance of Wilberforce – pubblicato in Italia da Elliot Edizioni) del 63enne scrittore britannico Paul Torday, riesce davvero difficile, nonostante le premesse di cui sopra, accettare che di questo originale romanzo si possa tranquillamente scrivere, in un “giudizio critico” improvvisato, frettoloso e superficiale, “che è una mezza delusione, sia per i sommelier, che per chiunque sia appassionato di vino”.
Pur non essendo un sommelier, ma solo un attivo collaboratore dell’A.I.S. e amico di molti sommelier in gamba, ma non essendoci dubbi, credo, sulla mia antica e consolidata passione per la bevanda di Bacco, sebbene non mi sogni di certo a giudicare la seconda opera di Torday come un capolavoro, dovessi tornare per un attimo a rivestire i panni del recensore di libri che fui in passato, per la Gazzetta di Parma ed Il Giornale (quando a dirigerlo erano Montanelli e poi Vittorio Feltri), non esiterei un solo momento a pronunciare un giudizio sostanzialmente positivo su quest’opera.
Che cosa ci racconta questo romanzo? L’incredibile vicenda di un ragazzo inglese, creatore e proprietario di una società di software che l’ha reso miliardario, il cui incontro con il mondo del vino, avvenuto tramite la casuale conoscenza di un anziano nobile decaduto, collezionista di una ricca serie di Grand Crus bordolesi (ma anche di vini di minor lignaggio) determina un cambiamento a 360 gradi nella sua esistenza, trasformandolo da quasi astemio in alcolista condannato all’autodistruzione e alla morte.
La bellezza del libro, la cui narrazione adotta la figura retorica dell’analessi o retrospezione, o per dirla in termini cinematografici del flash back, consiste proprio nella descrizione della trasformazione antropologica, del protagonista, da giovane in carriera, tutto immerso nella sua attività di programmatore e con poco tempo da dedicare alla vita sociale e agli affetti, in un cultore, sempre più acceso e appassionato, di Bacco, sino a bruciare nel nome di Bacco e di un’idea divorante ed eccessiva del vino, da cui diventa dipendente come da una droga, la propria vita e quella delle persone che gli stanno attorno.
Efficace il meccanismo narrativo, la tratteggiatura dei personaggi, da Wilberforce a quel Francis Black da cui eredita il divorante amore per il vino e, pagandola però una fortuna, la collezione di Bordeaux ospitata in una cripta che è il cuore palpitante e misterioso del romanzo, sino all’affascinante Catherine, di cui Wilberforce s’innamora convincendola a sposarlo, ma firmando con ciò la sua condanna in una spirale di autodistruzione ed in una sorta di cupio dissolvi che travolgerà prima la donna poi il protagonista.
Si dimentichi di poter imparare qualcosa di tecnico e specialistico sul vino, sull’enologia, sul classement dei cru di Bordeaux chi leggerà questo libro, che è un romanzo singolare prima che un’opera specifica sul vino, ma sicuramente, anche se non ha l’abitudine e le possibilità economiche per partecipare alle grandi wine auctions, tipo quelle di Christie’s o di Sotheby’s, chiunque leggerà con attenzione e non distrattamente il libro potrà calarsi nella mentalità del collezionista pronto a tutto pur di aggiudicarsi un pezzo importante, magari per il solo piacere di esserne il proprietario, di rimirarlo, la singola bottiglia oppure intere casse da 6 o 12 pezzi, naturalmente di legno, ed il vortice in cui si rischia di essere risucchiati quando la passione perde i suoi connotati razionali.
Comprensibile che i giovani, coloro che si sono avvicinati al vino da poco oppure guardano al vino solo nella dimensione del commercio, pardon, del business, e che non hanno avuto il tempo e la saggezza per maturare una sufficiente esperienza, una dimensione culturale del vino, non arrivino a capire e scambiano quindi per inutilmente pessimista un finale, già annunciato nelle prime pagine del libro, di cui si racconta l’inevitabilità, mediante un procedimento a ritroso che ricorda, per chi ha buone letture, quel capolavoro che è A’ rebours di Karl Huysmans, storia di una nevrosi proprio come l’Irresistibile eredità, ed un destino che non poteva essere che tragico.
Anche per chi non colleziona vini, non spende patrimoni per aggiudicarsi casse su casse di grandi crus, ma semplicemente ama costruirsi e gestire con cura e attenzione, con amore, una cantina, che nei migliori casi è proprio lo specchio del suo proprietario, questo libro accende degli interrogativi inquietanti, ad esempio sulla sorte di quei vini, su quel che potrebbe accadere loro se, per un’improvvisa scomparsa del loro appassionato assemblatore, dovessero essere abbandonati a se stessi.
E fa pensare a quale particolarissimo tipo di legame, invisibile e profondo, si crei tra quelle bottiglie, che si sistemano con cura pensando di sfidare con esse il tempo, e l’immortalità, affidandole ad una vita di cui non si conoscono in alcun modo le dimensioni ed i limiti, l’inizio e la fine, e la persona che le scegli e le custodisce.
Tante cose, per chi non può che fermarsi ad una lettura superficiale del libro, ad un primo elementare livello, L’irresistibile eredità di Wilberforce racconta.
Ma ricordarlo a dei Carlo Boh, a dei Genio Bambascioni (corruzione scherzosa dei nomi di due autentici giganti della critica letteraria del Novecento Italiano, Carlo Bo e Geno Pampaloni) improvvisatisi recensori ed esegeti, è esercizio vano, quasi come il pretendere di cavare sangue da una rapa. Tempo perso, meglio lasciar perdere…

