Novità da Montalcino? Ce le “anticipa” Daniele Cernilli
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E’ stato molto interessante, anzi, rivelatorio assistere ieri sera poco dopo mezzanotte alla puntata del settimanale di approfondimento del TG 5 Terra, curato da Toni Capuozzo con Sandro Provvisionato, dedicato, l’attualità lo richiedeva, al tema, quanto mai complesso, della sicurezza su quel che mangiamo e beviamo, su sofisticazioni, ricerca di una filiera alimentare più corta, tutela del consumatore.
In un ampio contenitore nel quale sono stati inseriti servizi dedicati alle sofisticazioni sul vino (da Veronella a Massafra nel tarantino), a figure di irriducibili sofisticatori che ritengono lecito aggiungere acqua e zucchero e altro a quella robaccia che commercializzano, itinerari nel mondo del biologico, ovviamente una celebrazione, oggi in Italia non si può farne a meno di Slow Food, e poi servizi sul pane prodotto da forni abusivi in provincia di Napoli (che sono il 50 per cento dei 3000 complessivi…), si è parlato anche del Brunello.
Con quell’effetto confusione che giustamente si è contestato e per il quale ci si è indignati, non si sa con quale legittimità e coerenza, nel caso degli articoli dell’Espresso, si è dedicato un servizio, La verità del Brunello, firmato da Marco Corrias, dedicato a quanto è accaduto e quanto sta succedendo a Montalcino.
Si è attribuito all’Espresso, al famoso numero pubblicato il venerdì del Vinitaly, il “merito” di aver raccontato (ma diversi altri l’avevano già fatto prima, in verità) quanto stava accadendo nell’universo della celebre denominazione, e si sono ascoltati due produttori, il buon Patrizio Cencioni, nel ruolo di vice presidente del Consorzio, e Andrea Costanti come produttore storico.
Questo mentre l’autore del servizio informava correttamente lo spettatore sull’accaduto, ovvero sul fatto che alcuni produttori, nomi notissimi (che in televisione, in omaggio al garantismo, non sono stati fatti), siano stati messi sotto inchiesta per aver prodotto Brunello addizionato di Cabernet o Merlot.
Però, mentre un come al solito asciutto e questa volta palesemente imbarazzato Cencioni si limitava ad affermare che a Montalcino ci sono vigne più che sufficienti per produrre i vini di Montalcino senza aver bisogno di “tagliarli” con vini provenienti da fuori, e rispondeva genericamente (cosa diavolo avrebbe potuto rispondere peraltro?) alla domanda se i produttori trovati colpevoli di non aver rispettato il disciplinare sarebbero stati espulsi dal Consorzio, Andrea Costanti, dal 1983 alla testa dell’azienda posta al Colle al Matrichese, erede di una dinastia di patrizi senesi che compaiono nella storia di Montalcino a partire dal XV° secolo e che come scritto sul sito Internet aziendale (vedi) “risultano tra le 242 famiglie senesi che il 21 aprile di quell’anno, insieme a 435 famiglie del popolo, si rivolsero verso Montalcino insofferenti dell’incombente dominio della guelfa Firenze, nella speranza di erigere un’ultima roccaforte dell’indipendenza senese”, non si è sottratto alle domande dell’intervistatore, ma ha detto, con assoluta chiarezza, quello che pensa.
Purtroppo l’erede di Tito ed Emilio Costanti ha detto cose da lasciare assolutamente stupefatti, perché se appartiene al mondo del lapalissiano e del politicamente corretto affermare “non si può negare che esistessero dei vini più moderni sul mercato”, che è frase che dice tutto e dice niente, ed è stato giustissimo ricordare che il mondo del Brunello si è dato delle “regole più che centenarie” e sono stati i produttori di Montalcino a darsi un regolamento che prevede che per la produzione di Brunello si utilizzino solo uve Sangiovese e non altre, inspiegabile, anzi assurda è stata la risposta alla domanda sull’atteggiamento delle aziende che secondo l’intervistatore “avrebbero ceduto alle lusinghe del mercato”. Che è un modo elegante per dire che avrebbero compiuto un reato di frode in commercio e imbrogliato il consumatore vendendo una cosa che è ben diversa da quella che il consumatore aveva pagato, fior di soldi, per avere.
Costanti, dicendo “non conosco la situazione nelle cantine dei colleghi”, ha affermato che se altre uve sono state aggiunte è stato “solo a scopo migliorativo della qualità”. Inoltre, come se non bastasse questa affermazione, ha aggiunto che parlare e sparlare del Brunello, vino noto e mediatico quant’altri pochi, è stato fatto praticamente per “pompare” e dare ancora più eco allo scandalo Velenitaly, fatto scoppiare proprio in occasione del Vinitaly.
Spiace rilevare come un produttore intelligente e di esperienza come Costanti, non l’ultimo arrivato o uno sprovveduto, si possa lasciare ad andare ad affermazioni del genere, come se non sapesse benissimo, come sanno anche i sassi a Montalcino, che l’inchiesta su quanto è accaduto in questi anni (e non solo relativamente ad alcuni comportamenti disinvolti adottati per i vini dell’annata 2003), è nata diversi mesi fa, quando il Vinitaly era ancora lontano, quando di Velenitaly non si era ancora scritto e parlato, quando l’Espresso e altri non avevano alcuna intenzione di scrivere, negativamente, di Montalcino, anche se i motivi per farlo c’erano già tutti, perché certi vini parlavano, bastava guardarli, annusarli, assaggiarli, per capire che del disciplinare di produzione e delle sue regole avevano fatto strame.
