Vino al vino

Archivio della Categoria 'Interrogativi'

4 febbraio 2012

Mondo del vino italiano? Tutto va bene e nessuna crisi! Un’incredibile puntata de Il Gastronauta

Non avrei proprio voluto essere nei panni dell’ottimo Davide Paolini se per un malaugurato caso mi fossi trovato a condurre al posto suo la puntata di questa mattina della sua sempre interessante trasmissione Il Gastronauta che si presentava, come si legge sul sito Internet dedicato, con questo menu: “La crisi dei consumi ha colpito anche il cibo oltre la ristorazione. Il vino mostra un andamento disomogeneo: ci sono infatti denominazioni che soffrono maggiormente il calo di domanda, mentre altre possono essere definite “aree felici”, a cominciare dall’Amarone e dal Prosecco.
Quali sono le denominazioni che più di altre segnano il passo? Perché queste marcate anomalie? Dipende dalla qualità, dal prezzo o da politiche di commercializzazione? Quale il futuro per il vino italiano?”.
Non solo larga parte degli intervenuti, soprattutto alcuni vecchi volponi del vino italiano tipo Emilio Pedron, Sandro Boscaini ed Ezio Rivella, hanno dimostrato che il mondo del vino italiano è sempre lo stesso, che non intende cambiare e riconoscere i propri errori, e che vorrebbe andare avanti come se non ci si trovasse di fronte ad un cambiamento epocale, ma ci hanno convinto di essere dei visionari, di aver immaginato qualcosa che in realtà non esiste.
Secondo le loro parole – e invito tutti ad ascoltare la registrazione in podcast della trasmissione, qui sul sito di Radio 24, quando tra pochi giorni sarà disponibile, per larga parte del mondo del vino italiano non si può parlare di crisi, perché come hanno detto – e Paolini l’ha più volte sottolineato con trasparente stupore e una qualche perplessità – il vino è un’isola felice e altro che problemi, tutte le cose vanno bene, madama la marchesa!
Per il presidente del Consorzio Valpolicella Pedron non c’è nessun problema e nessuna contraddizione nel passaggio della produzione di Amarone (lui lo chiama così, senza mai dire come dovrebbe Amarone della Valpolicella) da cinque milioni a 12 in pochi anni, e si deve parlare di riqualificazione del territorio, per Antonio Rallo presidente di Assovini Sicilia aver consentito di imbottigliare fuori zona i vini della Doc Sicilia non è stato un clamoroso errore e tutto va bene per i vini siciliani.


E poi per il presidente del Consorzio del Brunello Ezio Rivella il Brunello va a gonfie vele, e nel 2011 produzione e vendite sono cresciute di un milione di bottiglie rispetto al 2010, il Brunello è ancora di moda, il valore immaginario del vino è sempre cresciuto “non intaccato da attacchi e operazioni negative”.
E quando Paolini riferisce dell’sms di un ascoltatore che lamenta la poca territorialità dei vini toscani e veneti dove spicca l’influenza dell’enologo, gli è venuto naturale replicare, nonostante nessuno abbia parlato di blogger, che “si tratta di opinioni dei blogger sulle quali è inutile disquisire”, perché il Brunello progredisce e gode di un trend positivo.
E poi nonostante Sandro Boscaini, patron della Masi agricola, riferendosi al problema degli incassi, di cui si era lamentato giudicandolo gravissimo, Marco Giannoni presidente del Consorzio vini Cortona, che aveva criticato anche la Doc Sicilia con possibilità di imbottigliamento fuori territorio, lo avesse definito “uno dei problemi in Italia per chi vende a ristoranti e enoteche c’è difficoltà del credito e del business meno lavoro meno bottiglie importanti vendute”, l’Amarone resta il vino “più di moda e ha ragioni per esserlo”, come esempio di “lusso accessibile”, di qualità attuale moderna, frutto nel vino, importanza nel vino e nella veste, territorialità dichiarata, uve autoctone e storia, romanzo.
Per lui, e sembrava di essere negli anni Novanta e nel 2012 della crisi, “insieme all’Amarone si raccontano tante cose, ha tutti gli ingredienti per bere non solo vino ma un lusso. Oggi l’Amarone va molto bene ma non dobbiamo banalizzarlo e non farlo diventare solo bene di consumo ma mantenere il mito”.
E poi notizie positive anche dal direttore Consorzio Lugana, che ha parlato di trend estremamente positivo, con oltre 10 milioni bottiglie e 50% di export, da Pietro Ratti presidente del Consorzio Barolo e Barbaresco, secondo il quale “va bene anche da noi, dati positivi 2011 cresciuti del 10% rispetto 2010”.
E dal super ottimista Gianluca Bisol, noto produttore di Prosecco, secondo il quale analizzata la crescita del Prosecco negli ultimi 40 anni, con un tasso del 9,6% di crescita annua, se questa resterà nei prossimi anni porterà il Prosecco a numeri importanti.
E oggi mentre nessuno si sogna di dire che lo Champagne, che come ha ricordato bene Paolini ha secoli di storia e un’immagine e un prestigio consolidati e non andrebbe tirato in ballo e tirato per la giacchetta, produce troppo con 330 milioni di bottiglie, la crescita del Prosecco spaventa e fa pensare a difficoltà a gestirla.
Mentre il Prosecco, con i suoi attuali 270 milioni di bottiglie che lo collocano ben al di sotto dello Champagne, tra Doc e Docg, essendo passato da un mondo totalmente indisciplinato in passato, di grande confusione, ad uno oggi regolamentato, è dotato di una “piramide di qualità che garantisce il consumatore e garantisce di avere un prodotto dignitoso per tutte le tasche”. E così mentre qualche corifero della grande industria del vino e delle sue logiche (responsabile di un sito dove spiccano i banner pubblicitari di quelle aziende e di quei consorzi che ci assicurano che di crisi non si deve parlare) ci rassicurava dicendo che le cantine hanno aumentato il fatturato, e ci parlava di marchi affermati su mercati esteri reti grazie a commerciali solide, e per singoli vini del ritorno alla politica delle assegnazioni bottiglia per bottiglia e di fatturato aumentato per valore.
Mentre la logica dice che i fatturati aumentano per i volumi mentre i prezzi calano, e in trasmissione arrivavano telefonate di spettatori che parlavano di vini Doc e Docg di denominazioni anche note e prestigiose in vendita a prezzi molto ribassati, quasi svendite, nella grande distribuzione e di prezzi di vini comuni non a denominazione in aumento, perché sono tantissimi, a causa di quella crisi di cui non si deve parlare, che non sfiora nemmeno il mondo del vino, ad essere passati a quei vini a causa del drammaticamente diminuito potere d’acquisto.