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7 gennaio 2009

Il mercante di utopie: una biografia-“beatificazione” di Oscar Farinetti

Ho letto con grande interesse l’agiografia, pardon, la biografia di Oscar Farinetti (nella foto), l’inventore di Eataly intitolata Il mercante di utopie che la giornalista Anna Sartorio (collaboratrice de Il Mondo, La Stampa, il Venerdì di Repubblica) ha pubblicato per i tipi della Sperling & Kupfer (vedi qui).
Anche se l’insistenza nei toni celebrativi adottata rende il libro più simile ad un panegirico che ad una vera e propria cronaca, il libro si fa piacevolmente leggere perché Farinetti, comunque lo si osservi e lo si possa giudicare è un assolutamente un personaggio, uno di quei tipi umani che un Balzac dei giorni nostri avrebbe celebrato nella sua Comédie humaine.
Imprenditore nato, di quelli dotati di un vero e proprio dono/bernoccolo per l’intraprendere, grande motivatore dei propri collaboratori,  ottimista per definizione e per natura, sino a puntare sull’ottimismo inteso come “profumo della vita” per un fortunato spot pubblicitario (vedi qui) con protagonista il poeta e sceneggiatore Tonino Guerra per la sua catena di negozi di elettrodomestici UniEuro.
Una sorta, mi sia consentita la boutade (che poi tanto battuta non è) di “Berlusconi di sinistra” (che di sinistra, moderata, Farinetti non ha mai nascosto di essere) abile nel coltivare le amicizie giuste negli ambienti giusti, nell’incantare con le sue intuizioni-idee-folgorazioni-visioni, nell’apparire non solo entusiasta e positivo, ma una sorta di “re mida” al quale è possibile tutto.
Per chi volesse avere un’idea della storia dell’uomo Farinetti, del suo percorso d’imprenditore, del suo passare con pari successo dagli elettrodomestici al quality food store, il libro della Sartorio è una lettura sicuramente piacevole, scorrevole e ricca di aneddoti, curiosità e motivi di suggestione.
Un libro, impostazione decisamente agiografica e in qualche parte un po’ zuccherosa a parte (avrà pure un difetto ‘sto Farinetti o è già pronto per la beatificazione in vita come il suo amico e sodale Carlin Petrini?), che vale sostanzialmente i 17 euro del prezzo di copertina ed è sicuramente ben riuscito.
Spiace solo dover segnalare, e premetto che quello che tratterò è un fatto personale, un elemento secondario che non inficia il valore del libro scritto dalla collega giornalista Sartorio, una caduta di stile, che non so se imputare alla sola autrice oppure anche al biografato, che di certo avrà rivisto le bozze e dato il suo benestare prima del fatidico “visto si stampi”, che ho individuato una volta giunto a pagina 250-251 del libro.
Per vostra comodità riporto l’intero paragrafo in oggetto. Si sta parlando di Eataly, delle reazioni, di quello che si dice e si scrive a proposito del foodstore torinese. Annota la Sartorio: “l’altro segnale sono gli attacchi e le critiche. Niente di significativo, né di gente importante, ma Oscar sa già che è un ottimo indizio. Vuol dire che ce l’ha fatta. Non si esce indenni dal successo. Un certo Ziliani, per esempio, polemizza dal suo sito perché gli è giunta voce che Farinetti intende comprare l’antica casa vinicola Borgogno: quella che fa il barolo dal 1761 e che nel 1861, per il pranzo celebrativo dell’Unità d’Italia, è finita sulla tavola del re. Attraverso Internet Ziliani contesta: “E Farinetti si regala il barolo. Ma non solo una bottiglia, un’azienda”. Come se un imprenditore dovesse rendere conto a un blogger su come intende investire i propri soldi”.
“Un certo Ziliani” vengo liquidato dall’autrice. In effetti ha ragione, rispetto ai “personaggi celebri” che, come scrive il risvolto di copertina, appaiono nel libro, non ho la presunzione di considerarmi “importante”.
Però voglio ugualmente rinviare la signora Anna Sartorio ed i lettori ovviamente N.I.P. (Not important peope) di questo blog ad un’attenta lettura (cosa che evidentemente a suo tempo non è stata fatta) di quanto scrissi un anno fa, dando per primo la notizia su Vino al Vino dell’acquisto della Borgogno da parte di Farinetti e provocando, nonostante fossi solo “un certo Ziliani”, un clamoroso ’intervento sul mio blog di Farinetti stesso con un commento molto cordiale. Leggete qui.
Il “certo Ziliani”, che la signora Sartorio nel suo libro liquida come non importante né significativo e soprattutto riduce al mero rango di blogger, ci tiene però ad informare l’autrice e magari Farinetti che prima che wine blogger, autore del wine blog che secondo il sito Blog babel risulta essere tuttora il più seguito in Italia (vedi) ) svolgo attività giornalistica dal lontano 1979, e che sono giornalista pubblicista dal 1981.
Non voglio tediare la simpatica signora con il lungo elenco dei giornali, su carta, sia italiani che esteri, per cui ho scritto o scrivo, elenco che dimostra che non sono né sconosciuto né l’ultimo arrivato nel campo del giornalismo del vino.
Evidenza dimostrata anche dal fatto che il mercante di utopie avesse preso in considerazione e non ignorato quello che il “certo Ziliani” aveva scritto, cosa che non avrebbe fatto se la notizia l’avesse data un illustre sconosciuto o uno dei tanti carneadi che infestano il Web. Tutto questo per la precisione e completezza dell’informazione.
Io non mi sono mai sognato di criticare l’acquisto di Borgogno da parte di Farinetti, che dei suoi soldi può fare quello che vuole, ci mancherebbe e non deve certo renderne conto a me. Ho fatto, da giornalista, delle considerazioni che pensavo e penso tuttora dovessero essere fatte e di cui, vedi caso, non c’è traccia nel libro, dove l’autrice, tutta presa dal suo zelo elogiativo nei confronti del mirabolante Oscar, ha preferito, con il beneplacito del biografato, ridurre il tutto al fastidioso ronzare di una zanzara, pardon, di “un blogger”. Parola, mi raccomando, pronunciata con la giusta dose di fastidio e di sopportazione. Quella che nel modo di ragionare della signora Sartorio si riserva agli sconosciuti, magari brutti, sporchi e cattivi.
So benissimo, conoscendo a fondo il mondo del giornalismo, di quali virtuosismi nell’arte di arruffianarsi un potente, di blandirlo e di compiacere la sua immagine di munifico, buono, pulito e giusto possa dare prova un collega, ma perché mai, visto che nel suo libro la giornalista mi liquidava fastidiosamente come “un certo Ziliani”, la signora Sartorio rispondendo a mie mail qualche tempo fa scriveva “l’ufficio stampa della casa editrice provvederà senz’altro a mandarle una copia del libro per la recensione sul suo visitatissimo blog” e di fronte all’ipotesi di un’intervista sul libro e sull’autore replicava “
Eh, penso che ne sarei strafelice!”?Strafelice di farsi intervistare da “un certo Ziliani”? Cosa non si fa per vendere (forse) una copia in più… 