Allucinante, invece, e molto preoccupante se questo dovesse essere il pensiero diffuso, la forma mentis dei produttori di Montalcino posti di fronte all’evidenza che qualcuno di loro è stato beccato con le mani nel sacco, intento a produrre un Brunello secondo proprio uso e consumo e ad uso di parte del mercato e di una stampa tanto beota o complice (ottusi o collusi?) da bersi per vero quello che invece era solo abilmente artefatto, riscontrare che per Costanti e per altri produttori di Montalcino (temo molti) agire in tal modo aggiungendo Cabernet o Merlot o chissà che al Sangiovese è configurabile come un’azione fatta “solo a scopo migliorativo della qualità”.
Se così la pensano a Montalcino e da tanti segnali stanno dimostrando di pensarla così, infastiditi, come ho già scritto (leggi) dal clamore, dalle indagini, da quello che alcuni irriducibili romantici (quorum ego) si ostinano a pensare, che occorre fare quadrato attorno al vero Brunello, a proteggerlo, a distinguere tra una maggioranza di produttori seri e rispettosi delle leggi e una minoranza di furboni del vigneto e della cantina (potenti e sostenuti dalla stampa di potere), e che oggi servano chiarezza, trasparenza, controlli, serietà, severità, coerenza, allora credo che con un mondo che giustifica chi ha sbagliato scientemente e che minimizza, copre, assolve, l’operato di questa minoranza arrogante e cialtrona, il sottoscritto non avrà davvero più nulla a che spartire. Perché non c’è dialogo possibile, secondo quel “pirla” che sono e sono orgoglioso di essere, tra chi vorrebbe un mondo del Brunello serio, onesto, impegnato a difendere l’unicità e la possibilità di grandezza del proprio vino e chi invece, per quieto vivere, perché le polemiche, le inchieste arrecano disturbo al business, giustifica, invece di scagliarsi contro, chi ha frodato una legge dello Stato, chi ha preso per il naso (e altre parti) non solo il consumatore ma i produttori che hanno rispettato le leggi.
Se ai produttori di Montalcino va bene questo mondo dove i furbi possono continuare a fare i furbi e a farla franca, dove taroccare il Brunello ci viene presentato, suvvia!, come un esercizio fatto solo “a scopo migliorativo della qualità”, se i produttori di Montalcino pensano, ma ce lo giustifichino tecnicamente e con parole convincenti perdiana!, che per produrre un Brunello “migliore” sia opportuno imbastardirlo con iniezioni di Cabernet e Merlot o chissà che, bene, allora di questo mondo del Brunello personalmente non so più che farmene, tanto lo ritengo alieno, lontanissimo dal mio modo di pensare.
Che è quello, si badi bene, di tanti consumatori che di fronte ad un mondo produttivo brunellesco pronto a giustificare i furbi e propenso ad arrangiare i vini, nel nome del mercato e del dio danaro, potrebbero benissimo, molto più di Ziliani, incazzarsi e dire, bene allora il vostro Brunello riveduto e corretto bevetevelo voi, perché noi vogliamo un Brunello che sia veramente Brunello a base di Sangiovese e non altre cose.
Il buon senso, posso dirlo, la decenza, la dignità, un pizzico di orgoglio avrebbero previsto che i produttori di Montalcino se la prendessero e di brutto, con quei produttori che hanno infranto le regole, che hanno buggerato chi le ha rispettate, che hanno pregiudicato con i loro comportamenti disinvolti un’immagine e una credibilità del Brunello costruita con un faticoso lavoro di anni.
Invece e questo mi amareggia profondamente e un po’ mi nausea, ci si trova di fronte ad un atteggiamento, mi si perdoni la parola forte, un po’ “omertoso”, che giustifica, perdona, trova scusanti, ma non solo, assegna valenze positive, il presunto cosiddetto “miglioramento della qualità”, a chi delle regole, quelle vigenti, quelle che i produttori si sono liberamente dati, se ne è totalmente e spudoratamente fregato.
Cari amici produttori di Montalcino, se a voi va bene un mondo del Brunello del genere, tenetevelo, io, di un comparto produttivo dove quelli presi in giro, voi, difendono e proteggono i furbi ed i disonesti, non so proprio che farmene, non mi interessa, non mi appartiene, mi fa discretamente orrore. Io il mio punto di vista sulla vicenda l’ho espresso con chiarezza più volte, anche ad uso dei lettori di lingua inglese, su VinoWire (leggi qui).
Ben altro, cari signori, fu il comportamento dei produttori di Barolo, di una minoranza “militante”, dignitosa, battagliera, orgogliosa, che di fronte al comportamento altrettanto disinvolto di qualche furbetto che per anni pensò “bene” di taroccare il Barolo con altre uve, proprio come ora alcuni taroccano il Brunello (ed in entrambi i casi la stampa di regime, praticamente tutte le guide hanno portato in palmo di mano proprio quei vini…), non trovò giustificazione per quei cialtroni, ma li attaccò di petto, trovò il modo di isolarli nella coscienza pubblica, di cercare e trovare sostegno in quella parte, piccola, della stampa che ieri come oggi non è disponibile, nel nome di una presenta imbecille idea di modernità e di aggiornamento dei vini, ad accettare Barolo, Barbaresco, Brunello, o chissà che, riveduti e corretti in salsa bordolese.
Questo atteggiamento portò alla sconfitta della minoranza dei taroccatori. Il vostro atteggiamento giustificazionista, le vostre attenuanti, il vostro silenzio assurdo, il dissenso, non taciuto, verso chi forse più di voi sta cercando di difendere il Brunello, porteranno, temo, ad una sola cosa, alla morte del Brunello, o alla trasformazione di quel vino che tanto abbiamo amato in un’altra cosa, molto diversa, alla sconfitta di un’idea del Brunello che veda nel Sangiovese l’unico emblema. Contenti voi…
Non c’è giorno, ultimamente, che la stampa non pubblichi qualche brutta notizia relativa a scandali, sofisticazioni, sequestri, scoperte di irregolarità, difformità che toccano il mondo del vino, o piuttosto un sottobosco che ha ben poco ha che fare con la produzione seria di un prodotto salutare e buono come il vino.
