Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Indignazioni'

5 Gennaio 2008

Sepolcri imbiancati a Napoli: storie di ordinaria “emergenza”

Vorrei sapere con quale coraggio i soliti sepolcri imbiancati, i democratici custodi dell’ordine costituito, le vestali del politicamente corretto, gli ipocriti di ogni colore, di fronte a queste notizie (leggi) e a questo spettacolo di ordinaria “emergenza” rifiuti a Napoli ed in Campania (100 mila tonnellate di rifiuti lasciate sulle strade della regione) abbiano la gigantesca faccia di tolla di scandalizzarsi, parlando di provocazione, di gesto violento e altre simili corbellerie, per la protesta choc (leggi) messa in atto da alcuni esponenti di Alleanza nazionale.
Protesta non violenta che si è tradotta nell’appendere ventuno manichini impiccati agli alberi e ai pali della luce in zona corso Umberto a Napoli con cartelli recanti scritte come “Addio a ’stu munno ‘e munnezza!” e altri che, siamo in una democrazia e si può protestare, vero?, mettevano sotto accusa il presidente della Regione Antonio Bassolino e il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino.
Poco importa che “la protesta-choc scuota e trovi l’appoggio di molti commercianti e residenti del centro storico”, (leggi e leggi ancora) poco conta che la città e l’hinterland siano invase e ammorbate dalla munnezza, che chi abita nei bassi sia rovinato e appestato dai rifiuti, che agli occhi del mondo “siamo la vergogna d’Italia e d’Europa” e facciamo ridere, poco importa lo scandalo dei due miliardi di euro dei contribuenti gettati dal 1994 dall’inizio della “emergenza”, il milione di euro che si spende ogni giorno per inviare i rifiuti in Germania per lo smaltimento, le discariche e gli impianti di smaltimento e i termovalorizzatori non costruiti.
L’importante è disporre affinché la polizia provvedesse rapidamente a rimuovere i manichini ‘impiccati’ agli alberi di Corso Umberto, a fare rilievi fotografici e a scoprire i colpevoli di questa “provocazione”, questi cattivoni…
A tutti costoro, alle autorità che non fanno un tubo e che invece si scandalizzano per questa forte, legittima protesta, urlo solo una cosa VERGOGNA! Addavenì ‘o Masaniello…

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27 Dicembre 2007

La sapete l’ultima? Ce la racconta Romano Prodi

La sapete l’ultima, nel senso di notizia, di barzelletta, di cosa surreale priva di qualsivoglia contatto con la realtà?
Ce l’ha appena regalata, l’irresistibile battuta, il presidente del Consiglio Romano Prodi (no comment, basta la parola, come diceva in un celebre Carosello – vedi – l’indimenticabile Tino Scotti), nella sua conferenza stampa di fine anno.
Come riporta sul suo sito Internet il quotidiano torinese La Stampa (leggi), Prodi, senza arrossire, senza vergognarsi della colossale fanfaluca che stava pronunciando, ha letteralmente affermato: “L’Italia è un Paese che si è rimesso a camminare ed è uscito dalle emergenze, ce lo dicono tutti i dati macro economici”.
E tutte le cose che non vanno, in Italia, sciur Prodi, ad esempio l’emergenza rifiuti a Napoli ed in Campania, la malasanità diffusa, il deficit senza fondo, la strafottente arroganza della Casta politica, l’assoluta non certezza della pena, la delinquenza dilagante, la gente che non ce la fa più ad arrivare a fine mese, le continue e vergognose e morti sul lavoro indegne di un Paese civile, l’Alitalia decotta, l’assenza di una qualsiasi seria politica energetica, un’economia al dissesto, il malessere e l’incertezza del futuro, il disorientamento di tanti giovani, la disoccupazione, questa parodia di uomo politico, questo presidente del Consiglio da oggi le comiche (degno compare del premier che l’ha preceduto) se le è dimenticate o pensa di nasconderle agli occhi degli italiani con un colpo di bacchetta magica?
Se Prodi conserva ancora un briciolo di dignità che se ne vada e che Veltroni & co se pensano di dare veramente un futuro e un senso al loro Partito Democratico se ne liberino al più presto!

