Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Interrogativi'

22 aprile 2010

In Trentino si parla di Trento Docg, ma solo per paura del Prosecco

Certo che con i trentini, soprattutto se produttori di metodo classico, non c’è mai da annoiarsi. Sono persone cui la fantasia non fa proprio difetto. Hanno l’ambizione di produrre le migliori bollicine méthode champenoise, o magari qualcuno glielo fa credere loro, e poi eccoli lì a tentare la strada della prosecchizzazione, vendendo le loro bottiglie a tre euro e mezzo.
Creano un marchio e magari spendono un sacco di soldi (pubblici) per mettere finalmente a punto il logo giusto, per proporsi all’universo mondo come TrentoDoc ma poi qualche azienda aderente all’omonimo Istituto, evidentemente in pieno trip pirandelliano da Uno nessuno e centomila, pensa “bene” di dedicarsi a pratiche da anatomopatologi, e di presentarsi, riesumato il cadavere, come Talento.
Ma non è finita, perché anche se poi la colpa è sempre dei giornalisti, che capiscono fischi per fiaschi e che ti mettono in bocca parole che non ti sei mai sognato di pronunciare, accade che pezzi grossi del TrentoDoc finiscano con il confessare che loro ambizione per il futuro sarebbe quella di esportare “spumante italiano” (TrentoDoc? Macché “spumante, c’est plus facile!”) all’estero.
Ma non è finita, come ha documentato una bravissima collega di Trento, Francesca Negri (a proposito: date un’occhiata al suo neo blog Geisha Gourmet !), che all’argomento ha dedicato alcuni articoli pubblicati sul Corriere del Trentino, nella terra del Concilio e del Teroldego rotaliano (170 quintali per ettaro secondo disciplinare) pensano di promuovere a Docg le loro bollicine Doc.
Lo fanno in base ad un preciso progetto, con una strategia vincente e d’attacco? Niente affatto!

Come ho raccontato qui, in questo articolo pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S., alla Docg per il TrentoDoc vorrebbero arrivarci spinti “dall’effetto Prosecco Docg”, per la paura, parole di Matteo Lunelli “che si consolidi nella testa del consumatore che la Docg sia la prima categoria degli spumanti e la Doc la seconda”.
Insomma, siccome il TrentoDoc rischierebbe, dicono a Trento e dintorni, di essere percepito dal consumatore come un prodotto di serie B per colpa del Prosecco diventato Docg, ecco nascere l’esigenza di proporsi “come un territorio d’eccellenza agli occhi del consumatore”.
Cogliendo “l’occasione per rivedere il disciplinare di produzione, che dovrebbe intraprendere la strada di ancora una maggiore severità” e per passare dagli attuali 150 quintali per ettaro ad almeno 130. Magari riducendo “i vigneti potenziali, scegliendo le zone più vocate”.
Domanda delle cento pistole: se i protagonisti del TrentoDoc davvero attribuiscono un valore superiore, di comunicazione, d’immagine, di percezione da parte del consumatore, di valorizzazione del prodotto alla G aggiunta alla Doc, perché non si sono mossi prima per averla?
Perché parlano di arrivare alla Docg ben 15 anni dopo il Franciacorta (rese di 100 quintali ad ettaro contro i 150 del TrentoDoc – vedi tabella) che senza attendere il pungolo del Prosecco il suo percorso per arrivare alla G aggiunta l’ha compiuto con successo già nel lontano 1995?

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15 aprile 2010

Ian D’Agata: “specialist knowledge of Barolo”

Leggo sul numero di maggio della rivista inglese Decanter, quella dove campeggia in copertina una bottiglia di Langhe Nebbiolo Sorì San Lorenzo, e dove un noto winemaker toscano che farebbe molto bene a tacere dispensa  ricette non richieste per fare grandi vini, ovviamente non solo con Sangiovese, a Montalcino, l’annuncio di tre Masterclass, dedicati ai vini italiani, o meglio “the best of Italy’s fine wine”, che si terranno a Londra il prossimo 15 maggio.
Si parlerà di Tuscany, con Steven Spurrrier, consultant editor della rivista, di Amarone, anzi delle Amarone families, con il master of wine Peter McCombie e di parlerà dell’importanza del vigneto nel Barolo con Ian D’Agata, “an italian based award-winning journalist and professionale wine lecturer with specialist knowledge of Barolo”. Intendiamoci, nessuno, tantomeno io, intende mettere in discussione la competenza di D’Agata, collaboratore di Stephen Tanzer all’International Wine Cellar, responsabile della International Wine Academy, curatore del New Wine Journal, vincitore nel 2007 del premio quale migliore giovane giornalista/wine writer italiano di vino attribuito da quell’autorità indiscussa e indiscutibile che è il Comitato Grandi Cru d’Italia, nonché autore di guide per Guido Tommasi editore.
Un’autorità D’Agata, avvantaggiato tra l’altro da un fluentissimo English speaking.
Peccato solo che in questi anni, chi frequenta assiduamente le terre di Langa non si fosse accorto, probabilmente perché distratto, della sua “specialist knowledge of Barolo”, non avendolo mai incontrato, a differenza di tanti altri colleghi, in qualche cantina, o visto partecipare a quella grande vetrina presentazione delle nuove annate che è Alba Wines Exhibition. Domanda: sarà mica anche lui della squadra di quelli che “non si sporcano” a degustare insieme agli altri giornalisti e normali wine writer, tipo il Robert Parker der Tufello, James Suckling o, non sia mai, Luca Maroni?
Possiamo esprimere voti che quest’anno, impegni londinesi permettendo, possa essere con noi e onorarci della sua presenza a Nebbiolo Prima così da dimostrarci sul campo di essere quel vero appassionato e conoscitore del Barolo che Decanter assicura ai suoi lettori essere?