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4 maggio 2008

The Battle for Wine and Love: una “battaglia” che ci riguarda

Se sapete l’inglese compratelo senza esitazioni, se non lo conoscete acquistatelo lo stesso, tramite Amazon (vedete qui) e trovate un amico/a anglofono che ve lo traduca e vi aiuti a entrare nell’atmosfera che l’autrice, con grande intelligenza, sensibilità e coraggio, ha creato.
Sto parlando di The Battle per Wine and Love, or How I saved the world from Parkerization (Harcourt 270 pagg. 23 dollari, ovvero 15 euro), il nuovo libro della wine writer – e wine blogger, vediAlice Feiring.
Questa, avendo appena ricevuto il libro, non è una recensione, quella seguirà, con un’intervista a Alice, che mi è stata fatta conoscere (per ora solo via mail) dal comune amico Jeremy Parzen, mio compagno d’avventura in WinoWire (vedi) e a sua volta ottimo wine blogger con Do bianchi (vedi), non appena avrò finito questo libro che dopo solo 50 pagine mi ha già conquistato, con il suo romantico donchisciottesco e un po’ utopico, quindi meraviglioso, lottare contro l’omologazione, del gusto, dei giudizi, dello stile dei vini, contro la riduzione del discorso sul vino ad un numero, che “the men from Baltimore, Maryland” (vedi) ha introdotto e impersona.
Una cosa è certa, ovvero che la “battaglia” di Alice in difesa dell’anima del vino, della sua verità, contro la sensazione di “sameness”, ovvero di assenza di identità e di radicamento in un ben determinato luogo (chiamateci pure “terroirist”, è solo un complimento) e la loro perfetta intercambiabilità, che ci assale di fronte ad una marea di vini di oggi, che badano soprattutto ad adeguarsi al gusto del potente che attribuendo loro un alto punteggio consente loro di avere successo e di vendere, a prezzi sempre più elevati, questa battaglia, veramente da Davide contro Golia, contro la “parkerizzazione” che ha attaccato alla gola e sta soffocando il mondo del vino (e di cui episodi come lo scandalo di quanto è accaduto a Montalcino sono solo una delle tante manifestazioni), è una “battaglia” che sento anche mia, profondamente. E che dovrebbe riguardare anche i lettori di Vino al Vino.
Ed è per questo che ho voluto subito lanciarvi il segnale della comparsa di un libro, e che libro!, che ci fa compagnia, che ci consola, che ripete autorevolmente, a voce alta e nella lingua ufficiale del vino, l’inglese, quello che da anni, dapprima su WineReport.com e oggi su questo piccolo, ma agguerrito e mai domo blog, vado dicendo.
Una lotta per la diversità dei vini, per l’ampelo ed eno-diversità, per la multiformità d’espressione, contro i dogmi e le “filosofie” enoiche dominanti, contro il linguaggio e le prassi enologicamente corrette, che non mi stancherò mai di condurre, ora più convinto grazie a questo libro, opera di una scrittrice molto seguita negli States – vedi – (collaboratrice del New York Times, del San Francisco Chronicle, di Condé Nast Traveler, di Time e vincitrice del James Beard Foundation Award), innamorata, come me, del vino più vero, originale e non parkerizzabile del mondo, il Barolo.
Datemi ascolto: se seguite questo blog e vi riconoscete in buona parte delle mie battaglie, questo è un libro da non perdere…

