Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Indiscrezioni'

28 ottobre 2009

Sul Brunello negli States, raccontala giusta, Zaia! Il TTB americano smentisce un comunicato del Ministro

From Brunello’s Usa department…
Per pura completezza dell’informazione voglio invitare tutti i lettori che ancora s’interessano all’affaire Brunello e ai suoi effetti, in termine di commercializzazione e circolazione del vino nel mondo, soprattutto in quello che resta il primo mercato estero, gli Stati Uniti d’America, questi due articoli, di cui fornisco il link ma di cui pubblico anche il testo integrale, in italiano e in inglese.
Il primo è un comunicato stampa apparso in bella mostra qualche giorno fa sul sito Internet del Ministero delle Politiche Agricole, attualmente retto da Luca Zaia, che i rumors politici descrivono come il candidato governatore della Regione Veneto secondo i desiderata della Lega.
Leggete, anche qui, con attenzione, tutto il testo: “Sono molto soddisfatto dell’esito dell’incontro. Le garanzie che abbiamo fornito per contrastare le contraffazioni sono state ritenute più che sufficienti per un pieno riconoscimento riguardante le importazioni di vino italiano negli Usa”.
Così il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia, al termine dell’incontro avvenuto ieri, 20 ottobre, a Washington con John Manfreda, Amministratore dell’Agenzia Federale Alcohol and Tobacco Tax and Trade Bureau (Agenzia Federale americana per l’alcol ed il tabacco – ATTB).
“Ho ottenuto – ha dichiarato Zaia – il via libera definitivo alle importazioni negli Usa del Brunello di Montalcino. Si chiude così definitivamente questa vicenda, assicurando ad uno dei vini ambasciatori del Made in Italy e capisaldi dell’intero settore agroalimentare nazionale una presenza sul mercato americano”.
La visita del ministro Zaia negli Usa, che è iniziata ieri e terminerà il 25 ottobre, mira a valorizzare e a promuovere ”le tipicità del Made in Italy”, contrastando nello stesso tempo le contraffazioni che “tanto danneggiano l’economia e l’agricoltura italiane”.
Durante la visita il Ministro spiegherà anche ai consumatori americani i pericoli del fenomeno dell’Italian sounding. Dopo la tappa di Washington, il ministro Zaia proseguirà oggi a New York la sua visita negli Usa. Il 22 ottobre il Ministro incontrerà il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon per parlare di sicurezza alimentare mondiale. La visita proseguirà con alcuni incontri con gli imprenditori italiani impegnati nel settore agroalimentare”.
Questo il comunicato stampa di Zaia, poi diffuso alla stampa anche mediante la nuova agenzia di comunicazione che lavora per il Consorzio del Brunello.

Giusto il tempo di pensare, ma guarda che ganzo quel Zaia e chissà come saranno contenti i suoi fan (incredibile ma vero, pare che ne abbia..) a Montalcino, che mi sono imbattuto, ovviamente grazie ad una serie di segnalazioni arrivate dagli States, in un lapidario post pubblicato sul sito specializzato in “daily news and commentary for the alcohol beverage industry”, Wine & Spirits Daily, che titolando testualmente un ampio articolo che potete leggere qui, “TTB Still Requires Brunello Certification Despite Italy’s Claims” sembrerebbe mettere in dubbio quanto proclamato ai quattro venti non da un pinco qualsiasi, bensì dal Ministro delle Politiche Agricole italiano, ovvero affermando che il Tobacco Tax and Trade Bureau, il TTB, non avrebbe dato il “via libera definitivo alle importazioni negli Usa del Brunello di Montalcino” ma richiederebbbe ancora le necessarie certificazioni.
Leggete qui, please, e fatevi anche voi un’idea: “Dear Client: Despite reports to the contrary, TTB’s director of public and media affairs Art Resnick confirmed to WSD that they have not in fact put an end to their current certification process with the Italian government regarding Brunello di Montalcino wines. “Contrary to the reports that we’re not longer requiring the certification, we are indeed enforcing the certification and awaiting further information from the Italians to determine a future course of action,” he told us.
Italy’s agricultural minister, Luca Zaia, met with TTB administrator John Manfreda in Washington D.C. last week, where they discussed the Italian government’s ongoing investigations into the improper blending of several Italian wines including Brunello di Montalcino.
Recall allegations surfaced last year that certain Brunello producers were illegally using mixed grapes in their wines, which is in violation of existing rules that require Brunello di Montalcino producers to use 100% Sangiovese grapes grown in Montalcino.
The TTB responded by requiring all Brunello imports in the US to bear a certification from the Italian government proving they were in fact legitimate Brunello di Montalcino wines. After meeting with the TTB last week, Luca issued a press release(in Italian) claiming “I have obtained the definitive go-head to import Brunello di Montalcino into the United States. The case is now definitively closed.”
The TTB also issued a statement that basically says although they’ve received reassurance from the Italian government, they still need to see the prosecutors’ report before “determining the future” of the certification process.”
“The Minister reassured TTB that his office has taken full responsibility for the integrity of all 500 Italian wine denominations and has ensured that none of the mislabeled products that have been the subject of numerous press reports for months now are on the market. He stressed that he has taken TTB concerns about the integrity of certain Italian wines seriously and consequently mandated a heightened quality control and oversight role for the Ministry of Agriculture.
The Minister also advised that the court case would be concluding soon and that TTB would be provided with information on the final disposition of the cases as soon as possible. “While reassuring the Ambassador and the Minister that TTB’s goal is not to disrupt trade or act unfairly against producers who have not been found guilty, TTB strongly emphasized the need to receive the prosecutors report as soon as it is available to assist in determining the future need for and scope of the certification process currently being enforced by the Bureau ,” said the TTB.
Clearly something doesn’t add up between the two statements so we decided to take a closer look. As WSD went to press, the TTB issued a press release dispelling Luca’s claim and further clarifying the situation: “At this time, TTB continues to enforce the certification requirement and has no plans to lift this requirement.”
Stato di cose piuttosto “controverso”, che ha indotto il mio amico e sodale Jeremy Parzen a titolare un post pubblicato sul blog Vino Wire, “TTB: Italian government certification still required for Brunello”, ovvero che la certificazione del governo italiana è acora necessaria per esportare Brunello negli States. Leggete qui. Allora, sempre per pure completezza dell’informazione, qualcuno, a Montalcino, a Roma, nella Marca Trevigiana, vuole aiutarci a capire come stiano le cose?
Allora, qualcuno vuole capire che non si può e non è utile fare campagna elettorale, in Veneto, utilizzando presunti grandi successi ottenuti in quel di Montalcino?