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4 febbraio 2010

Carlo Ferrini promette un Barolo… stile Voerzio

Devo ringraziare il mio caro amico Stuart George, per anni colonna portante, come tasting editor, della splendida rivista inglese The World of Fine Wine, per essere riuscito a mettere meglio a fuoco come il baffuto winemaker toscano Carlo Ferrini, componente di quel club di enologici che il Merlot lo metterebbero anche nel caffè, concepisca, ne avevo scritto recentemente qui, il suo sbarco in Piemonte, come consulente nelle terre del Barolo in un’azienda acquistata da un ambizioso e danaroso imprenditore parmigiano.
Sul suo blog Worcester Sauce, Stuart, commentando una degustazione di una dozzina di vini prodotti in giro per l’Italia dal noto winemaker toscano svoltasi a Londra, dopo aver osservato che “The wines presented at this tasting were all of good quality but sometimes the winemaker’s hand was stronger than the terroir and the result lacked tipicità (typicity)” ovvero che “i vini erano tutti di buona qualità ma talvolta la mano dell’enologo tendeva a prevalere sul carattere del terroir ed i vini difettavano di tipicità” riporta una promessa di Ferrini che fa capire con quale idea si avvicini al Barolo e ne rispetti i terroir. A dire del winemaker “the 2008 Barolo might be similar to Roberto Voerzio, suggested Ferrini”.
Modelli alti sarà anche giusto darseli, ma invece di produrre vini ad imitazioni di quelli di altri, perché il sor Ferrini non prova, se ci riesce, a capire lo speciale, peculiare carattere del terroir dove ha la fortuna di operare, e si adopera a produrre vini che ne siano il fedele riflesso?
Di vini fatti con lo stampino, tutti uguali, tutti con la mano dell’enologo a prevalere, il mondo del vino italiano, anche grande all’opera di winemaker come lui, è già stracolmo…

p.s.
Credo proprio che sia Carlo Ferrini il “misterioso” enologo di cui Andrea Sturmiolo parla in questo articolo, che potete leggere a pagina 10 del New Wine Journal http://www.newwinejournal.it/download/new-wine-journal-02-2010.pdf

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21 gennaio 2010

Vini calabresi: strane valutazioni e incongruenze di Enogea

Ho letto con particolare interesse, sull’ultimo numero di Enogea (il 28) che mi è appena arrivato, accanto ad un’analisi sulla Valpolicella oggi (Valpolicella e Amarone) firmata dal Masna e altre interessanti cose, un eccellente, appassionato, esemplare lavoro firmato dal suo braccio destro, Francesco Falcone (che mi è anche molto simpatico, visto che è interista e “zenghiano” come me) dedicato alla Calabria.
Un lavoro “della madonna”, un itinerario protrattosi ben due settimane in giro per questa terra felix dalla grande vocazione vinicola, condotto nelle diverse provincie e nelle varie zone vinicole, viaggio che definirei, anzi lo faccio subito, esemplare, di riferimento e persino “eroico”, perché girare per cantine in Calabria e organizzare i propri spostamenti non è agevole come nelle Langhe, a Montalcino o in Franciacorta.
Eppure… Eppure c’è un aspetto, marginale, con tutto il rispetto per quanto ha fatto, che non mi convince totalmente nel lavoro di Falcone e che definirei una contraddizione tra quanto scrive, a proposito dell’azienda più nota, e dei punteggi che assegna ai vini.
Premetto che a differenza da Masnaghetti, che di valutazioni numeriche, su base 100 centesimi, ha fatto prassi quotidiana, e del suo collaboratore, io non credo più di tanto, anzi ben poco, al significato di un numero messo accanto al nome di un vino.
E che quindi non considero un feticcio o qualcosa di particolarmente significativo il fatto che un vino, dopo l’assaggio, riceva una valutazione sintetica di 88 piuttosto che di 90 o di 75/100.
Cerco di “dare i numeri” ai vini – dando già “i numeri”, come dicono i miei estimatori, normalmente – il più raramente possibile, quando degusto per The World of Fine Wine o devo corredare di una valutazione da uno a cinque tastevin le note di degustazione che redigo per la rivista dell’A.I.S. De Vinis. Pertanto, come ho detto, c’è qualcosa che non mi convince quando leggo che Francesco Falcone, a proposito dell’azienda Librandi di Cirò marina parla di “regolarità qualitativa che ne fa la migliore azienda di tutta la regione da quasi cinquant’anni” (valutazione che notoriamente condivido, conoscendo molto bene questa azienda e i suoi vini) ma poi, nella tabella riassuntiva, pubblicata a pagina 50, del “meglio della regione” vedo che i punteggi più alti attribuiti ai vini di Librandi si fermano a quota 88/100 (il che per un grande vino come il Magno Megonio mi sembra un po’ pochino…), mentre vini di altre aziende, che non hanno la storia, la continuità qualitativa di Librandi, e che magari per berli devi scendere in Calabria, visto che altrove non si trovano facilmente, salgono tranquillamente a quota 89, 90, 91/100.
Pochi numeri di differenza, lo so bene, ma se un produttore viene definito “migliore azienda di tutta la regione”, i punteggi più alti non dovrebbero andare ai suoi vini e non a quelli di altri?

