Vino al vino

Archivio della Categoria 'Indiscrezioni'

2 luglio 2009

Famiglie storiche contro la “amaronizzazione” forzata della Valpolicella

E’ sempre antipatico, così si dice in ossequio al politicamente corretto, affermare di aver già detto qualcosa e di aver avuto ragione, in anticipo, sostenendolo quando gli altri non ci pensavano nemmeno lontanamente. Però, poiché di apparire “antipatico” (ma non ipocrita) non me ne può fregare di meno, non ho alcun problema a rivendicare oggi che “l’avevo detto io” e che avevo fatto bene a farlo.
Sto parlando della Valpolicella, di un assurdo processo di “amaronizzazione” forzata e dissennata, di una corsa folle all’appassimento, anche della lucidità nelle decisioni, nella splendida zona vinicola veneta, che, tra i pochissimi, avevo denunciato da tempo spiegando (leggete qui) perché non potevo definirmi ottimista, perché i trionfalismi sbandierati dall’ex direttore del Consorzio, nonché amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini, Emilio Pedron, mi sembravano (leggete qui e poi ancora qui) pericolosi e, cosa strana per una persona sicuramente intelligente e capace di leggere in anticipo l’evoluzione del mercato come il tecnico trentino in forza alla potente corazzata di Calmasino, destinati prima o poi ad essere smentiti da un andamento commerciale che, come è stato autorevolmente detto, è molto preoccupante.
Troppa uva messa allegramente e incoscientemente ad appassire, troppe bottiglie di Amarone, o presunto tale, destinate a finire sugli scaffali. Troppo vino che sarebbe giocoforza finito, in una spirale suicida di prezzi al ribasso, a svilire l’immagine ed il prestigio di questa area collinare ubriacata dal successo e incapace di delineare strategie ragionevoli, anche se, come avevano dimostrato talune prese di posizione espresse nel corso di una mia inchiesta realizzata lo scorso anno (leggete qui e poi ancora qui), le critiche alla politica ufficiale del Consorzio e le preoccupazioni non erano mancate.
Oggi succede che a quella “Cassandra” del sottoscritto, pessimista per realismo e non per partito preso, si vada ad aggiungere nientemeno che un gruppo di note e autorevoli aziende della Valpolicella (alcune delle quali dovrebbero fare però un filo di autocritica e un bell’esamino di coscienza, perché non sono immuni da errori…) che si sono riunite in una neonata associazione battezzata, non senza qualche presunzione ed un filo di retorica, “Le famiglie dell’Amarone d’arte“, elaborando un documento che vale la pena di pubblicare integralmente e di esaminare con attenzione. Come scrivono, “La crisi coinvolge le cantine italiane e le famiglie dell’Amarone rispondono raddoppiando la posta. In pieno trade down, mentre anche l’universo enologico cerca di comprimere progressivamente i prezzi (molto spesso a scapito della qualità del prodotto), dieci grandi famiglie della Valpolicella (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Zenato) si  difendono facendo squadra in nome dell’Amarone.
Sul piatto, la strategia d’attacco della neonata associazione, che da sola vale il 55 per cento dell’intero valore dell’Amarone di qualità (più del 40 per cento del mercato totale): esclusività e qualità totale da difendere e promuovere per uno dei tre grandi vini rossi italiani tra i più conosciuti al mondo”.
Secondo il presidente dell’Associazione degli amaronisti d’arte, Sandro Boscaini, patron di quella Masi che da poco ha trovato nella Mondavi la partner per l’importazione dei propri vini negli States, come riporta VinoWire, “l’Amarone deve rimanere raro e caro stop quindi alle logiche low cost e all’omologazione del gusto per compiacere i palati anglofoni. La fortuna e il fascino del nostro vino sta nella propria identità, una personalità che si è cementata negli anni ed è frutto della sapiente arte di produttori specializzati e storici. Oggi noi vogliamo ribadire questi valori, senza condizioni”.
La presa di posizione del team di aziende viene definito “uno scatto d’orgoglio per difendere uno dei vini italiani che ha conquistato il mondo e sta godendo di un sorprendente apprezzamento all’estero (che assorbe il 70 per cento del mercato), con 10 aziende che vanno in controtendenza in un periodo di forte crisi di identità dei vini storici italiani.
Così, infatti,  se a Montalcino si discute da tempo se “ammorbidire” o meno il disciplinare del Brunello – e la stessa cosa accade per il Nobile di Montepulciano e per il Cirò, che alcuni vorrebbero rendere più “moderni” con una bella iniezione di vitigni internazionali – l’Amarone rilancia sulla qualità e sul carattere originario del prodotto.
