Produttori di Montalcino: ma è davvero questo il vostro pensiero?
E’ stato molto interessante, anzi, rivelatorio assistere ieri sera poco dopo mezzanotte alla puntata del settimanale di approfondimento del TG 5 Terra, curato da Toni Capuozzo con Sandro Provvisionato, dedicato, l’attualità lo richiedeva, al tema, quanto mai complesso, della sicurezza su quel che mangiamo e beviamo, su sofisticazioni, ricerca di una filiera alimentare più corta, tutela del consumatore.
In un ampio contenitore nel quale sono stati inseriti servizi dedicati alle sofisticazioni sul vino (da Veronella a Massafra nel tarantino), a figure di irriducibili sofisticatori che ritengono lecito aggiungere acqua e zucchero e altro a quella robaccia che commercializzano, itinerari nel mondo del biologico, ovviamente una celebrazione, oggi in Italia non si può farne a meno di Slow Food, e poi servizi sul pane prodotto da forni abusivi in provincia di Napoli (che sono il 50 per cento dei 3000 complessivi…), si è parlato anche del Brunello.
Con quell’effetto confusione che giustamente si è contestato e per il quale ci si è indignati, non si sa con quale legittimità e coerenza, nel caso degli articoli dell’Espresso, si è dedicato un servizio, La verità del Brunello, firmato da Marco Corrias, dedicato a quanto è accaduto e quanto sta succedendo a Montalcino.
Si è attribuito all’Espresso, al famoso numero pubblicato il venerdì del Vinitaly, il “merito” di aver raccontato (ma diversi altri l’avevano già fatto prima, in verità) quanto stava accadendo nell’universo della celebre denominazione, e si sono ascoltati due produttori, il buon Patrizio Cencioni, nel ruolo di vice presidente del Consorzio, e Andrea Costanti come produttore storico.
Questo mentre l’autore del servizio informava correttamente lo spettatore sull’accaduto, ovvero sul fatto che alcuni produttori, nomi notissimi (che in televisione, in omaggio al garantismo, non sono stati fatti), siano stati messi sotto inchiesta per aver prodotto Brunello addizionato di Cabernet o Merlot.
Però, mentre un come al solito asciutto e questa volta palesemente imbarazzato Cencioni si limitava ad affermare che a Montalcino ci sono vigne più che sufficienti per produrre i vini di Montalcino senza aver bisogno di “tagliarli” con vini provenienti da fuori, e rispondeva genericamente (cosa diavolo avrebbe potuto rispondere peraltro?) alla domanda se i produttori trovati colpevoli di non aver rispettato il disciplinare sarebbero stati espulsi dal Consorzio, Andrea Costanti, dal 1983 alla testa dell’azienda posta al Colle al Matrichese, erede di una dinastia di patrizi senesi che compaiono nella storia di Montalcino a partire dal XV° secolo e che come scritto sul sito Internet aziendale (vedi) “risultano tra le 242 famiglie senesi che il 21 aprile di quell’anno, insieme a 435 famiglie del popolo, si rivolsero verso Montalcino insofferenti dell’incombente dominio della guelfa Firenze, nella speranza di erigere un’ultima roccaforte dell’indipendenza senese”, non si è sottratto alle domande dell’intervistatore, ma ha detto, con assoluta chiarezza, quello che pensa.
Purtroppo l’erede di Tito ed Emilio Costanti ha detto cose da lasciare assolutamente stupefatti, perché se appartiene al mondo del lapalissiano e del politicamente corretto affermare “non si può negare che esistessero dei vini più moderni sul mercato”, che è frase che dice tutto e dice niente, ed è stato giustissimo ricordare che il mondo del Brunello si è dato delle “regole più che centenarie” e sono stati i produttori di Montalcino a darsi un regolamento che prevede che per la produzione di Brunello si utilizzino solo uve Sangiovese e non altre, inspiegabile, anzi assurda è stata la risposta alla domanda sull’atteggiamento delle aziende che secondo l’intervistatore “avrebbero ceduto alle lusinghe del mercato”. Che è un modo elegante per dire che avrebbero compiuto un reato di frode in commercio e imbrogliato il consumatore vendendo una cosa che è ben diversa da quella che il consumatore aveva pagato, fior di soldi, per avere.
Costanti, dicendo “non conosco la situazione nelle cantine dei colleghi”, ha affermato che se altre uve sono state aggiunte è stato “solo a scopo migliorativo della qualità”. Inoltre, come se non bastasse questa affermazione, ha aggiunto che parlare e sparlare del Brunello, vino noto e mediatico quant’altri pochi, è stato fatto praticamente per “pompare” e dare ancora più eco allo scandalo Velenitaly, fatto scoppiare proprio in occasione del Vinitaly.