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4 agosto 2009

Montalcino: ma è vero che?… Indiscrezioni in attesa di conferma

Corre voce, è giunta anche a me che mi trovo nella caldissima, inebriante, emozionante, campagna pugliese tra Ceglie Messapica, Ostuni, Cisternino (a proposito, se scendete in zona vi consiglio di soggiornare, si sta benissimo, in questo confortevole wine hotel, La Fontanina) che a Montalcino, uno dei personaggi che, con il mio consueto garbo, la settimana scorsa avevo invitato – leggete qui – come a dire, a levare le ancore, togliere il disturbo, fare un gesto di buon senso, ovvero fare un passo indietro e andare dove vuole, ma di non avere più alcun incarico nel borgo del Brunello, abbia fatto il grande gesto.
Attendo conferme, ma se le notizie fossero confermate, si tratterebbe di dimissioni volontariamente date, di aspettativa, di promoveatur ut amoveatur (ne riparleremo), o, come spero, sarebbero stati i produttori di Montalcino che finendola, una volta per tutte di fare i “Tafazzi”, e di dare prova di destrezza suprema nel gioco delle tre scimmiette, avrebbero ritrovato orgoglio, dignità, voglia di decidere il proprio destino, inducendo l’immobile Consorzio a voltare pagina?
In ogni caso, ripeto, se la notizia, che mi viene confermata da diversi personaggi informati e degni di fede fosse vera, sarebbe un bel segnale, perbacco!
A proposito di Bacco e Sangiovese: degustati stamane, ma che dico, gustati davvero tanto, due Sangiovese in purezza prodotti in terra pugliese, nella zona indicata sopra, da due piccolissimi e caparbi produttori che fanno vino per diletto, per uso familiare e per pochi, fortunati, amici, che mi hanno emozionato, scosso, stupefatto,lasciato senza fiato, per la capacità di esaltare le grandissime potenzialità (quelli alle quali alcuni “stravaganti” non credono né a Montalcino, né a Montepulciano, ma anche in larga parte del Chianti Classico…) di quella uva difficile e grande che è il Sangiovese.
Non significherà che per bere dei Sangiovese, come Bacco comanda, profumati di ciliegia, gustosi, succulenti, carnosi e opulenti (proprio come… beh, lasciamo perdere…) il consumatore dovrà spostarsi in Puglia?

O vorrà mica dire, come qualche “bischero” aveva scritto all’inizio di Brunellopoli, il 21 marzo del 2008, che tra Puglia e ampie zone della Toscana Docg, c’è un filo diretto, diciamo un dialogo non tanto di amorosi sensi, ma di (sotterraneo) business?
Vi saluto, ho una serata bellissima, quasi come quella magica trascorsa ieri sera nell’incanto di Ostuni, (dove vi suggerisco di andare a visitare, per la cucina, i vini, l’ambiente, la simpatia della proprietaria, il ristorante Odissea) che mi attende. Urge riposino, anzi, pennichella post prandiale…