Obiettivo: non perdere la connotazione di vino esclusivo e necessariamente costoso, data l’originalità e l’artigianalità del delicato processo produttivo che implica un’accurata scelta delle uve, un lungo appassimento e invecchiamento in nobili legni.
Per fare questo, l’associazione adotta sul piano tecnico un “disciplinare volontario”, che rende ancora più selettive le maglie del regolamento: grado alcolico minimo di 15 gradi, estratto secco più elevato, immissione sul mercato dopo almeno 30 mesi dalla raccolta,  riduzioni o rinuncia unanime alla produzione nelle annate più sfortunate.
Ne consegue una politica dei prezzi che, pur attenta al mercato, consideri gli alti costi richiesti da una viticoltura di qualità e dalla cura particolare che questo vino richiede. In altre parole, nessuna svendita in nome di una storia e di una qualità totale che non accetta di essere annacquata.
Già oggi l’Amarone di largo consumo, che si può trovare sui banchi del supermercato a prezzi decisamente bassi – e a tutto svantaggio della qualità e dell’originario carattere organolettico – supera in quote di mercato l’ “autentico” Amarone, rappresentato in primis dai produttori della Valpolicella che si esprimono in questa Associazione.
In particolare, preoccupa il costante aumento della produzione, che vedrà nel mercato 15 milioni di bottiglie nel 2011 quando l’attuale assorbimento è di circa 8 milioni. Buona parte di questo esubero di produzione proviene da aree e da operatori neoconvertiti all’Amarone al semplice scopo di prendere vantaggio dalla sua notorietà e appeal commerciale.
Un danno esteso, questo, che intacca non solo il prodotto ma anche, e soprattutto, il territorio di riferimento del quale l’Amarone è simbolo e bandiera”.
Secondo Boscaini, che in passato ho criticato (leggete qui) per la discutibile scelta di produrre vini da appassimento, stile veneto, “Amarone method“, anche in Friuli ed in Argentina, “natura e tradizione hanno regalato alla Valpolicella un patrimonio unico anche in termini di marketing, grazie a una differenziazione di prodotti capace di presidiare diversi segmenti di mercato, dal semplice e beverino Valpolicella al più importante Valpolicella Classico Superiore, dal corposo Ripasso al sontuoso Amarone. Ma oggi si sta sciupando questa diversità con azioni avventate che confondono il consumatore e gettano nel discredito un intero territorio. Oggi una bottiglia di Amarone ‘da banco’  - conclude Boscaini – si può trovare perfino a 10-12 euro, mentre un Amarone della Valpolicella degno di questo nome non ne potrebbe costare meno di 25″. Stop alle imitazioni da bancarelle, dunque, perché la grandezza di questo vino non consiste nella semplice adozione di una tecnica di vinificazione, ma nella capacità di esprimere un territorio e la sua storia. Non a caso, tra i requisiti richiesti per l’adesione all’associazione – che apporrà un apposito logo in etichetta – ci sono il carattere familiare dell’azienda, una storia vinicola di almeno 15 anni (e le dieci aziende associate ne sommano complessivamente più di 1600), una presenza sul mercato con più di 20 mila bottiglie e un brand conosciuto in almeno 5 Paesi.
I dieci campioni dell’Amarone sottolineano che l’Associazione è aperta ed auspicano l’allargamento alle tante famiglie che possiedono i requisiti e hanno messo a frutto nelle colline della Valpolicella il patrimonio dell’arte antica che rende unico questo vino”.
Molte cose interessanti in questa significativa presa di posizione, tranne la sottolineatura, a mio avviso eccessiva, di una “esclusività” dell’Amarone (e io aggiungerei, sempre, della Valpolicella) e l’affermazione secondo la quale “l’Amarone deve rimanere raro e caro”, che se presa alla lettera è altrettanto perniciosa della riduzione del grande vino rosso veneto da appassimento a wine commodity low cost, ma una presa di posizione che fa chiaramente capire le difficoltà che si cominciano a percepire in Valpolicella ed i nodi che lentamente ma inesorabilmente vengono al pettine.
Non è mai troppo tardi, verrebbe da dire alle “dieci grandi famiglie della Valpolicella (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Zenato)” che si sono riunite in questa amaronesca “artistica” associazione, ma sono certe al cento per cento di non aver contribuito anche loro, con loro scelte e strategie rivelatesi poi sbagliate, ad esempio quella “omologazione del gusto per compiacere i palati anglofoni” cui alcune di loro si sono dedicate negli anni scorsi, ad aver delineato questo stato di cose di cui, ora, sottolineano contraddizioni, insidie e assurdità?
Sarò ben lieto, se lo vorranno, di riportare il loro punto di vista in merito su questo blog, se avranno voglia di ulteriormente spiegarsi…
p.s. segnalo sull’argomento anche il post di Francesco Arrigoni, sul suo blog WineWebFood