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23 Dicembre 2007

Italia: una Dolce Vita amara anche per il Times…

Provate a leggerli integralmente, recuperati on line tramite questi links (New York Times quiThe Times qui), i due articoli che nel giro di dieci giorni hanno lucidamente e impietosamente messo a fuoco il malessere, macché, il declino cui la nostra povera Italia è tristemente destinata.
In a Funk, Italy Sings an Aria of Disappointment, strillava il New York Times una decina di giorni fa con il suo corrispondente da Roma Ian Fisher. La Dolce vita turns sour as Italy faces up to being old and poor, replica ieri da Londra l’autorevole (si dice sempre così) The Times per la penna del suo corrispondente Richard Owen, che già nel 2006 (leggi qui) aveva scritto cose analoghe.
Provate a dar loro torto, come ha fatto subito, con la consueta miopia, larga parte della nostra classe politica, anche ai livelli più alti, provate a liquidare questi due articoli, documentati, seri, circostanziati, come catastrofisti, anti-italiani, qualunquisti!
Hanno clamorosamente ragione i due colleghi Fisher e Owen, offrendo un ritratto dell’Italia di oggi, triste, preoccupata, senza slanci, senza entusiasmi, seriamente preoccupata per l’oggi e per il domani, senza progetti seri, rassegnata, destinata ineluttabilmente al declino, che è proprio quell’immagine dell’Italia alla quale ognuno di noi, a meno di volersi tenere larghe fette di mortadella (non sto parlando di Prodi ovviamente) sugli occhi si trova quotidianamente davanti.
Ha perfettamente ragione la grande stampa internazionale a dipingerci in grande difficoltà e poi in declino.E ancor più ragione non puoi che darle quando visiti l’edizione on line di quello stesso Corriere della Sera che giustamente (vedi) dedica una cronaca a quanto scritto dal Times e leggi Esodo di Natale. 15 milioni di auto in viaggio, e quando passato a Kelablu scopri con sgomento (leggi) quanto costeranno i cenoni di fine anno in alcuni ristoranti stellati e come i posti disponibili stiano andando a ruba.
Sarò una Cassandra anche in questo caso, ma come non pensare che la nostra povera, amatissima Italia sia proprio come il salone delle feste del Titanic, mentre la grande nave, tra lussi, sfarzi e musica stava colando a fondo negli abissi? Beh, Buon Natale, e godiamocela, finché possiamo…