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2 luglio 2009

Famiglie storiche contro la “amaronizzazione” forzata della Valpolicella

E’ sempre antipatico, così si dice in ossequio al politicamente corretto, affermare di aver già detto qualcosa e di aver avuto ragione, in anticipo, sostenendolo quando gli altri non ci pensavano nemmeno lontanamente. Però, poiché di apparire “antipatico” (ma non ipocrita) non me ne può fregare di meno, non ho alcun problema a rivendicare oggi che “l’avevo detto io” e che avevo fatto bene a farlo.
Sto parlando della Valpolicella, di un assurdo processo di “amaronizzazione” forzata e dissennata, di una corsa folle all’appassimento, anche della lucidità nelle decisioni, nella splendida zona vinicola veneta, che, tra i pochissimi, avevo denunciato da tempo spiegando (leggete qui) perché non potevo definirmi ottimista, perché i trionfalismi sbandierati dall’ex direttore del Consorzio, nonché amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini, Emilio Pedron, mi sembravano (leggete qui e poi ancora qui) pericolosi e, cosa strana per una persona sicuramente intelligente e capace di leggere in anticipo l’evoluzione del mercato come il tecnico trentino in forza alla potente corazzata di Calmasino, destinati prima o poi ad essere smentiti da un andamento commerciale che, come è stato autorevolmente detto, è molto preoccupante.
Troppa uva messa allegramente e incoscientemente ad appassire, troppe bottiglie di Amarone, o presunto tale, destinate a finire sugli scaffali. Troppo vino che sarebbe giocoforza finito, in una spirale suicida di prezzi al ribasso, a svilire l’immagine ed il prestigio di questa area collinare ubriacata dal successo e incapace di delineare strategie ragionevoli, anche se, come avevano dimostrato talune prese di posizione espresse nel corso di una mia inchiesta realizzata lo scorso anno (leggete qui e poi ancora qui), le critiche alla politica ufficiale del Consorzio e le preoccupazioni non erano mancate.
Oggi succede che a quella “Cassandra” del sottoscritto, pessimista per realismo e non per partito preso, si vada ad aggiungere nientemeno che un gruppo di note e autorevoli aziende della Valpolicella (alcune delle quali dovrebbero fare però un filo di autocritica e un bell’esamino di coscienza, perché non sono immuni da errori…) che si sono riunite in una neonata associazione battezzata, non senza qualche presunzione ed un filo di retorica, “Le famiglie dell’Amarone d’arte“, elaborando un documento che vale la pena di pubblicare integralmente e di esaminare con attenzione. Come scrivono, “La crisi coinvolge le cantine italiane e le famiglie dell’Amarone rispondono raddoppiando la posta. In pieno trade down, mentre anche l’universo enologico cerca di comprimere progressivamente i prezzi (molto spesso a scapito della qualità del prodotto), dieci grandi famiglie della Valpolicella (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Zenato) si  difendono facendo squadra in nome dell’Amarone.
Sul piatto, la strategia d’attacco della neonata associazione, che da sola vale il 55 per cento dell’intero valore dell’Amarone di qualità (più del 40 per cento del mercato totale): esclusività e qualità totale da difendere e promuovere per uno dei tre grandi vini rossi italiani tra i più conosciuti al mondo”.
Secondo il presidente dell’Associazione degli amaronisti d’arte, Sandro Boscaini, patron di quella Masi che da poco ha trovato nella Mondavi la partner per l’importazione dei propri vini negli States, come riporta VinoWire, “l’Amarone deve rimanere raro e caro stop quindi alle logiche low cost e all’omologazione del gusto per compiacere i palati anglofoni. La fortuna e il fascino del nostro vino sta nella propria identità, una personalità che si è cementata negli anni ed è frutto della sapiente arte di produttori specializzati e storici. Oggi noi vogliamo ribadire questi valori, senza condizioni”.
La presa di posizione del team di aziende viene definito “uno scatto d’orgoglio per difendere uno dei vini italiani che ha conquistato il mondo e sta godendo di un sorprendente apprezzamento all’estero (che assorbe il 70 per cento del mercato), con 10 aziende che vanno in controtendenza in un periodo di forte crisi di identità dei vini storici italiani.
Così, infatti,  se a Montalcino si discute da tempo se “ammorbidire” o meno il disciplinare del Brunello – e la stessa cosa accade per il Nobile di Montepulciano e per il Cirò, che alcuni vorrebbero rendere più “moderni” con una bella iniezione di vitigni internazionali – l’Amarone rilancia sulla qualità e sul carattere originario del prodotto.