Spiace rilevare come un produttore intelligente e di esperienza come Costanti, non l’ultimo arrivato o uno sprovveduto, si possa lasciare ad andare ad affermazioni del genere, come se non sapesse benissimo, come sanno anche i sassi a Montalcino, che l’inchiesta su quanto è accaduto in questi anni (e non solo relativamente ad alcuni comportamenti disinvolti adottati per i vini dell’annata 2003), è nata diversi mesi fa, quando il Vinitaly era ancora lontano, quando di Velenitaly non si era ancora scritto e parlato, quando l’Espresso e altri non avevano alcuna intenzione di scrivere, negativamente, di Montalcino, anche se i motivi per farlo c’erano già tutti, perché certi vini parlavano, bastava guardarli, annusarli, assaggiarli, per capire che del disciplinare di produzione e delle sue regole avevano fatto strame.
Allucinante, invece, e molto preoccupante se questo dovesse essere il pensiero diffuso, la forma mentis dei produttori di Montalcino posti di fronte all’evidenza che qualcuno di loro è stato beccato con le mani nel sacco, intento a produrre un Brunello secondo proprio uso e consumo e ad uso di parte del mercato e di una stampa tanto beota o complice (ottusi o collusi?) da bersi per vero quello che invece era solo abilmente artefatto, riscontrare che per Costanti e per altri produttori di Montalcino (temo molti) agire in tal modo aggiungendo Cabernet o Merlot o chissà che al Sangiovese è configurabile come un’azione fatta “solo a scopo migliorativo della qualità”.
Se così la pensano a Montalcino e da tanti segnali stanno dimostrando di pensarla così, infastiditi, come ho già scritto (leggi) dal clamore, dalle indagini, da quello che alcuni irriducibili romantici (quorum ego) si ostinano a pensare, che occorre fare quadrato attorno al vero Brunello, a proteggerlo, a distinguere tra una maggioranza di produttori seri e rispettosi delle leggi e una minoranza di furboni del vigneto e della cantina (potenti e sostenuti dalla stampa di potere), e che oggi servano chiarezza, trasparenza, controlli, serietà, severità, coerenza, allora credo che con un mondo che giustifica chi ha sbagliato scientemente e che minimizza, copre, assolve, l’operato di questa minoranza arrogante e cialtrona, il sottoscritto non avrà davvero più nulla a che spartire. Perché non c’è dialogo possibile, secondo quel “pirla” che sono e sono orgoglioso di essere, tra chi vorrebbe un mondo del Brunello serio, onesto, impegnato a difendere l’unicità e la possibilità di grandezza del proprio vino e chi invece, per quieto vivere, perché le polemiche, le inchieste arrecano disturbo al business, giustifica, invece di scagliarsi contro, chi ha frodato una legge dello Stato, chi ha preso per il naso (e altre parti) non solo il consumatore ma i produttori che hanno rispettato le leggi.
Se ai produttori di Montalcino va bene questo mondo dove i furbi possono continuare a fare i furbi e a farla franca, dove taroccare il Brunello ci viene presentato, suvvia!, come un esercizio fatto solo “a scopo migliorativo della qualità”, se i produttori di Montalcino pensano, ma ce lo giustifichino tecnicamente e con parole convincenti perdiana!, che per produrre un Brunello “migliore” sia opportuno imbastardirlo con iniezioni di Cabernet e Merlot o chissà che, bene, allora di questo mondo del Brunello personalmente non so più che farmene, tanto lo ritengo alieno, lontanissimo dal mio modo di pensare.
Che è quello, si badi bene, di tanti consumatori che di fronte ad un mondo produttivo brunellesco pronto a giustificare i furbi e propenso ad arrangiare i vini, nel nome del mercato e del dio danaro, potrebbero benissimo, molto più di Ziliani, incazzarsi e dire, bene allora il vostro Brunello riveduto e corretto bevetevelo voi, perché noi vogliamo un Brunello che sia veramente Brunello a base di Sangiovese e non altre cose.
Il buon senso, posso dirlo, la decenza, la dignità, un pizzico di orgoglio avrebbero previsto che i produttori di Montalcino se la prendessero e di brutto, con quei produttori che hanno infranto le regole, che hanno buggerato chi le ha rispettate, che hanno pregiudicato con i loro comportamenti disinvolti un’immagine e una credibilità del Brunello costruita con un faticoso lavoro di anni.