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22 maggio 2009

Maurizio Zanella nuovo presidente del Consorzio Franciacorta?

Non è, né potrebbe essere uno scoop, visto che l’indiscrezione di una sua possibile ascesa a nuovo Presidente del Consorzio Franciacorta l’aveva già data la scorsa settimana il mio amico wine talent scout Giovanni Arcari, sul suo vivace blog Terra Uomo Cielo (leggete qui), ma la notizia che questo pomeriggio i produttori della celebre zona spumantistica bresciana con ogni probabilità eleggeranno loro massimo rappresentante Maurizio Zanella, ovvero il deus ex machina di Cà del Bosco ed il personaggio più preparato e di maggiore esperienza, italiana ed internazionale della terra del Satèn, costituisce sicuramente una good news.
Non mi fa sicuramente velo la lunghissima amicizia, che risale a ben 25 anni fa, al 1984, con Maurizio, classe 1956 come il sottoscritto – e un unico neo, nessuno è perfetto: tifa Milan – nell’affermare che una presidenza Zanella, in questa particolare fase della Franciacorta e del suo Consorzio, che ha visto la zona bresciana superare quota dieci milioni di bottiglie Docg prodotte, e puntare ad un allargamento della conoscenza e dei mercato di Dosage zerò, Satèn, Brut anche all’estero, costituisca, senza ombra di dubbio, la soluzione non solo migliore, ma quella obbligata.
Nessun altro produttore attualmente in Franciacorta vanta l’esperienza, il prestigio, le conoscenze ed i contatti internazionali, il blasone, come riconosciuto protagonista del rinascimento del vino italiano negli ultimi venticinque anni, di cui gode Zanella, che ha reso la sua Cà del Bosco (sua anche se ad un certo punto nella compagine societaria si è affiancata, con intelligenza e discrezione, non cambiando praticamente in nulla l’impostazione e la tenace spinta alla qualità senza compromessi, una grande realtà come la Santa Margherita) un simbolo non solo della Franciacorta, ma di tutto il vino italiano.
Metterlo ora alla testa, come da tempo gli dicevo che prima o poi avrebbe dovuto fare, accettando onori e oneri di questa carica, del Consorzio Franciacorta, affiancato da una o due vice presidenze e da un Consiglio dinamici e operativi ed in sintonia con la sua visione del vino, penso sia la scelta più lucida, intelligente e costruttiva che il Consorzio Franciacorta, che pur ha avuto in questi anni validi presidenti, dall’uscente Ezio Maiolini ad alcuni grandi past president passati che voglio ricordare e di cui penso Zanella sarà il continuatore, Paolo Rabotti, il primo bravissimo presidente, poi Riccardo Ricci Curbastro, l’indimenticabile Giovanni Cavalleri, possa fare.
Ai franciacortini e a Maurizio Zanella gli auguri più sinceri, di buon lavoro e di sempre nuovi successi, con la capacità di “dribblare” elegantemente le insidie e le trappole del successo.   

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9 aprile 2009

Incidente probatorio sul “caso Brunello”: dalla Nazione (cronaca di Siena)

Per completezza dell’informazione riporto quanto pubblicato ieri, mercoledì 8 aprile, sul quotidiano La Nazione, a pagina 5 della cronaca di Siena.
Occhiello: L’indagine sul Brunello. Titolo: Incidente probatorio per tre aziende ilcinesi (la spiegazione di cosa sia un incidente probatorio la potete leggere qui).
Testo dell’articolo: “Incidente probatorio il 10 aprile per tre aziende coinvolte nell’inchiesta sul Brunello. Il Gip nominerà propri consulenti di fiducia per la produzione 2003 di Argiano, Frescobaldi e Valdicava.
Tutti gli altri produttori che hanno “declassato” il vino (da Brunello a Igt) hanno invece chiesto e ottenuto di patteggiare. Gli avvocati hanno già concordato con il Pm. Ora l’”accordo” deve essere formalizzato davanti al giudice.
Dall’inchiesta sono usciti senza conseguenze Biondi Santi e Col D’Orcia di Francesco Marone Cinzano che, all’inizio degli accertamenti disposti dalla Procura della Repubblica di Siena, era presidente del Consorzio”.
Finalmente dalla Magistratura senese cominciano ad arrivare notizie, e che notizie…  

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27 marzo 2009

Gli irriducibili (del cambio di disciplinare) a Montalcino ci riprovano ancora

Non so se esistano i tempi tecnici per presentare una loro lista alle prossime elezioni europee, che magari potrebbe intercettare i voti dei delusi e nostalgici di AN confluiti (loro malgrado, dopo la Opa del Berlusca) nel Pdl e gli ex comunisti oggi entrati nel PD accanto ai vecchi “nemici” democristiani, ma a Montalcino, manco fossimo in una curva da stadio, tra ultras e boys, gli irriducibili continuano a farsi sentire.
Lo dimostra il fatto che proprio oggi, nell’assemblea degli associati del Consorzio del Brunello che si terrà nella celebre località toscana, ci proveranno ancora, in extremis, pardon, in zona Cesarini, a presentare una loro proposta (che parte già minoritaria) per cambiare le carte in tavola e creare, manco se ne sentisse il bisogno, l’ennesima nuova denominazione, una Doc (che poi diventerebbe Dop o Igp?) che vorrebbero battezzare, ma che bella pensata!, nientemeno che Montalcino.
Irriducibili che non vi rassegnate al legame naturale Brunello-Sangiovese, quando la finirete, una volta per tutte, di perdere e far perdere tempo alla gente?  