Obiettivo: non perdere la connotazione di vino esclusivo e necessariamente costoso, data l’originalità e l’artigianalità del delicato processo produttivo che implica un’accurata scelta delle uve, un lungo appassimento e invecchiamento in nobili legni.
Per fare questo, l’associazione adotta sul piano tecnico un “disciplinare volontario”, che rende ancora più selettive le maglie del regolamento: grado alcolico minimo di 15 gradi, estratto secco più elevato, immissione sul mercato dopo almeno 30 mesi dalla raccolta,  riduzioni o rinuncia unanime alla produzione nelle annate più sfortunate.
Ne consegue una politica dei prezzi che, pur attenta al mercato, consideri gli alti costi richiesti da una viticoltura di qualità e dalla cura particolare che questo vino richiede. In altre parole, nessuna svendita in nome di una storia e di una qualità totale che non accetta di essere annacquata.
Già oggi l’Amarone di largo consumo, che si può trovare sui banchi del supermercato a prezzi decisamente bassi – e a tutto svantaggio della qualità e dell’originario carattere organolettico – supera in quote di mercato l’ “autentico” Amarone, rappresentato in primis dai produttori della Valpolicella che si esprimono in questa Associazione.
In particolare, preoccupa il costante aumento della produzione, che vedrà nel mercato 15 milioni di bottiglie nel 2011 quando l’attuale assorbimento è di circa 8 milioni. Buona parte di questo esubero di produzione proviene da aree e da operatori neoconvertiti all’Amarone al semplice scopo di prendere vantaggio dalla sua notorietà e appeal commerciale.
Un danno esteso, questo, che intacca non solo il prodotto ma anche, e soprattutto, il territorio di riferimento del quale l’Amarone è simbolo e bandiera”.
Secondo Boscaini, che in passato ho criticato (leggete qui) per la discutibile scelta di produrre vini da appassimento, stile veneto, “Amarone method“, anche in Friuli ed in Argentina, “natura e tradizione hanno regalato alla Valpolicella un patrimonio unico anche in termini di marketing, grazie a una differenziazione di prodotti capace di presidiare diversi segmenti di mercato, dal semplice e beverino Valpolicella al più importante Valpolicella Classico Superiore, dal corposo Ripasso al sontuoso Amarone. Ma oggi si sta sciupando questa diversità con azioni avventate che confondono il consumatore e gettano nel discredito un intero territorio. Oggi una bottiglia di Amarone ‘da banco’  - conclude Boscaini – si può trovare perfino a 10-12 euro, mentre un Amarone della Valpolicella degno di questo nome non ne potrebbe costare meno di 25″. Stop alle imitazioni da bancarelle, dunque, perché la grandezza di questo vino non consiste nella semplice adozione di una tecnica di vinificazione, ma nella capacità di esprimere un territorio e la sua storia. Non a caso, tra i requisiti richiesti per l’adesione all’associazione – che apporrà un apposito logo in etichetta – ci sono il carattere familiare dell’azienda, una storia vinicola di almeno 15 anni (e le dieci aziende associate ne sommano complessivamente più di 1600), una presenza sul mercato con più di 20 mila bottiglie e un brand conosciuto in almeno 5 Paesi.
I dieci campioni dell’Amarone sottolineano che l’Associazione è aperta ed auspicano l’allargamento alle tante famiglie che possiedono i requisiti e hanno messo a frutto nelle colline della Valpolicella il patrimonio dell’arte antica che rende unico questo vino”.
Molte cose interessanti in questa significativa presa di posizione, tranne la sottolineatura, a mio avviso eccessiva, di una “esclusività” dell’Amarone (e io aggiungerei, sempre, della Valpolicella) e l’affermazione secondo la quale “l’Amarone deve rimanere raro e caro”, che se presa alla lettera è altrettanto perniciosa della riduzione del grande vino rosso veneto da appassimento a wine commodity low cost, ma una presa di posizione che fa chiaramente capire le difficoltà che si cominciano a percepire in Valpolicella ed i nodi che lentamente ma inesorabilmente vengono al pettine.
Non è mai troppo tardi, verrebbe da dire alle “dieci grandi famiglie della Valpolicella (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Zenato)” che si sono riunite in questa amaronesca “artistica” associazione, ma sono certe al cento per cento di non aver contribuito anche loro, con loro scelte e strategie rivelatesi poi sbagliate, ad esempio quella “omologazione del gusto per compiacere i palati anglofoni” cui alcune di loro si sono dedicate negli anni scorsi, ad aver delineato questo stato di cose di cui, ora, sottolineano contraddizioni, insidie e assurdità?
Sarò ben lieto, se lo vorranno, di riportare il loro punto di vista in merito su questo blog, se avranno voglia di ulteriormente spiegarsi…
p.s. segnalo sull’argomento anche il post di Francesco Arrigoni, sul suo blog WineWebFood

