Vino al vino

Archivio della Categoria 'Interrogativi'

11 ottobre 2011

Guai ad avere dubbi sui premi a certi vini: altrimenti gli esagitati del Web si scatenano

Ma che razza di persone animate da quale idea del confronto di idee, del rispetto delle idee degli altri, nonché della buona educazione e di quella che in termini moderni si chiama netiquette, girano per siti e blog del vino?
Per farvi capire come oltre a persone civili ci siano anche tanti esagitati, ai quali viene spesso lasciata libertà di insulto da moderatori troppo tolleranti, o distratti (non voglio pensare altro) vi voglio raccontare un’istruttiva storiella che mi riguarda.
Qualche giorno fa ho letto sul seguitissimo blog Intravino (con alcuni suoi redattori ho ottimi rapporti, di stima e credo persino di amicizia) questo post.
Nell’articolo, firmato dal buon Antonio Tomacelli da Cerignola, si parlava di una classifica pubblicata da Winenews di cui Tomacelli dice “che non mi convince affatto. È il best of, ottenuto incrociando i risultati di tutte le guide vini pubblicate sinora, quei vini — pochissimi in realtà — che hanno ottenuto premi (trebicchieri, cinquegrappoli, quattronespole) mettendo d’accordo tutti.
Quanti sono? Né quattrocento e né quaranta: solo quattro. Eccoli: Giacomo Conterno, Barolo Monfortino Riserva 2004, La Cerbaiola-Salvioni, Brunello di Montalcino 2006, Tenuta San Guido, Bolgheri Sassicaia 2008, Gianfranco Fino, Primitivo di Manduria Es 2009”.
Stupefatto, ma non troppo, dalla presenza del supervalutatissimo vino pugliese accanto a tre autentici mostri sacri dotati di storia e costanza qualitativa, mi sono permesso, anche scherzosamente, di postare un commento.
A proposito del quale va premesso che è stato espresso da una persona, il sottoscritto, che di vini pugliesi scrive da vent’anni, che la Puglia frequenta, conosce e ama. E dove contribuisce ad organizzare anche iniziative di un qualche successo…
Ho commentato: “Anto’, anche se sei pugliese e magari gioisci per l’exploit del vino tuo conterraneo, mi consenti una domanda? Come direbbe quel tale, ma che ci azzecca, il Primitivo di Manduria Es 2009 di Gianfranco Fino, che ho incrociato nei giorni scorsi in quel di Lecce, con vini veramente straordinari come il Barolo Monfortino Riserva 2004 di Giacomo Conterno, il Brunello di Montalcino 2006 La Cerbaiola-Salvioni, il Bolgheri Sassicaia 2008 di Tenuta San Guido? Ecco il vero insondabile mistero…”.
Apriti cielo!
Come è stata definita, in totale libertà, senza che nessuno da Intravino, sino alle 16.43 di oggi, martedì 11 ottobre, intervenisse a moderare, ad invitare i commentatori ad usare un diverso linguaggio e a non scadere nell’insulto gratuito e becero, la mia piccolissima chiosa?
Eccovi una piccola crestomazia:
1) “attacco a freddo ad un piccolissimo Produttore che tutti i giorni, da più di sette anni, si fa il cosiddetto per portare a casa il raccolto d’uva necessario a fare le poche bottiglie che produce”;
2) “il tipo citato sopra che di vini ne capisce ben poco, vallo a chiedere ad alcuni produttori piemontesi lo scherzo che gli hanno giocato alcuni anni fa, roba da fare rabbrividire un astemio. Costui ha perso l’ennesima occasione per tacere e come al solito dimostra di essere intasato dal veleno e dall’odio per tutto il genere umano, specialmente verso quelli che si mettono giustamente in mostra e nella vita hanno combinato qualcosa di positivo”;
3) “più che un parere tecnico sembra un commento carico di livore. peccato. io ho assaggiato tutte le annate di Es e lo trovo un ottimo vino. Incoraggiare e sostenere la qualità vuol dire rompere vecchi e stantii sistemi di valutazione che forse non sempre hanno tenuto conto del reale valore qualitativo di un prodotto.
Peccato, a mio parere, il signor Ziliani ha perso una buona occasione per tacere. La Puglia continua e continuerà ad accogliere con gentilezza il signor Ziliani nonostante il livore evidente di questo suo commento”;
4)  “Dato che qui su Intravino si è limitato ad una squallida provocazione perdendo, come diceva Monica, una buona occasione per tacere”;
5) “Male Monica, molto male, costui non dovrebbe piu’ mettere piede in Puglia, se fossi un pugliese…..a calci in culo lo prenderei. Sciò, sciò vattene”;
6)“Mastro Ziliani ha detto una leggera puttanata, peccato. Anche i migliori sbagliano a volte”;
7) “La mia precedente recensione è stata oscurata forse perchè ho picchiato duro contro F. Ziliani e le sue infondate ed immorali considerazioni circa l’ Es e Gianfranco Fino. Vado in bestia quando si critica un Vino, una novità, il produttore e di conseguenza il suo operato, senza alcun criterio e cognizione”;
8) “in questione sembra un intervento pieno di livore verso il “plebeo” che ha osato entrare, con pari dignità, nella corte nobiliare.
I titoli nobiliari, però, sono diventati un po’ logori e desueti ed oggigiorno, i “nobili” più intelligenti sanno dialogare, con pari dignità, con chiunque.
Certamente il “Principe” Monfortino, il “Granduca” Brunello della Cerbaiola Salvioni o il “Conte” Sassicaia sono felicissimi di accogliere tra loro il “Marchese” Fino, utile a dare nuovi slanci alla fama di tutta la “nobiltà” italiana e solo qualche nobile decaduto e bigotto si scandalizza per l’ingresso di nuovi virgulti nella cerchia della grande nobiltà di sangue blu”.