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20 dicembre 2009

Zaia candidato in Veneto alle Elezioni Regionali del 2010: una buona notizia o no?


Ma come, si già stancato di stare “con le scarpe sporche di terra”, come ama dire, di fare le sue battaglie autarchico-padane per i prodotti alimentari made in Italy (meglio ancora se della Marca Trevisana), per il brindisi con lo “spumante italico”, a favore delle pere, del radicchio rosso, dell’Asiago e dello zampone contro quegli “extracomunitari” chiamati ananas o banane?
Pare proprio di sì, Luca Zaia, il ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, presto mollerà il suo dicastero contadino, gli stivaloni e le scarpe grosse da coltivatore, per buttarsi nella campagna elettorale, visto che è stato ufficialmente designato, dalla Lega Nord di cui è esponente, come il candidato ufficiale del Pdl per il Veneto alle Elezioni regionali del 28-29 marzo 2010.
E così, mentre l’altro papabile per la candidatura, l’efficiente Sindaco di Verona Flavio Tosi se ne resta tranquillo al suo posto, “a fare il lavoro che mi piace di più e che è quello di sindaco della mia città”, il Ministro, il cui attivismo in questi mesi faceva chiaramente pensare che stava a Roma ad occuparsi di agricoltura, ma in cuor suo puntava a Palazzo Balbi, sede della Giunta Regionale del Veneto, cercherà di diventare il nuovo Governatore, prendendo il posto del Presidente uscente Giancarlo Galan, clamorosamente silurato, dopo 15 anni, per fare posto all’attivo “propagandista del Prosecco”.
Ammesso e non concesso che vinca (ma sulla carta è ben facile prevedere, in terra veneta, un’affermazione, visto che alle elezioni politiche del 2008 la Lega aveva ottenuto percentuali superiori al 25%…), si apre ora il discorso della sostituzione di Zaia alla testa di questo ministero chiave per l’Italia. Tra le ipotesi fatte quella del piemontese Guido Crosetto, e del veneto (di Portogruaro) Paolo Scarpa Bonazza Buora già sottosegretario all’Agricoltura dal 2005 al 2006 e ora Presidente della Commissione permanente agricoltura e produzione agroalimentare.
Questo anche se i giochi non sarebbero fatti e la Lega pretenderebbe che Zaia venisse sostituito da un altro suo esponente. Ma dove sta scritto che il Ministero delle Politiche Agricole debba di nuovo finire ad un rappresentante di una forza politica che sarà anche maggioritaria in Veneto e Lombardia, ma che rappresenta una minoranza a livello nazionale? E dove sta scritto che i candidati del Carroccio diano garanzie di competenza, serietà, abnegazione superiori a quelle di eventuali altri papabili espressione del Pdl?
Ad ogni modo di fronte alla notizia della ufficializzazione della scelta di Zaia come candidato ufficiale del Pdl per il Veneto alle Elezioni regionali, mi chiedo: dobbiamo considerarla come una buona notizia, sperando che l’Agricoltura finisca finalmente in mano ad un esperto che sappia occuparsene non con un’ottica provinciale e curando gli interessi nazionali, non quelli del proprio collegio elettorale, o come una bad news, pensando a quello che potrà combinare il “cantore dell’identità veneta” nativo di Conegliano alla testa di una regione tanto importante per l’economia (e la cultura) italiana come il Veneto?