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21 Dicembre 2007

Da Cavit a Mezzacorona: vecchie e nuove joint venture con la Gallo winery

Ricordate la misteriosa vicenda – ne avevo parlato (leggi) lo scorso ottobre – della rottura dell’accordo di joint venture tra il colosso trentino Cavit ed il ben più grande colosso californiano Gallo per la fornitura di vini destinati ai brand Bella Sera ed Ecco Domani? Tutto era avvolto nel mistero e non si capiva se a rompere questo accordo, rottura molto contestata anche all’interno della galassia Cavit, dalla Cantina di Toblino ad esempio (presto altri dettagli), fosse stata l’azienda cooperativa trentina oppure Gallo e nonostante reiterati inviti a spiegarsi il management Cavit si era guardato bene dal rispondere, trincerandosi dietro i consueti generici no comment e prendendo come pretesto i dettagli del contratto che dovevano rimanere segreti.
Oggi invece, grazie ad una serie di puntuali articoli pubblicati sul Corriere del Trentino da una cronista capace e puntigliosa come Francesca Negri, veniamo a conoscere la verità. O quantomeno la versione fornita non da un pinco qualsiasi, bensì dal presidente della Cavit Adriano Orsi.
Orsi che prima di parlare con la stampa ho voluto affrontare le questioni nei consigli di amministrazione di Cavit e di Fedagri-Confcooperative di cui è presidente. Scopriamo oggi pertanto, e di seguito citeremo ampi stralci dall’articolo di Francesca Negri, che sarebbero stati contrasti di etichette sul mercato americano e questioni di costi alla base della decisione dell’azienda californiana di rescindere il contratto con Cavit.
Qualche anno fa – ha spiegato Orsi - le nostre aziende sono entrate in contrasto sul mercato Usa: il marchio Cavit importato da Palm Bay cresceva, i brand che Cavit faceva per Gallo (Bella Sera ed Ecco Domani) calavano. L’azienda californiana l’anno scorso ha quindi iniziato a cercare di comprare Pinot Grigio a prezzi minori, sottoscrivendo contratti di fornitura con un socio della Cavit (Casa Girelli, del gruppo che fa capo alla Cantina Cooperativa La Vis – nota dell’autore) e altre cantine private, con prezzi del 45-50% inferiori”.
Nel 2006 della commessa Gallo per Cavit restava solo la fase di imbottigliamento e secondo Orsi “il contratto era svuotato della sua redditività ma Cavit sarebbe stata anche disposta a proseguire il rapporto solo come imbottigliatore”. Ma non Gallo: la casa californiana “ci ha fatto sapere che si sarebbe arrangiata anche sull’imbottigliamento pur facendoci capire che si sarebbe potuto tornare a lavorare assieme. I rapporti tra noi sono ancora ottimi”. A una sola condizione però: “Gallo avrebbe voluto vendere i vini a marchio Cavit in Usa, ma il cda del consorzio ha deciso di non accettare, per via del contratto che ci lega con Palm Bay”. Il colosso americano del vino da un miliardo di bottiglie all’anno in tutto il mondo in altre parole voleva distribuire la “Cavit Collection”, ma Cavit ha preferito lo storico importatore per il quale “rappresenta il 50% del fatturato, ovvero 3 milioni di casse in un anno”.
Forse che Gallo non avrebbe potuto prospettare maggiori quantità e opportunità di business come distributore del marchio trentino? “I rapporti personali sono importanti”, ha risposto Orsi riferendosi ai trent’anni di lavoro con Palm Bay.
Quanto al futuro, alle strategie per recuperare i milioni di bottiglie persi con la rottura del rapporto con Gallo, nel corso dell’incontro informale con la stampa Orsi ha detto che Cavit non può “limitarsi al vino trentino proprio perché si devono valorizzare i prodotti trentini e garantire la redditività ai soci”. Un’ipotesi è “puntare su nuovi mercati come Cina, India e Russia, oppure pensare a circa 14 milioni di bottiglie (non di vino) da imbottigliare per conto di alcuni, non meglio specificati, “Stati europei”.
Questo il punto di vista della mega cantina cooperativa trentina sulla fine del rapporto con Gallo, ma ci sono importanti novità anche relative alla cantina, sempre grossa, cooperativa e trentina, che ha preso il posto della Cavit nel fornire vino per i brand Bella Sera ed Ecco Domani.
Sempre il Corriere del Trentino c’informa trattarsi della Cantina Mezzacorona, il cui braccio operativo, la società Nosio ha annunciato che l’anno prossimo il totale delle bottiglie vendute passerà da 35 milioni ad almeno 45 milioni, dieci in più assicurati dal nuovo contratto che partirà a gennaio 2008 firmato con Gallo per l’imbottigliamento della linea Ecco Domani, fino al 2007 ancora appannaggio di Cavit. Decollerà ovviamente anche il fatturato, che dovrebbe passare dagli 80 milioni di euro del 2007 ai 115 milioni di euro del 2008.
L’amministratore delegato di Nosio, Claudio Rizzoli, non ha dubbi: “Il contratto con l’azienda californiana ha buoni margini di guadagno, sia per l’imbottigliamento, curato da Nosio, sia per la vendita di vino sfuso accordata da Mezzacorona con Gallo.” Circa il giudizio dato dal presidente di Cavit secondo il quale il contratto con Gallo non dava più margini, Rizzoli ha detto: “il contratto tra Cavit e Gallo è stato rescisso non per mancanza di guadagni da parte di Cavit, piuttosto ritengo si siano rotti dei rapporti personali. Da gennaio Cavit perderà metà del suo imbottigliato, non so come farà”. E prosegue: “Gallo ci aveva proposto di occuparci anche di Bella Sera, ma altri 25 milioni di bottiglie per noi erano impossibili da soddisfare”.
Per fare fronte all’accordo con Gallo “Mezzacorona nel 2008 costruirà un nuovo stabilimento di imbottigliamento da 18,250 milioni di euro (di cui il 35% finanziati dalla Provincia di Trento) e 15 mila bottiglie all’ora (+40% di imbottigliamento totale)”. Estremamente interessanti anche alcune notizie, fornite dal quotidiano trentino, relative al bilancio 2007 di Nosio, che si è chiuso al 31 agosto, redatto per la prima volta secondo i principi Ias, “con un +11,58% di fatturato, passato da 72.215.098 a 80.580.617. In crescita anche l’utile (+22,11%), pari a quasi 3 milioni di euro rispetto ai 2,4 milioni del 2006. Il dividendo deliberato per i 465 azionisti è stato di 9 euro per azione, in linea con lo scorso anno e con un rendimento del 3%. Chiude con una perdita di 600 mila euro la struttura commerciale Bavaria, per il mercato tedesco, causa “ristrutturazione”, ma per il 2008 è previsto un andamento più che positivo”. A partire dal 2008 le aziende agricole siciliane (Feudo Arancio e Villa Albius) del Gruppo Mezzacorona incrementeranno l’estensione vitata di 30 ettari l’anno.
E veniamo al dulcis in fundo, ad un cosiddetto “Progetto qualità” destinato ai 2,2 milioni di bottiglie di Rotari: “Vogliamo aumentare l’invecchiamento – fa sapere Rizzoli – prolungandolo a cinque anni per il Cuvee 28 e per altre Riserve”.
Come ho già avuto modo di scrivere, anni fa, (leggi), ma tanto in Trentino fanno orecchie da mercante, trovo allucinante e scandaloso che nessuno nella terra del Concilio di Trento o altrove, di fronte a queste uscite del management di Mezzacorona si alzi in piedi e faccia una semplice domanda: “ma non vi vergognate?”.
Nel 1997, dieci anni fa, in occasione della fastosa inaugurazione della Cantina Rotari, progettata dall’architetto Cecchetto di Venezia, l’impianto per la produzione di spumante metodo classico più grande d’Italia, con la sua superficie di 25 mila metri quadrati, la sua capacità produttiva di cinque milioni di bottiglie e la capacità di stoccaggio di 14 milioni di pezzi, costato, in larga parte a noi contribuenti, 60 miliardi delle vecchie lire, il babbo dell’attuale AD di Mezzacorona, Fabio Rizzoli, aveva solennemente promesso che Rotari, in pochi anni, sarebbe diventata la prima cantina di metodo classico non solo in Trentino, ma di tutta Italia, raggiungendo una produzione di cinque milioni di bottiglie e superando i leader Ferrari e Guido Berlucchi. Non è successo niente di tutto questo e mentre nel 2003 2003 Rotari dichiarava di produrre solo 1.600.000 bottiglie di spumante metodo classico, oggi, quattro anni dopo, scopriamo che le bottiglie sono diventate solo 600 mila di più, due milioni duecentomila. In soldoni, i nostri, nemmeno la metà di quei 5 milioni sbandierati con tanta tracotante sicumera.
In un Paese serio l’amministratore delegato di un’azienda che in dieci anni non fosse riuscito a conseguire l’obiettivo sbandierato sarebbe stato licenziato in tronco e mandato a casa e chiamato a rispondere dei propri errori.
In Trentino, invece, che evidentemente non è una regione normale e dove le potenti cooperative, da Cavit a Mezzacorona, con una minore arroganza solo da parte di Lavis, fanno letteralmente quello che vogliono, alla testa di Mezzacorona invece del babbo Rizzoli, Fabio, oggi abbiamo il figlio, Claudio, con una forma di nepotismo che fa orrore tanto è senza vergogna. Ma per i trentini, amministratori pubblici compresi, evidentemente, le cose vanno bene così se non insorgono e non dicono un deciso basta a questo assurdo stato di cose…
E di fronte a cose del genere dovremmo dire ancora Buon Natale?