Finalmente alle 16.43 di oggi Alessandro Morichetti ed Intravino si sono svegliati dalla loro lunga dormita e hanno scritto:
“16.43 Mettiamola così: la prossima volta che lei pensa di prendere qualcuno “a calci in culo” sarà anche l’ultima che commenta su questo blog. Uomo avvisato…”.
Domanda: come vogliamo definire lo spirito di dialogo, la democrazia che anima questi signori? E quale è il loro concetto di tolleranza e di rispetto dell’altro?
E di quale delitto di “lesa maestà” enoica mi sarei reso colpevole per aver ironizzato sul fatto che un vino che conosco e non mi piace, che ho assaggiato e non mi sembra possa rappresentare al suo meglio la produzione vitivinicola pugliese di qualità, mi suona strano che possa figurare in una seppur discutibile graduatoria dei migliori vini d’Italia, secondo le varie guide, accanto a vini veramente straordinari, esemplari, dotati di storia e prestigio come il Barolo Monfortino, il Brunello di Giulio Salvioni, ed un vino per cui non vado matto, ma che rappresenta sicuramente qualcosa, come il Sassicaia?
Possibile che il vino di Gianfranco Fino e della sua gentile consorte possa risultare più importante di una marea di vini piemontesi, toscani, veneti, sudtirolesi, campani, siciliani, e anche pugliesi, ecc. che hanno fatto davvero la storia e la leggenda dei vini italiani di alta gamma? Possibile che io possa essere mediaticamente “linciato” per aver fatto queste domande?
A voi, lettori di Vino al vino, la risposta.

91 Commenti »

28 settembre 2011

Perché è nata la Doc Sicilia? Ma per accedere ai fondi UE, che domanda!

Così parlo il Presidente di Assovini Sicilia Antonio Rallo

Scordatevi, o poveri illusi che non siete altro, la convinzione che una denominazione d’origine, che di Doc o Docg si tratti poco importa, nasca e venga creata, grazie al lavoro comune e concorde di produttori che agiscono nella stessa zona per dare un quadro normativo preciso e condiviso, un’identità, un destino e una tutela, e nello stesso tempo fare promozione, al loro vino.
Tramontata al punto da apparire un po’ patetica e donchisciottesca l’epoca delle Doc “di testimonianza”, eroiche e beatamente un po’ folli come Carema, Donnas, Boca, Loazzolo, Rubino di Cantavenna, che qualcuno sicuramente giudicherà anacronistiche e anti-economiche perché troppo minuscole.
Oggi, nell’era del pragmatismo imperante, quando sono la praticità e la prosa (nel senso di prosaico) e non più la poesia a dominare e guidare le scelte anche nel mondo del vino, sono ben altre le motivazioni che spingono a creare nuove Doc.
Magari ben infiocchettate e rese più splendenti e nobili all’aspetto dalle parole d’ordine della “valorizzazione”, del “fare sistema”, delle “sinergie”, delle “conquiste dei nuovi mercati esteri” e dei novelli consumatori, le nuove logiche che portano alla creazione di una nuova Doc sono perfettamente e chiarissimamente espresse da una recente dichiarazione rilasciata a Luigi Franchi della rivista Catering news da Antonio Rallo (ritratto nella foto in fondo), titolare dell’azienda Donnafugata e neo presidente di Assovini Sicilia.
Una “associazione di produttori senza fini di lucro che costituisce l’espressione unitaria dei soggetti imprenditoriali e professionali che svolgono attività economiche nel settore vitivinicolo siciliano”.
Cosa ha dichiarato il presidente di questo “club” che come viene con grande modestia dichiarato sulle pagine Web dell’associazione “riunisce le aziende siciliane che producono vini di qualità e sono capaci di stare sul mercato, realizzando fatturato e sviluppo in un modello d’economia di tipo sostenibile, che valorizza il lavoro dell’uomo, tutela il paesaggio e recupera il patrimonio immobiliare esistente.
E’ l’insieme delle imprese e delle famiglie che rappresentano nel mondo la Sicilia migliore e, insieme ai loro vini, promuovono il territorio e il movimento turistico di qualità verso l’isola”?
Commentando la recente creazione, avvenuta tra molte discussioni, polemiche, perplessità e forti dubbi, della vastissima denominazione regionale Doc Sicilia (leggete qui il disciplinare di produzione) Antonio Rallo dopo aver ovviamente premesso che “il brand Sicilia ci permetterà di essere più facilmente riconoscibili e quindi appetibili agli occhi del consumatore straniero” (proprio come avevo detto sopra: trattasi di ritornello buono a tutti gli usi) ha testualmente dichiarato: “Non da ultimo, la Doc Sicilia offre il vantaggio di poter accedere con più facilità ai fondi che l’Unione Europea mette a disposizione per la promozione attraverso la OCM vino. L’importante è che i soldi si spendano bene”.
Evviva la franchezza amici miei!
Dalle Doc “bicicletta”, come amava definirle il cavalier Rivella nel corso della sua presidenza del Comitato nazionale vini Doc, siamo ormai arrivati alle Doc “cassaforte”, mero strumento di carattere finanziario per accedere ai fondi comunitari, per mettere mano ai dané che “Mamma CEE” è pronta ad elargire in nome della promozione.
Poco conta quale sia l’identità ed il senso di ciò che si va a promuovere, se la nuova Doc sarà una cosa seria oppure un gran calderone dove per la serie “avanti c’è posto”! trovano posto Bianco (anche nella tipologia vendemmia tardiva), Rosso (anche vendemmia tardiva e riserva), Rosato, Spumante bianco e Spumante rosato, con la possibile menzione di ben 24 vitigni diversi, dagli autoctoni, noti e meno noti, a Pinot nero e Viogner (è scritto così), con possibilità di menzioni di due vitigni bivarietali bianchi e rossi abbinati con la ampia varietà di scelta e assortimento.
L’importante è prendere i soldi e non scappare, ma partire, (per promuovere e spendere denaro pubblico) come sono soliti fare molti personaggi del mondo del vino siculo, con missioni riservate a gruppi e associazioni, e andare in giro per il mondo.
Ovviamente a portare la buona novella del vino di Trinacria e da oggi della novella mega Doc regionale, benedetta dall’Europa e battezzata con i suoi fondi. Evviva!

Avviso a tutti gli amanti del vino
Iscrivetevi alle news letter dell’A.I.S.