E’ notizia di ieri (lunedì 14) questo lancio di agenzia dell’Ansa (leggi) che testualmente recita: “Proseguono in tutto il territorio nazionale i controlli pianificati dal Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, d’intesa con il Ministero della Salute, per verificare la regolare attività produttiva delle aziende operanti nel settore vinicolo. Nel corso della scorsa settimana sono state segnalate all’Autorità Giudiziaria e Sanitaria 9 strutture irregolari e 10 titolari d’azienda.
Non solo: in autonome ispezioni i Nas, nelle province di Cremona, Mantova, Napoli, Parma, Siena, Treviso e Taranto hanno posto sotto sequestro due linee produttive e 20 tra cisterne e vasi vinari, per un quantitativo di oltre 180.000 ettolitri di prodotto vinoso e 16.000 bottiglie già riempite ed etichettate. Tra le infrazioni accertate: frode in commercio; illecito smaltimento dei reflui di produzione, versati nel terreno senza alcun trattamento depurativo; detenzione di prodotti vinosi privi di qualsiasi indicazione attestante la natura del prodotto, la provenienza e la gradazione alcolica; uso di coadiuvanti ed edulcoranti non consentiti.
Molte anche le irregolarità in materia di etichettatura e di gestione documentale dei registri aziendali. Rilevate, infine, anche difformità di natura commerciale e merceologica sia sui vini da tavola a basso costo che di qualità Doc e Igt.”.
Accidenti, ma cosa sta succedendo in questo mondo che dovrebbe essere territorio esclusivo di persone perbene che cercano di tradurre in una bottiglia la verità della terra e dell’uva? Perbacco, che brutta aria che tira!
Dicono le cronache (parola grossa a dire il vero) che il conte Francesco Marone Cinzano, presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino (qui ritratto in una foto di Fabio Di Pietro recuperata dal sito Internet consortile, - vedi - ancora totalmente silenzioso sulle vicende in corso, tanto da non pubblicare nemmeno un comunicato, una sola riga, come se nulla fosse accaduto) abbia rilasciato, così pare, visto che un comunicato ufficiale non esiste, o quantomeno a me non è stato inviato, queste dichiarazioni “al termine dell’assemblea informale del Consorzio tenuta mercoledì 9 aprile”.
Marone Cinzano avrebbe, il condizionale é d’obbligo, dichiarato: “Da decenni il Consorzio Brunello di Montalcino è custode della disciplina e del rispetto della Denominazione Brunello di Montalcino, a garanzia del successo qualitativo che riscontriamo con il nostro vino in tutti i mercati del mondo. Un fatto è certo: la qualità del Brunello è un patrimonio d’immagine e reputazione del sistema Italia nel mondo e l’attuale indagine non mette in discussione il livello qualitativo del nostro vino. Non si metta quindi in discussione la reputazione del nostro paese e del nostro vino, parlando di adulterazione e minaccia per la sicurezza del consumatore senza sapere quello che si afferma: non esiste nulla di ciò. Non accettiamo speculazioni mediatiche, che potrebbero essere ben gradite e cavalcate dai produttori nostri competitor nel mondo. Noi coltiviamo viti e vigneti, non la cultura del sospetto, e non vorremmo mai cambiare mestiere“.
Domanda: qualcuno vuole aiutarmi ad interpretare il pensiero del presidente del Consorzio del Brunello e cosa pensi, ufficialmente, il conte dell’operato delle aziende che avrebbero, così pare, secondo quanto dicono al momento attuale le inchieste, “taroccato” i loro vini (oppure devo dire inavvertitamente inserito del Merlot e altro nel loro Brunello?) con altre uve che non sono il Sangiovese?
Qualcuno può gentilmente dirgli che nessuno, nemmeno il famigerato Espresso di Velenitaly si sogna di parlare di “adulterazione e minaccia per la sicurezza del consumatore”, che nessuno si sogna di mettere “in discussione la reputazione del nostro paese e del nostro vino”, ma semplicemente chiede al Consorzio, al comparto produttivo di Montalcino, un’operazione chiarezza, che porti ad individuare bene eventuali responsabilità di frodi, che tali sono e a separare il grano dal loglio.
In altre parole a distinguere tra la stragrande maggioranza dei produttori di Montalcino, che rispettano le leggi, che rendono onore al territorio, al Brunello e al Sangiovese, alla sua storia, alla sua identità, alla sua unicità, che propongono vini veri, da una minoranza di furbetti e cialtroni che da anni, perché i bicchieri parlano ed i vini erano, sono lì a dire quanto “stravaganti” e “creativi” siano, del disciplinare del Brunello, del rispetto delle regole se ne fanno letteralmente un baffo?
Oppure i vini taroccati, l’inchiesta in corso, e tutte le altre cose che abbiamo scritto e abbiamo letto su giornali locali e nazionali, siti Internet e blog italiani e internazionali, se le sono inventate letteralmente, di sana pianta, i giornalisti?
Ha scritto benissimo, domenica scorsa Paolo Marchi, un collega, che non è un mio amico e con il quale ho avuto accese discussioni (eufemismo) “Purtroppo però per i produttori, la sola maniera perché certi articoli, giusti o sbagliati che siano, non escano non è l’omertà a valle di chi scrive ma l’onestà a monte di chi vinifica e imbottiglia”.
Invece di parlare di “speculazioni mediatiche” signor Conte, non sarebbe meglio riflettere e fare tesoro di queste parole e trarne le debite conseguenze?
Ricordate, l’ottima, dignitosissima uscita del direttore delle Guide dell’Espresso Enzo Vizzari, che di fronte alla copertina dell’Espresso, parlo del settimanale, con il clamoroso, allucinante titolo di Velenitaly, sparato in piena fiera del vino a Verona, aveva dichiarato “Non vado a sindacare sulle scelte fatte ma come uomo libero, ancor prima che come uomo del gruppo L’Espresso, mi vergogno di quella copertina” ?