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17 marzo 2008

La cena delle meraviglie: un manifesto contro-rivoluzionario della vera cucina

Sono pronto a scommetterlo che loro, gli autori, parlo di Camilla Baresani e di Allan Bay, scrivendo La cena delle meraviglie (Feltrinelli editore), non pensavano che ad un divertissiment gastronomico, al racconto di una “cena italiana perfetta” pensata come “un gesto di ribellione estetica alla peste che ci assedia”, alla deliziosa (in tutti i sensi) ricostruzione di un momento edonistico riservato a pochi happy few.
Una volta completate le 160 godibilissime pagine, piene di ironia e di intelligenza, la cui lettura vorrei diventasse obbligatoria in tutte le scuole alberghiere e laddove si facciano corsi di cucina e ci si proponga, a qualsiasi titolo, di introdurre ai gloriosi misteri dell’ars culinaria, cucine di ristoranti e d’albergo comprese, il libro, come per una germinazione spontanea o una lievitazione imprevedibile si è trasformato in qualcosa di molto più importante.
Ha preso quota, si è riempito di significati che forse allo stadio iniziale del “progetto libro” nemmeno una scrittrice sensibile e di grande fantasia come Camilla ed un gastronomo di lungo corso e sicura sapienza come Allan, avrebbero immaginato. E sotto i loro occhi, come un soufflé un po’ capriccioso, ha preso l’aspetto, la dignità e lo spessore di un serio e motivato manifesto contro-rivoluzionario della vera cucina, che è fastosa, eccessiva, ridondante, barocca (come la voluta ripetizione di questi aggettivi), e che rappresenta, lo si voglia o meno, un fatto estetico che comprende apparenze ed eccessi. In altre parole la migliore e più colta risposta alla tristissima cucina molecolare e destrutturata oggi à la page, così schematica, triste, fredda, senza poesia e senza bellezza, asettica come il tavolo di un anatomopatologo.
Nel guardare al libro, se ci fermassimo al puro divertissiment, al pretesto, la scelta, nata da un incontro casuale all’ora dell’aperitivo in un grand hotel milanese, di mettere in pratica un progetto utopico, una cena perfetta, complessa e variegata per dieci persone, con tanto di piatti elaboratissimi, di canoni da rispettare alla lettera (dalla scelta minuziosa e un po’ maniacale delle materie prime, all’apparecchiatura, dei piatti e dei bicchieri, sino all’individuazione dei vini da proporre in abbinamento alle varie portate) godremmo solo una parte, pur importante, di questo menu che la Baresani e Bay hanno elaborato. Integrandosi peraltro splendidamente, lui, il gastronomo, preparando i piatti e fornendoci in maniera chiarissima non solo le singole ricette ma i piccoli segreti per una corretta esecuzione, lei, la scrittrice golosa, fornendo un racconto ironico, attento ad ogni minimo dettaglio, della preparazione dell’evento (l’antefatto), nonché le emozioni, quasi i profumi ed i sapori, suscitate dai piatti, l’atmosfera, un po’ à l’ancienne, tipo Pranzo di Babette o meglio ancora Chocolate (in Camilla in fondo c’è lo stesso fascino di una Juliette Binoche), di quella cena.
Con le osservazioni sui piatti, la Baresani è una temutissima e originale critica di ristoranti per il Sole 24Ore, che solo un palato allenato, un gusto sicuro (questa la sua descrizione delle ostriche al gorgonzola: “il sapore di muffa amarognola del formaggio si legava a quello metallico delle ostriche, l’odore di mare a quello di piedi, la consistenza cremosa dell’insieme ristagnava piacevolmente sul palato”), e una grande fantasia da scrittrice di alto livello, possono dare. Il libro però, oltre all’icastica descrizione dei tipi umani coinvolti in questo convivio, ognuno dei quali viene fedelmente ritratto con tanto di tic e affettazioni (sull’esperto di vini conto di tornare in altro articolo), è, come dicevo inizialmente, anche altro, una sorta di ribellione, golosa, alla “pressione culturale sul non mangiare” cui assistiamo, una rivendicazione della bellezza, dell’armonia, del rigore del gesto del cucinare, una riflessione sulla cucina che ha il potere, come in questa cena delle meraviglie, di “trasformare le materie prime in piatti squisiti”.
Non certo quei “piatti misteriosi che poi lasciano il palato insoddisfatto a chiedersi cosa diavolo si sia mandato giù”, e costringono, come in un quiz un po’ stupido e masochista, a sforzi di identificazione delle materie prime utilizzate e soprattutto della logica che ha portato il cuoco, pardon, lo Chef protagonista e demiurgo, ad elaborare cose così complicate il cui senso, qualora esista, si esaurisce nel gesto all’insegna di una creatività impazzita e auto-implosa, nel gusto di épater e provocare, magari anche solo per vedere quale reazione abbia il commensale al quale queste preparazioni vengono proposte. Esplicato chiaramente sin dall’inizio, quando Camilla invita a preparare “una cena memorabile, una sorta di sfida Italia-Resto del Mondo, post Pranzo di Babette, la prova che l’alta cucina italiana è il centro dell’universo culinario, l’origine di ogni succulenza”, una cena “decameroniana” voluta per “celebrare i fasti della bellezza e della bontà”, un’occasione conviviale “che smentisca il pregiudizio di una cucina tradizionale italiana che è solo nazional-popolare, tutta trattorie, sughe che grondano olio e pomodoro, puzza di broccoli…”, il progetto assume addirittura anche altri significati.
Un’occasione per stare bene, con dignità, con la consapevolezza ed il piacere di farlo, con gusto, compostezza ma anche allegria, a tavola, che diventa anche, proprio perché “sfida fuori dal tempo e dallo spazio, realizzazione di un’eccellenza che può apparire futile e invece rappresenta una forma di metaforico dissenso dal virus dell’odio, dell’incomprensione e della dissipazione che infuria”, e ancora, proprio perché l’atto del cibarsi è una scelta di civiltà e di cultura, un’occasione di riscatto morale, “in un momento in cui ciascuno di noi, dopo essersi sentito per gran parte della sua vita di destra o di sinistra, ora non è più di nulla, perché non riesce ad identificarsi in nessuno schieramento e vive la propria identità trasversale con amaro e nauseato disincanto”.
Con un progetto del genere questa cena delle meraviglie che almeno per lo spazio della sua durata e della sua preparazione mirava a rappresentare una parentesi di dignità, ordine, bellezza, armonia e proporzione in un mondo caotico, disordinato e sempre più brutto, non poteva di certo proporre piatti che di quella disgregazione, di quella perdita di centro, di quello smarrimento, di quella paura sono in qualche modo, con il loro essere tutto ed il contrario di tutto, ectoplasmatiche, senza consistenza e peso, la giusta rappresentazione.
Per tentare, almeno come illusione, di ricostituire un centro, un’identità certa, una fisionomia ben delineata, solida, consistente, non potevano che essere piatti della calibrata e voluta ridondanza, dell’abbondanza voluta ma non sovrabbondante o retorica.
Piatti classici, di tradizione, di riferimento come l’insalata russa (ma leggete con quale eleganza e misura Bay la interpreti), lo stoccafisso mantecato alla zangola, e poi il timballo di tagliatelle con ragù di pesce e carciofi, il risotto al Barolo con rognone di agnello (abbinato al Barolo dell’indimenticabile Bartolo Mascarello), e poi il rombo chiodato con spugnole, un incredibile pollo farcito con salsa di fichi, cuori e fegatini codificato nel suo Libro de arte coquinaria dal quattrocentesco Mastro Martino, per tacere del Fegato grasso al passito, del finto uovo fritto, della cassata all’albicocca, oltre che le già citate Ostriche al gorgonzola.
Una sequenza importante, il cui ben calcolato divenire Allan Bay, nella prima parte del capitolo che gli è riservato, il cui titolo “Silenzio, parla il cuoco” è più che mai eloquente, ricostruisce, raccontandoci “come comporre un menu”, come calibrare la proposta dei diversi piatti, il crescendo di sapori, l’importanza ed il peso delle portate, sino ad arrivare ad avere quella cena quasi perfetta che è il sogno, diventato realtà, raccontato in questo libro. Un libro bellissimo insomma, impedibile, che chi scrive avrà il privilegio di presentare in due appuntamenti, alla presenza di entrambi gli autori, che avrò la fortuna di condurre a fine marzo.
Il primo a Torino, a Eataly, venerdì 28 marzo alle 19, presentazione cui farà seguito un momento conviviale che riprenderà alcuni dei piatti proposti nel libro (vedi qui), il secondo il giorno dopo, sabato 29 marzo, nell’amatissima Langa del Barolo (vino di cui si parla nel libro), a Castiglione Falletto, alle 18, presso la Cantina Comunale.
Sarà una bella occasione di incontrare gli autori di uno dei più originali libri di argomento gastronomico dell’anno e di scoprire il fascino, antico e sempre attuale, della grande tradizionale gastronomica, della cucina italiana non minimalista, non cerebrale, non ammiccante, non à la page, sfarzosa se serve, ma soprattutto golosa.