Tutte le istruzioni qui

4 Commenti »

19 settembre 2011

Stravaganti scelte al prestigioso Premio Casato Prime Donne: premiato Hervig Van Hove “esperto belga”

Devo essere profondamente grato alla simpatica Signora Donatella Cinelli Colombini, proprietaria della Tenuta Casato Prime Donne, vice presidente del Consorzio del Brunello, Assessore al turismo del Comune di Siena, aspirante futuro Sindaco, così si dice, di Montalcino.  Qualsiasi cosa dica e faccia, mi offre sempre interessanti temi su cui dire la mia.
E’ successo quando ha pensato alle cantine con bollino rosa, quando ha proposto un Brunello al femminile, oppure in versione camicia rossa garibaldina, o quando ha pensato di portare in azienda come consulente un’enologa in stile Madame La Palice.
Anche sabato, in occasione dell’assegnazione dell’ambitissimo e prestigioso Premio ‘Casato Prime Donne’, giunto alla tredicesima edizione, organizzato, dice il comunicato stampa, “da una cantina di Brunello la prima in Italia con un organico interamente femminile” una vera e propria “bandiera per l’enologia in rosa che negli ultimi anni ha fatto enormi passi avanti come testimoniano gli altissimi punteggi di Wine Spectator e Wine Advocate”, la Signora Donatella, oltre a premiare Carla Fendi, Signora della moda italiana, ha pensato bene, insieme alla giuria del premio del premio composta da Francesca Cinelli Colombini, Rosy Bindi, Anselma Dell’Olio, Anna Pesenti, Stefania Rossini, Anna Scafuri e Daniela Viglione, di regalarci un brivido.
Come tutti sicuramente sapranno, “Il Premio Casato Prime Donne comprende anche sezioni di giornalismo e fotografia che valorizzano i migliori contributi nella divulgazione del territorio e dei suoi vini”. Avvicinandosi la data della premiazione mi chiedevo: a quale wine writer andrà mai quest’anno lo speciale “Premio Consorzio del Brunello sul tema ‘Il Brunello e gli altri vini di Montalcino’ per giornalisti italiani o stranieri specializzati nel ramo vitivinicolo”?
Vuoi vedere, mi dicevo, che quest’anno Monna Donatella tirerà fuori dal cappello del mago la pensata di premiare uno dei wine writer, tipo Nicolas Belfrage o meglio ancora, sono signore, Jancis Robinson o Rosemary George o Kerin O’Keefe, che tanto si sono distinti nell’invitare i produttori di Montalcino a non cedere alle facili lusinghe e alle insidie dell’ipotizzato cambio di disciplinare del Rosso, respinto con una percentuale del 69% contro il 31?
Leggo invece dal comunicato stampa che il premio “è andato a Herwig Van Hove per l’articolo intitolato Voorzichtig optimisme del 1 marzo 2011 su ‘Knack Magazine’. Il celebre esperto belga ha dialogato con la giuria e con il Presidente del Consorzio Ezio Rivella, in videoconferenza da Halifax in Canada.
Van Hove conosce profondamente il Brunello e gli altri vini di Montalcino e non manca mai di venire almeno una volta l’anno ad assaggiarli”.
Ohibò, non voglio certo discutere le scelte, sicuramente ispirate, della Signora Cinelli Colombini, ma io conoscendo bene il collega belga qualche dubbio sulla profonda conoscenza del Brunello e degli altri vini ilcinesi l’avrei…
Ricordo bene come Mr. Van Hove (ritratto nella foto qui sotto) dette prova della propria conoscenza ed esperienza dei vini italiani, in quel caso sul tema Barolo, intervenendo in un dibattito al termine delle degustazioni della manifestazione allora chiamata Alba Wines Exhibition e dichiarando che il Barolo prodotto nel comune di Barolo non è un Barolo, ma un “barolino”, e proponendo – ne scrissi qui anni fa – che i vigneti (anche quelli del celebre vigneto Cannubi) di Nebbiolo da Barolo posti nel territorio di Barolo venissero esclusi dalla zona di produzione del Barolo Docg…
Vi lascio immaginare come i produttori di Barolo, gli organizzatori di Alba Wines e noi colleghi giornalisti accogliemmo l’uscita del simpatico giornalista belga…

Leggendo che sabato sera, durante la consegna del Premio Casato Prime Donne, il collega “ha dialogato con la giuria e con il Presidente del Consorzio Ezio Rivella, in videoconferenza da Halifax in Canada”, pensando alla dimostrazione della tempra di gaffeur dimostrata nelle Langhe non riesco a non chiedermi cosa possa avere detto  Van Hove nell’occasione.
Se tanto mi dà tanto come minimo potrebbe aver invitato gli ilcinesi a sbarazzarsi dell’ingombrante e noioso Sangiovese e di smetterla di respingere, con votazioni tanto plebiscitarie, le richieste dei più illuminati e aperti produttori di Montalcino di modernizzare i loro Brunello e Rosso, aprendo finalmente, come “i nuovi mercati esigono”, ad una robusta quota dei “grands cépages de Bordeaux”.
Oppure potrebbe aver preso pubblicamente le distanze da quegli zucconi e reazionari di wine writer che si ostinano, da veri ottenebrati mentali, a pensare che Montalcino ed i suoi vini (parlo del Brunello e del Rosso, mica di quella autentica invenzione inutile e sbagliata che si è rivelata la Doc Sant’Antimo) debbano continuare ad essere sinonimo di Sangiovese. Coltivato a Montalcino, non in Maremma o altrove, ça va sans dire.
Poiché sono curioso e non avendo potuto essere presente, nemmeno in spiritu, alla serata, voglio rivolgere una sommessa richiesta alla Signora Donatella.
Vuole cortesemente fugare i miei timori e dire a me e ai quattro lettori di questo blog cosa “il celebre esperto belga” abbia dichiarato nel suo collegamento?
Perché vorrei essere certo che il Premio sia effettivamente andato ad un giornalista che conosce e ama i vini veramente identitari di Montalcino, i Sangiovese che ne illustrano la grandezza, e non preferisce invece, vedi caso, i Super Tuscan o meglio ancora quelli conformi allo stile tanto in voga nel bel borgo toscano prima dello scoppio di Brunellopoli

78 Commenti »

25 agosto 2011

Piemonte Land of Perfection: cui prodest?