Ma allora questa dannata crisi di cui parlano in tanti, le cantine piene, i prezzi in discesa, i conti che tornano, quando tornano, solo se si abbassano i prezzi e si accetta di guadagnare meno, l’eccesso di produzione causato dalle scriteriate politiche di crescita di tante denominazioni, ce la siamo sognata, è un’invenzione oppure questi signori che ci parlano di vino isola felice immune da crisi ci stanno prendendo in giro?
Ascoltandoli parlare, questi padroni del vapore del vino italiano mi hanno fatto pensare a questo irresistibile sketch di Antonio Albanese, con il trio di rassicuranti bugiardi che con tutta la tranquillità possibile ci dice, con voce flautata, che “tutto bene noi stiamo veramente bene non ci sono più problemi”….
E saranno pifferai del genere, simili capitani Schettino, che porteranno la nave del vino italiano alla stessa sorte della Costa Concordia… Poveri noi…

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30 gennaio 2012

E’ ufficiale: Benvenuto Brunello é una degustazione per riviste e giornalisti di serie B. Allora perché andarci?

Ma allora è proprio vero che, come ho scritto qui, per il Consorzio del Brunello di Montalcino ci sono riviste e giornalisti di serie A, da trattare come privilegiati e cui consentire degustazioni separate dei propri vini, e la massa di riviste e giornalisti di serie B o C che le nuove annate di Brunello e di Rosso di Montalcino se le devono assaggiare, in fretta e furia, nella canea vociante, nella bolgia del Benvenuto Brunello!
E come si può vedere da questa circolare 64/2011 del 6 dicembre 2011 del Consorzio la raccolta campioni per singole e anticipate degustazioni non è avvenuta solo per Wine Enthusiast, bensì per Decanter, Falstaff e James Suckling.
Ma allora, cari amici e colleghi degustatori di serie B e C come me, per quale motivo dovremmo partecipare al Benvenuto Brunello (manifestazione che non merita nemmeno l’onore della home page sul sito Internet del Consorzio) quando sappiamo di essere considerati come una massa indistinta, che se le cose gli vanno bene così d’accordo, altrimenti accomodarsi altrove?
Io francamente all’idea di restarmene a casa (cosa che so bene lascerà indifferenti i signori del Consorzio) ci sto seriamente pensando…

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27 gennaio 2012

Benvenuto Brunello: degustazioni in anteprima dell’Anteprima per alcuni privilegiati. Why?