Dichiarazione, da applauso, seguita dalla precisazione “non mi permetto di sindacare. Lavoro in un gruppo editoriale e nell’editoria. Rispetto in modo convinto e incondizionato l’indipendenza e l’autonomia di un direttore. Ogni direttore fa le scelte che vuole in funzione della propria testata”, ma uscita decisa e tranchant, che aveva raccolto anche il consenso di un “competitor” di Vizzari, il direttore delle guide del Gambero rosso Stefano Bonilli, in un post pubblicato sul suo blog Papero giallo intitolato (vedi) Chapeau per Enzo Vizzari.
Bene, si fa per dire, quell’uscita da galantuomo e da persona con la testa sulle spalle e tanta dignità di Vizzari non deve essere passata inosservata e senza effetto nell’ambito del potente Gruppo Editoriale L’Espresso, se il blog, d’autore, di Vizzari che potevate leggere da qualche mese a questo indirizzo, è improvvisamente andato in tilt, tanto che digitando l’indirizzo consueto invece di leggere le riflessioni su food & wine di Enzo potete invece imbattervi in questa scritta che dice tutto e non dice niente: “This user has elected to delete their account and the content is no longer available”.
Autosospensione dall’esercizio di blogger, sul sito Internet del Gruppo Espresso – Repubblica, dove si può ancora, per il momento, leggere il blog, altrettanto d’autore (leggi), dei due curatori della guida dei vini dell’Espresso, Ernesto Gentili e Fabio Rizzari, che anche loro una presa di distanza dalla famosa copertina l’avevano presa (leggi) oppure un provvedimento (censorio, di sospensione, di punizione?) deciso dall’editore nei confronti del manager che ha criticato aspramente la copertina al Velenitaly e ha difeso la propria libertà di pensiero?
Una cosa é certa: se autosospensione fosse, come appare probabile, Vizzari farebbe, una volta di più, un’eccellente figura. Chapeau a mia volta a Enzo!
Con una coincidenza che non può essere casuale, ma voluta, o che invece è un clamoroso involontario scivolone, mentre da Montalcino sono arrivate fior di notizie e conferme del coinvolgimento di alcune notissime aziende, ovvero Antinori, Frescobaldi, Argiano e Castello Banfi (vedi), nell’inchiesta in corso sui Brunello diciamo così “riveduti e corretti”, alle quali sono state sequestrate le bottiglie di Brunello dell’annata 2003 con l’ipotesi di reato di “frode alimentare”, il Comitato Grandi Cru d’Italia, (sito Internet scarno e poco aggiornato: l’ultima “news” é di un anno fa…) un’associazione che dovrebbe comprendere, secondo le intenzioni dei suoi animatori, la crème de la crème dei produttori italiani, ovvero realtà produttive “con almeno 20 anni d’attività e almeno un vino ai massimi livelli di punteggio di tutte le guide e riviste, italiane e internazionali” ha deciso di darsi una nuova presidenza.
Il presidente uscente, il marchese Piero Antinori passa il testimone ad un altro marchese fiorentino e al rappresentante di un’altra storica, nobile casata, Vittorio Frescobaldi, definito sobriamente, dalla comunicazione più istituzionale e vicina al potere, “nuovo condottiero dell’élite dell’enologia…” scelto “per tenere alta nel mondo la bandiera del vino tricolore”.
Domanda sommessa, ma per tenere alta la bandiera del vino italiano non sarebbe stato forse meglio scegliere come presidente del Comitato Grandi Cru il rappresentante di un’azienda, storica e prestigiosa, non sfiorata in alcun modo da scandali piuttosto che il membro di una dinastia del vino che (leggi qui e leggi ancora) in questi ultimi mesi, destino cinico e baro, finisce per trovarsi sempre nell’occhio del ciclone delle inchieste?
Mi piacerebbe sapere, anzi proverò a chiedere loro dopo il Vinitaly, cosa pensano aziende come Cà del Bosco, Ceretto, Ferrari, Marchesi di Gresy, Mastroberardino, Tenuta San Leonardo, Vietti, che fanno parte come soci fondatori del Comitato Grandi Cru, oppure soci ordinari come Cavallotto, Cordero di Montezemolo, Dei, Felsina, Il Poggione, Le Ragose, Tedeschi (per citare solo alcune aziende che conosco e stimo particolarmente) di questa scelta che, fatto salvo tutto il garantismo possibile nei confronti dell’uomo e dell’azienda Frescobaldi (che sono solamente state coinvolte in un’inchiesta e non sono state condannate), appare quantomeno singolare e non certo la scelta più felice possibile per l’immagine di questo Comitato la cui azione è “finalizzata alla tutela e alla valorizzazione dei vini italiani nel mondo”…
In questa ridda di notizie, indiscrezioni, commenti, e scarse prese di posizione ufficiali (che per conoscerle bisogna andare sul sito degli amici…) del Consorzio, manca, stranamente, la voce di uno dei personaggi che più hanno avuto un peso, nel bene o piuttosto nel male, negli ultimi vent’anni della storia di Montalcino e del suo Brunello, ovvero il cavalier Ezio Rivella, mister “Syrah nel Barolo” (leggi e medita), già presidente di tante cose ed ex amministratore delegato e deus ex machina della Banfi.
In un suo libro, che sto finendo di leggere e che vi consiglio non di acquistare (i venti euro del prezzo penso li possiate spendere con più profitto in altro modo), ma di trovare comunque il modo di leggere (magari facendovelo prestare da una cavia disposta a comprarlo), intitolato, tanto per rendere un’idea del personaggio, Io e Brunello. Come portai Montalcino nel mondo (Baldini Castaldi Dalai editore – notizie anche su questo sito Internet dedicato) mister Rivella ci regala una riflessione che giro alla vostra attenzione.