Ho letto su Agricoltura on line, giornale telematico che appare sul sito Internet del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali il seguente comunicato stampa che riporto nella sua integrità: “E’ stata costituita la Società Consortile “Piemonte Land of Perfection S.c.a.r.l”, un organismo associativo, promosso dalla Regione Piemonte, con l’obiettivo di sostenere le aziende vitivinicole piemontesi nell’ambito della competizione globale. L’iniziativa ha visto il sinergico coinvolgimento delle realtà collettive maggiormente rappresentative del comparto vitivinicolo piemontese: il Consorzio di tutela dell’Asti docg, il Consorzio di Tutela del Barolo, Barbaresco, Alba Langhe e Roero, il Consorzio di tutela dei vini d’Acqui (riferimento per il Brachetto d’Acqui docg); inoltre il Consorzio dei vini d’Asti e Monferrato (riferimento per Barbera d’Asti docg), la Produttori Moscato Associati, la Vignaioli Piemontesi, la Cantina Sociale di Canelli. Tra gli obiettivi quello di determinare le strategie di valorizzazione a medio-lungo termine delle denominazioni piemontesi e del territorio mediante una cabina di regia costituita dai principali rappresentanti del comparto vitivinicolo piemontese e rappresentare l’interlocutore principale per la Regione Piemonte nella definizione della programmazione Regione in materia vitivinicola. La Società Consortile Piemonte Land of Perfection S.C.A.R.L si confronterà e coordinerà con la Regione Piemonte in materia di definizione della programmazione regionale e potrà accedere ai finanziamenti comunitari disponibili (Piano di Sostegno Ocm vino, Programma di sviluppo rurale) attuali e futuri”. Francamente dalla lettura di questo comunicato, redatto in puro burocratese ministeriale, con un linguaggio non si sa se volutamente criptico, non avevo capito nulla e allora googleggiando mi sono messo alla ricerca di spiegazioni. Che ho trovato qui, sul sito della Vignaioli Piemontesi, e addirittura su un sito Internet dedicato dove ho letto: “Scopo del progetto promozionale in oggetto è proporre, unitamente e per la prima volta sui mercati extra-europei, il territorio “Piemonte” insieme al vino “Piemonte” in tutte le sue tipologie. E’ questa la motivazione che porta a non tradurre il termine “Piemonte” in lingua inglese. Lo slogan Piemonte Land of Perfection è stato studiato per fidelizzare quella tipologia di consumatori meno legati ai concetti di denominazione di origine e più rivolti ad una indicazione di vitigno fornendo, come alternativa, un luogo geografico e cercando di connotare il Piemonte con maggiori appeals in termini socio culturali o di tendenza. La strategia di promozione è fondata sulla condivisione da parte dei partecipanti degli obiettivi, non solo di mercato, da raggiungere nei mercati considerati. La condivisione è tale che, tutte le aziende partecipanti, pur se sostanzialmente diverse tra loro per tradizione, storia, vocazione e produzione, si sono dichiarate disponibili a veicolare il logo “Piemonte Land of Perfection” usandolo nelle loro comunicazioni, supporti promozionali, eventi, portando avanti, conseguentemente, con il supporto del capofila, anche una promozione istituzionale sul prodotto e sul territorio. Funzione questa imprescindibile per le aziende partecipanti al raggruppamento che sono cooperative o aziende commerciali comunque vicine per costituzione al mondo cooperativo”. Beh, diciamo che questa “spiega” aiuta a capire qualcosa di più del progetto, ma noiosa e prevedibile soluzione di ricorrere all’inglese invece che all’italiano (o al piemunteis…) per decantare questa “terra di perfezione”, qualcuno vuole aiutarmi a capire, e dire che io il Piemonte del vino lo frequento e lo amo, profondamente, questo progetto “cui prodest”?