Una semplicissima domanda ai responsabili del Consorzio del Brunello di Montalcino.
Benvenuto Brunello, la manifestazione che organizzate da svariati anni, é ancora la grande e unica vetrina delle nuove annate del Rosso di Montalcino e del Brunello di Montalcino rivolta alla stampa italiana e internazionale che invitate nel vostro bel borgo?
E se è davvero così e le nuove annate vengono presentate, trattandosi di anteprima, come viene definita, in quella sede, com’è possibile che alcune testate possano degustare i vini e scriverne in… anteprima?
Leggendo che alcune testate, ad esempio l’americana Wine Enthusiast, hanno già avuto modo di degustare e di descrivere i Brunello dell’annata 2007 che verrà presentata a Montalcino e di raccontarci in video i dietro le quinte, visto che affermano “Wine Enthusiast gets a first chance to score the newest Tuscan wine releases” e “Wine Enthusiast Magazine was among the first to blind taste through the new vintage and found it to be indeed one of the most exciting vintages since the start of the millennium”?
Assicurando inoltre che “here is a selection of the top-rated 2007 Brunellos, with abbreviated reviews. All reviews are available in the Buying Guide, and will be published in the May 012 issue of Wine Enthusiast Magazine, allora vuol dire che l’appuntamento del Benvenuto Brunello si é trasformata in una vetrina pro forma, dato che Wine Enthusiast ha potuto fare “an intense tasting of some 250 wines at the local vintners’ association headquarters in Montalcino” molto tempo prima di quanto sia stato consentito agli altri invitati alla manifestazione?
Come dobbiamo leggere queste anteprime delle anteprime pubblicate, lo scorso anno se ricordo bene si trattò di Wine Spectator, che quest’anno sembra essere stata sorpassata dalla rivista avversaria, dobbiamo interpretarle come il fatto che per il Consorzio del Brunello ci sono riviste e giornalisti di serie A, che vanno privilegiate e che possono degustare in tutta calma e scrivere in anteprima delle nuove annate di Brunello, e riviste e giornalisti di serie B o C che devono aspettare il circo barnum del Benvenuto Brunello per degustare di corsa, degustazioni in batteria, roba da allevamento di polli, Rosso, Brunello, Brunello riserva e varie ed eventuali in soli due giorni?
Io, per mia fortuna, non mi trovo nella condizione di dover raccontare vino per vino, dando magari i punteggi, tutti i campioni degusatati, e mi limiterò ad andare a Montalcino per farmi un’idea generale del livello dell’annata 2007, ma se fossi un collega che si trovasse a dover fare quello, sarei veramente inca…volato per il trattamento di favore concesso ad alcuni a discapito di altri…
Ai responsabili del Consorzio del Brunello una cortese risposta…

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23 gennaio 2012

Collio Bianco 2007 Rosenplatz Livio Felluga: tappo a vite, ma perché?