Niente di speciale, solo un qualcosa che rende bene il brodo di coltura nel quale, grazie anche a “cattivi maestri” come il Cavaliere, ho potuto prendere piede e diffondersi una certa “filosofia” giustificazionista, secondo la quale, poche balle!, le aziende devono fare i vini richiesti dal mercato, dai “guru” e opinion leader della stampa, e non indulgere a ragionamenti sentimentali e passatisti sulla storia, l’identità dei vini, la tradizione da rispettare.
Tra le tante “perle” che Rivella ci regala in questo libro che sto leggendo con un sentimento tra l’ammirato (anche le cose che avverti come sideralmente lontane da te possono stupirti e indurti addirittura ad una particolare forma di “ammirazione”) e lo sdegnato (il libro ha rischiato più volte di finire in un immaginario camino ad alimentare il fuoco), una delle più “splendenti” è questa riflessione sulla figura dell’enologo.
Rivella, a pagina 252, scrive testualmente: “in primo luogo ci sono i tecnici, quelli che producono il vino e che quindi ne orientano la qualità. Il bravo enologo è colui che riesce meglio ad interpretare il gusto collettivo del consumatore. Non importa quindi che abbia un eccellente gusto personale, perché la sua migliore capacità è quella di capire ciò che il consumatore vuol trovare in una determinata tipologia di prodotto e di fornirlo, in termini di contenuti qualitativi, al vino immesso sul mercato”.
E più oltre: “oggi si producono vini decisamente migliori che nei tempi andati. Il motivo sta semplicemente nelle maggiori conoscenze scientifiche e nelle tecniche applicate al processo di fermentazione ed elaborazione dei vini”.
Una trentina di pagine prima, nel capitolo (XXIV) intitolato “Conservatorismo o sperimentazione?”, raccontandoci del progetto Banfi creato ex novo con i soldi dei fratelli Mariani (nonché delle banche) ed il lavoro, innegabilmente di ampia portata, di Rivella e dei suoi collaboratori, il Cavaliere già presidente del Comitato nazionale vini Doc (una presidenza nel corso della quale il Brachetto d’Acqui, del quale la branca piemontese della Banfi era leader assoluto di mercato, divenne Docg, come il Brunello, come il Barolo, il Barbaresco… ma anche come il Gavi…), dopo averci raccontato dell’intero lavoro di ricerca e selezione clonale sul Sangiovese (“un vigneto di 4 ettari nel quale furono innestati circa 180 cloni di Sangiovese provenienti in massima parte dall’area del Brunello, ma anche da altre parti della Toscana”), ci racconta un’altra cosa interessante.
Che collocata in questo contesto sorprende e sconcerta non poco, perché il Cavaliere ha dimenticato di raccontarci in questo capitolo ed in questa parte del libro (il lettore poi ci arriverà più oltre, nel capitolo XXVI) la reale portata di questa sua affermazione.
Rivella ha difatti scritto: “la vastità del progetto presupponeva il ricorso ai cosiddetti vitigni internazionali, per verificare quali fra questi avrebbero dato i migliori risultati qualitativi nell’ambiente ecologico specifico. Allo scopo furono impiantati circa 12 ettari di vigneti sperimentali: in questi terreni si piantò un assortimento di una sessantina fra i vitigni maggiormente conosciuti e coltivati nel mondo. Questi campi sperimentali (che, nota bene, contenevano Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Pinot nero, Montepulciano d’Abruzzo, Syrah, oltre che Chardonnay, Sauvignon, Pinot grigio, ecc. – nota di Ziliani) sono stati coltivati per circa una ventina d’anni, poi sradicati e ripiantati perché i dati acquisiti erano da ritenersi ormai definitivi”.
Accidenti, vuoi vedere che qualche altro produttore di Montalcino, magari parlando con Rivella e sapendo quello che facevano alla Banfi (ricerca e sperimentazione ovviamente, studio di vitigni foresti per poi arrivare alla produzione di vini destinati alla Doc Sant’Antimo, che nacque nel 1996 nell’ambito di un’iniziativa volta ad elevare lo ’status’ dei sempre più numerosi “Supertuscans” di Montalcino.) è finito per piantare anche lui altre uve, non tenendole separate in altri vigneti, ma lasciandole promiscuamente nei vigneti iscritti all’Albo del Brunello e del Rosso?
Si spiegherebbe così, solo con una maldestra interpretazione del Rivella pensiero ed opere, quello che secondo il Consorzio e secondo il giustificazionista der Tufello, sarebbe accaduto a Montalcino, ovvero le “non conformità che hanno interessato solamente 17 ettari, pari ad una percentuale dell’1% dei vigneti controllati” ed il fatto che “per il mal dell’esca, per altre questioni, in tali vigneti sono stati messi a dimora vitigni diversi dal sangiovese, utilizzati non per il Brunello, ma per altri vini, che sono regolarmente in produzione”. Quando si dicono i “cattivi maestri”…
Ha fatto e continua a fare discutere il post (leggi qui) pubblicato appena prima di Pasqua, dove riprendendo una notizia che mi era arrivata addirittura dalla Germania, riferivo di insistenti rumors provenienti da Montalcino relativi ad una massiccia inchiesta in corso in svariate cantine locali a causa della rilevata presenza di vino che non proverrebbe da vigneti situati nell’area della celeberrima denominazione, ma da molto più lontano…
E’ ovvio che prima di dare questa notizia, grave, ma assolutamente non sorprendente (numerosi vini presentati in questi anni come Brunello di Montalcino presentavano un carattere molto più meridionale o una fisionomia addirittura “bordolese”…), avevo fatto i miei controlli, da fonti sicure e degne di assoluta fiducia, per essere certo non solo di non pubblicare una “bufala”, ma di fare della corretta informazione. Cosa che, ancora oggi, sono sicuro di aver fatto, anche se qualche personaggio privo di autorevolezza mi ha tacciato di imprudenza, di procurato allarmismo o di smania di sensazionalismo.