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18 marzo 2009

Trentino: parte la rassegna del metodo classico e per brindare Cavit sceglie il Prosecco

Originale e sorprendente prologo per la rassegna Perlage, l’eccellenza del metodo classico, che per due giorni, venerdì 20 e sabato 21, farà del Trentino, patria del TrentoDoc, denominazione che comprende una trentina di realtà produttive per un totale di oltre 8 milioni di bottiglie, la capitale del metodo classico italiano, la terra dove, come scrivevo ieri, per due intense giornate si discuterà del presente e del futuro di questa particolare tipologia di vini che vede sicuramente il Trentino come una delle due zone più vocate.
Come si è appreso dalla stampa locale, e precisamente da un articolo pubblicato sul Corriere del Trentino dalla mia amica Francesca Negri, cronista puntigliosa sempre attenta alle vicende vitivinicole della terra della Nosiola e del Marzemino, un’importante, anzi, potente cantina trentina, associata al TrentoDoc e produttrice di TrentoDoc, la Cavit, si sarebbe comprata un Prosecco.
Intendiamoci, non una bottiglia del celebre spumante aromatico della Marca Trevigiana, prodotta con l’omonima uva che con un discutibile decreto (leggete qui) si é deciso, con l’appoggio dell’ineffabile ministro delle Politiche Agricole, di ribattezzare Glera (leggete qui), un nome che nessuno sapeva fosse sinonimo di Prosecco, bensì un’importante azienda produttrice come l’Astoria Vini dei fratelli Paolo e Giorgio Polegato.
Che la Cavit fosse interessata, da tempo, a “differenziare” (come si dice) la propria produzione, affiancando ai proprio TrentoDoc, ai Müller Thurgau metodo Charmat, all’Accento Brut e al Sanvigilio dolce, anche un Prosecco, era cosa nota a tutti sin dall’epoca in cui fu fatto più di un passo per acquistare la Mionetto, poi passata ad un gruppo tedesco.
L’attuale acquisizione della Astoria vini, si dice per una cifra intorno alle due decine di milioni di euro, chiude il cerchio e conferma quali grandi attenzioni, non solo da parte di alcune aziende spumantistiche piemontesi, che già imbottigliano il 25% della produzione di Prosecco, ci sia per questo popolarissimo vino della Marca Trevigiana.
Tutto positivo in questa operazione? Niente affatto. Da parte mia, pur non avendo alcuna simpatia politica leghista, non posso che condividere in toto, pescata su Internet sul sito del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento, l’interrogazione presentata dal capogruppo della Lega Nord Trentino Alessandro Savoi e sottoscritta anche dai colleghi Filippin, Civettini, Penasa, Paternoster e Casna, interrogazione relativa alle notizie apparse sui quotidiani locali dove si riferisce che il consorzio vitivinicolo trentino di secondo grado Cavit avrebbe acquistato dai fratelli Polegato la cantina vinicola veneta produttrice Prosecco Astoria vini, e si rivolge al Presidente della Giunta Provinciale del Trentino per sapere:
“- se è vero che questa acquisizione da parte del maggiore protagonista vinicolo trentino di una cantina veneta specializzata nella produzione di prosecco sarebbe stata accompagnata dalla presentazione in Provincia di Trento di domanda di concessione di contributi pubblici per finanziare parte della spesa;
- se sì occorre conoscere l’ammontare del contributo pubblico richiesto alla Provincia di Trento da parte di Cavit;
- se l’eventuale concessione di un contributo pubblico provinciale non sia in contrasto con gli sforzi recentemente compiuti dalla Provincia per sostenere e diffondere la commercializzazione dello spumante Trento Doc, di cui il prosecco è un temibile concorrente;
- per quale motivo il consorzio vinicolo trentino di secondo grado, che per statuto deve aiutare le cantine socie nella produzione e nella commercializzazione del vino prodotto, abbia deciso di acquistare una cantina veneta che produce un prodotto in diretta concorrenza con lo spumante trentino, per di più in un momento di grave crisi commerciale del vino prodotto in Trentino, con il conseguente rischio di penalizzare la produzione locale sull’altare delle logiche del mercato globale e della commercializzazione internazionale che sempre richiedere maggiormente prosecco invece di spumante”.
Hanno proprio ragione Savoi ed i suoi colleghi; qualcuno vuole decidersi una volta per tutte a spiegarci per quale singolare motivo in Trentino, come hanno già fatto negli anni scorsi altre importanti Cantine sociali come Lavis e Mezzacorona, si investe non in terra trentina ma fuori regione (Sicilia e Toscana ad esempio) e per quale motivo chi produce TrentoDoc oggi si trasforma anche in produttore di Prosecco? 

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5 marzo 2009

Deciso finalmente il divorzio tra Gambero rosso e Slow Food?