6 Commenti »

9 agosto 2011

Anche Ruffino passa al Prosecco: e il vino identitario non c’è più!…

So benissimo che nell’epoca attuale dove la parola d’ordine e simbolo è “business is business” oppure “the business must go on” indignarsi per queste cose è sciocco e soprattutto inutile.
Così come ormai sono spariti (resistono solo Del Piero e Javier Zanetti) i giocatori bandiera, legati romanticamente ad una sola maglia per sempre, e nel calcio trionfa l’epoca triste dei mercenari-banderuole pronti a cambiare casacca, basta pagarli di più, pensare che anche nel mondo del vino, o quanto meno in quel particolare settore del “mondovino” rappresentato dalle Grandi Aziende, si possa credere ancora alla favola bella delle produzioni identitarie, del legame stretto tra un produttore, il territorio dove opera ed i vini che produce, è solo un patetico sfoggio di tardo donchisciottismo.
Quando un prodotto “tira”, si vende, è fortemente richiesto, oggi bisogna fare in modo di averlo in portafoglio a tutti i costi. Poco importa ormai se quel vino non ha assolutamente nulla a che fare con la storia della zona dove l’azienda che decide di procurarselo e di trattarlo come pura “wine commodity” risiede. Per il “dio” dollaro o euro, o rublo o yen, ci si può tranquillamente vendere l’anima o rinunciare alla propria identità vitivinicola.
Dopo il Pinot grigio il nuovo bene di consumo vinoso al quale nel nome del business non si può assolutamente rinunciare è ovviamente il Prosecco.
Era già successo, anni fa, che un’azienda simbolo del vino piemontese, e dell’Asti in particolare, la Gancia di Canelli, si mettesse a commercializzare Prosecco, senza capire forse che così facendo finiva con il cannibalizzare il vino legato alla propria storia.
Oggi, con la stessa identica disinvoltura, aggravata da un pizzico di spregiudicatezza e di concretezza puramente yankee, a seguire la Gancia sulla strada della de-localizzazione è un’altra azienda simbolo del vino italiano, la toscana Ruffino.
Poco conta che, come si può leggere in questo articolo, dai primi mesi di quest’anno l’azienda produttrice del celebre Chianti Classico Riserva Ducale Oro non sia più in mano italiana, perché “il gruppo americano Constellation Brands ora ne detiene la totale proprietà” dopo che il ramo della famiglia Folonari – storica proprietaria dell’azienda - aveva già ceduto anni fa il 49, 9% al colosso quotato alla borsa di New York tenendosi il 51,1%.”.
Come si può leggere in questo comunicato stampa del colosso americano, e come si vede chiaramente in questa pagina del sito Internet della Ruffino Import Company, ma non nella versione italiana del sito Internet della storia azienda toscana, “Ruffino, the trusted Italian winery founded in Tuscany in 1877, announces the introduction of its inaugural Ruffino Prosecco DOC. The release marks the first time in the brand’s history that a sparkling wine has been added to the extensive Ruffino portfolio, world-renowned for its award winning Chianti wines”.
Ci sono ben precisi motivi commerciali alla base dell’introduzione del Prosecco nel portfolio di un’azienda, che fa parte della galassia Constellation ma è sinonimo di Chianti e di toscanità del vino. Come si legge la spiegazione è puramente legata al business, perché “the launch of Ruffino’s new sparkling wine follows a year of incredible category growth in the U.S. In 2010, Prosecco grew 61 percent in volume and 54 percent in dollar value and in August 2010, Italy became the leading exporter of wines to the U.S driven largely by the increased popularity of Prosecco among consumers, most notably Millennials, who have helped make it the leading Italian sparkling wine import”.
E così, anche se agli americani viene raccontato che “Since 1877, Ruffino has produced some of the world’s finest Italian wines”, ora, “now, we proudly give you Ruffino Prosecco. Perfectly refined, yet incredibly versatile. It’s a wine for… whenever”.
C’é ben poca poesia in questa decisione dell’azienda toscano-americana, e parecchia confusione, come ha giustamente notato Alessandro Carlsassare su Saggi bevitori blog, nel modo di raccontare il Prosecco by Ruffino, “prodotto” che “nasce a uso e consumo del mercato statunitense” agli americani.
Come rileva Carlassare, sul “sito dedicato agli States (qui) ed al resto del mondo, vedrete addirittura in home page una bottiglia di Prosecco con simpatica didascalia a fianco e dei link di collegamento che ti riportano alla scheda tecnica (qui) dove si scopre che è un Prosecco DOC, e ad una di ricette di cocktail a base di Prosecco (qui), come a dire “noi il Prosecco lo produciamo da così tanto tempo che abbiamo persino creato dei drink…” (manca poco scrivessero che lo spritz si basa sul loro Prosecco e l’hanno inventato loro)”.
E qui, come puntualmente rileva, partono i pressapochismi del comunicato: “an extra-dry style, the 100 percent glera (Prosecco) grapes are sourced from the hilly areas of Valdobbiadene, one of the best-known regions of Prosecco production in the Veneto region of northwestern Italy” ovvero che “E’ un (vino) in stile extra-dry, ed il 100 per cento delle uve Glera (Prosecco) provengono dalle zone collinari di Valdobbiadene, una delle più note zone di produzione del Prosecco del Veneto nel nord-ovest d’Italia”.
Innanzitutto Valdobbiadene non è una delle zone più note di produzione, bensì la più nota, secondo il Veneto è nel nord-est d’Italia e non nel nord-ovest (mai sentito parlare della bussola e delle carte geografiche?) ma soprattutto è troppo comodo dire che le uve provengono da Valdobbiadene (o dintorni) se poi si produce del Prosecco DOC… cari amici della Costellation, le regole sono chiare: voi potete produrre un Prosecco DOCG con uve provenienti dalla zona di Valdobbiadene e Conegliano (e dintorni) oppure Asolo, ma se queste uve le declassate perché volete produrre un Doc (sfruttando così la maggiore resa per ettaro) poi non potete fare alcun riferimento (tanto in etichetta quanto nel materiale informativo) alle origini di tali uve!”.
Il commentatore veneto, puntiglioso conoscitore dell’universo del Prosecco e delle sue regole, ha perfettamente ragione nel chiedersi “vi immaginate se tutti i produttori di Nebbiolo base si mettessero a scrivere nei loro volantini “questo Nebbiolo viene prodotto con uve provenienti dalle colline di Barolo”? Oppure, se vogliamo stare più in tema, se gli amici dello Champagne dicessero “questo spumante viene prodotto con uve raccolte nelle vicinanze di Reims” ma poi fosse etichettato come spumante generico?
Io non voglio scomodare il Barolo o lo Champagne per difendere le uve del comprensorio DOCG atto a dare Prosecco Superiore, ma visto che le regole sono regole (ed i quintali di resa ammessa anche) vanno rispettate da tutti, altrimenti è un errore stellare, in special modo se ti chiami Costellation….”. Veramente assurdo e pasticciato questo modo di raccontare le caratteristiche del Prosecco della Ruffino, ma ancora più triste e malinconico l’approdo, stavo per dire la deriva, di un marchio simbolo di italianità e toscanità nel mondo…
Perché leggere sulle pagine Web italiane di Ruffino parole come queste: “tramandare i valori di una terra e della sua gente attraverso la cultura. Perché cultura è anche vino”. Da questo pensiero, espresso ormai più di un secolo fa da Ilario Ruffino, nasce quella che ancora oggi è la filosofia Ruffino: interpretare la produzione di vino in chiave culturale implica portare i classici valori del passato a contatto con l’energia della vita contemporanea al fine di ottenere vini che sappiano tramandare i valori di una terra e della sua gente”, ha solo il sapore di una beffa ed é segno chiaro dei “mala tempora” che currunt…

26 Commenti »

31 luglio 2011

Camilla presidente dei viticoltori inglesi: Emanuele Filiberto per l’Asti o l’Alta Langa?

C’è da augurarsi che grazie all’arrivo di agosto e con la conseguente fuga verso mari e monti di p.r., creativi, consiglieri per l’immagine, addetti alla comunicazione et similia, nel mondo del vino italiano non si sparga troppo la voce che in UK, come si apprende dal sito Internet dell’Associazione, la tutt’altro che appealing Camilla Rosemary Parker Bowles, moglie del Principe Carlo d’Inghilterra e Duchess of Cornwall “has been appointed president of the United Kingdom Vineyards Association”. In altre parole che é stata nominata presidente dell’associazione dei viticoltori e produttori di vino del Regno Unito.
La scelta è caduta sulla sua persona, recita il comunicato stampa ufficiale, per “her support for this growing industry acknowledges the phenomenal growth in awareness of English and Welsh vineyards and wines”.
Una scelta sorprendente, ma non più di tanto, visto che recentemente nel corso di una visita ad un produttore di bollicine nel Surrey, aveva candidamente detto a proposito degli sparkling wines inglesi, “‘it’s annoying not to be able to call it Champagne, when it is Champagne”, ovvero lamentandosi che non fosse possibile chiamarli Champagne, mentre sono come degli Champagne…