Niente di tutto ciò: semplice informazione, perché queste voci insistenti circolavano già all’epoca di Benvenuto Brunello, data non per danneggiare Montalcino e la stragrande maggioranza dei suoi produttori, che sono seri, coscienziosi, rispettosi dell’identità del vino, della sua storia, di una personalità stabilita dal disciplinare di produzione vigente, che parla di Sangiovese 100% provenienti da vigneti situati nell’area della denominazione, ma per tutelarli dall’offensiva spudorata dei soliti furbetti del vigneto e della cantina.
La pubblicazione di questa indiscrezione ha scatenato, su questo blog, nonché su alcuni forum vinosi, una vasta discussione, che ha fatto emergere da parte di molti un chiaro fastidio nei confronti di vini oggettivamente inverosimili e difficilmente ascrivibili al contributo del solo Sangiovese ilcinese anche da loro riscontrati in fase di assaggio e un aperto e convinto sostegno a tutte le iniziative, volute dal Consorzio o dalle autorità competenti in materia, tese a portare chiarezza nel panorama produttivo di una delle due più celebri Docg italiane e a colpire, duramente, senza indulgenza e comprensione, le eventuali irregolarità, i comportamenti fedifraghi e fuorilegge eventualmente tenuti da alcuni.
Non mi sono certo sognato, non ho inventato, né mi sono fatto manovrare come un burattino da un burattinaio impegnato in chissà quale torbida manovra, le voci su quanto sta accadendo, e ancora nel pomeriggio di martedì 25 ho avuto conferma, da Montalcino, da persone che considero non solo informate, ma degne della massima fiducia, la conferma che tutto quanto ho scritto corrisponde al vero. E che riferendolo qui ho solo attenuato, non amplificato, la portata, di quanto sta emergendo nel corso delle indagini.
Pur registrando queste conferme, ho però pensato, anche se sinora era mancata una qualsiasi presa di posizione, un opinione, un commento, da parte dell’ente maggiormente interessato a quanto accade nel mondo del vino di Montalcino, il Consorzio del Brunello di Montalcino, che sulla base della legge definita ’“erga omnes” - Decreto Ministeriale del 29 maggio 2002 (che delega ai Consorzi il compito di controllo dalla vigna alla bottiglia), sapevo aver compiuto un ampio lavoro di controllo sui vigneti iscritti all’albo del Brunello di Montalcino, che mancava una voce importante per poter delineare un quadro completo.
E ho deciso di colmare la lacuna, dopo aver scoperto che un altro “visionario” e “provocatore” come il sottoscritto, mr. James Suckling, aveva pubblicato sul suo blog, sul sito Internet di Wine Spectator, un post intitolato Smoke and fire in Montalcino (vedi testo integrale in fondo a questo mio intervento), dove confermava in sostanza quanto da me scritto, attribuendo i problemi non alla scoperta in qualche cantina ilcinese di vino proveniente da chissà dove, bensì ad irregolarità riscontrate in un certo numero di vigneti registrati all’Albo del Brunello o del Rosso di Montalcino dove sarebbero state scoperte piccole percentuali di altre uve, Cabernet Sauvignon e Merlot ma anche, stranezza nella stranezza, Chardonnay e Trebbiano.
Cosa ho fatto dunque per capire quale fosse la portata di quella che un organo di informazione solitamente bene informato e vicino ad importanti realtà produttive di Montalcino, ha definito “un’indagine sui vigneti iscritti all’Albo del Brunello in atto da parte delle autorità competenti (Repressione Frodi, Guardia di Finanza …), che hanno prelevato dei fascicoli al Consorzio”?
Ho provato a parlare con uno dei diretti interessati, ma non un produttore di quelli maggiormente chiacchierati (circolano nomi da fare accapponare la pelle tanto sono noti), bensì con il direttore del Consorzio, Stefano Campatelli, che pur ricordandomi il suo obbligo di riservatezza dovuto al segreto d’ufficio mi ha, in buona sostanza, detto alcune interessanti cose.
Ha confermato che il Consorzio, nel corso dei controlli effettuati, ha riscontrato irregolarità, di vario peso e dimensione, in alcune decine (lui non ha fatto il numero, ma a me risulterebbero essere addirittura 80-90) di aziende, e che solo per quattro di queste, vista l’entità di quanto riscontrato, il Consorzio non ha potuto far altro che trasmettere i risultati dei controlli effettuati alle autorità competenti.
Le irregolarità, a detta del direttore del Consorzio del Brunello, riguardavano, come scritto da Wine Spectator, esclusivamente delle incongruenze (diciamo così) riscontrate nei vigneti e non in cantina, dove, parla sempre Campatelli, non sarebbe stata verificata la presenza di alcun vino proveniente da fuori zona.
Il direttore del Consorzio ha poi categoricamente escluso che Montalcino possa essere interessata dall’arrivo di vino, in cisterna, proveniente da altre zone (“nelle aziende produttrici di Montalcino si lavora solo con vino espresso da uve coltivate esclusivamente nella nostra zona di produzione” – mi ha detto) e ha confermato che a seguito della trasmissione da parte del Consorzio degli atti relativi alle irregolarità verificate in quattro aziende produttrici (due delle quali sarebbero già sul punto di chiarire gli addebiti e di risolvere i propri problemi), le autorità competenti hanno effettuato e stanno effettuando una vasta serie di controlli nelle aziende di Montalcino.
Quale sia il numero di queste e cosa abbiano trovato Repressione Frodi e Guardia di Finanza nel corso dei controlli effettuati in cantina e dell’esame della documentazione relativa al carico e scarico delle uve, alla commercializzazione dei vini, non è assolutamente dato al momento attuale sapere.