Domanda: ma come evolvono in bottiglia i vini, soprattutto bianchi, per la cui tappatura i produttori hanno scelto il più alternativo dei tappi alternativi ovvero il tappo a vite o screw cap?
Qualche giorno fa, avvistata in cantina una bottiglia, per di più di un fior di produttore come Livio Felluga, mi sono detto: “ora posso provare a dare una risposta”. La bottiglia portava in etichetta l’annata 2007 e con quattro anni trascorsi dall’imbottigliamento potevo dire di disporre di un lasso di tempo più che sufficiente per poter verificare l’evoluzione del vino e raccontare le mie impressioni.
Tutto a posto? Niente affatto. Nel mio ragionamento non avevo fatto i conti, più che con l’oste, che in questo caso non c’entra, con il produttore, con le sue ambizioni.
Secondo la mia visuale sicuramente molto provinciale per quale motivo vale la pena rinunciare al sughero e puntare sul tappo a vite? Per non rischiare l’annoso problema del gusto di tappo su vini, soprattutto vini bianchi da consumare giovani e rosati, per consumare meno sughero e fare in modo che questo tappo venga riservato ai grandi vini rossi soprattutto e anche bianchi in alcuni casi, da invecchiamento.
E quando parlo di bianchi giovani e rosati o in qualche caso anche di rossi giovani e beverini penso naturalmente a vini per la cui vinificazione ed il cui affinamento si faccia ricorso unicamente all’acciaio.
Cosa è successo invece nel caso del vino che mi è capitato di stappare – diciamo così – e di degustare? Che non ho potuto fare la verifica sulla tenuta ed evoluzione del vino che mi ero ripromesso, perché mi sono trovato di fronte ad un vino che non prevedevo fosse destinato ad una bottiglia con screw cap.
Cosa ho letto, una volta consultato il sito Internet della Livio Felluga, consultando, come potete fare anche qui, la scheda tecnica del Collio bianco Rosenplatz 2007 che avevo assaggiato?
Ho scoperto che il Rosenplatz, che “si rifà alla tradizione asburgica della provincia di Gorizia. Il vino interpreta in chiave moderna ed elegante le tradizionali tecniche di vinificazione dei vini bianchi del Collio”, cuvée di uve Chardonnay – Sauvignon – Pinot Grigio, è sì un vino dove “la fermentazione avviene con macerazione delle bucce a temperatura controllata in recipienti di acciaio inox”, ma è anche un bianco dove “a fine fermentazione i vini vengono assemblati e travasati in fusti di rovere francese dove avviene la fermentazione malo-lattica e la lisi dei lieviti di fermentazione”.
Questo processo produttivo quali risultati ha avuto? Non solo che non ho potuto darmi una risposta circa l’evoluzione di un bianco di quattro anni con screw cap, ma, cosa peggiore, che mi sono trovato di fronte non solo ad un vino la cui parte aromatica mi è parsa molto lontana dalla descrizione fornita nella scheda tecnica, ovvero “sentori di mango, maracuja, lychees, anice stellato, pompelmo rosa, foglia di pomodoro, lillà e glicine; sfumature di asparago, gelso, felce e gradevoli note di pasticceria”, ma soprattutto ad un vino evoluto in maniera strana che non mi ha assolutamente gratificato all’atto dell’assaggio e non mi ha invogliato affatto a bere.
Colore paglierino oro molto intenso brillante di grande luminosità e brillantezza, e un naso molto secco, maturo, con note di fieno e fiori secchi, accenno di spezie e una leggera nota di frutta gialla non sovramatura, di frutta secca tostata accenni petrosi minerali, un bouquet molto secco deciso, tutt’altro che elegante o floreale, con una leggera vena alcolica che tende ad emergere.
In bocca attacco largo e di ampia tessitura, ma il vino tende a chiudersi subito su note molto asciutte secche, astringenti, con una prevalenza drammatica del legno che fa chiudere il vino su note amare di poca piacevolezza, che hanno reso impossibile andare oltre al primo bicchiere, peraltro nemmeno bevuto per intero.
Morale: a mio modesto modo di pensare il problema non è il tappo a vite, è il legno usato nel corso della fermentazione del vino. Non ci fosse stato quello il vino con ogni probabilità sarebbe ancora fresco vivo, piacevole.
Ma quando la capiranno i produttori italiani che ad esagerare con il legno nel caso dei vini bianchi si uccide il vino, si uccide il piacere si preparano vini che sono noiosamente stanchi, privi di allegria, prevedibili e monotoni?
Perché mai mettere in bottiglia con tappo a vite un vino che fa la malolattica e parte dell’affinamento in legno?
Restando in attesa di poter fare un’altra verifica su un vino bianco, possibilmente affinato in acciaio, restato in bottiglia con screw cap per almeno due-tre anni, resto in attesa, se vorrà dire la sua, di conoscere il punto di vista del produttore.

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18 gennaio 2012

Ci vuole ‘o “pilu” anche per vendere le cantinette dei vini?

Che la pubblicità sia l’anima del commercio l’hanno imparato ormai anche i bambini, e che per provare a vendere si arrivi a ricorrere a tutti gli espedienti possibili è altrettanto lapalissiano. E che per qualsiasi genere merceologico un po’ di “pilu”, per dirla con Antonio Albanese e Cetto La Qualunque, sia considerato l’espediente inevitabile, è spettacolo diffuso.
Inutile pensare che il mondo del vino possa rimanere immune da questa deriva, eppure ogni volta che questo accade non si può che rimanere stupefatti. Per cui quando ho ricevuto la mail che mi prometteva e magnificava “Un’offerta spumeggiante per veri intenditori” e ho visto che per “mantenete freschi i sapori pieni delle bollicine” e consentirmi di “assaporare i vostri vini amabili alla temperatura perfetta”, un produttore di cantinette, Baumatic, per proporre la sua “promozione davvero speciale, le nostre cantinette ad un prezzo scontatissimo”, tramite la società che aveva inviato la mail, Vng Vini-Italia.net, ha pensato “bene” di ricorrere al solito espediente da quattro soldi, senza eleganza e senza fantasia, non ho potuto fare a meno di inca…volarmi.
Ma che c’azzecca questa biondina slavata e volgarotta con atteggiamento vagamente da mangiauomini, a metà tra la Cicciolina e la Eva Henger d’antan, ammiccante e vagamente sexy (vagamente perché una così potrebbe attizzare solo un ergastolano) con la pubblicità di cantinette “anche da incasso” e con la promessa di servire le nostre bollicine a temperatura perfetta in ogni momento dell’anno?
Non ha nulla da dire l’azienda agricola “Al Canevon situata geograficamente nella terra del Prosecco D.O.C.G., immersa nell’incantevole paesaggio delle colline di Valdobbiadene e Conegliano”, i cui Prosecco Superiore vengono venduti sullo stesso sito Internet che ospita in home page la “raffinata” réclame delle cantinette, presentati come “bollicine di piacere da condividere, vini di alta qualità e del carattere riconoscibile. Una scelta vasta di vini dei sapori pieni e morbidi ottenuti con la sapiente miscela di uve selezionate”, su questo accostamento della loro produzione ad una tecnica e modalità di vendita il cui “stile” si commenta da solo?