Per anni, oltre venti, siamo stati abituati a vedere associati questi due loghi, in un matrimonio, sempre più d’interessi e sempre meno d’amore, dove anche se i due coniugi si sopportavano a malapena  e magari talvolta litigavano di brutto, erano costretti a rimanere insieme, corresponsabili delle discutibilissime scelte fatte in materia di vini e aziende premiate e sull’estetica e sulla “filosofia” del vino indicata a quel Signor Pantalone, pagante e spesso cornuto e mazziato, che è il consumatore.
Ora, dopo che negli ultimi mesi sono successe un sacco di cose e dopo che la crisi (con l’annunciata cassa integrazione per un bel numero di dipendenti al Gambero) si fa pesantemente sentire, il duo che ha editato dal 1987 la guida Vini d’Italia, la chiocciola ed il gambero, ovvero Slow Food e Gambero rosso, come rivela Francesco Arrigoni (ex gamberista) sul suo eccellente blog WebWineFood ospitato sul sito Internet del Corriere della Sera, annuncia (leggete qui) avrebbero finalmente deciso e sancito il divorzio (che da tempo era nell’aria e nella logica delle cose) e addirittura la pubblicazione, per la serie ne sentivamo proprio il bisogno, di una guida dei vini ognuno.
Che dire? Che vadano pure ognuno per la propria strada, tanto più danni di quelli che hanno già combinato insieme separatamente non riusciranno di certo a farne…

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6 febbraio 2009

Favole del vino: un messaggio in codice?

Da qualche tempo la comunicazione sul vino, disponibile su Internet o via e-mail, si è arricchita di un “foglio elettronico di comunicazione quotidiana” che dal lunedì al venerdì, viene inviato gratuitamente, a metà pomeriggio, ad un vasto indirizzario di professionisti del vino, enoappassionati e opinion leader del wine & food.
Uno strumento che dovrebbe presentare “le notizie più fresche e interessanti della giornata sul mondo del wine & food, oltre a commenti, tendenze e curiosità”.
Gli autori di questo foglio sono gli stessi un noto sito Internet “istituzionale”, nel senso che è sempre molto vicino al potere e all’establishment e spesso ne rispecchia le posizioni.
In questo foglio elettronico appaiono spesso corsivi, alcuni firmati dal direttore di questa testata, scritti con uno stile tra l’ironico e l’allusivo, che vuole fare intendere, tra le righe, che gli autori siano ben informati e ben introdotti e sappiano cose che ai comuni mortali non è dato sapere. Qualche giorno fa, nella rubrica intitolata Sms, sotto il banner pubblicitario di una notissima azienda vinicola toscana (anche questo foglio, come il sito Internet, sono pieni di banner pubblicitari di aziende di cui, casualmente, la testata spesso riferisce vita, miracoli, dichiarazioni…), si leggeva, proposto con lo strano titolo di Una delle favole del vino questo curioso testo, che sottopongo alla vostra attenzione.
“C’era una volta un signore-vignaiolo che diceva, al mondo, che il suo vino era il migliore, e per questo costava carissimo. Aveva uno o due blogger che “alimentavano” la sua novella, tessendo le lodi del suo rosso nettare. Il vignaiolo, paladino di verità e qualità, dovendo anche lui vendere, un bel giorno, raccolse intorno a sé ristoratori di alto lignaggio. Ma accolse gli chef in un piccola stanza, con un vecchio tavolo, sedie di plastica, una bavettina al pesto e … via! “Potete acquistare i miei vini, se volete”… Nessuno disse nulla. Lì.
Ma dopo giorni, uno si chiese: “ma per uno che vuol vendere i vini a centinaia di euro, la filosofia della qualità non dovrebbe essere totale, anche nello stile? “Perché dovrei credere alla qualità in cantina e all’alto prezzo del suo vino?”. Interrogativi, mai espressi. Peccato!”.
Testo sibillino quant’altri pochi, di cui anche un bambino capirebbe come sia pieno di “messaggi in codice” rivolti a chissà quale produttore accusato di pidocchieria e di una totale carenza di stile.
E’ troppo chiedere agli “illuminati” autori di questa sorta di “pizzino” di farci capire – si occupano o non si occupano di comunicazione e non dovrebbero essere chiari e diretti nei loro messaggi? – a quale uomo del vino si riferisce la loro “favola”?

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5 febbraio 2009

Il brutto sogno diventa sempre più realtà… Camaleonti e trasformisti in un celebre borgo vinicolo italiano