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28 ottobre 2009

Sul Brunello negli States, raccontala giusta, Zaia! Il TTB americano smentisce un comunicato del Ministro

From Brunello’s Usa department…
Per pura completezza dell’informazione voglio invitare tutti i lettori che ancora s’interessano all’affaire Brunello e ai suoi effetti, in termine di commercializzazione e circolazione del vino nel mondo, soprattutto in quello che resta il primo mercato estero, gli Stati Uniti d’America, questi due articoli, di cui fornisco il link ma di cui pubblico anche il testo integrale, in italiano e in inglese.
Il primo è un comunicato stampa apparso in bella mostra qualche giorno fa sul sito Internet del Ministero delle Politiche Agricole, attualmente retto da Luca Zaia, che i rumors politici descrivono come il candidato governatore della Regione Veneto secondo i desiderata della Lega.
Leggete, anche qui, con attenzione, tutto il testo: “Sono molto soddisfatto dell’esito dell’incontro. Le garanzie che abbiamo fornito per contrastare le contraffazioni sono state ritenute più che sufficienti per un pieno riconoscimento riguardante le importazioni di vino italiano negli Usa”.
Così il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia, al termine dell’incontro avvenuto ieri, 20 ottobre, a Washington con John Manfreda, Amministratore dell’Agenzia Federale Alcohol and Tobacco Tax and Trade Bureau (Agenzia Federale americana per l’alcol ed il tabacco – ATTB).
“Ho ottenuto – ha dichiarato Zaia – il via libera definitivo alle importazioni negli Usa del Brunello di Montalcino. Si chiude così definitivamente questa vicenda, assicurando ad uno dei vini ambasciatori del Made in Italy e capisaldi dell’intero settore agroalimentare nazionale una presenza sul mercato americano”.
La visita del ministro Zaia negli Usa, che è iniziata ieri e terminerà il 25 ottobre, mira a valorizzare e a promuovere ”le tipicità del Made in Italy”, contrastando nello stesso tempo le contraffazioni che “tanto danneggiano l’economia e l’agricoltura italiane”.
Durante la visita il Ministro spiegherà anche ai consumatori americani i pericoli del fenomeno dell’Italian sounding. Dopo la tappa di Washington, il ministro Zaia proseguirà oggi a New York la sua visita negli Usa. Il 22 ottobre il Ministro incontrerà il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon per parlare di sicurezza alimentare mondiale. La visita proseguirà con alcuni incontri con gli imprenditori italiani impegnati nel settore agroalimentare”.
Questo il comunicato stampa di Zaia, poi diffuso alla stampa anche mediante la nuova agenzia di comunicazione che lavora per il Consorzio del Brunello.

Giusto il tempo di pensare, ma guarda che ganzo quel Zaia e chissà come saranno contenti i suoi fan (incredibile ma vero, pare che ne abbia..) a Montalcino, che mi sono imbattuto, ovviamente grazie ad una serie di segnalazioni arrivate dagli States, in un lapidario post pubblicato sul sito specializzato in “daily news and commentary for the alcohol beverage industry”, Wine & Spirits Daily, che titolando testualmente un ampio articolo che potete leggere qui, “TTB Still Requires Brunello Certification Despite Italy’s Claims” sembrerebbe mettere in dubbio quanto proclamato ai quattro venti non da un pinco qualsiasi, bensì dal Ministro delle Politiche Agricole italiano, ovvero affermando che il Tobacco Tax and Trade Bureau, il TTB, non avrebbe dato il “via libera definitivo alle importazioni negli Usa del Brunello di Montalcino” ma richiederebbbe ancora le necessarie certificazioni.
Leggete qui, please, e fatevi anche voi un’idea: “Dear Client: Despite reports to the contrary, TTB’s director of public and media affairs Art Resnick confirmed to WSD that they have not in fact put an end to their current certification process with the Italian government regarding Brunello di Montalcino wines. “Contrary to the reports that we’re not longer requiring the certification, we are indeed enforcing the certification and awaiting further information from the Italians to determine a future course of action,” he told us.
Italy’s agricultural minister, Luca Zaia, met with TTB administrator John Manfreda in Washington D.C. last week, where they discussed the Italian government’s ongoing investigations into the improper blending of several Italian wines including Brunello di Montalcino.
Recall allegations surfaced last year that certain Brunello producers were illegally using mixed grapes in their wines, which is in violation of existing rules that require Brunello di Montalcino producers to use 100% Sangiovese grapes grown in Montalcino.
The TTB responded by requiring all Brunello imports in the US to bear a certification from the Italian government proving they were in fact legitimate Brunello di Montalcino wines. After meeting with the TTB last week, Luca issued a press release(in Italian) claiming “I have obtained the definitive go-head to import Brunello di Montalcino into the United States. The case is now definitively closed.”
The TTB also issued a statement that basically says although they’ve received reassurance from the Italian government, they still need to see the prosecutors’ report before “determining the future” of the certification process.”
“The Minister reassured TTB that his office has taken full responsibility for the integrity of all 500 Italian wine denominations and has ensured that none of the mislabeled products that have been the subject of numerous press reports for months now are on the market. He stressed that he has taken TTB concerns about the integrity of certain Italian wines seriously and consequently mandated a heightened quality control and oversight role for the Ministry of Agriculture.
The Minister also advised that the court case would be concluding soon and that TTB would be provided with information on the final disposition of the cases as soon as possible. “While reassuring the Ambassador and the Minister that TTB’s goal is not to disrupt trade or act unfairly against producers who have not been found guilty, TTB strongly emphasized the need to receive the prosecutors report as soon as it is available to assist in determining the future need for and scope of the certification process currently being enforced by the Bureau ,” said the TTB.
Clearly something doesn’t add up between the two statements so we decided to take a closer look. As WSD went to press, the TTB issued a press release dispelling Luca’s claim and further clarifying the situation: “At this time, TTB continues to enforce the certification requirement and has no plans to lift this requirement.”
Stato di cose piuttosto “controverso”, che ha indotto il mio amico e sodale Jeremy Parzen a titolare un post pubblicato sul blog Vino Wire, “TTB: Italian government certification still required for Brunello”, ovvero che la certificazione del governo italiana è acora necessaria per esportare Brunello negli States. Leggete qui. Allora, sempre per pure completezza dell’informazione, qualcuno, a Montalcino, a Roma, nella Marca Trevigiana, vuole aiutarci a capire come stiano le cose?
Allora, qualcuno vuole capire che non si può e non è utile fare campagna elettorale, in Veneto, utilizzando presunti grandi successi ottenuti in quel di Montalcino?