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19 Novembre 2007

Top 100 di Wine Spectator: le roi (del Langhe Nebbiolo) stracciato da un vino dei papi

Ce l’hanno messa tutta le varie guide dei vini italiane, praticamente nessuna (parlo di quelle di serie A) esclusa, a tirare la volata all’Angelo del vino italico, distribuendo copiosamente bicchieri, stelle, grappoli e giubilante simbologia varia ai Langhe Nebbiolo e al Barbaresco base, perché finalmente le roi conquistasse uno dei pochissimi trofei che mancano al suo ricchissimo palmarès di number one.
Parlo del titolo di Wine of the Year (vedi) nella classifica, quest’anno proposta in forma di strip tease (leggi), della celebre rivista del vino statunitense.
Sforzo inutile. Quegli zucconi di Wine Spectator dopo aver premiato lo scorso anno un Brunello, ma non quello gaiamente prodotto alla Pieve di Santa Restituta a Montalcino da Angelo Gaja, bensì uno curato dal winemaker co’ baffi (che ora fa i vini - vedi - anche per lo stilista Roberto Cavalli) e dopo aver laureato in passato dei bolgheresi Magari ancora meglio introdotti negli States del divino Angelo, quest’anno, hanno ignorato l’accorato appello lanciato dai guidaioli di casa nostra.
Si sono ostinati a premiare non gli impareggiabili Sorì Tildin o Costa Russi, bensì una banalissima, storica, tradizionale AOC, uno Châteauneuf-du-Pape 2005, firmato Clos des Papes.
Accidentaccio che clericali quegli yankees nel preferire un vino “pontificale” francese, in odore di papesca santità, invece di un laicissimo nettare del Re del vino italiano!… Fossi Prodi o Veltroni non esiterei un momento a presentare una vibrata protesta all’Ambasciatore americano a Roma per questo intollerabile delitto di lesa maesta…
E tu “pope” Carlin, più non esitar: scomunica subito, al sacro grido di “Darmagi!”, questa masnada di retrogradi cultori di una falsa religione del vino!