Invece e questo mi amareggia profondamente e un po’ mi nausea, ci si trova di fronte ad un atteggiamento, mi si perdoni la parola forte, un po’ “omertoso”, che giustifica, perdona, trova scusanti, ma non solo, assegna valenze positive, il presunto cosiddetto “miglioramento della qualità”, a chi delle regole, quelle vigenti, quelle che i produttori si sono liberamente dati, se ne è totalmente e spudoratamente fregato.
Cari amici produttori di Montalcino, se a voi va bene un mondo del Brunello del genere, tenetevelo, io, di un comparto produttivo dove quelli presi in giro, voi, difendono e proteggono i furbi ed i disonesti, non so proprio che farmene, non mi interessa, non mi appartiene, mi fa discretamente orrore. Io il mio punto di vista sulla vicenda l’ho espresso con chiarezza più volte, anche ad uso dei lettori di lingua inglese, su VinoWire (leggi qui).
Ben altro, cari signori, fu il comportamento dei produttori di Barolo, di una minoranza “militante”, dignitosa, battagliera, orgogliosa, che di fronte al comportamento altrettanto disinvolto di qualche furbetto che per anni pensò “bene” di taroccare il Barolo con altre uve, proprio come ora alcuni taroccano il Brunello (ed in entrambi i casi la stampa di regime, praticamente tutte le guide hanno portato in palmo di mano proprio quei vini…), non trovò giustificazione per quei cialtroni, ma li attaccò di petto, trovò il modo di isolarli nella coscienza pubblica, di cercare e trovare sostegno in quella parte, piccola, della stampa che ieri come oggi non è disponibile, nel nome di una presenta imbecille idea di modernità e di aggiornamento dei vini, ad accettare Barolo, Barbaresco, Brunello, o chissà che, riveduti e corretti in salsa bordolese.
Questo atteggiamento portò alla sconfitta della minoranza dei taroccatori. Il vostro atteggiamento giustificazionista, le vostre attenuanti, il vostro silenzio assurdo, il dissenso, non taciuto, verso chi forse più di voi sta cercando di difendere il Brunello, porteranno, temo, ad una sola cosa, alla morte del Brunello, o alla trasformazione di quel vino che tanto abbiamo amato in un’altra cosa, molto diversa, alla sconfitta di un’idea del Brunello che veda nel Sangiovese l’unico emblema. Contenti voi…
Non c’è giorno, ultimamente, che la stampa non pubblichi qualche brutta notizia relativa a scandali, sofisticazioni, sequestri, scoperte di irregolarità, difformità che toccano il mondo del vino, o piuttosto un sottobosco che ha ben poco ha che fare con la produzione seria di un prodotto salutare e buono come il vino.
Dicono le cronache (parola grossa a dire il vero) che il conte Francesco Marone Cinzano, presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino (qui ritratto in una foto di Fabio Di Pietro recuperata dal sito Internet consortile, -
Ricordate, l’ottima, dignitosissima uscita del direttore delle Guide dell’Espresso Enzo Vizzari, che di fronte alla copertina dell’Espresso, parlo del settimanale, con il clamoroso, allucinante titolo di Velenitaly, sparato in piena fiera del vino a Verona, aveva dichiarato “Non vado a sindacare sulle scelte fatte ma come uomo libero, ancor prima che come uomo del gruppo L’Espresso, mi vergogno di quella copertina” ?
Con una coincidenza che non può essere casuale, ma voluta, o che invece è un clamoroso involontario scivolone, mentre da Montalcino sono arrivate fior di notizie e conferme del coinvolgimento di alcune notissime aziende, ovvero
In questa ridda di notizie, indiscrezioni, commenti, e scarse prese di posizione ufficiali (che per conoscerle bisogna andare
Che collocata in questo contesto sorprende e sconcerta non poco, perché il Cavaliere ha dimenticato di raccontarci in questo capitolo ed in questa parte del libro (il lettore poi ci arriverà più oltre, nel capitolo XXVI) la reale portata di questa sua affermazione.
Ha fatto e continua a fare discutere il post (
Pochi i vini da me trovati come dotati di un sense of terroir, di un’articolazione aromatica dove le note floreali si sposano con un frutto croccante e succoso, con note minerali e terrose, con freschezza e fragranza d’espressione, con garbo, e dove il frutto si dispone in bocca polputo, godibile, stimolato da una bella acidità che invita al bere ed equilibra e dà nerbo e scatto al frutto.
Ieri Paolo Massobrio nella sua Notizia del Giorno inviata via mail dal Club di Papillon a chi ne fa richiesta pubblicava, dopo una news intitolata “Brunello Superstar” dedicata al “
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