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22 maggio 2009

Maurizio Zanella nuovo presidente del Consorzio Franciacorta?

Non è, né potrebbe essere uno scoop, visto che l’indiscrezione di una sua possibile ascesa a nuovo Presidente del Consorzio Franciacorta l’aveva già data la scorsa settimana il mio amico wine talent scout Giovanni Arcari, sul suo vivace blog Terra Uomo Cielo (leggete qui), ma la notizia che questo pomeriggio i produttori della celebre zona spumantistica bresciana con ogni probabilità eleggeranno loro massimo rappresentante Maurizio Zanella, ovvero il deus ex machina di Cà del Bosco ed il personaggio più preparato e di maggiore esperienza, italiana ed internazionale della terra del Satèn, costituisce sicuramente una good news.
Non mi fa sicuramente velo la lunghissima amicizia, che risale a ben 25 anni fa, al 1984, con Maurizio, classe 1956 come il sottoscritto – e un unico neo, nessuno è perfetto: tifa Milan – nell’affermare che una presidenza Zanella, in questa particolare fase della Franciacorta e del suo Consorzio, che ha visto la zona bresciana superare quota dieci milioni di bottiglie Docg prodotte, e puntare ad un allargamento della conoscenza e dei mercato di Dosage zerò, Satèn, Brut anche all’estero, costituisca, senza ombra di dubbio, la soluzione non solo migliore, ma quella obbligata.
Nessun altro produttore attualmente in Franciacorta vanta l’esperienza, il prestigio, le conoscenze ed i contatti internazionali, il blasone, come riconosciuto protagonista del rinascimento del vino italiano negli ultimi venticinque anni, di cui gode Zanella, che ha reso la sua Cà del Bosco (sua anche se ad un certo punto nella compagine societaria si è affiancata, con intelligenza e discrezione, non cambiando praticamente in nulla l’impostazione e la tenace spinta alla qualità senza compromessi, una grande realtà come la Santa Margherita) un simbolo non solo della Franciacorta, ma di tutto il vino italiano.
Metterlo ora alla testa, come da tempo gli dicevo che prima o poi avrebbe dovuto fare, accettando onori e oneri di questa carica, del Consorzio Franciacorta, affiancato da una o due vice presidenze e da un Consiglio dinamici e operativi ed in sintonia con la sua visione del vino, penso sia la scelta più lucida, intelligente e costruttiva che il Consorzio Franciacorta, che pur ha avuto in questi anni validi presidenti, dall’uscente Ezio Maiolini ad alcuni grandi past president passati che voglio ricordare e di cui penso Zanella sarà il continuatore, Paolo Rabotti, il primo bravissimo presidente, poi Riccardo Ricci Curbastro, l’indimenticabile Giovanni Cavalleri, possa fare.
Ai franciacortini e a Maurizio Zanella gli auguri più sinceri, di buon lavoro e di sempre nuovi successi, con la capacità di “dribblare” elegantemente le insidie e le trappole del successo.   

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9 aprile 2009

Incidente probatorio sul “caso Brunello”: dalla Nazione (cronaca di Siena)

Per completezza dell’informazione riporto quanto pubblicato ieri, mercoledì 8 aprile, sul quotidiano La Nazione, a pagina 5 della cronaca di Siena.
Occhiello: L’indagine sul Brunello. Titolo: Incidente probatorio per tre aziende ilcinesi (la spiegazione di cosa sia un incidente probatorio la potete leggere qui).
Testo dell’articolo: “Incidente probatorio il 10 aprile per tre aziende coinvolte nell’inchiesta sul Brunello. Il Gip nominerà propri consulenti di fiducia per la produzione 2003 di Argiano, Frescobaldi e Valdicava.
Tutti gli altri produttori che hanno “declassato” il vino (da Brunello a Igt) hanno invece chiesto e ottenuto di patteggiare. Gli avvocati hanno già concordato con il Pm. Ora l’”accordo” deve essere formalizzato davanti al giudice.
Dall’inchiesta sono usciti senza conseguenze Biondi Santi e Col D’Orcia di Francesco Marone Cinzano che, all’inizio degli accertamenti disposti dalla Procura della Repubblica di Siena, era presidente del Consorzio”.
Finalmente dalla Magistratura senese cominciano ad arrivare notizie, e che notizie…  

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27 marzo 2009

Gli irriducibili (del cambio di disciplinare) a Montalcino ci riprovano ancora

Non so se esistano i tempi tecnici per presentare una loro lista alle prossime elezioni europee, che magari potrebbe intercettare i voti dei delusi e nostalgici di AN confluiti (loro malgrado, dopo la Opa del Berlusca) nel Pdl e gli ex comunisti oggi entrati nel PD accanto ai vecchi “nemici” democristiani, ma a Montalcino, manco fossimo in una curva da stadio, tra ultras e boys, gli irriducibili continuano a farsi sentire.
Lo dimostra il fatto che proprio oggi, nell’assemblea degli associati del Consorzio del Brunello che si terrà nella celebre località toscana, ci proveranno ancora, in extremis, pardon, in zona Cesarini, a presentare una loro proposta (che parte già minoritaria) per cambiare le carte in tavola e creare, manco se ne sentisse il bisogno, l’ennesima nuova denominazione, una Doc (che poi diventerebbe Dop o Igp?) che vorrebbero battezzare, ma che bella pensata!, nientemeno che Montalcino.
Irriducibili che non vi rassegnate al legame naturale Brunello-Sangiovese, quando la finirete, una volta per tutte, di perdere e far perdere tempo alla gente?  