Il direttore del Consorzio non ha dunque negato la veridicità di quanto questo blog ha riferito, ma si è limitato a ridimensionare il fenomeno, rivendicando al Consorzio il lavoro di controllo sistematico in vigna effettuato, la scoperta di irregolarità riguardanti solo quattro aziende e la trasmissione della documentazione relativa alle autorità competenti.
Di più Campatelli non ha voluto dire, lasciando che siano le indagini a stabilire se ci siano state o meno “violazioni sulle norme che regolano la protezione delle uve e i criteri per le denominazioni di origine dei vini”.
Alla luce di quanto dichiaratomi non da un pinco pallino qualsiasi, ma da persona sicuramente informata dei fatti com’è il direttore del Consorzio del Brunello, non posso che essere soddisfatto di aver riferito la notizia sui rumors provenenti da Montalcino e sulle indagini in corso. Le accuse di imprudenza, che non mi toccano, le rimando ai pavidi e a coloro che non hanno il coraggio di esporsi e di fare corretta informazione quando dispongono di una notizia di sicura importanza. Io le notizie, piacevoli o spiacevoli, sono abituato a darle.

Dal blog di James Suckling sul sito Internet di Wine Spectator
“Smoke and Fire in Montalcino (post del 21 marzo 2008). Rumors spread fast in Italy, just like any other wine region. I think a lot arise from jealousy among wine producers. I really hate it… But sometimes there is some truth to them.
The most recent rumor is how about one-third of the producers in Montalcino are being investigated for blending wines from the south of Italy into their 2003 Brunellos. I was shocked, to say the least, even completely pissed off.
How could Brunello producers do such a thing after years of building their region’s reputation as one of the best in Italy? Plus, it’s one of my favorite wine regions in the world! THEY APPEAR TO JUST BE RUMORS. And apparently there is NO basis for such terrible hearsay, at least that’s what my sources say.
Granted, there is an investigation at the moment being conducted by the growers association in Montalcino to check that all vineyards under the Brunello di Montalcino DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) are abiding by the regulations of Italy’s highest quality wine designation.
In other words, they are confirming that all the grapes in these vineyards are in fact Sangiovese. Brunello must be pure Sangiovese, according to the law. The Consorzio del Vino Brunello di Montalcino would not comment on its findings. But solid sources in the region say a number of vineyards have been found with a tiny percentage of other grape types in their vineyards, from Cabernet Sauvignon and Merlot to Chardonnay and Trebbiano. I don’t know how widespread this problem is, and the Consorzio will reveal its findings when the investigation is done. But I don’t think is going to be a big deal. The vines can be changed over to Sangiovese.
It’s possible that a wine producer could have intentionally planted other grape types to boost the color, structure and fruitiness of Brunello. Sangiovese can be a bit thin at times, and Brunello is aged for a long time in barrel or vat before bottling. It’s legal to have other grapes in areas such as Chanti Classico, and many super Tuscan producers do the same with their Sangiovese.
But, my sources say that it is most likely an honest mistake whereby the wrong bench grafts of vines were used when the vineyards were originally planted”.
Sono tornato da Londra ieri sera, in attesa di partire domani, come ho già riferito, per Madrid, con uno strano interrogativo che mi ronza dentro. La domanda, insinuante, è: ma i produttori dell’astigiano e dell’alessandrino che rivendicano la qualificazione di “superiore”, ovvero “ottenuto da uve aventi un titolo alcolometrico volumico naturale minimo di 12% e immesso al consumo con un titolo alcolometrico volumico totale minimo di 12,5 % dopo un periodo di invecchiamento obbligatorio non inferiore a un anno, a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo alla vendemmia, di cui almeno 6 mesi in botti di legno di rovere o di castagno”, che razza di significato danno al concetto di “superiore”?
A giudicare dalla stragrande maggioranza della ventina scarsa di Barbera d’Asti Superiore annata 2005 che ho degustato, insieme ad una quindicina di Barbera d’Asti 2006 e 2005, ieri mattina in redazione a Decanter, in una ampia sala con vetrata luminosissima che guarda sul panorama di grattacieli, chiese, costruzioni moderne, che si domina dal decimo piano dell’avveniristico The Blue Fin Building, posto al numero 110 di Southwark Street (zona London Bridge) che ospita la celebre rivista che si autodefinisce “the world’s best wine magazine”, i produttori piemontesi hanno un bel po’ di confusione in testa.
Per loro, difatti, come annotavo in aereo tornando ieri sera in Italia, superiore non è sinonimo di migliore qualità, di vini con maggiore complessità e aderenza al carattere varietale e territoriale, ma, ahimé, è sinonimo di concentrazione, di super-estrazione (soprattutto di tannini verdi), di ricerca d’improbabile potenza e massa di frutto. Ottenendo anche de-varietalizzando i vini e rendendoli, già dal colore, spesso Merlot o Super Tuscan style, concentratissimi, impenetrabili, melanzanosi e tristi, improbabili, concentrando il frutto, anche a costo di renderlo marmellatoso e sovramatura, neutralizzando quell’acidità che è la spina dorsale di ogni vino degno di questo nome e della Barbera in particolare, e rendendo i vini molli, privi di slancio e di articolazione, noiosi, prevedibili, del tutto appeal free, difficili da pensare in abbinamento al cibo, forse adatti per un consumo al bicchiere, ma assolutamente non food friendly come dovrebbe essere, per storia, identità e ragionevolezza, una buona, succosa, rotonda, golosa Barbera.
Pochi i vini da me trovati come dotati di un sense of terroir, di un’articolazione aromatica dove le note floreali si sposano con un frutto croccante e succoso, con note minerali e terrose, con freschezza e fragranza d’espressione, con garbo, e dove il frutto si dispone in bocca polputo, godibile, stimolato da una bella acidità che invita al bere ed equilibra e dà nerbo e scatto al frutto.