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15 gennaio 2008

Voglia di Champagne 365 giorni l’anno: e chi mai non la prova?

Sbaglio o significa parlare chiaro, proponendo un programma assolutamente bipartisan, interclassista e interdisciplinare e riferire una sensazione che tutti condividiamo, scegliere di intitolare un libro, dedicato al re delle bollicine, nientemeno che Voglia di Champagne. 365 giorni all’anno? Candidandosi ad ottenere idealmente i consensi di tutti noi, casomai le venisse in mente di “scendere in campo” con queste parole d’ordine, Delphine Veissière, francese di nascita naturalizzata milanese (cosa che la rende quasi la Stendhal delle importatrici), ha pensato bene di affiancare alla sua attività, spumeggiante ça va sans dire, di selezionatrice e distributrice in Italia con la società La Flute (vedi) di Champagne di piccole maison e recoltant manipulant, un’attività di divulgatrice, ma direi di più di agit-prop, di missionaria della causa dello Champagne, grazie a questo bellissimo libro, che vi consiglio caldamente di acquistare al volo, di leggere e di regalare agli amici, edito da Trentaeditore.
Così ben riuscito, stuzzicante e useful, direbbero in quel Regno Unito dove di bottiglie di Champagne ne consumano qualcosa come 35 milioni ogni anno, questo libro, tanto da meritarsi un’approfondita, ed entusiasta, recensione che ho pubblicato qui (leggete) a fine 2007, nello spazio delle news del sito Internet dell’Associazione Italiana Sommeliers.
Che dire di fronte a questa intelligente opera di informazione, ad una presentazione così convincente della duttilità di utilizzo a tavola, ed in ogni situazione, di Monsieur le Champagne, l’inimitabile (sia detto con tutto il rispetto possibile per Franciacorta, Trento Doc, metodo classico italiani vari, ma anche per Cava, Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, Asti e “bollicine” varie), se non fare a Delphine i complimenti e prorompere, brandendo una flute, uno stentoreo à la santé?

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4 novembre 2007

L’Italia in tavola di Raspelli: libro crepuscolare più che “reazionario”