C’è da sperare che ora qualche “genio” della comunicazione applicata al vino non pensi anche da noi di fare ricorso alle teste coronate magari arruolando il principe Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia, che non disdegna discutibili comparsate televisive, come testimonial dell’Asti o magari dell’Alta Langa o Marta Marzotto in qualità di volto del Prosecco…

8 Commenti »

18 luglio 2011

Prosecco, un successo “democratico” e Champagne “spaventato” dagli “spumanti italiani”

Un disinvolto modo di fare… informazione

Bisogna dire che certa informazione, chiaramente schierata dalla parte del mondo della produzione vinicola italiana, non si tira assolutamente indietro quando c’è da dare una mano a sostenere determinate tesi ad esso gradite. Prendete Wine News ad esempio, quel sito Internet dove le notizie sul mondo del vino e sulle aziende convivono allegramente con una quantità impressionante di banner pubblicitari di aziende e consorsi, e l’uscita di giovedì scorso, 14 luglio, festa nazionale francese, della news letter quotidiana denominata La Prima – leggete qui.
Una notizia riporta il punto di vista di Gianluca Bisol, responsabile di una tra le più importanti aziende produttrici di Prosecco, tanto importante da figurare insieme ad altre nello “spazio promozionale” denominato Panorama aziende che potete trovare in basso a destra nella home page del sito.
La news è riferita ad un’intervista audio a Bisol pubblicata su Wine news tv. L’introduzione di questa news, titolo e cappello, è un piccolo “capolavoro”: “Che gli spumanti italiani stiano conquistando i mercati del mondo, è un fatto. Che il Prosecco sia uno di quelli che sta facendo segnare i migliori risultati, tanto che punta a superare i 200 milioni di bottiglie prodotte, pure. I segreti di questo successo? “Il Prosecco non è uno status symbol come lo Champagne, è un prodotto “democratico”, legato all’italianità”, spiega a WineNews.tv Gianluca Bisol, alla guida di una delle cantine più importanti”. Nell’intervista Bisol, che è un produttore di Prosecco, ed il cui entusiasmo nei confronti della tipologia di prodotto che propone è ovviamente comprensibile, definisce il Prosecco un “prodotto “entry level”, di facile bevibilità, reperibilità e, aspetto da non sottovalutare, economico”.
Ne parla come di un prodotto che affascina i più giovani, un “calice apprezzato da tutti in una compagnia di amici”, dotato di forte bevibilità, medio bassa gradazione, eccellente rapporto qualità prezzo, “caratteristiche che l’hanno reso unico, non uno status symbol come lo Champagne, ma un “life style simbol un prodotto democratico che non simboleggia lo stato sociale legato all’italian style”. Secondo Bisol, la “diffusione del Prosecco nel mondo non conosce arresto”.
Ancora più divertente, sempre sullo stesso numero della Prima del 14 luglio, un‘altra news, anch’essa testimoniata in audio e video in una serie di interviste pubblicate su Wine News tv, che parla di Champagne e del rapporto tra Champagne e quelli che a Wine news si ostinano, con una concezione della chiarezza dell’informazione del tutto particolare, a chiamare “spumanti italiani”.
L’avvio è emblematico e dice: “lo Champagne, re delle bollicine nel mondo, teme l’avanzata degli spumanti italiani, diversi per tipologia e valore, ma che sembrano rubare qualche flûte al grande vino francese? Rispondono i diretti interessati: Bollinger, Ayala e Pol Roger. Che non sembrano preoccupati anzi: vuol dire che l’interesse per le bollicine cresce, e c’è più spazio per tutti”.
Va bene la presenza del punto di domanda, ma se si mette insieme la celebrazione del Prosecco “prodotto democratico” e non “status symbol”, parrebbe di capire che al sito Internet realizzato a Montalcino oltre a fare informazione facciano apertamente il tifo per lo “spumante italiano” e quel Prosecco che ne è il democratico, trionfante capofila.
Nelle interviste a tre rappresentanti di note Maison de Champagne di un ipotetico “timore” degli champagnisti per la concorrenza rappresentata dallo “spumante” italico non c’è traccia.
Gli intervistati, con molta cortesia, sostengono di rispettare quelli che definiscono “Sparkling wine italiani” e arrivano a dire “apprezziamo molto i vini della Franciacorta e altri spumanti di qualità” oppure parlano di “vini spumanti di grande qualità in Italia”.
Ma poi, ricordate le dimensioni della Champagne, definita “piccola denominazione intorno ai 30 mila ettari”, sostengono giustamente che è “sbagliato fare paragoni, si parla di sue cose estremamente diverse” e contrariamente a quelli che continuano a sostenere che nell’immaginaria “guerra” tra Prosecco e Champagne quest’ultimo è destinato a soccombere, oggi grazie ad un crescente interesse dei consumatori per le “bollicine”, la “torta è più grande e ognuno avrà una fetta più grande”.
Questo alla faccia di chi indossando un po’ la maglia del propagandista propone un modello d’informazione un po’ speciale…

15 Commenti »

6 luglio 2011

Domanda: ma il Giuseppe Martelli di oggi è lo stesso Martelli del dicembre 2008?

Domanda delle cento pistole: ma quel Giuseppe Martelli, direttore della Assoenologi e presidente del Comitato Nazionale Vini, ente organo del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ed espressione dell’interprofessione vitivinicola, che ha competenza consultiva, propositiva ed esecutiva in materia di tutela e valorizzazione qualitativa e commerciale dei vini a DO e IGT, è lo stesso Giuseppe Martelli che nel dicembre 2008 rilasciava un’intervista a Vanni Cornero della Stampa, intervista che potete leggere qui, all’atto del suo insediamento alla testa del Comitato?
Intervista dove alla domanda “ma lei vuol fare una strage di Doc?”, quel Martelli rispondeva: “Io direi, più semplicemente, che in Italia su 357 denominazioni d’origine ce ne sono molte inutilizzate e ben sette di queste non hanno mai firmato una bottiglia. Quindi penso che sia inutile qualificare vini nati per ragioni di campanile, in cui nessuno crede, neppure i produttori che li hanno voluti. E’ assurdo tenere in piedi Doc che esistono solo sulla carta, a questo punto meglio eliminarle. Ho già presentato una proposta in merito al ministro Luca Zaia”.
Che fine hanno fatto i buoni propositi del “grande capo” della Assoenologi, teorico del sorpasso dello “spumante italiano” sullo Champagne e responsabile massimo di quel Comitato che ad ogni riunione ammette raffiche di nuove Doc e Docg?
Possiamo sapere qualcosa delle denominazioni “fantasma”, di fatto inesistenti perché non rivendicate, che sono state cancellate?
E possiamo capire in base a quale logica, se non quella, assurda, del todos caballeros, meglio, una Doc o Docg non si nega a nessuno, si continuano ad aumentare le denominazioni – le Docg sono ormai 71 come ha contabilizzato il wine blogger americano Alfonso Acevola, che riferendosi alle tre nuove Docg pugliesi sostiene che “three is three times greater than one!”, per le Doc abbiamo ormai perso il conto – si arrivano ad elargire denominazione “senza che esista una regola di merito alla quale fare oggettivamente riferimento”? Arrivando in tal modo a banalizzare e svuotare di ogni significato il sistema delle denominazioni italiane?