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11 gennaio 2012

Ma è davvero Gerbelle e di gran lunga il migliore produttore di vino in Valle d’Aosta?

Interrogativi sull’andamento del sondaggio di Impresa Vda

A due settimane dal lancio della seconda edizione del sondaggio che mi ha visto collaborare con l’amico Fabrizio Favre, giornalista valdostano e responsabile del blog Impresa Vda, per comporre la rosa di nomi tra i quali scegliere il migliore produttore di vino della Vallée d’Aoste, la prima edizione aveva visto affermarsi la cantina Les Crêtes di Costantino Charrère, devo confessare qualche perplessità.
Come avevo raccontato qui avevo accettato con grande piacere di prendermi la briga, anche quest’anno, di stilare una lista che comprende presenze e assenze, prendendomi la piena responsabilità, da grande amico e buon conoscitore dei vini della Vallée, delle mie scelte.
Alla luce dei risultati che stanno emergendo e che oggi, (scrivo il 7 gennaio) vedono già 421 votanti, non posso nascondere, pur rispettando assolutamente il responso democratico che per ora emerge, le mie perplessità.
Per usare il linguaggio sportivo c’è un produttore in fuga, con un grande vantaggio sugli inseguitori, con 225 voti (ovvero il 53%) contro i 75 del secondo (il 17%), ma questo produttore è un produttore particolare, valido e rispettabilissimo, altrimenti non l’avrei inserito nella mia selezione, ma, pur con tutto il rispetto che merita, perché è serio, bravo, capace e determinato ed i suoi vini sono buoni, non avrei mai pensato potesse capeggiare in modo tanto perentorio la classifica.
Sto parlando del giovane Didier Gerbelle dell’omonima azienda agricola di Aymavilles, nata nel 2006, anche se questa è la quarta generazione della sua famiglia che si occupa di vini e di viticoltura.
Come ho letto su Internet, dove Gerbelle è intensamente presente, grazie ad una propria pagina facebook e a diversi articoli dedicati ai suoi vini da vari blog, “Didier frequenta per due anni l’Institut Agricole Regional dopo di che si trasferisce ad Alba per proseguire gli studi nel settore viticolo- enologico alla gloriosa Scuola Enologica.
Diplomatosi enotecnico nel 2006, e dopo aver rilevato l’azienda condotta prima dai nonni paterni e poi dai genitori, Didier intraprende la strada della vinificazione e con la primavera 2007 entrano sul mercato le prime bottiglie”.
Meno di tre ettari vitati, tra Aymavilles e Villeneuve, una produzione inferiore alle ventimila bottiglie, un’età, quella di Didier, inferiore ai 30 anni. La domanda, ricordando en passant che la foto che utilizzo a corredo di questo post è del bravissimo fotografo Mauro Fermariello, autore del blog Wine Stories, dove si può leggere un bell’articolo su Gerbelle, è semplice: è giusto, lo ripeto, pur con tutta la doverosa stima per questo ragazzo, che non può essere considerato solo un enfant prodige della viticoltura valdostana, ma una realtà, che un produttore con pochissimi anni di storia, con un’azienda agricola del tutto agli inizi, possa imporsi in questo sondaggio promosso da Impresa Vda come il miglior produttore di tutta la Vallée e lo faccia imponendosi su fior fior di aziende dalla storia qualitativa lunga e collaudata?
Va bene il motto “largo ai giovani” e giusto che le forze nuove e persino gli outsider vengano alla ribalta, ma non sarebbe importante che nel votare il miglior produttore di vino della Valle gli appassionati tengano conto di fattori di fondamentale importanza come la storia, l’esperienza, la continuità nel tempo?
E, consentitemi ancora un interrogativo, in questo sondaggio proposto dal blog Impresa Vda e sostenuto da Vino al vino, non c’è il pericolo che si imponga non solo chi è veramente più bravo, ma chi è più capace ad utilizzare i mezzi della comunicazione moderna via Web tipo social network et similia?
Ed è buttata fuori questa domanda, che non potevo tenermi dentro e non esprimere, che vi invito nuovamente a votare, visto che sono ancora disponibili oltre due mesi, e partecipare all’enosondaggio di Impresa Vda

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1 gennaio 2012

Mega spot filo Prosecco al Capodanno tv di Rai Uno in diretta dalla Valle d’Aosta

In linea con l’accordo tra Regione Val d’Aosta, Chambre valdôtaine e Rai?