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18 marzo 2009

Trentino: parte la rassegna del metodo classico e per brindare Cavit sceglie il Prosecco

Originale e sorprendente prologo per la rassegna Perlage, l’eccellenza del metodo classico, che per due giorni, venerdì 20 e sabato 21, farà del Trentino, patria del TrentoDoc, denominazione che comprende una trentina di realtà produttive per un totale di oltre 8 milioni di bottiglie, la capitale del metodo classico italiano, la terra dove, come scrivevo ieri, per due intense giornate si discuterà del presente e del futuro di questa particolare tipologia di vini che vede sicuramente il Trentino come una delle due zone più vocate.
Come si è appreso dalla stampa locale, e precisamente da un articolo pubblicato sul Corriere del Trentino dalla mia amica Francesca Negri, cronista puntigliosa sempre attenta alle vicende vitivinicole della terra della Nosiola e del Marzemino, un’importante, anzi, potente cantina trentina, associata al TrentoDoc e produttrice di TrentoDoc, la Cavit, si sarebbe comprata un Prosecco.
Intendiamoci, non una bottiglia del celebre spumante aromatico della Marca Trevigiana, prodotta con l’omonima uva che con un discutibile decreto (leggete qui) si é deciso, con l’appoggio dell’ineffabile ministro delle Politiche Agricole, di ribattezzare Glera (leggete qui), un nome che nessuno sapeva fosse sinonimo di Prosecco, bensì un’importante azienda produttrice come l’Astoria Vini dei fratelli Paolo e Giorgio Polegato.
Che la Cavit fosse interessata, da tempo, a “differenziare” (come si dice) la propria produzione, affiancando ai proprio TrentoDoc, ai Müller Thurgau metodo Charmat, all’Accento Brut e al Sanvigilio dolce, anche un Prosecco, era cosa nota a tutti sin dall’epoca in cui fu fatto più di un passo per acquistare la Mionetto, poi passata ad un gruppo tedesco.
L’attuale acquisizione della Astoria vini, si dice per una cifra intorno alle due decine di milioni di euro, chiude il cerchio e conferma quali grandi attenzioni, non solo da parte di alcune aziende spumantistiche piemontesi, che già imbottigliano il 25% della produzione di Prosecco, ci sia per questo popolarissimo vino della Marca Trevigiana.
Tutto positivo in questa operazione? Niente affatto. Da parte mia, pur non avendo alcuna simpatia politica leghista, non posso che condividere in toto, pescata su Internet sul sito del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento, l’interrogazione presentata dal capogruppo della Lega Nord Trentino Alessandro Savoi e sottoscritta anche dai colleghi Filippin, Civettini, Penasa, Paternoster e Casna, interrogazione relativa alle notizie apparse sui quotidiani locali dove si riferisce che il consorzio vitivinicolo trentino di secondo grado Cavit avrebbe acquistato dai fratelli Polegato la cantina vinicola veneta produttrice Prosecco Astoria vini, e si rivolge al Presidente della Giunta Provinciale del Trentino per sapere:
“- se è vero che questa acquisizione da parte del maggiore protagonista vinicolo trentino di una cantina veneta specializzata nella produzione di prosecco sarebbe stata accompagnata dalla presentazione in Provincia di Trento di domanda di concessione di contributi pubblici per finanziare parte della spesa;
- se sì occorre conoscere l’ammontare del contributo pubblico richiesto alla Provincia di Trento da parte di Cavit;
- se l’eventuale concessione di un contributo pubblico provinciale non sia in contrasto con gli sforzi recentemente compiuti dalla Provincia per sostenere e diffondere la commercializzazione dello spumante Trento Doc, di cui il prosecco è un temibile concorrente;
- per quale motivo il consorzio vinicolo trentino di secondo grado, che per statuto deve aiutare le cantine socie nella produzione e nella commercializzazione del vino prodotto, abbia deciso di acquistare una cantina veneta che produce un prodotto in diretta concorrenza con lo spumante trentino, per di più in un momento di grave crisi commerciale del vino prodotto in Trentino, con il conseguente rischio di penalizzare la produzione locale sull’altare delle logiche del mercato globale e della commercializzazione internazionale che sempre richiedere maggiormente prosecco invece di spumante”.
Hanno proprio ragione Savoi ed i suoi colleghi; qualcuno vuole decidersi una volta per tutte a spiegarci per quale singolare motivo in Trentino, come hanno già fatto negli anni scorsi altre importanti Cantine sociali come Lavis e Mezzacorona, si investe non in terra trentina ma fuori regione (Sicilia e Toscana ad esempio) e per quale motivo chi produce TrentoDoc oggi si trasforma anche in produttore di Prosecco? 