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12 ottobre 2009

Boscareto resort: segno tangibile dell’amore per la terra o violenza al paesaggio di Langa?


A volte, ultimamente (forse starò invecchiando o forse non ho ancora imparato a “stare al mondo”), sono portato a chiedermi se le parole abbiano lo stesso significato per tutti o se invece, grazie alla libera interpretazione del testo che la nostra ricchissima e duttile lingua italiana consente, possa accadere che una cosa che a me sembra bianca e alta possa apparire nera e bassa ad un’altra persona.
Insomma, è mai possibile che un intervento architettonico che a me appare invasivo, eccessivo, assolutamente ingiustificato, ben poco rispettoso del paesaggio circostante, aggressivo, possa invece essere giudicato da un collega, che non è un carneade qualsiasi, come “un segno tangibile (e fruibile) della passione per questa terra” da parte di chi quell’intervento ha voluto? Elemento scatenante di questo mio interrogativo, per andare al concreto, è stato il recente, ormai ultimato e prossimo all’inaugurazione (a fine ottobre) Boscareto resort (osservare con attenzione le foto, anche quelle comprese sul sito Internet) che la famiglia Dogliani, proprietaria dell’azienda vitivinicola Beni di Batasiolo (vigneti in La Morra, Monforte d’Alba, Barolo, Serralunga d’Alba, Bricco di Vergne), ha realizzato in Strada Roddino 21 in territorio di Serralunga d’Alba.
Cos’è il Boscareto resort? Semplice, come si può leggere sul sito Internet dedicato, un hotel cinque stelle (“38 camere e suites di lusso”) collocato in “una cornice di 32 ettari di vigneti, di sinuose colline, di borghi e di castelli medievali”, e costruito in maniera tale da dominare imponente con il suo corredo di Spa, (ormai non c’è grande albergo degno di questo nome che non abbia la sua bella Spa – centro benessere), ristorante, vineria, bar, centro congressi, sale meeting perfettamente attrezzate, “la splendida, omonima collina”.
Collina che per chi non lo sapesse, come ci ricorda Alessandro Masnaghetti nella sua indispensabile carta delle vigne e delle cantine di Serralunga d’Alba, pubblicata nella serie di cartine denominata I cru di Enogea (visita qui il sito Internet relativo) comprende “tutta quella parte di vigneti che dall’omonima cascina arrivano sino al confine con il Falletto. Vigneti che possono essere a loro volte divisi in due nuclei: quello più alto, di proprietà della Batasiolo, e con esposizioni a ovest da un lato e tra sud e sud ovest dall’altro, e quello invece più basso, caratterizzato da una lunga e sottile striscia di vigneti la cui esposizione oscilla in modo regolare attorno al sud-ovest”.