Un giornalista di scarsa autorevolezza tre anni fa si procurò un momento di facile notorietà a basso costo facendosi portavoce di una campagna di indignazione contro l’allora direttore di Rai Uno Fabrizio Del Noce (personaggio di rara antipatia e violenza) reo di aver brindato all’arrivo del 2009, in occasione della diretta per il Capodanno 2008 di Rai Uno, brandendo una bottiglia di Champagne e non di “spumante” italiano.
Basta cercare su Google digitando “Champagne Del Noce Rai Uno” per leggere l’intemerata del carneade che ciarlò di “Brindisi che fanno male all’Italia” accusando Del Noce di disfattismo e anti-patriottismo enoico mentre in Italia, scriveva, brandendo idealmente il copia commissioni da venditore di “spumante”, “calano finalmente le vendite di Champagne”.
Un episodio patetico, in linea con il provincialismo del personaggio (che arrivava a pretendere le scuse di Del Noce) e delle sue battaglie di retroguardia, ad esempio contro il “luogo comune che le bollicine francesi sono da sempre uno dei simboli delle feste”, che mi è venuto in mente oggi guardandomi la registrazione, che avevo disposto, della tradizionale festa di Raiuno dedicata al Capodanno intitolata L’Anno che verrà, trasmessa ieri sera in diretta dal PALA TRE di Courmayeur.
Nulla di trascendentale in questo spettacolo presentato da Carlo Conti, come dicevano i comunicati stampaun 31 Dicembre all’insegna della musica, della comicità e dello spettacolo”, con cantanti noti e meno noti, giovani e vecchie glorie.
E non avrei avuto nulla da dire sulla trasmissione se non avessi letto, sull’edizione on line di Aosta sera, un articolo molto significativo su questa trasmissione e sul rapporto Rai – Vallée.
Nell’articolo si leggeva che il presidente della Regione Augusto Rollandin aveva testualmente dichiarato chela trasmissione del Capodanno è il preludio di un accordo tra Regione, Chambre valdôtaine e Rai che determina una sinergia per il rilancio e il rafforzamento dell’immagine della Valle d’Aosta sui canali della televisione pubblica.
Una Valle d’Aosta che si presenta nel suo insieme per valorizzare tutte le espressioni e le potenzialità di un territorio di montagna ricco di tradizione e possibile angolo di svago e di divertimento”.

Inoltre sempre nell’articolo di Aosta sera riferito alla conferenza stampa di presentazione della festa di Raiuno dedicata al Capodanno in diretta da Courmayeur si leggeva una dichiarazione dell’assessore regionale al Turismo Aurelio Marguerettaz molto chiara ed impegnativa relativa ai contenuti della convenzione triennale tra Valle d’Aosta e Rai: “l’accordo, che comincia con la trasmissione L’anno che verrà, è molto più articolato e si declina in una programmazione a lungo termine, nella quale c’è la risultanza della collaborazione tra l’amministrazione regionale e tutti gli operatori che rappresentano le eccellenze della Valle d’Aosta e, quindi, il sistema produttivo e turistico che vogliamo esportare e sostenere, in particolare in questo difficile momento economico”.
In altre parole un normale accordo per sostenere e sponsorizzare la Vallée ed i suoi prodotti sui canali della televisione di Stato.
La domanda, alla luce di questo accordo, nasce spontanea: è forse diventato un prodotto della Vallée, un’eccellenza della Vallée, il Prosecco prodotto da una nota azienda di San Donà di Piave, che è stato più e più volte inquadrato, con tanto di marchio in evidenza stile “consigli per gli acquisti” al momento del brindisi di mezzanotte e più volte in seguito?
E se il Prosecco (di Conegliano e Valdobbiadene) è rimasto, come mi risulta, un prodotto simbolo dell’agroalimentare veneto, come si concilia il mega spot del Prosecco di Canella, con l’accordo Rai – Valle d’Aosta realizzato per esportare e sostenere il sistema produttivo e turistico della splendida regione montana?
Se si doveva promuovere l’agroalimentare valdostano perché non si sono mostrate, al momento del brindisi, le bottiglie di metodo classico prodotte, con un uva autoctona come il Prié Blanc, dalla Cave di Morgex et de la Salle invece del Prosecco?
Si attendono risposte dall’Assessore al Turismo e dal Presidente della Regione, per capire se siano soddisfatti o meno di questo “preludio di un accordo tra Regione, Chambre valdôtaine e Rai”.
E si attende, ma ovviamente non ci sarà, l’indignazione ad intermittenza di chi, autarchicamente, nei giorni scorsi invitava a mangiare e brindare italiano (voleva forse dire veneto?) contro la crisi…
Perché mai dovrebbe vedere e denunciare la contraddizione tra i termini dell’accordo tra Rai e Vallée e lo spottone di Canella e mettersi contro un potente produttore di “spumante” che potrebbe diventare un inserzionista pubblicitario della sua rivista?