Ricordate quello strano sogno (o era piuttosto un incubo?) che ho cercato di raccontarvi (leggete qui) lunedì, quello stravagante progetto che vedeva, lo confermo, un galantuomo, una persona che con la sua famiglia ha fatto la storia della prestigiosa denominazione enoica di cui la sua azienda è il simbolo, disposto a dare l’avallo del suo autorevolissimo nome all’ipotesi di modificare le regole non del primo, ma del secondo, ma altrettanto valido e celebre, vino della sua zona?
Bene, si fa per dire, mi sa tanto che non si trattava solo di un sogno e che dalle nebbie del dormiveglia pian piano emerga, con tutti i suoi dettagli che definire inquietanti è poco, una realtà incontrovertibile e triste.
In quel celeberrimo borgo vinicolo, che tanto ha fatto parlare di sé lo scorso anno e che se il buon senso e l’intelligenza prevalessero dovrebbe tornare a far parlare di sé, ora, solo grazie alla qualità dei suoi vini, si accingono ancora a tentare di cambiare le carte in tavola, di proporre una nuova, assolutamente non necessaria, identità non per il vino più noto, ma per il secondo vino, che porta sempre in etichetta il nome della celebre località d’origine.
Però, a proporre questa trasformazione, che comporterebbe un vero e proprio voltafaccia rispetto a quanto deciso, dalla stragrande maggioranza dei produttori della zona, con un voto segreto espresso in un’assemblea non più tardi dello scorso 27 ottobre, non sarebbe solo il rispettabilissimo e serissimo Signore del Vino, l’argenteria nobile, la storia della denominazione, il mito e la leggenda, bensì una serie di aziende notissime (e con grande sorpresa non quella che si penserebbe più favorevole a questo cambiamento…) che rappresentano larga parte della denominazione e ne costituiscono il tessuto connettivo. Aziende, alcune, che erano state tra le dirette promotrici di una raccolta di ben 149 firme, presentata una decina di giorni prima del fatale 27 ottobre, che chiedeva che quel vino dovesse rimanere monovitigno. E che tutto, in quel borgo vinoso finito, non certo per colpa della stampa, ma della “bischeraggine” di vari produttori, nell’occhio del ciclone dovesse rimanere com’era, regole di produzione e uve utilizzate in primis.
Ora non so bene, perdonatemi, è o non è solo un sogno, presagio di un qualcosa che potrebbe ben presto tramutarsi in realtà?, cosa sia successo nei tre mesi trascorsi da quel pronunciamento un po’ “bulgaro”, e da quale misterioso virus siano state contagiate quelle persone che ieri proponevano, e decidevano, bianco e oggi chiedono, non consapevoli di quanto stravagante possa apparire il loro voltafaccia, nero.
Io so solo che se quanto mi è apparso in sogno è vero e temo di non avere motivi per dubitare della sua veridicità, non solo quelle persone sono destinate, e non solo ai miei occhi, ad apparire ben poco serie, affidabili e degne di fiducia, ma che la loro stravagante iniziativa – in sogno vedevo che si stavano raccogliendo ancora delle firme e che erano grossi calibri ad occuparsene in prima persona – finirà per il gettare nuovamente nel marasma, nella confusione, mi spiace dirlo, nel discredito, una zona, una denominazione prestigiosa che avrebbero solo bisogno di trovare serenità. E comportamenti seri e coerenti, nell’interesse collettivo, a difesa di quella denominazione simbolo.
Come ho già scritto, chiunque siano i promotori di questa nuova bizzarra iniziativa, e per quanto altisonanti o blasonati possano esserne i protagonisti, (che magari a questo punto farebbero bene ad uscire allo scoperto e a spiegare in cosa consista il loro progetto e quali siano le loro ragioni: Vino al Vino è a loro disposizione per spiegarsi) questo blog, anche se fosse l’unica fonte d’informazione a doverlo fare, non esiterà ad opporsi ad un’iniziativa tanto bislacca.
Lo farà, innanzitutto, perché è convinto che quell’ipotetico cambiamento di disciplinare, seppure limitato al secondo vino di quella celeberrima località collinare del Centro Italia, non s’ha da fare, e poi, scusatemi, per rispetto di me stesso e delle posizioni da me prese dal 21 marzo del 2008.
Di “voltagabbana” e banderuole in Italia ce ne sono già abbastanza, e non v’è ragione, non avendo tra l’altro interessi di bottega da difendere, perché debba trasformarmi in uno di loro.
Se in quella celebre località vogliono fare la brutta figura di proporre oggi il contrario di quello che hanno chiesto e deciso tre mesi fa, se vogliono atteggiarsi a camaleonti che cambiano colore a seconda delle situazioni, giocare ai trasformisti emuli di Arturo Brachetti, lo facciano pure, ma siano consapevoli che è un gioco al massacro di cui presto o tardi verrà loro chiesto di rispondere. E magari a farlo sarà proprio il consumatore, stanco di essere preso in giro, e che di fronte a tante stravaganze potrebbe finire con il rivolgersi altrove…