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26 Ottobre 2007

L’Alto Adige è sempre più… Süd Tirol: pensateci, prima di andare a Meran…

Leggo solo ora, per caso, questi due eccellenti articoli (1 - 2 ), opera di un cronista serio e documentato come Cristiano Gatti, inviato de Il Giornale, dedicati a quello che da Alto Adige si avvia sempre più a diventare… Süd Tirol. Questo anche se il magnifico territorio della provincia di Bolzano continua ad essere territorio della Repubblica Italiana, amministrativamente e politicamente parlando.
In Alto Adige, sfruttando furbescamente una congiuntura politica favorevole, il fatto che “tre senatori Svp che tengono in vita Prodi, possono chiedere qualunque cosa”, stanno per adottare la “pulizia toponomastica”, ovvero a far sparire da cartelli stradali e carte geografiche, dove dovrebbe essere rispettato il principio del bilinguismo previsto dallo Statuto per l’autonomia del 1972, il nome italiano accanto a quello tedesco.
Per questo motivo preparatevi a chiedere, in tedesco ovviamente, indicazioni dove siano Kurtasch e Olang se volete andare a Cortaccia o Valdaora e consultare preventivamente e salvarvi sul p.c., prima che la facciano sparire, questa tabella.
Leggete nell’articolo, senza incavolarvi troppo, è storia di ordinaria arroganza, i furbeschi pretesti che il presidente della Provincia di Bolzano Durnwalder intende prendere e le scuse perché non lo taccino di antidemocratico e di anti-italiano.
Ma non è finita, perché in questo ordinario clima dove la cosiddetta “minoranza linguistica”, che sarebbe quella di lingua tedesca, anche se nella realtà è diventata invece quella di lingua italiana, fa il bello ed il cattivo tempo, succede che i genitori di lingua tedesca che desiderino che all’asilo i propri figli imparino a parlare non solo la lingua di Goethe, ma anche quella di Dante, incontrano dei seri ostacoli.
Perché ufficialmente questo non è possibile e consentito, poiché, come “
ha spiegato pubblicamente il presidente della Provincia, Durnwalder, imparare due lingue assieme quando si è piccoli provoca la perdita dell’identità. Il ragazzino fa confusione. Potrebbe persino pensare di non essere tedesco” e quindi se si vuole ugualmente procedere nell’ottica, democratica e di civile pacifica convivenza, del bilinguismo, occorre farlo di nascosto.
E così, racconta Gatti, “A Sarentino, dopo aver invano supplicato per tre anni l’amministrazione provinciale, alcuni genitori si sono così organizzati: reclutata un’insegnante privata, hanno avviato il corso d’italiano fuori orario, fermando all’ asilo i figli. Un’ora alla settimana, a proprie spese (80 euro annuali a testa). Inutile però cercare un contatto con questi genitori: non vogliono comparire. Per nessun motivo. Temono che l’iniziativa venga affondata. Temono di essere comunque additati”. Questo perché, mentre da decenni gli asili italiani insegnano anche il tedesco, Durnwalder la pensa così: “la scuola plurilingue? Funziona nelle valli ladine e potrebbe probabilmente andar bene anche nel resto d’Italia, non in Alto Adige. Perché mai? Semplice. Nel resto del Paese si parla italiano: ciò significa che i ragazzi hanno già una propria identità e conoscono la madre lingua. Qui invece viviamo in una terra dove convivono due gruppi, e quindi è necessario che ciascun ragazzo impari bene innanzitutto la propria madrelingua”.
E così, anche a Cornaiano, pardon, Girlan, “dove i corsi funzionavano già da qualche anno nella biblioteca, ora hanno deciso addirittura di spostarli in un ambiente segreto. Per proteggere l’iniziativa, per evitare qualsiasi clamore. A scanso di rappresaglie”.
Ogni commento è superfluo. Beh, cari amici del vino, o wein freund, che prevedete di recarvi a breve nella bella e ospitale Meran, per il Wein, meglio Wine Festival, oppure in Val Venosta per il Rieslingtage di Naturn, ricordatevi bene queste evidenze, queste cose poco simpatiche, ma vere, quando programmerete la vostra trasferta e quando sarete giunti in Süd Tirol.
Posti bellissimi, buona cucina, ristorazione di qualità, buoni e talvolta ottimi vini, gente che sa anche essere simpatica e accogliente, ma poi ricordatevelo, (da parte mia ne sono ben consapevole) ci sono anche questi, che non sono poi così minoranza, e pensano che noi italiani siamo solo “ospiti”, più o meno desiderati, nella loro heimat di vino e mele. Simpatici finché siamo turisti paganti, molto meno, anzi da discriminare, senza problemi, quando in Alto Adige vogliamo viverci.
E questo grazie all’imbecille e vile calabraghismo di decenni di governi della Repubblica Italiana, di ogni colore, che per il quieto vivere o per salvare la cadrega, come oggi nel caso di Prodi, hanno tollerato, anzi incoraggiato, l’arroganza (vedi le illustrazioni che presentano il programma della Suedtiroler Freiheit, Freie Bündnis Für Tirol) della razza padrona. Vergogna!