Un vigneto, il Boscareto, definito di “grande estensione”, posto tra 300 e 440 metri di altezza, con vitigni coltivati “nebbiolo in netta prevalenza, barbera e dolcetto per la restante parte”. Bene, proprio nel vigneto Boscareto Batasiolo possiede, come dichiara il sito aziendale, 13,50 ettari di Nebbiolo da Barolo, oltre a circa 18 ettari a Moscato d’Asti e una piccola estensione a Nebbiolo Langhe.
Come si legge, “situato ad oltre 400 metri di altitudine sopra il paese di Serralunga è caratterizzato sul versante Sud-Est da un terreno ricco di marne argillose dalle quali si ottengono vini ricchi di estratto, alcolici, profumati, e sul versante Sud-Ovest da infiltrazioni sabbiose che alleggerendo la struttura del terreno lo rendono più adatto alla produzione di vini bianchi profumati”. Eppure, in una situazione di vigneto ottimale, con una posizione che rende il Boscareto, confinante con i vigneti Francia e Badarina, facilmente avvistabile da ogni angolo, sia da Roddino che da Serralunga, per tacere della vista sconcertante che si ha dai Gavarini a Monforte d’Alba, la proprietà di Batasiolo ha deciso, ovviamente con il parere favorevole del Comune di Serralunga d’Alba (e si è trattato di una decisione che è stata fortemente contestata anche da amici, di analogo orientamento politico, del Sindaco Luis Cabases: un nome su tutti, quello di Maria Teresa Mascarello), di costruire un hotel che oggettivamente, comunque lo si osservi, da qualsiasi posizione (guardate le mie fotografie a corredo dei testi per farvi un’idea e meglio ancora, se siete in Langa salite a Serralunga e percorrete la strada che da lì conduce a Monforte d’Alba e poi ditemi cosa ne pensate), appare come un intervento invasivo, non certo in armonia con il paesaggio di colline, boschi e vigneti circostante.
Un intervento che introduce un elemento estraneo, per quanta attenzione possano aver posto i Dogliani e l’architetto autore del progetto a mascherare, con alberi alti, l’imponente ampia volumetria, e che costituisce un ennesimo episodio di quel non rispetto del paesaggio di Langa, di quella volontà umana di modellarlo secondo personali estri e interessi, che rappresenta uno degli elementi più scoraggianti per chiunque percorra, con occhi bene aperti e da innamorato, la sacra terra del Barolo.

Ma tornando all’interrogativo di partenza, come ha giudicato e cosa ha scritto a proposito di questa realtà che modifica sostanzialmente l’aspetto paesaggistico di quella che dovrebbe essere una zona da rispettare e tutelare con amore, il giornalista Paolo Massobrio?
Nella sua rubrica “In vino veritas” apparsa sul numero di ottobre della rivista Terre del vino edita dall’associazione Città del vino, nell’articolo intitolato “Cosa insegnano i vignaioli generosi”, così annota a proposito di una sua recente doppia visita a Serralunga d’Alba: “dopo aver scorto le insegne di cantine famose, di osterie e di ristoranti, dalla parte opposta, passato in linea diretta l’antico castello sotto il quale il grande Teo Cappellano faceva il Barolo Chinato, oggi svetta un resort a cinque stelle lusso che porta il nome di Boscareto.
C’è una spa aperta al pubblico, una piscina coperta, una vineria, un bar, un albergo, un ristorante con una squadra di chef che provengono da Vissani, Perbellini, Il Pescatore di Canneto sull’Oglio e Cracco. A quel punto – dopo aver visto quei letti grandi e quelle vetrate che davano sui vigneti – mi sono immedesimato nei desideri di un turista americano. E lì ho capito che, certi imprenditori, in questo caso i Dogliani, titolari dei Beni di Batasiolo, hanno fatto tutto questo per lasciare un segno tangibile (e fruibile) della loro passione per questa terra”.

Che si tratti di un “segno tangibile”, eccome, del loro passaggio, questo monumentale resort collocato nel cuore dei vigneti del Barolo di Serralunga d’Alba, non v’è dubbio.
Che realizzare in tal modo i “desideri di un turista americano” sia cosa buona e giusta (volevano fare vini per il gusto americano anche i pochi che anni orsono, premiati dalle guide, mettevano Cabernet, Merlot e Petit Verdot nei loro “Barolo” e “Barbaresco”, o quelli che hanno “taroccato” a Montalcino…) è tutto da dimostrare.
Ma siamo davvero certi, Paolo Massobrio, che tu ed io abbiamo osservato con lo stesso sguardo, e soprattutto la stessa mente e lo stesso cuore, quel gigantesco hotel tra le vigne?
E poi, ma siamo certi che non ci sia proprio un modo migliore, per un imprenditore veramente innamorato di questa terra, di dimostrarle la propria passione, il proprio attaccamento, che far calare l’ennesima colata di cemento, vetro e acciaio, visibile da ogni angolo, nel cuore delle vigne di Langa, per costruire una spa di gusto americano?
Voglio credere, perché so che sono ancora in tanti nella terra del Barolo a pensarlo, perché lo credevano e lo denunciavano (ricordate la loro solitaria azione, insieme a Beppe Rinaldi e a pochi altri, contro l’insediamento di Terre da Vino di fronte alla collina dei Cannubi a Barolo, mentre i capataz di Slow Food partecipavano tranquilli e senza battere ciglio alla cerimonia di inaugurazione?) quei “pericolosi “sovversivi” di Baldo Cappellano e Bartolo Mascarello, che ci sia un’altra via all’amore (sic!).
Una via, umana, buona, pulita e giusta, che non sia quella della cementificazione, seppur con l’alibi di attirare il turismo di alto livello e l’avallo della griffe dell’architetto di grido…

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8 ottobre 2009

I Frescobaldi auspicano il ricorso alla raccolta meccanizzata e l’accorpamento della proprietà fondiaria: anche a Montalcino?