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5 marzo 2009

Deciso finalmente il divorzio tra Gambero rosso e Slow Food?

Per anni, oltre venti, siamo stati abituati a vedere associati questi due loghi, in un matrimonio, sempre più d’interessi e sempre meno d’amore, dove anche se i due coniugi si sopportavano a malapena  e magari talvolta litigavano di brutto, erano costretti a rimanere insieme, corresponsabili delle discutibilissime scelte fatte in materia di vini e aziende premiate e sull’estetica e sulla “filosofia” del vino indicata a quel Signor Pantalone, pagante e spesso cornuto e mazziato, che è il consumatore.
Ora, dopo che negli ultimi mesi sono successe un sacco di cose e dopo che la crisi (con l’annunciata cassa integrazione per un bel numero di dipendenti al Gambero) si fa pesantemente sentire, il duo che ha editato dal 1987 la guida Vini d’Italia, la chiocciola ed il gambero, ovvero Slow Food e Gambero rosso, come rivela Francesco Arrigoni (ex gamberista) sul suo eccellente blog WebWineFood ospitato sul sito Internet del Corriere della Sera, annuncia (leggete qui) avrebbero finalmente deciso e sancito il divorzio (che da tempo era nell’aria e nella logica delle cose) e addirittura la pubblicazione, per la serie ne sentivamo proprio il bisogno, di una guida dei vini ognuno.
Che dire? Che vadano pure ognuno per la propria strada, tanto più danni di quelli che hanno già combinato insieme separatamente non riusciranno di certo a farne…

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6 febbraio 2009

Favole del vino: un messaggio in codice?

Da qualche tempo la comunicazione sul vino, disponibile su Internet o via e-mail, si è arricchita di un “foglio elettronico di comunicazione quotidiana” che dal lunedì al venerdì, viene inviato gratuitamente, a metà pomeriggio, ad un vasto indirizzario di professionisti del vino, enoappassionati e opinion leader del wine & food.
Uno strumento che dovrebbe presentare “le notizie più fresche e interessanti della giornata sul mondo del wine & food, oltre a commenti, tendenze e curiosità”.
Gli autori di questo foglio sono gli stessi un noto sito Internet “istituzionale”, nel senso che è sempre molto vicino al potere e all’establishment e spesso ne rispecchia le posizioni.
In questo foglio elettronico appaiono spesso corsivi, alcuni firmati dal direttore di questa testata, scritti con uno stile tra l’ironico e l’allusivo, che vuole fare intendere, tra le righe, che gli autori siano ben informati e ben introdotti e sappiano cose che ai comuni mortali non è dato sapere. Qualche giorno fa, nella rubrica intitolata Sms, sotto il banner pubblicitario di una notissima azienda vinicola toscana (anche questo foglio, come il sito Internet, sono pieni di banner pubblicitari di aziende di cui, casualmente, la testata spesso riferisce vita, miracoli, dichiarazioni…), si leggeva, proposto con lo strano titolo di Una delle favole del vino questo curioso testo, che sottopongo alla vostra attenzione.
“C’era una volta un signore-vignaiolo che diceva, al mondo, che il suo vino era il migliore, e per questo costava carissimo. Aveva uno o due blogger che “alimentavano” la sua novella, tessendo le lodi del suo rosso nettare. Il vignaiolo, paladino di verità e qualità, dovendo anche lui vendere, un bel giorno, raccolse intorno a sé ristoratori di alto lignaggio. Ma accolse gli chef in un piccola stanza, con un vecchio tavolo, sedie di plastica, una bavettina al pesto e … via! “Potete acquistare i miei vini, se volete”… Nessuno disse nulla. Lì.
Ma dopo giorni, uno si chiese: “ma per uno che vuol vendere i vini a centinaia di euro, la filosofia della qualità non dovrebbe essere totale, anche nello stile? “Perché dovrei credere alla qualità in cantina e all’alto prezzo del suo vino?”. Interrogativi, mai espressi. Peccato!”.
Testo sibillino quant’altri pochi, di cui anche un bambino capirebbe come sia pieno di “messaggi in codice” rivolti a chissà quale produttore accusato di pidocchieria e di una totale carenza di stile.
E’ troppo chiedere agli “illuminati” autori di questa sorta di “pizzino” di farci capire – si occupano o non si occupano di comunicazione e non dovrebbero essere chiari e diretti nei loro messaggi? – a quale uomo del vino si riferisce la loro “favola”?