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2 febbraio 2009

Grandi vini italiani: c’è chi propone ancora di cambiarne il disciplinare…

Questa notte ho fatto uno strano sogno. Ho sognato, ma era un sogno o un incubo?, che un galantuomo, una persona che con la sua famiglia ha fatto la storia della prestigiosa denominazione vinosa di cui la sua azienda è il simbolo, aveva deciso, non si sa per quale misterioso motivo, spinto di chissà quali “ragioni”, di dare il suo avallo, autorevolissimo, perché fosse riproposta l’ipotesi, che si pensava ormai superata e confinata agli archivi, di modificare le regole che vincolano i produttori a fare vino in quella zona.
Intendiamoci, la proposta non era di modificare la più prestigiosa delle denominazioni di quel celeberrimo borgo vinicolo, quella di cui, dicono le cronache, si era tanto discusso e “leticato” per mesi e mesi.
Quello che il rispettabilissimo e serissimo Signore del Vino proponeva, era piuttosto modificare l’impianto, la filosofia ed il disciplinare del secondo vino di quella zona, il fratello minore, il vino, fatto sempre con la stessa uva del fratello maggiore, che di quel vino importante e da lunga gittata proponeva un’immagine più fresca, più giovane e godibile, un prodotto ben fatto che le aziende potevano vendere a due anni, e non a cinque, dall’epoca della vendemmia.
Nel sogno questa proposta mi sembrava assurda, e del tutto incomprensibile il fatto che venisse sostenuta oggi, a solo pochi mesi di distanza da un chiarissimo pronunciamento con il quale la stragrande maggioranza dei suoi protagonisti, i produttori, avevano detto uno stentoreo NO all’ipotesi, apertamente caldeggiata da pochi, ma sotto sotto sostenuta da molti altri e soprattutto favorevole agli interessi commerciali di pochi, di cambiare le carte in tavola. E di consentire, a chi l’avesse voluto, di utilizzare anche una percentuale (5-10-15?) di altre uve oltre a quella, grande e difficile, della varietà che è simbolo e sinonimo di quella denominazione.
Ancora più assurdo l’avanzare oggi questa proposta – questo mi dicevo nel mio strano sogno – perché lo stesso personaggio, sorprendentemente, una soluzione analoga l’aveva già avanzata, un paio di mesi prima che i produttori dicessero apertamente no al cambiamento e seppure espressa con motivazioni nobili, sacrificare il “fratello minore” per consentire al fratello maggiore di mantenere la sua purezza, questa idea, incomprensibile soprattutto considerando da chi arrivava, non aveva poi riscosso particolari consensi… Perché mai, mi chiedevo nel dormiveglia che precedeva il risveglio, tornare a proporre una soluzione del genere oggi? Perché risvegliare discussioni che negli ultimi mesi del 2008 si erano finalmente sopite, perché farlo alla vigilia dell’uscita sul mercato della nuova annata, una signora annata finalmente, dopo due diciamo così così, del vino che da lustro alla denominazione e di cui anche il fratello minore, il vino che si vorrebbe disinvoltamente spedire “a Casablanca” cambiandone caratteristiche e fisionomia, trae vantaggio seppur vivendo di luce riflessa?
E perché pensare di far diventare “altro” quel “fratello minore” quando nella stessa area, seppure non portando nella denominazione quel nome “magico”, il nome del borgo dove i vini nascono, esiste già un’altra Doc che ha esattamente le caratteristiche che il “fratello minore” dovrebbe assumere se dovesse essere trasformato come il galantuomo, il vecchio signore, propone? Questi i miei interrogativi in sogno e questo mi ripetevo trovandomi in quella zona intermedia che separa il sogno dall’essere desti.
Una volta risvegliatomi però, e cominciando ad essere divorato dal dubbio che non di un sogno si trattasse, ma di un qualcosa d’indistinto che molto presto potrebbe prendere le parvenze del reale, seppure di una realtà dai contorni minacciosi e dai colori foschi, ho sentito il bisogno di raccontare questo “sogno” e di dire poche ma mi auguro significative parole.
Sulla vicenda relativa a presente, futuro e ipotetiche trasformazioni di quella celeberrima denominazione vinosa italiana, nel corso del 2008 ho espresso chiaramente il mio punto di vista, persuaso di aver offerto il mio contributo, da cronista e da commentatore, perché la balzana idea di trasformare il suo vino simbolo in tutt’altra cosa apparisse in tutta la sua assurdità e carenza di senso.
Se oggi improvvisamente, in questi strani e concitati mesi che ci separano dal primo agosto, dal momento in cui la competenza sulle nuove denominazioni passerà da Roma e Bruxelles e le Doc e Docg e Igt diventeranno Dop e Igp, qualcuno, fosse pure il più serio, autorevole e prestigioso personaggio, il più serio rappresentante di quella denominazione, dovesse svegliarsi e tornasse a riproporre di cambiare le caratteristiche dei vini di quella località conosciuta in tutto il mondo, con tutte le motivazioni possibili, ammantandole di buon senso e realismo, il sottoscritto, come ha fatto per tutto il 2008, non potrebbe far altro, per coerenza, perché è persuaso che i cambiamenti proposti non abbiano senso e farebbero solo danni, e che salvare quel vino storico da chi vorrebbe farlo diventare “altro” sia doveroso, che opporsi.
E da questa piccola, ma battagliera tribuna che è questo wine blog, non esitando a fare ricorso a tutte le “sinergie”, ovvero i collegamenti con una rete di autorevoli wine blog e wine writer italiani ed esteri, che su questa strana vicenda italiana la pensano esattamente come me, riaprire la battaglia, di verità, in difesa di quel grande vino e di quella prestigiosa denominazione che gli stessi protagonisti nei fatti dimostrano di non voler tutelare.
Questo senza “fare sconti” a nessuno, senza guardare in faccia al curriculum vitae, alla storia, al blasone, di chiunque, fosse pure il simbolo di quel vino e di quella denominazione, tornasse a proporre soluzioni che non avevano e non hanno, a mio modesto avviso, alcuna fondatezza.
Quel vino mitico e anche quel secondo vino devono restare quello che sono, quali siano le strane idee di chi non si accorge facendo determinate proposte di non fare certo del bene a quella denominazione legata alla sua storia personale e a quella della sua famiglia…

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3 gennaio 2009

Prove d’Italia a Bordeaux: anche Syrah e Chardonnay nei vigneti dei mitici Châteaux?