Non so quanti di voi abbiano letto, domenica 4 ottobre, l’articolo che Giorgio Dell’Orefice ha dedicato, sul Sole 24 Ore, allo spinoso tema dei “prezzi in caduta libera per la vendemmia 2009”.
Prezzi in discesa “che sembrano essere influenzati più dal trend stazionario dei consumi interni e dalla frenata dell’export”, con “contrattazioni sulle uve appena vendemmiate che fanno registrare flessioni diffuse che non risparmiano neanche i vini di maggiore qualità”. Molto interessante una notizia riferita dall’articolista, quella di “una partita di Sangiovese per produrre Brunello di Montalcino che è stata scambiata nei giorni scorsi al prezzo di 100 euro a quintale. Ovvero il 45% in meno rispetto ai 180 euro che nel 2008 rappresentavano il valore medio”.
In questo articolo troviamo le riflessioni di alcuni noti produttori italiani, tra cui, molto interessanti, quelle del tecnico di una celebre azienda toscana che opera anche a Montalcino, e che nelle vicende relative al Brunellogate è stata suo malgrado coinvolta, la Marchesi Frescobaldi.
Nell’intervista Lamberto Frescobaldi, vicepresidente del gruppo vinicolo di famiglia afferma: “Dobbiamo tornare a riflettere sui costi di produzione e lo dobbiamo fare aggredendo l’eccessiva frammentazione della proprietà fondiaria che frena il ricorso alla raccolta meccanizzata. Tutti fattori che possono rafforzare la competitività del vino italiano e che invece negli ultimi anni abbiamo un po’ tralasciato”.
Sono riflessioni come queste che aiutano a capire quale idea del vino toscano, quale concezione del vino da produrre anche a Montalcino, vino da ottenere mediante ricorso alla raccolta meccanizzata e all’accorpamento di grandi superfici, non importa se situate in aree vocate oppure no, accorpamenti che se realizzati porteranno a strozzare le piccole aziende agricole, alberghi in brand come Marchesi Frescobaldi, Banfi, et similia.
Sottolineo poi, letta al volo in una cronaca della inutile manifestazione denominata VinoVip, che si è svolta un mese fa a Cortina, pubblicata sull’organo dell’Unione Italiana Vini, il Corriere Vinicolo, questa perlina di “saggezza” regalata dal Presidente di Assovini nonché della Cantina Settesoli in Sicilia, Diego Planeta: “ai giovani che hanno appena intrapreso la professione di vitivinicoltore, consiglierei di spendere meno per produrre e più per vendere”.
Cosa conta difatti la qualità che si ottiene lavorando duramente e senza compromessi in vigna, facendo raccolte a mano, selezionando i grappoli migliori, abbassando la produzione e le rese, se poi, come Planeta insegna, si sa fare marketing, ci si sa vendere bene, si sa proporre bene il marchio, si riescono a realizzare sinergie e collaborazioni con il mondo dell’informazione? La qualità, per loro, la poesia del vino, la sua cultura, il suo esprimere la storia e l’identità di un terroir, e di rispettarlo, è solo un optional, l’importante é vendere. A quale prezzo e a costo di chissà quali compromessi, non importa…

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28 settembre 2009

Conflitto d’interessi nel mondo dell’informazione sul vino: ma chi se ne cura più?

Domanda: ma vi sembra logico che il sottoscritto, come molti altri colleghi, nei giorni scorsi abbia potuto ricevere da un’azienda un comunicato stampa che recita (purgato dai riferimenti diretti del mittente) così: “Sono appena arrivati i risultati di due tra le più importanti guide italiane sul vino. Vini Buoni d’Italia del Touring Club e Gambero Rosso. X e la sua azienda WYZ, ottengono ottimi punteggi su tutti i prodotti ma riescono a convincere con due in particolare.
Grande entusiasmo in questi giorni presso l’azienda. Tutti sono stati coinvolti nella festa, familiari, operai in vigna e collaboratori di X!  La viticoltura di montagna ottiene così un ottimo riconoscimento. In allegato troverete i vini che hanno ottenuto i premi meritati. Nella prossima Newsletter ci soffermeremo di più a parlare di queste due eccellenze dell’enologia veronese. Ufficio Stampa”.
Dopo ufficio stampa figura il nome della persona che ha redatto questo comunicato dalla sintassi un po’ zoppicante, con il suo indirizzo e-mail.
Bene, si fa per dire, si dà il caso che questa persona figuri (come si evince dal sito Internet che presenta tutti i collaboratori, con i loro nomi) nello staff dei degustatori di una delle due guide sopra citate, con addirittura l’incarico di coordinatore regionale della regione dove viene prodotto il vino di cui celebra i successi guidaioli.
Storie di ordinaria spudoratezza, di spregiudicato, cialtronesco disprezzo per le più elementari norme non dico di deontologia, che quelle certa gente non sa nemmeno cosa siano, ma di buon gusto, che dovrebbe impedire, a chi l’avesse, il buon gusto, la misura, la conoscenza del rispetto delle regole, di fare il comunicatore, il press agent di un’azienda i cui vini hai contribuito a premiare.
E, porcaccia la miseria, non mi si dica che siccome Berlusconi del conflitto d’interessi, che c’è, eccome se c’è, se ne frega, allora anche i normali cittadini, tra cui i comunicatori del vino, non sono tenuti a preoccuparsene!
Preso da umana pietà, e da rispetto per alcune delle persone che fanno parte dello staff di questa guida e che so essere persone serie, alcune, altri molto meno, non farò, per ora, il nome del disinvolto press agent – coordinatore regionale (e altre cose ancora), ma mi limito a segnalare il caso.
Dopo aver chiesto agli amici collaboratori della guida se ritengano tollerabile un pasticciaccio brutto del genere…Vedremo cosa mi risponderanno…