Voglio dirlo subito e chiaramente: nello scrivere de L’Italia in tavola, viaggio nell’Italia dei sapori in forma di ricettario scritto da Edoardo Raspelli (e pubblicato da Mondadori 525 pagg. 20 euro) ho fortemente cercato di non cedere alla tentazione di farmi condizionare dalla disistima che, negli anni (e lo conosco dal 1984) ho maturato per l’uomo.
Il mio giudizio negativo sulla persona, di cui fui amico e verso la quale ho un debito di riconoscenza che non posso dimenticare (diverse importanti collaborazioni, dal Gambero rosso a Gente Viaggi e Casaviva, mi arrivarono, ormai tanti anni fa, grazie a suoi amichevoli suggerimenti del mio nome e ad una dimostrazione di fiducia nei miei confronti) non mi ha fatto velo, credetemi, nell’occuparmi di un libro che merita un’analisi oggettiva. Ed il totale oblio che suo autore sia il personaggio che, come ho più volte raccontato (perché certe cose vanno ricordate), si è comportato in maniera tanto squallida con i suoi collaboratori-amici, nella triste vicenda della rivista Buffet, malinconicamente fallita, dopo solo quattro numeri, per vanagloria, dilettantismo e cialtroneria varia.
Vediamo dunque di raccontare, sine ira ac studio, come avrebbe detto Tacito, oppure without anger or bias, come si direbbe ai giorni nostri dell’anglofono potere, cos’abbia di positivo e di meno convincente il libro. L’idea de L’Italia in tavola, innanzitutto, è giustissima e parte dalla considerazione, ben espressa nella prefazione (la parte più riuscita, direi impeccabile ed in grado di offrire quella misura del “Raspelli pensiero” di cui purtroppo nel libro non si trova traccia) che occorra reagire ad un’idea, sbagliata e inautentica della cucina italiana che è veicolata e impersonata da tanta ristorazione che opera in Italia, ma “italiana” non è e non vuole essere.
Dice bene Raspelli, riferendosi a tanti locali che fanno sdilinquire in maniera beota quella “nouvelle critique” che ama l’avventura, “l’esperienza intellettuale”, la provocazione, la creatività spinta all’eccesso, che “nella ristorazione di casa nostra è tutto uno scopiazzare di cucchiaini, piattini e tazzine secondo la moda che arriva da due lustri dalla Spagna” e che “i grandi prodotti di casa nostra vengono snobbati” e che nel nome della “rivisitazione” (una parola che a me fa venire l’orticaria) e “a furia di alleggerire la gastronomia italiana è diventata esangue”.
La sua risposta-proposta è pertanto chiara: “recuperiamo i gusti di una volta, il sapore dei piatti d’un tempo, i nomi legati al nostro passato, ai nostri dialetti, alle nostre individualità locali”, nel nome di quella triade “Terra, Territorio, Tradizione” (marchio da lui depositato, ci fa notare…) che dà un senso a quello che mangiamo. E che connota quello che siamo, da dove veniamo, dove andiamo.
Splendida idea quella di reagire nel nome del sapore, della consistenza, della masticabilità, della riconoscibilità, del gusto (fatto anche di aglio, cipolla, nervetti e cotenne di maiale, di fegati, interiora, cotture lunghe, ragù sobbolliti per ore) ad una deriva del gusto che è sotto gli occhi di tutti e che solo gli stolti possono spacciare per “evoluzione”, per adattamento ai nostri tempi (mala tempora…), e valida l’intuizione di lanciare, quasi in forma di manifesto “contro-rivoluzionario”, una “guida” al mangiare di oggi con un occhio al passato”. Una “summa dell’Italia a tavola, quella delle case, quella che le nostre nonne interpretavano”…
Eppure, nonostante la validità dell’intuizione, perché a questa snervata, estenuata, intellettualoide e invertebrata cucina di oggi, chiamatela destrutturata o molecolare o come cavolo volete, bisognerà prima o poi, mi si perdoni la durezza, “spezzare le ossa” o quantomeno smascherarne l’inconsistenza e la fatuità,
L’Italia in tavola, da quel libro “reazionario” che avrebbe voluto essere, à la De Maistre o à la Cioran, finisce per rivelarsi solo un libro malinconicamente crepuscolare. Un libro quasi gozzaniano, che può entusiasmare solo gli Sposini di turno, che evoca la Signorina Felicita e le buone cose, talvolta di pessimo gusto, d’antan.
Per essere davvero un credibile, formidabile, solido manifesto della sana volontà di reazione di una cucina italiana, o meglio di una somma di cucine regionali italiane che sono vitali e guardano al futuro mantenendo orgogliosamente ben salde le proprie radici nel passato, il libro avrebbe dovuto essere impeccabile, esaustivo, completo, granitico nella sua formulazione, monolitico e inattaccabile. E se davvero, come scrive lo show men di Melaverde, dev’essere “il ristorante il cuore di questo recupero, di questa salvaguardia”, culturale prima che gastronomica, la scelta degli “ottimi locali del Tricolore” incaricati di fornire “due menu, uno per l’autunno/inverno, l’altro per la primavera/estate”, formati da “un antipasto, un primo, un secondo, un dolce”, ovvero dei piatti che dovevano andare a formare il cuore di questo ricettario, doveva essere rigorosa, senza lacune né compiacenze, tesa ad ottenere dai migliori regione per regione, tutti i piatti simbolo di un’Italia in tavola messa in ombra dal “ferranadrianismo” di terza mano.
Invece, e dispiace molto, i ristoranti scelti da Raspelli (e la cosa viene in qualche modo mascherata dall’assenza di un indice alfabetico di tutti i ristoranti che hanno collaborato), sembrano essere espressione non tanto del meglio assoluto, incontestabile e inattaccabile, bensì di un loro appartenere ad una sorta di “club di fedelissimi di Raspelli” o di ristoranti del suo cuore. Ai quali concedere il piacere della citazione e della partecipazione ad un libro raspelliano.
Si determina così uno scenario molto singolare di assenze e presenze (anche se determinati capisaldi e termini di riferimento assoluti fortunatamente non mancano) che sconcerta. Com’è possibile, difatti, che in due regioni che Raspelli profondamente conosce, come Valle d’Aosta e Piemonte, nella prima sia un unico, seppur valido locale a fornire le ricette, e che nella seconda non venga selezionato, come meritevole di tradizione gastronomica mostrare, nessun locale di quella Langa albese che è baluardo di tradizione e ricca di posti da non perdere, e che figuri invece un locale, ottimo, del Roero?
Clamorose, inspiegabili assenze anche tra i piatti: come diavolo si fa a dimenticare i pizzoccheri e gli sciatt di quella Valtellina (leggi) che non ottiene nemmeno l’onore di un ristorante chiamato a collaborare all’opera, oppure proporre sotto forma di generiche “tagliatelle alle verdure dell’orto” quei magici tajarin di Langa che si gustano burro e salvia, magari con una grattata di tartufo, con il sugo d’arrosto o con il ragù di coniglio?