Il mio buon amico Hervé Lalau ha dedicato un post ad una notizia che sembra più una barzelletta che realtà. Riprendendo una news apparsa sotto Natale sul sito specializzato francese Vitisphere (leggete qui), sul suo blog Chroniques vineuses si è chiesto: “Bordeaux: Bientôt du Chardonnay et de la Syrah dans l’AOC Bordeaux ?”. Il che tradotto recita: presto Chardonnay e Syrah nell’AOC Bordeaux?
Non siete su Scherzi a parte: accade che a Bordeaux, nella terra dei mitici Châteaux, dei premier crus da centinaia di euro a bottiglia, stiano progettando di applicare il “dolce stile” italico, la prassi del “perché non provare anche questo”, del “famolo strano”, dell’uvaggio creativo, chiedendo di sperimentare, accanto alle loro classiche uve che tutto il mondo ha piantato, magari chiamandole, come da noi, “vitigni migliorativi”, anche nuovi vitigni, noti e meno noti, espressione di altre tradizioni viticole.
La notizia secca di Vitisphère, riportata e commentata dal confrère franco-belga, dice che “il
Syndicat des Vins de Bordeaux ha fatto richiesta all’INAO, Institut Nationale des Appellations d’Origine, di poter sperimentare nuovi vitigni allo scopo di migliorare la complessità dei vini di Bordeaux. “I vini di Bordeaux sono vini d’assemblaggio. Noi desideriamo testare nuove varietà per verificare la loro attitudine ad arricchire la complessità aromatica dei nostri vini”, argomenta Florian Reyne del Syndicat des vins de Bordeaux.
La domanda è relativa a tre varietà a bacca bianca, Chardonnay, Petit Manseng e Liliorila e a quattro varietà a bacca rossa, Syrah, Marselan, Arinanoa e Zinfandel, oltre allo Chenin per i Crémant de Bordeaux. Una volta avuta l’autorizzazione dal comitato regionale e nazionale dell’INAO, la sperimentazione sarà condotta su almeno quattro campi sperimentali per vitigno con (micro)vinificazioni su un volume minimo di 150 litri. La sperimentazione è prevista su 8 annate e cinque vendemmie”.  
Ovviamente, se i test risulteranno soddisfacenti, allora si potrà procedere in un secondo tempo ad aggiungere questi vitigni nel “cahier des charges”, nel disciplinare di produzione dei vini di Bordeaux. 
Di fronte a questa colossale monata, anzi, connerie, come si direbbe nella lingua di Molière, che porta in terra di Francia, con l’alibi della ricerca scientifica, della sperimentazione, dell’apertura al nuovo che avanza, prassi tipicamente italiote e un’atmosfera che richiama le risibili tesi dei fautori di un’ipotesi di “disciplinare aperto” del Brunello, non posso che lasciare la parola alla giusta indignazione del collega di Chroniques vineuses, che ha denunciato l’assurdità di questo progetto.
“Quel che mi stupisce – scrive -  non è tanto la volontà dei Girondini di ampliare l’uvaggio, e che dei francesi facciano finta di essere degli australiani e che pratichino pertanto il marketing della domanda invece di quello dell’offerta, cosa del resto normale in questi tempi di globalizzazione. No, quello che mi lascia stupefatto è il fatto che questa proposta sia relativa a dei vini AOC o non a delle IGT.
E poi, c’è qualche cosa di patetico nell’ascoltare dalla bocca di un responsabile viticolo della Mecca del vino che bisogna “arricchire la paletta aromatica” dei vini! Ma perché mai sperimentare? Si hanno forse dei dubbi sulle possibilità di ambientamento e di acclimatamento del Syrah e dello Chardonnay nella Gironda, quando queste due uve sono presenti su tutti i cinque continenti del vino? Questo modo di fare suona piuttosto ipocrita. Attenzione a non aprire il vaso di Pandora! Se l’INAO dà il suo parere favorevole all’allargamento del cahier des charges, allora non ci sarà più alcun valido motivo per dire di no al Sémillon a Sancerre, il Sauvignon a
Châteauneuf e il Cabernet a Beaune. E cosa distinguerà i celebri terroir storici francesi (storici perché l’adattamento delle migliori varietà ai migliori suoli è durata decenni) dai vigneti del Nuovo Mondo?”.
Hai perfettamente ragione Hervé: ma che razza di vins de Bordeaux del futuro hanno in mente i signori del Syndicat des Vins pensando d’imbastardire l’encepagement bordolese non solo con la grande Syrah e Monsieur Chardonnay, ma con roba da californiani come lo Zinfandel, con incroci Merlot-Petit Verdot come l’Arinanoa o Cabernet Sauvignon-Grenache come il Marselan o altre genialate, in bianco, come il Liliorila, incrocio tra Baroque (?) e Chardonnay?

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