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24 settembre 2009

Al Consorzio del Brunello la trasparenza continua ad essere un optional.

A proposito della scelta della nuova agenzia di comunicazione

Con qualche difficoltà ho anch’io alla fine ricevuto il comunicato stampa (che potete leggere anche qui) della nuova agenzia incaricata di occuparsi della comunicazione del Consorzio del Brunello di Montalcino.
Difficoltà perché, vedi caso, com’era già puntualmente accaduto con i primi comunicati emessi dalla precedente società incaricata, la mitica Barabino & Partners, di cui a Montalcino si ricorderanno soprattutto per quanto è costata la sua consulenza, non certo per i “risultati” raggiunti, anche questa volta, ovviamente sempre perché si trattava del primo lavoro fatto insieme al Consorzio e ci sono stati dei problemi, a differenza da altri colleghi giornalisti, cui il comunicato era regolarmente arrivato, a me, nonostante al Consorzio del Brunello di Montalcino non sia proprio uno sconosciuto, non era misteriosamente pervenuto.
No problem, prendiamo dunque atto, con gioia, della nuova strategia di comunicazione del Brunello, che Francesco Arrigoni su Web Wine Food, irresistibilmente definisce alla romana “ndo cojo, cojo”, e rallegriamoci come fa il presidente del Consorzio Patrizio Cencioni dell’inizio delle operazioni di raccolta delle uve per il Brunello dell’annata 2009.
Anno, si legge nel comunicato, “durante il quale la zona di Montalcino ha affrontato con grande determinazione la situazione di crisi economica mondiale, che sta coinvolgendo tutte le realtà vitivinicole, sia del vecchio mondo, sia dei nuovi paesi produttori”.
Prendiamo atto anche dell’arrivo, incaricata di comunicarci tutte le notizie da Montalcino, quelle belle e quelle meno belle, della nuova società, la Spencer & Lewis, il cui motto, come si legge sullo stringatissimo sito Internet, è “tell me what you sell and I will make sure that people come to buy (Mark Spencer 1932), ovvero “dimmi cosa vendi e stai certo che la gente accorrerà a comprarlo”, che definirei un aggressivo programma di mercato, ma vorrei fare una domanda.
Se non sono troppo indiscreto, si potrebbe sapere con quali criteri sia stata scelta dal Consorzio, dal Presidente, dal Consiglio di amministrazione, dal Direttore tuttora in carica (a proposito: che fine ha fatto una lettera, firmata da parecchi produttori, con la quale si chiedevano esplicitamente le sue dimissioni? In quale cassetto è finita, oppure chi l’ha trasformata in un aeroplanino di carta svolazzato via dalle finestre della sede consortile?)?
Si può sapere se i diretti interessati, quelli che pagano, i produttori associati, siano stati… associati e coinvolti, se sia stato chiesto il loro parere in merito, se abbiano valutato la soluzione Spencer & Lewis insieme ad altre soluzioni sicuramente richieste e pervenute in Consorzio?
Da quello che ho saputo, sentendo alcuni produttori (i soliti “delatori” che non si rifiutano, anzi, si ostinano a  parlare con il sottoscritto) pare proprio che la scelta di questa nuova agenzia di comunicazione sia stato, anche per loro, un fulmine a ciel sereno, un fatto compiuto, qualcosa di deciso, sarebbe interessante sapere da chi e in base a quali indubbie caratteristiche di professionalità e di particolare validità, anche economica, di questa soluzione, senza che la base, i produttori, venissero ascoltati.
Ma sto sicuramente sbagliando, chi mi ha riferito così ha capito male e sono certo che il Consorzio e, anche se direttamente parte in causa, la nuova agenzia di comunicazione del Brunello, vorranno sicuramente fugare questi dubbi… Non è il momento, questo, della trasparenza totale e della comunicazione senza reticenze?

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