E che fine ha fatto, magari alleggerita, ma sempre succulenta e golosa, la cassoeula o bottaggio di quella Lombardia che a Raspelli ha dato i natali? Sparita, come larga parte della cucina povera, dalla panzanella (che poi, inspiegabilmente, viene proposta da un ristorante emiliano…) alla pappa al pomodoro, oppure l’arista con fagioli all’uccelletto, il pollo fritto, i fegatelli, di quella Toscana che nel libro è ridotta solo alle scelte di due ristoratori eccellenti, La Mora di Sauro Brunicardi a Ponte a Moriano e Romano di Romano Franceschini a Viareggio, entrambi attivi in provincia di Lucca, come se la ristorazione fiorentina, senese, empolese, pistoiese, grossetana non esistesse.
E come si può accettare che gli unici locali incaricati di fornire suggestioni ed indicazioni per la cucina in Trentino ed in Alto Adige siano il Maso Cantanghel di Civezzano (che tra l’altro feci conoscere io a Raspelli) e lo storico Fink di Bressanone, come se nelle province di Trento e di Bolzano non ci fossero molti altri locali, ad esempio il Krone di Aldino o Zum Lowen a Tesimo, e non solo quelli stravaganti, new style, super innovativi che magari nel disegno raspelliano dell’opera non potevano entrare, che potevano invece testimoniare una tradizione ricca di fermenti e intelligentemente aperta al nuovo? C’è un profumo di ristorazione antica, sicuramente non modaiola, ed in molti casi seria in questo libro, ma questo non basta, perché tanta altra, in alcuni casi più qualificata e più rappresentativa, è rimasta fuori.
Non mancano poi nemmeno le stravaganze (per la serie non facciamoci mancare nulla) in questo libro che fa pensare ad un’idea intelligente ma sviluppata male e tirata via in economia, pensando che il nome di Raspelli tiri ancora. Fantomatiche “fresse” collocate in Valle d’Aosta, quando invece come “frise” sono presenti nell’area di Dogliani in Piemonte, il tonno di coniglio, simbolo goloso della Langa albese, lasciato proporre ad un ristorante (seppur valido) di Asti, la panna cotta stranamente non pervenuta, il classico bunet agli amaretti non compreso nella selezione piemontese e proposto invece, come Bunetto, in Liguria, lo stracotto di manzo al Barolo, sinonimo di Langa, proposto (seppur autorevolmente, dal tristellato Pescatore di Canneto sull’Oglio) come piatto lombardo. E poi, l’elenco sarebbe lungo, strani involtini di melanzane con salsa di zabaione al Marsala che fanno tanto Sicilia e sono invece inserite come piatto di un ristorante marchigiano. Tipica poi la “padellata di porcini e patate con fegato d’oca” ? Forse per il bravo ristoratore cremasco che la propone, non certo per la tradizione locale. Povera poi la selezione dei piatti in Puglia, troppo essenziali quelle laziali e valdostane.
Simpatico proporre, ricordando che i potenziali acquirenti del libro saranno semplici appassionati e non ristoratori, piatti dove sono indispensabili il crescione, il fieno maggengo, la borragine, ma al momento di eseguire il piatto, dove trovarli in commercio seppure in un’epoca dove “Internet, i motori di ricerca hanno velocizzato gli acquisti da lontano, hanno avvicinato il produttore al consumatore”?
Tante le cose che non convincono nel risultato finale de L’Italia in tavola, che fanno pensare ad un’operazione non meditata dall’autore quanto sarebbe stato necessario. Passi per gli abbinamenti dei vini ai piatti, che sembrano opera di Raspelli (che di vino non ha mai capito nulla, che allo spirito del vino è fondamentalmente alieno), tanto sono scolastici, banali, spesso raccogliticci, senza un filo di fantasia, di originalità, e in alcuni casi, quando non sono dilettanteschi o da Bignami, francamente sbagliati.
Non può passare invece, ed è una caduta di stile che va sottolineata, ed un qualcosa che personalmente m’indigna, il furbesco “esergo” posto prima della prefazione, dove si legge:“Ad Anna Gosetti della Salda, che rilanciò la cucina italiana e che ideò l’ormai purtroppo dimenticata Linea Italia in Cucina“.
I più giovani, i gastrofotografi ad esempio, perfetti per rendere omaggio con i loro gastroreportage a piatti più fotogenici e cromaticamente rilevanti che gustosi o reali, sicuramente non lo sanno, ma quando si parla di Linea Italia in Cucina si fa riferimento, non casuale, ad una benemerita associazione di ristoratori ispirata da Anna Gosetti della Salda e dal suo aureo volume Le ricette regionali italiane, ma fortemente voluta da un grande uomo, prima che grande cuoco e sommelier, come Franco Colombani, per anni patron della celebre Locanda del Sole di Maleo nella nebbiosa Bassa lodigiana.
Un uomo, Colombani, che seppe radunare attorno a sé e motivare, fungendo come termine di riferimento, ottimi ristoranti come Dal Pescatore a Canneto sull’Oglio, il Bersagliere a Goito, il Cigno a Mantova, Boschetti a Tricesimo in Friuli, Romano a Viareggio, La Mora a Ponte Moriano, Giovanni a Cortina di Alseno, l’Amelia di Mestre, la Contea a Neive, per citare solo i primi che mi vengono in mente.
In quei primi anni Ottanta, reagendo alla “nouvelle cuisine” dominante e alle sue degenerazioni, Colombani e Linea Italia in cucina proponevano un’idea della cucina italiana regionale moderna, ma con le radici ben salde, e vigili, nella tradizione. Comprensibile quindi che Raspelli nel voler definire lo spirito della sua Italia in tavola e dell’operazione recupero (di tradizioni, misura, buon senso, gusto, sapore, concretezza) cui sembrerebbe mirare si spinga a citare Linea Italia in cucina.
Squallido, invece, che lo faccia evitando accuratamente di citare Colombani, che ne fu indimenticabile ed indimenticato mentore, fino alla sua tragica scomparsa anni fa. Certo, non sarebbe stato agevole ricordare che quel Colombani era lo stesso patron dello stesso locale stroncato ferocemente da Raspelli, ricordo benissimo l’articolo e le discussioni, a proposito, avute con Edoardo. Questo anche se, due anni fa, in una sua recensione di un locale nel cremonese il “Savonarola della buona tavola”, l’inflessibile e occhiuto gastrocritico, arrivava disinvoltamente a scrivere, senza pudore, che “a un passo da qui, già provincia di Lodi, al Sole di Maleo, Franco Colombani mi prendeva per la gola con il collo d’oca ripieno”. Piatto buono e mitico lo era davvero, anche se Raspelli non l’ha, vedi caso, ritenuto degno di figurare nella selezione di piatti lombardi che figura nella sua fatica…
Poco credibile pertanto il collegarsi idealmente a Linea Italia in cucina per dare una patente di nobiltà al proprio progetto “di ricostruire, con l’aiuto di professionisti, l’Italia della buona cucina di una volta, di ieri ma anche di oggi e di domani”.
Per quanto provi ad essere l’autorevole e credibile punto di riferimento di un’Italia della cucina e della ristorazione che dice no a sifoni, cyberegg, ostriche virtuali e patetiche stravaganze varie, a Raspelli non può non attagliarsi su misura, a pennello, questa gozzaniana confessione: “io fui l’uomo d’altri tempi, un buono sentimentale giovine romantico… Quello che fingo d’essere e non sono!”….
Il meglio di sé ormai l’ha già dato, il resto è solo mestiere, o puro business…