14 Commenti »

29 giugno 2011

Arriva la Docg per un rosato italiano: ma perché al Castel del Monte Bombino nero?

Me lo sono già chiesto, con tono doverosamente istituzionale, qui, ospite sul sito Internet dell’A.I.S., e torno a chiedermelo, con lo stile da Vino al vino, anche qui.
Possibile che una volta tanto che cade quella sorta di tacita e mai proclamata conventio ad excludendum che aveva sinora impedito o reso assolutamente episodico il fatto che le varie guide premiassero con il massimo dei loro riconoscimenti un vino rosato e che aveva di fatto reso impensabile che un vino rosato venisse promosso al rango di Docg, (status conquistato invece da vini celeberrimi e prestigiosi quali Moscato di Scanzo, Piave Malanotte, Lison Pramaggiore, Brachetto d’Acqui, Ruché di Castagnole Monferrato, Friularo di Bagnoli – qui l’elenco per ora aggiornato) la prima Docg en rosé finisca ad un vino la cui scelta farà discutere?
Possibile che quell’emerito organo notarile che si è ridotto ad essere il Comitato nazionale vini ufficialmente organo del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ed espressione dell’interprofessione vitivinicola, che ha competenza consultiva, propositiva ed esecutiva in materia di tutela e valorizzazione qualitativa e commerciale dei vini a DO e IGT, ma di fatto si limita a ratificare ogni richiesta che riceve, svilendo così la credibilità del sistema delle certificazioni dei vini, abbia puntato, scegliendo nella regione vinicola più “rosata” d’Italia, la Puglia, sulla Docg Castel del Monte Bombino nero e non invece su altre, più meritevoli, denominazioni?
E’ difatti molto difficile definire, basta leggere il suo variegato disciplinare di produzione, che potete trovare ad esempio qui, che si tratti di una denominazione a forte vocazione rosata e non invece una denominazione che definirei multi vitigno, che accanto all’Uva di Troia (o Nero di Troia) e poi all’Aglianico e al Montepulciano (uve da sempre comprese con la prima nel disciplinare del Castel del Monte Rosso), contempla contemporaneamente la presenza di una lunga serie di uve, dal Bombino bianco al Pampanuto, e poi Chardonnay, Sauvignon, Pinot bianco, Pinot nero (oh yes), Cabernet.
Come ho rilevato, il Castel del Monte Bombino nero è solo una delle varie tipologie previste dal disciplinare e non certo la più importante. Allora perché le è stata assegnata la Docg?
Secondo me per tre semplici motivi:
primo la presenza di zona di aziende che sanno farsi sentire, come Torrevento, Tormaresca (alias Marchesi Antinori) e Rivera, il cui enologo, Leonardo Palumbo, é presidente degli enologi di Puglia e Calabria.
in secondo luogo l’impossibilità di trovare nelle decisioni del Comitato nazionale vini una logica, perché una Doc e una Docg non la negherebbero nemmeno a me se la chiedessi, e questa logica, se fosse esistita, avrebbe dovuto indurre i legislatori ad orientarsi su ben altre denominazioni.
Il terzo motivo, la vera “colpa” di questa Docg, non credo sia dei burocrati di nomina ministeriale, bensì dei responsabili e dei protagonisti di altre denominazioni che sono molto più identitarie per il rosé di quanto lo sia la neo Docg Castel del Monte Bombino nero.
Denominazioni che troviamo tutte in Salento, vera capitale dei rosati italiani, e che sono innanzitutto la Doc Salice Salentino (leggi disciplinare qui) relativa a vini rossi e rosati ottenuti da uve Negroamaro e Malvasia nera in provincia di Brindisi e Lecce, e poi la Doc Alezio (leggi disciplinare qui), quindi la Doc Copertino (disciplinare) e senza dimenticare la Doc Brindisi (disciplinare) che destina a rosato buona parte della produzione.
Produttori e Consorzi, quando esistono, primo su tutti quello della Doc a più forte vocazione rosatista, Salice Salentino Doc, che non hanno colpevolmente pensato come una Docg per il Salice Salentino rosato avrebbe valorizzato la Doc e l’intero comparto produttivo della più importante delle Doc salentine, dei produttori di rosato.
E produttori che spesso, non si sa bene perché, preferiscono commercializzare i loro rosati trovando accoglienza nella Igt Puglia o nella Igt Salento piuttosto che valorizzare le Doc di competenza o contribuire a trovare una soluzione valida per ridurre il numero delle tante (troppe) Doc salentine e creare una Doc che sia veramente punto di riferimento per la zona.
Legittimo quindi prendersela con il Comitato nazionale vini, ma piuttosto che buttare la croce addosso ai produttori della Doc (e ora anche Docg) Castel del Monte, che hanno dimostrato di sapersi muovere e portare a casa dei risultati (la cui utilità, il passaggio da Doc a Docg, resta tutta da dimostrare…), perché non incolpare di pigrizia, d’ignavia e di poca lungimiranza i produttori salentini surclassati per attivismo dai produttori del nord barese?

24 Commenti »

11 giugno 2011

Vino, l’Italia sorpassa la Francia per ettolitri prodotti: quali motivi per esultare?