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3 Ottobre 2007

Wine Spectator o Wine Promotion? Due “tasting highlights” di Giacomino Suckling

Datemi pure del brontolone, dell’arteriosclerotico, del precocemente invecchiato e del noioso, ma, cosa ci volete fare, nonostante abbia già abbondantemente “inquadrato” e descritto il personaggio ed il suo modo, da “grande esperto” (di marketing, più che di vino) di James “Giacomino” Suckling, non riesco a non indignarmi dinnanzi all’ennesima dimostrazione del suo modo di fare e al suo disinvolto trattare le vicende vinicole italiane – e piemontesi in particolare – di cui dà periodicamente prova su Wine Spectator.
L’ultimo, ennesimo esempio, viene da due “Tasting Highlights”, ovvero scorci di degustazione in anteprima, utili ad indirizzare gli orientamenti del mercato e del consumatore, pubblicati nell’edizione on line della celebre (che non fa assolutamente rima con autorevole) rivista statunitense, dove il nostro James ci offre valutazioni in anteprima sui Barolo 2003 e sulle Barbera d’Alba 2005 che si trovano attualmente sul mercato americano.
Niente di particolarmente sconvolgente nelle (parola grossa, nel suo caso) analisi e nelle conclusioni tratte dai suoi wine tasting, sempre all’insegna di una banalità e di uno spirito da monsieur de La Palisse e di un ottimismo molto mercantile.
Suckling osserva difatti, con messaggi diretti tanto al consumatore che agli importatori e wine merchants, “avrei pensato che la bollente annata 2003 fosse una delle migliori di sempre per il Barbera piemontese, ma il 2005 potrebbe addirittura dimostrarsi migliore”, e che “con tanti Barbera di grande qualità oggi disponibili è facile concludere che per il più tipico dei vitigni piemontesi sia arrivato il momento magico”.
Oppure, nel caso del Barolo 2003, che “l’annata si sta rivelando migliore di quello che fosse possibile, anche da parte dei produttori, immaginare”, che sorprendentemente appare “molto buona, se non eccellente per i migliori produttori della zona”.
A qualche produttore, come ci racconta, sembra un’annata molto simile al 1997 (ovviamente sopravvalutata da Suckling e decisamente molto meno importante dei 1999 e dei 2001, nonché, in prospettiva, dei 2004, per chiunque conosca e capisca il Barolo), anche se Giacomino, pur confermando di essere un grande fan del 1997 si dice “non completamente sicuro che sia giusto porre il 2003 sullo stesso piano di questa annata classica”.
E basterebbe il giudizio di “annata classica” per il 1997 per chiudere il discorso e dedicarsi ad altro. Ma Suckling non si ferma, a tal punto da affermare che i Barolo 2003 “siano molto vicini come qualità ai 1999, anche se piuttosto differenti come stile”, anzi “agli antipodi dei chiusi e riservati 1999”.
Ci sarebbe già materia per imitare Grillo nell’invitare Suckling ad andare… a quel paese, ma ulteriori validi motivi vengono dopo, quando il nostro, nei suoi due “Tasting Highlights”, per confortare le sue stravaganti affermazioni cosa fa? Semplicemente, dà l’ennesima dimostrazione della sua arte sopraffina, quella di curare le pubbliche relazione del solito club di amici produttori, molti dei quali, vedi caso, distribuiti negli States da importantissimi importatori.
Ecco dunque breve interviste e soprattutto le consuete note di degustazione, con punteggi ovviamente elevati e flamboyant, ai soliti noti, ovvero sia, per il Barbera d’Alba,
Spinetta, Clerico, Vietti, Conterno Fantino, Pecchenino (ci sono anche Fontanafredda, Prunotto, Cordero di Montezemolo) e per il Barolo Paolo Scavino, Roberto Voerzio, Pio Cesare, Clerico, Conterno Fantino, Sandrone, Vietti, Corino, Silvio Grasso, Luigi Einaudi e, deo gratias, anche Bruno Giacosa.
L’amicizia è cosa bella e nobile e sono certo che è solo la friendship a portare
James a celebrare la grandezza ed i vini di queste aziende ben note, ma accidenti, sarà mai possibile che ogni anno che Bacco e Dio mandano in terra queste fenomenali riescano wineries sempre a cavare fuori dal cappello del mago le meglio cose e che finiscano inevitabilmente per piacere a Suckling più di molti altri vini, altrettanto buoni se non migliori, di aziende che hanno la fortuna, purtroppo, di contare sulla “protezione”, pardon sull’incondizionata simpatia e sul consenso del Giacomino da San Giustino Valdarno?
Ma se così non fosse non sarebbe Wine Speculator, pardon, Wine Spectator, no?