A questi, come a qualche vino più piccolo, magari con un’acidità in eccesso non sufficientemente calibrata dal frutto, ma varietalmente riconoscibile come Barbera d’Asti, e non invece, come mi è capitato con diversi vini come un mix di marmellata di more venate di legno francese, tostatura, caffè e vaniglia (a quei vini ho indirizzato in cuor mio un convinto fuck you!) privo di decenza, improponibile, irreale, figlio di un’idea del vino, furba, ruffiana, piaciona, falsa, stupidamente commerciale, priva di radici e di cultura, che combatto e combatterò sempre a testa alta e vigore.
Perché il vino italiano sia se stesso e si presenti con la propria identità e sappia farsi accettare, anche da un mercato difficile come quello inglese – proprio ieri ho visto in carta in un ottimo pranzo all’affollatissimo Zafferano restaurant – sito – fior di vini da vitigni autoctoni e di piccoli bravi produttori italiani proposti con intelligenza e accettati con disponibile curiosità da un pubblico esigente e attento – per quello che è per quello che può dare.
E non con una versione caricaturale, stupida, priva di senso, da barzelletta, come quella rappresentata da svariati dei Barbera d’Asti Superiore (così sta scritto in etichetta) come quelli che ho degustato, con grande delusione, ieri mattina in una Londra cloudy and windy, ma sempre terribilmente affascinante, piena di vita, pronta a concedere a tutti un’opportunità per farsi valere. Basta avere buona volontà, voglia di fare e avere cose, autentiche, forte da dire e da dare.
Ieri Paolo Massobrio nella sua Notizia del Giorno inviata via mail dal Club di Papillon a chi ne fa richiesta pubblicava, dopo una news intitolata “Brunello Superstar” dedicata al “successo del Brunello di Montalcino che sta spopolando soprattutto al di là dell’Oceano”, una sua “Cartolina al mondo del Brunello” che penso sia utile riportare integralmente.
La cartolina diceva: “A me stupisce invece sempre un’altra cosa: non si parla mai seriamente di un’annata, del suo valore, di come è fatto questo vino, di quale sia la tendenza dei suoi oltre 140 produttori. Sembra che le notizie debbano solo essere sensazionali quando si parla di Montalcino. Pochi giorni fa c’era la news che qui c’è la più affollata società multietnica (e a Cinisello Balsamo no?). Adesso esce in prima pagina questa della vendita en primeur; poi si leggerà delle stelle, confondendo i valori di una vendemmia (quella del 2007) con quelli di un vino (quello del 2003), che sarà in degustazione la prossima settimana.
E mi viene il dubbio che se viene accolta la degustazione con tutto questo prologo di incensamento, magari c’è qualcosa da nascondere, ma è solo un dubbio. Alla massa dei lettori arriverà comunque e sempre la notizia che il Brunello è pur sempre il miglior vino d’Italia nel mondo, nonostante l’abbondanza di buon legno che trapassa il palato.
Dei 100 giornalisti e giornalosti che per due giorni assaggeranno e sputeranno non interesserà molto e il cronista diRai 3 che ormai è diventato un volto famigliare chiederà i pareri ai degustatori e poi, miracolo dei tagli, manderà in onda quelli benevoli (è la comunicazione bellezza!).
I commenti di chi ci mette il fegato, dunque, non disturberanno neanche quest’anno la buona comunicazione Ilcinese. W il Brunello. Ovvia!”.
Concordo in pieno (con qualche piccola riserva che mi tengo per me e che magari comunicherò de visu al suo autore) con quello che Massobrio scrive, ma voglio fargli notare due semplici cose.
In primo luogo che si è dimenticato di ricordare chi diffonda, nell’imminenza di Benvenuto Brunello, queste “notizie” clamorose (leggi) e le fa arrivare, ricevendo spazi, attenzioni e citazioni, ai quotidiani e alla televisione, e di dire chi sia il celebre sito Internet, che diffonde wine news e promoziona notizie e comunicati su aziende e consorzi (ma lo fa in maniera specchiata ed evidente a chiunque).
Sito, Winenews.it, che da anni ha anche l’incarico di curare le pubbliche relazioni del Consorzio del Brunello di Montalcino.
Seconda cosa. Mi stupisce, e tanto, lo stupore di Massobrio, perché con i responsabili di quel sito Internet lui, a differenza di me, è sempre stato pappa e ciccia, ha sempre avuto rapporti idilliaci.
Quanto al cronista di Rai Tre, lo ricordo benissimo, ma a differenza di Massobrio, che è stato intervistato da lui, magari su indicazione precisa del responsabile dello stesso sito, che durante Benvenuto Brunello fa anche il regista, indica chi intervistare, fa da tramite tra le aziende (soprattutto le più potenti e ricche) ed i giornalisti, invita, briga, fa insomma pubbliche relazioni (il suo mestiere), io, che non sono mai stato intervistato da lui, e mai mi capiterà di rispondere al suo microfono, non mi stupisco che intervisti solo chi parla bene, quasi a comando, del Brunello, di Montalcino, del Consorzio, delle aziende.
E’ questa la logica, se così si può dire, di gran parte della comunicazione sul vino oggi in Italia, delle sinergie sempre più strette tra comunicatori, consorzi, aziende, giornali, pubblicità.
Resto pertanto sorpreso, io che di questa cupola non faccio parte, e ne ho palese disistima e “giornalosto”, definizione stupenda coniata dal mio indimenticabile ex direttore di A tavola Germano Pellizzoni, non sono, che Massobrio, che non si può proprio dire che di questo mondo e modo di fare sia un oppositore tenace e dichiarato, si stupisca.
E’ questo il mondo del giornalismo del vino italiano, bellezza, e mister Papillon, che non è nato ieri, dovrebbe pure saperlo….