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22 dicembre 2011

Galatina rosato 2009 Doc Valle dell’Asso: due anni e ancora in gran forma!

Non datemi del nostalgico, anche se in fondo per certi versi lo sono, se a pochi giorni dal Natale, con le temperature che qui in Lombardia sono vicine allo zero e farebbero pensare ad un clima decisamente da rossi corposi, che “scaldano”, sono ancora qui a stappare e parlarvi di vini rosati! Io i rosati, quante volte l’ho detto, non li bevo solo d’estate quando fuori ci sono trenta gradi e più, ma amo gustarli in ogni mese dell’anno, ovviamente giocando sulle diverse temperature di servizio dei vini.
E così, quando qualche giorno fa rovistando in cantina mi sono trovato tra le mani una bottiglia di rosato salentino non del 2010, ma addirittura del 2009 e sono rimasto folgorato dalla bellezza ed integrità del colore che appariva dalla bottiglia trasparente, anche se fuori faceva freddino non ci ho pensato due volte e portata in casa la bottiglia, giusto il tempo di portarla alla giusta temperatura l’ho stappata.
Dove sono quelli che dicono che i rosati sono vini fragili, che durano solo lo spazio di un’estate, quasi fossero delle cicale enoiche, che vanno bevuti giovanissimi entro l’anno e poi non servono nemmeno in cucina?
A questi scettici (e spesso un po’ prevenuti, perché lo sparare sui rosati, non considerarli dei vini seri, ridurli a “vinelli di serie B”, è uno sport ancora molto praticato nell’Italia del vino di oggi) vorrei mettere davanti agli occhi e sotto il naso un bicchiere di questo Galatina Doc 2009 rosato, ovviamente base Negroamaro, come ogni rosato salentino degno di questo nome, firmato per un’azienda seria come Valle dell’Asso, con sede a Galatina, dal bravo enologo Elio Minoia.
Azienda che conta su settanta ettari di vigneti, allevati a controspalliera con una densità di 5000 ceppi per ettaro, con un’età da 1 a 35 anni, ubicati nei comuni di Galatina, Cutrofiano, Sogliano Cavour e Salice Salentino, dove viene messo in pratica il sistema della cosiddetta “arido-coltura vale a  dire che si coltiva senza irrigare.
Questa tecnica, che permette una viticoltura di qualità, prevede sarchiature poco profonde che permettono al terreno di traspirare, senza cedere l’umidità, aiutato da una concimazione organica, equilibrata, che gli restituisce la vita mentre sulle foglie per la lotta alle crittogame si irrora solo zolfo e rame”.
Inoltre l’azienda pratica da tempo l’agricoltura biologica che assicura sia il rispetto dell’ambiente che i metodi di coltivazione tradizionale.
Io non so se sia merito di queste pratiche agronomiche, applicate nei 4 ettari di Negroamaro posti in Agro di Galatina da cui proviene questo rosato, la longevità e la perfetta forma di questo rosato.

Resta il fatto, come attestano di fatto le fotografie che ho cercato di scattare per tentare di rendere la felicità espressiva, l’integrità e la vivacità di questo 2009, che mi sono trovato di fronte ad un rosato 2009 in splendida forma, colore cerasuolo granato di grande luminosità, colore ancora integro, affascinante di bella vivacità, con sfumature varianti dal salmone al ribes, dotato di un naso molto vivo e carnoso con una bella dolcezza e un’intatta presenza di frutto, lampone, ribes, ciliegia, leggere sfumature agrumate che richiamano buccia d’arancia e mandarino, e poi in evoluzione accenni caldi, solari, mediterranei di grande suadenza, con sfumature leggermente balsamiche, di erbe aromatiche, rosmarino, albicocca secca fiori di campo e canditi.
Bocca fresca, viva, ancora succosa, molto integra e piacevole, gusto largo e ben polputo in bocca, con una bella vena acida di grande freschezza e sale, integro, con bella polpa fruttata e rotonda, carattere sapido, asciutto, ricco di nerbo, con bella continuità, dinamismo, energia, in perfetta forma, equilibrato e ricco di sapore.
Anche a qualche tempo dall’apertura il vino mantiene grande piacevolezza, non ha segni di ossidazione è fresco equilibrato, gustoso si fa bere benissimo con un finale di agrumi stupendo anche a bicchiere vuoto e una chiusura su note salate.
Ma non ci avevano detto che un rosato di due anni era buono solo… per il lavandino?