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6 Settembre 2007

En attendant “Cheese”: a Bra (ma non in via della Mendicità Istruita) sono già “incazzati”

Nonostante alla rassegna “Cheese”, organizzata, con la consueta praticità, dalla celebre associazione golosa con sede in via della Mendicità Istruita, manchi ancora parecchio tempo, essendo in programma dal 21 al 24 settembre, leggete cosa dicono già ora, nella stessa cittadina dove ha sede la banda Petrini e dove si svolgerà la manifestazione dedicata all’universo dei formaggi, su Bra oggi, settimanale del martedì che si stampa proprio sotto la Zizzola (costruzione a pianta ottagonale posta sulla sommità del più alto colle braidese, Monteguglielmo, divenuta simbolo della cittadina).
Con il titolo, eloquentissimo, di “Aiuto! Bra “okkupata” in anticipo da “Cheese” “, Marco Lamberti – precisazione, non lo conosco di persona, ma mi piacerebbe molto conoscerlo e stringergli la mano – così, ironicamente, icasticamente, sagacemente, annota nel suo “Punto” pubblicato in prima pagina dal settimanale: “Città Bra okkupata. Mercati difficili. Stop. Parcheggi impossibili in centro. Forza pubblica solidale con okkupanti. Stop. Ambulanti incazzati. Professionisti furenti. Stop. Rischio nevrosi commercianti. Stop. Okkupato pure parcheggio pullman. Come faranno ragazzi ad andare a scuola ? Stop. Anche seguaci Madonna fiori non contenti.
Amministrazione pubblica, maggioranza e opposizione se ne fottono e molti amministratori comprano abiti di lusso per inaugurazione. Stop. Un avvocato scelto linea gandhiana. Mai contribuito con multe a finanze comunali. Abbonato zona blu parcheggio. Vuole ora contribuire finanze Comune Bra parcheggiando in zona divieto se trova posto. Un po’ pazzo. Stop. Rischio piccoli tumulti. Brigate buontempone comprano ortolani uova, pomodori, altro. Stop. Per fortuna non meloni. Vigilare attentamente. Stop.
Capi okkupanti stessa identità coloro che okkupato municipio Bra trent’anni fa per fogne Bescurone e per i poveri. Stop. Ora formaggi, università, locali lusso. Stop. Lauti contributi pubblici. Stop. Incassano con eleganza. Fanno bene. Stop. Sinché trovano c…. che glieli danno. Speranza? Stop. Si attendono risposte al giornale. Stop”.
Non ci sarebbe molto da aggiungere a questo meraviglioso scampolo di prosa tardo futurista che trasuda energia e vitalismo quasi marinettiani, se non precisare, come racconta Bra oggi, che sono iniziati a Bra, con venti giorni di anticipo!, “gli allestimenti per l’edizione 2007 di “Cheese le forme del latte”, l’evento organizzato dall’Amministrazione municipale e da Slow Food”. E questi lavori stanno, inevitabilmente e progressivamente, portando ad una sorta di silenziosa “occupazione”, anzi “okkupazione” nel linguaggio di quei centri sociali cari al compagno Carlin e ai suoi sodali, di aree del centro storico di Gra, con allestimenti di stand previsti in quegli spazi dove i cittadini di Bra, nel corso dell’anno, quando la “chiocciola” non imperversa, sono soliti parcheggiare, muoversi, fare vita sociale.
Allora, mi chiedo, cosa devono fare i cittadini di Bra durante Cheese ? Partecipare festosamente alla profumata kermesse casearia, dimenticare i problemi a suon di assaggi di bagoss, parmigiano, tume, fontine, taleggi, caciocavalli, provoloni, mozzarelle e ovviamente il Bra Dop, oppure andare in vacanza per qualche giorno e abbandonare la loro cittadina alle torme festose dei formaggiosi appassionati e alla premiata associazione golosa che li chiama, pifferaia di Hamelin, a convegno ?