Rientrato da una splendida, rilassante, indimenticabile settimana nella magnifica e ospitale terra di Puglia per prendere parte alla più bella e credo riuscita delle edizioni della manifestazione Radici (quest’anno diventata Radici del Sud) cui ho partecipato, confesso di non avere molta voglia di riprendere a scrivere e aggiornare questo blog.
Questo anche se sarebbero, anzi sono, molteplici le emozioni e le sensazioni di cui vorrò, una volta ripresomi da questa forma di salutare forma di “ozio” pieno di ricordi che ancora piacevolmente mi blocca, rendervi partecipe. Ottimi vini, persone stupende, una cucina insuperabile per leggerezza e ricchezza di sapore e gusto, incontri di quelli che lasciano il segno, vecchi amici ritrovati e nuovi diventati tali, colori, profumi, sapori, momenti magici da incorniciare costituiscono qualcosa di prezioso che devo lasciare decantare dentro di me prima di provare a restituirvene la bellezza e la ricchezza di senso.
Devo però rompere il ghiaccio e prima di cominciare a snocciolarvi il racconto dell’edizione 2011 di Radici del Sud, che è stata veramente un successo e ha premiato il coraggio e la voglia di fare di un tenace uomo pugliese, quel Nicola Campanile che Radici ha inventato e fatto crescere anno dopo anno, ho pensato che potessi riprendere il filo del discorso commentando una di quelle “notizie”, se così le si può definire che trovano un senso solo quando si pensa che vengono diffuse e “cucinate” dai quotidiani il sabato o la domenica. Quando tutto “fa brodo” pur di riempire le pagine in assenza di materiale più significativo.
“Sparata” ad esempio dal sito Internet del Corriere della Sera, qui, ci viene data la “notiziona” che in base ai risultati dell’ultima vendemmia, sulla base dei dati della Commissione Ue, “l’Italia diventa il principale produttore di vino al mondo sfilando il primato finora detenuto dalla Francia”.
A “pompare” come un grande evento questo che è invece un mero dato statistico che non deve indurre nessuno a stappare Champagne o a gridare a chissà quale miracolo, è la principale organizzazione degli imprenditori agricoli a livello italiano ed europeo, la Coldiretti, che rileva una produzione di 49,6 milioni di ettolitri per l’Italia, superiore – anche se di misura – ai 46,2 milioni di ettolitri sulla Francia, su un totale comunitario di 157,2 milioni di ettolitri, in calo del 3,7%”.
Sempre più lanciata, l’associazione ci fa sapere che “il primato del Made in Italy viene confermato anche se si considerano i valori italiani al netto della feccia stimabile in un 5%. Il risultato è il frutto di una sostanziale stabilità della produzione in Italia e di un calo in Francia. Il 60 per cento della produzione nazionale è rappresentata da vini di qualità con ben 14,9 milioni di ettolitri destinati a vini Docg/Doc e 15,4 milioni di ettolitri a vini Igt”. Coldiretti ci dice poi che aumentano anche le esportazioni, “del 15 per cento nel primo bimestre del 2011.
Risultato di una crescita record del 31% negli Stati Uniti, che diventano il primo mercato di sbocco in valore davanti alla Germania, ma anche dell’aumento del 6% dell’export nell’Unione Europea e di un significativo e benaugurante incremento del 146 per cento in Cina”.
Inoltre si apprende e questo è importante, e tappa la bocca ai sapientoni secondo i quali il futuro del vino italiano sarebbe legato a mega aziende sempre più grandi e dalle logiche globalizzanti e della grande industria, “le esportazioni di vino Made in Italy dei piccoli produttori sotto i 25 milioni di euro di fatturato, sono cresciute in valore del 16 per cento, quasi il doppio dell’8,5 per cento messo a segno dalle prime 103 società italiane produttrici di vino”.
Chiamato a commentare la notiziona, anzi, per usare le parole dei cronisti più tromboni, del “sorpasso” per produzione dell’Italia sulla Francia, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Saverio Romano assicura che “nei prossimi tre anni il Vino italiano potrà contare su un budget complessivo di quasi 500 milioni di euro da spendere sui Paesi Terzi per sostenere le vendite e promuovere l’eccellenza dei nostri territori. Il vino dovrà costituire un traino virtuoso anche per gli altri prodotti di qualità meno conosciuti del Made in Italy”. Sarebbe interessante sapere come verranno spesi ed in base a quali criteri, questi 500 milioni…
Qui finisce la notizia ad uso e consumo di lanci di agenzia e di quotidiani bisognosi, ma qui, se l’informazione, e non solo quella sul vino, in Italia non fosse la barzelletta che è, avrebbe dovuto avere inizio un pizzico di approfondimento e di utilizzo del senso critico.
Perché va bene, manco fosse la finale del campionato mondiale di calcio del 2006, gioire, se proprio necessario, per il primato, che rimane quantitativo, dell’Italia sulla Francia, ma sarebbe doveroso chiedersi se di un primato del genere ci fosse veramente bisogno in un periodo in cui anche i sassi, magari anche i funzionari della Coldiretti, sanno perfettamente che si produce molto più vino di quello che effettivamente si venda.
Che ci sono cantine strapiene, che per vendere spesso si svende e si abbassano brutalmente e vergognosamente i prezzi.
Che ci sono intere zone di produzione e regioni che chiedono ancora il ricorso alla distillazione di soccorso perché quello che producono non trova sbocco sul mercato, nemmeno su quello locale.
Che ormai la Comunità Europea concede contributi non per piantare e produrre di più, ma per espiantare vigneti, che in tutta Europa i Paesi produttori di vino fanno ricorso agli espianti, che la crisi chiede una riduzione e non un’espansione del potenziale produttivo.
Che nella Puglia e nel Salento dove sono stato in questi giorni si assiste al triste spettacolo di distese di impianti fotovoltaici, talvolta illegali, al posto di vigneti ad alberello. Questo fatto spesso per speculazione, ma anche perché molte produzioni, che spesso erano destinate a cantine sociali decotte e tenute in piedi solo per volontà politica, e con i soldi di noi contribuenti, non avevano assolutamente sbocchi di mercato.
Eppure nel 2011 c’è ancora, ad esempio i propagandisti un po’ tromboni della Coldiretti ed i soliti giornalisti distratti, pronti a celebrare acriticamente un made in Italy anche con molte ombre e non solo con lui, chi si esalta per un sorpasso per produzioni vinicole che rischiano di rimanere invendute e stoccate per anni… Povera Italia…

14 Commenti »