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5 febbraio 2009

Il brutto sogno diventa sempre più realtà… Camaleonti e trasformisti in un celebre borgo vinicolo italiano

Ricordate quello strano sogno (o era piuttosto un incubo?) che ho cercato di raccontarvi (leggete qui) lunedì, quello stravagante progetto che vedeva, lo confermo, un galantuomo, una persona che con la sua famiglia ha fatto la storia della prestigiosa denominazione enoica di cui la sua azienda è il simbolo, disposto a dare l’avallo del suo autorevolissimo nome all’ipotesi di modificare le regole non del primo, ma del secondo, ma altrettanto valido e celebre, vino della sua zona?
Bene, si fa per dire, mi sa tanto che non si trattava solo di un sogno e che dalle nebbie del dormiveglia pian piano emerga, con tutti i suoi dettagli che definire inquietanti è poco, una realtà incontrovertibile e triste.
In quel celeberrimo borgo vinicolo, che tanto ha fatto parlare di sé lo scorso anno e che se il buon senso e l’intelligenza prevalessero dovrebbe tornare a far parlare di sé, ora, solo grazie alla qualità dei suoi vini, si accingono ancora a tentare di cambiare le carte in tavola, di proporre una nuova, assolutamente non necessaria, identità non per il vino più noto, ma per il secondo vino, che porta sempre in etichetta il nome della celebre località d’origine.
Però, a proporre questa trasformazione, che comporterebbe un vero e proprio voltafaccia rispetto a quanto deciso, dalla stragrande maggioranza dei produttori della zona, con un voto segreto espresso in un’assemblea non più tardi dello scorso 27 ottobre, non sarebbe solo il rispettabilissimo e serissimo Signore del Vino, l’argenteria nobile, la storia della denominazione, il mito e la leggenda, bensì una serie di aziende notissime (e con grande sorpresa non quella che si penserebbe più favorevole a questo cambiamento…) che rappresentano larga parte della denominazione e ne costituiscono il tessuto connettivo. Aziende, alcune, che erano state tra le dirette promotrici di una raccolta di ben 149 firme, presentata una decina di giorni prima del fatale 27 ottobre, che chiedeva che quel vino dovesse rimanere monovitigno. E che tutto, in quel borgo vinoso finito, non certo per colpa della stampa, ma della “bischeraggine” di vari produttori, nell’occhio del ciclone dovesse rimanere com’era, regole di produzione e uve utilizzate in primis.
Ora non so bene, perdonatemi, è o non è solo un sogno, presagio di un qualcosa che potrebbe ben presto tramutarsi in realtà?, cosa sia successo nei tre mesi trascorsi da quel pronunciamento un po’ “bulgaro”, e da quale misterioso virus siano state contagiate quelle persone che ieri proponevano, e decidevano, bianco e oggi chiedono, non consapevoli di quanto stravagante possa apparire il loro voltafaccia, nero.
Io so solo che se quanto mi è apparso in sogno è vero e temo di non avere motivi per dubitare della sua veridicità, non solo quelle persone sono destinate, e non solo ai miei occhi, ad apparire ben poco serie, affidabili e degne di fiducia, ma che la loro stravagante iniziativa – in sogno vedevo che si stavano raccogliendo ancora delle firme e che erano grossi calibri ad occuparsene in prima persona – finirà per il gettare nuovamente nel marasma, nella confusione, mi spiace dirlo, nel discredito, una zona, una denominazione prestigiosa che avrebbero solo bisogno di trovare serenità. E comportamenti seri e coerenti, nell’interesse collettivo, a difesa di quella denominazione simbolo.
Come ho già scritto, chiunque siano i promotori di questa nuova bizzarra iniziativa, e per quanto altisonanti o blasonati possano esserne i protagonisti, (che magari a questo punto farebbero bene ad uscire allo scoperto e a spiegare in cosa consista il loro progetto e quali siano le loro ragioni: Vino al Vino è a loro disposizione per spiegarsi) questo blog, anche se fosse l’unica fonte d’informazione a doverlo fare, non esiterà ad opporsi ad un’iniziativa tanto bislacca.
Lo farà, innanzitutto, perché è convinto che quell’ipotetico cambiamento di disciplinare, seppure limitato al secondo vino di quella celeberrima località collinare del Centro Italia, non s’ha da fare, e poi, scusatemi, per rispetto di me stesso e delle posizioni da me prese dal 21 marzo del 2008.
Di “voltagabbana” e banderuole in Italia ce ne sono già abbastanza, e non v’è ragione, non avendo tra l’altro interessi di bottega da difendere, perché debba trasformarmi in uno di loro.
Se in quella celebre località vogliono fare la brutta figura di proporre oggi il contrario di quello che hanno chiesto e deciso tre mesi fa, se vogliono atteggiarsi a camaleonti che cambiano colore a seconda delle situazioni, giocare ai trasformisti emuli di Arturo Brachetti, lo facciano pure, ma siano consapevoli che è un gioco al massacro di cui presto o tardi verrà loro chiesto di rispondere. E magari a farlo sarà proprio il consumatore, stanco di essere preso in giro, e che di fronte a tante stravaganze potrebbe finire con il rivolgersi altrove…

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