Azienda agricola Valle dell’Asso

Via Guidano, 18 Galatina LE
E-mail valleasso@valleasso.it
Sito Internet http://www.valleasso.it/

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20 dicembre 2011

Vota il migliore produttore valdostano 2012: un sondaggio di Impresa Vda

Accolgo con grande piacere l’invito dell’amico Fabrizio Favre (direttore responsabile del Corriere della Valle d’Aosta e di Radio Proposta in Blu, collaboratore del Sole 24 Ore Nord Ovest e di Avvenire, e conduttore su Radio Proposta in Blu del programma settimanale «ImpresaVda») e del suo blog Impresa Vda (Viaggio fra chi fa impresa in Valle d’Aosta) di ripetere l’esperienza fatta a fine 2010, ovvero lanciare un sondaggio per eleggere il migliore produttore di una regione cui sono molto legato per tanti motivi come la Valle d’Aosta.
Anche quest’anno la selezione delle aziende in nomination è opera mia (se avrete da contestare qualcosa prendetevela con me e non Fabrizio…) ed il numero delle aziende, piccole realtà produttive, vignerons viticulteurs encaveurs, aziende private di medie dimensioni e Cantine sociali, è passato da 15 a 20.
Rispetto alla selezione dello scorso anno, vincitore del primo sondaggio a parte, ovvero Les Crêtes della famiglia Charrère, che quest’anno con Fabrizio abbiamo pensato di escludere per lasciare spazio agli altri, ci sono alcuni nomi nuovi, con molte presenze confermate (su certi nomi non si può prescindere) e alcune assenze, che magari qualcuno troverà ingiustificate. Ma come ogni selezione che si rispetti, anche questa è soggettiva e rispecchia gusti e predilezioni, ma anche una minore considerazione, da parte di chi scrive.
Sono comunque persuaso di aver realizzato una compilation che rappresenta un po’ tutte le componenti del vino valdostano e che possa consentire ai lettori di Impresa Vda di scegliere, con passione e grande entusiasmo, che nel mondo del vino non deve mai mancare, “il migliore produttore valdostano 2012”.
Cosa dirvi ancora se non votate, votate, votate?

Le aziende valdostane in nomination (in ordine alfabetico)

Anselmet
Cave Coopérative de Donnas
Cave Coopérative de l’Enfer
Cave des Onze Communes
Château Feuillet
Di Barrò
Feudo di San Maurizio
Frères Grosjean
Didier Gerbelle
Institut Agricole Régional
L’Atoueyo
La Kiuva
La Crotta di Vegneron di Chambave
La Vrille
Les Granges
Lo Triolet
Maison Agricole D & D
Elio Ottin
Nicola Rosset
Marziano Vevey

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ATTENZIONE!

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29 novembre 2011

Clamorose novità alle viste in un celeberrimo borgo del vino italiano?

Novità clamorose alle porte in uno dei più noti borghi del vino italiani?
A dare ascolto ai rumors e ai boatos che si ripetono da qualche tempo e che negli ultimi giorni sono arrivati alle mie orecchie molto attente da parte di diverse persone solitamente bene informate e degne della massima considerazione, in questo noto borgo vinicolo, capitale di uno dei vini italiani in assoluto più famosi, idolatrati e discussi, si annuncia come imminente, oppure si sarebbe addirittura già perfezionata la vendita, a colpi di milioni e milioni di euro, tanti tanti soldi, di una delle aziende simbolo di questo borgo e della sua Docg.
Due le ipotesi che mi sono state fatte.
La prima che l’azienda XY sia stata venduta (magari anche solo il 51%) ad un notissimo imprenditore e uomo d’affari straniero, creatore di fondi d’investimento e di molteplici e a volte discusse iniziative, un personaggio su cui sono stati scritti fiumi di parole, e che non si capisce bene che interesse avrebbe ad entrare, nel 2011!, nel mondo del vino.

La seconda ipotesi, non meno suggestiva, prevede che la celebre azienda XY sia stata venduta ad un’azienda vinicola straniera, e non ad una statunitense tipo Costellation Brands, ma ad un’altra, grande ma non grandissima, leader in uno dei Paesi più vivaci del Nuovo Mondo, azienda decisamente export oriented che, forse, avrebbe interesse a diversificare i propri investimenti anche in Italia. O meglio in quella celebre regione del Centro Italia dove ha sede l’azienda XY.
Saranno sicuramente solo voci, notizie incontrollate, eno-gossip come direbbe qualcuno, ma perché mai, se non ci fosse un fondo di verità, e se davvero NON fosse tutta una “balla”, queste voci “dal sen fuggite” continuerebbero a circolare, ad arrivare alle mie come alle altrui orecchie?
Io, per non sapere se leggere né scrivere, intanto registro la “notizia”, poi se sia vera oppure no lo scopriremo, come avrebbe detto il buon Lucio Battisti, “solo vivendo”…

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N.B.

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