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27 ottobre 2007

Break please! The Barolo Brothers: una bella “biografia” di Mario Mariani

Come si dice nel pugilato, quando i due contendenti non rispettano più le regole e sparano scompostamente e rabbiosamente colpi sotto la cintura, break!
Continuiamo pure, con civiltà e ironia, magari sorridendo per le uscite di qualcuno o indignandoci, ma moderatamente, per l’estremismo di altri, a discutere di questa querelle altoatesina-sudtirolese che tanti interventi ha suscitato, ma, visto che il blog si chiama e continuerà a chiamarsi Vino al Vino, torniamo, come qualche lettore ha suggerito, a temi vinosi.
Bene, per rilassare gli animi, vi consiglio di andare velocemente in libreria e versando 17 euro, (che per un libro di 120 pagine non sono pochini…) di portarvi a casa e mettervi subito a leggere, magari facendovi accompagnare nella lettura da un bicchiere di Barbaresco o di Barolo e dalla musica di Paolo Conte in sottofondo, il bel libro che Mario Mariani ha dedicato ai due fratelli più famosi del mondo del vino di Langa, The Barolo Brothers, Bruno e Marcello Ceretto (Veronelli editore, collana I semi).
Protagonista è il fantastico percorso professionale che due persone di grande valore, molto diverse tra loro, ma perfettamente complementari e impensabili l’uno senza l’altro, vulcanico, estroverso e protagonista Bruno, introverso, riflessivo, discreto, amante del silenzio e dei chiaroscuri Marcello, hanno compiuto in quarant’anni, portando l’azienda fondata dal babbo Riccardo al prestigio e alla notorietà, anche mediatica, che è sotto gli occhi di tutti. Ma, parallelo e sotteso al racconto delle imprese, imprenditoriali, agricole, commerciali, vinicole, dei due fratelli, passata per il Blangé, la Cappella del Barolo su alle Brunate, Bricco Rocche ed il suo celebre Cubo di cristallo a Castiglione Falletto, il Premio Langhe Ceretto, e poi Piazza Duomo e la Piola ad Alba, tutte tappe (come altre non meno importanti) perfettamente ricostruite e raccontate, con garbo e sensibilità da narratore di rango, da Mariani, il libro è anche e soprattutto altro.
E’ un omaggio, un vero canto d’amore dedicato alla Langa, quella di Pavese e del Moscato, di Fenoglio e della Malora, di Giovanni Arpino, una terra speciale dove chi fa vino, comunque lo faccia, non si limita a tradurre in una bevanda quello che un fazzoletto di terra, con le uve che ci crescono, ha espresso, ma fa qualcosa di più e diventa, consapevolmente o no, cantore di un epos che ha nei vignaioli di Langa, dai più sinceri ai più furbi, magari “falsi e cortesi” come si dice, dai più ritrosi e “orsi” (pensa a Bruno Giacosa e a Giovanni Conterno) ai più caciaroni e festaioli (Domenico Clerico) o artistoidi (Baldo Cappellano e Beppe “Citrico” Rinaldi), i propri eroi, i protagonisti di una leggenda che si rinnova anno dopo anno, ogni vendemmia che Dio e Bacco mandano in cantina. Tornerò ancora, dettagliatamente, su questo bel libro che ha il grande pregio, non indifferente, dell’asciuttezza, del tenersi lontano da ogni tentazione apologetica, che trattando di un personaggio debordante come Bruno (il più grande “battitore di marciapiedi” della storia del vino piemontese: la definizione, molto tranchant, è sua…), un grande realizzatore di cose, uno che fa e ama fare, che non sta mai fermo, anche ora che, entrati figli e nipoti in azienda, potrebbe rilassarsi, verrebbe naturale.
Per il momento, suggerendovi di non perdervi le pagine sul “capitalismo turatiano” che ispirarono l’esemplare operazione Vignaioli di Santo Stefano, quelle dove Marcello testimonia il proprio rapporto viscerale con il Nebbiolo, le descrizioni di quella Langa misteriosa, fascinosa, assorta che è la base, l’habitat naturale dove i due Barolo Brothers fanno ritorno, come rispondendo ad un richiamo interiore, dopo ogni loro exploit in giro per l’enoico mondo, penso che proprio la lettura di questo bel libro possa essere l’ideale accompagnamento per un fine settimana vinoso. E per restituire serenità al dibattito su questo blog, avvelenato un po’ dalle discussioni sulla scottante, e sempre aperta, “questione sudtirolese”…  

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