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3 Settembre 2007

Colli di Luni Vermentino: gran bel vino, ma attenzione ai furbi…

Ho una grandissima considerazione per i Vermentino che nascono in quella zona bellissima che è l’area ligure-toscana (province di La Spezia e di Massa Carrara) della Doc Colli di Luni e nell’adiacente area della Doc Candia dei Colli Apuani dove il Vermentino convive con l’Albarola ed il Trebbiano.
Credo che i migliori vini base Vermentino qui prodotti – e penso innanzitutto ai cru di Ottaviano Lambruschi, e poi ai vini di Giacomelli, Monticello, Santa Caterina, Podere Terenzuola, ed in misura minore di La Pietra del Focolare, Il Torchio, la Felce siano tra le più felici e compiute espressioni di quest’uva in Italia, pur con tutto il doveroso rispetto per i Vermentino di Gallura e della Sardegna, e che se la giochino alla pari con i Vermentino top della Riviera Ligure di Ponente.
C’è però qualche cosa che non mi convince in questa che è la DOC più settentrionale della Toscana e la più meridionale tra quelle liguri, in quello che accade più che tra i vigneti in alcune cantine della bellissima Val di Magra, il cui ambiente collinare riveste un’importanza storica per la vitivinicoltura, come confermano gli accenni ai vini di Luni da parte di Plinio il Vecchio.
Mi spiego: ci sono vini che quando li assaggio invece di conquistarmi e di “parlare” Vermentino ed esaltarne, grazie a terreni e microclimi che hanno queste peculiarità, la componente pietrosa, minerale, gli aromi inconfondibilmente marini, la salinità, mi destano, troppo puntualmente per non apparire delle costanti o dei segnali chiari di uno stile di lavoro, dei sospetti. Anche se sull’etichetta o sulla retroetichetta delle loro bottiglie, sulle schede tecniche che appaiono sui siti Internet, questi vini vengono presentati come dei Vermentino in purezza, 100%.
Di un produttore, molto noto, anche fuori zona, che non voglio nominare nemmeno perché non voglio fargli in alcun modo pubblicità, mi ero già occupato alcuni anni fa, con un paio di articoli, su WineReport (basta cercare con il cerca news nell’archivio delle news e ricercare con la parola chiave Vermentino o Colli di Luni per recuperare i testi), e avevo già chiaramente detto come strani e stravaganti mi sembrassero i profumi, che del resto una guida dei vini dell’epoca definiva “molto particolari nel carattere aromatico (spesso ricordano le fragranze di un Müller Thurgau o di un Moscato giallo”, che più che il Vermentino mi ricordavano vini trentini o veneti.
Tornato recentemente in zona mi è capitato di assaggiare un nuovo vino, un cru, così viene presentato, di questo produttore, magnificato, anche sul sito Internet aziendale, come Vermentino 100%, trovandolo perfettamente fedele allo stile, molto furbo e disinvolto della cantina, ben poco varietale, con un curioso naso moscatato e dolce, rotondo e ruffiano al gusto e ben poco beverino, a mio avviso, con un residuo zuccherino accentuato, un modo piacione e poco incisivo di porsi che per alcuni sarà anche sinonimo di morbidezza e rotondità, ma che a me, soprattutto quando bevo quel vino in accompagnamento ad antipasti e primi di pesce, annoia e basta.
Stile aziendale questo modo di concepire il Vermentino Colli di Luni, perché nelle note di degustazione dei vini riportati sul sito dell’azienda in oggetto, si possono leggere altre descrizioni messe lì, a mio avviso, non casualmente, che parlano di evidenti “sentori di mela golden e pera Williams”, che sono piuttosto tipici dello Chardonnay e del Pinot grigio e non certo descrittori del Vermentino che quanto a frutta richiama gli agrumi, semmai la pesca, la mandorla e non certo note di mela e di pera. Ero pronto a chiudere la questione attribuendo questa stravaganza alla particolare creatività di questo produttore, soprattutto imbottigliatore più che azienda agricola, quando una volta ritornato a casa e stappata una bottiglia di un altro Vermentino, questa volta un’Igt Toscana, dichiarato come Vermentino in purezza in etichetta, di un’azienda, abbastanza nota, dell’area dei Colli Apuani, mi sono ritrovato di fronte ad un’ennesima “stranezza”, ovvero un Vermentino, o dichiarato come tale, che più lo si lasciava nel bicchiere più finiva per l’assomigliare… ad un Sauvignon.
Bello l’attacco fresco, incisivo, salato iniziale, le note di fiori bianchi, di agrumi, di pietra focaia, ma come metterla, che spiegazione dare a quei sentori di ortica, sambuco, peperone verde che progressivamente salivano al proscenio sino a far dimenticare ogni traccia di vermentiniano aroma ?
Come spiegare, a quali fattori attribuire quella larghezza, quell’ampiezza, quel calore, non certo usuale nei Vermentino dei Colli di Luni e quelle note saporite, piccantine, vegetali, proprio da Sauvignon che dominavano il gusto rendendo il vino cremoso, strutturato e pieno come se ci trovassimo in Friuli e non nell’area dei marmi di Carrara e del mitico Lardo di Colonnata ?
Ricordavo bene, lo avevo anche scritto a suo tempo su WineReport, che “con discrezione, gruppetti di produttori si sono più volte incontrati allo scopo di trovare la via per modificare il disciplinare del Vermentino in purezza per favorire l’introduzione dello Chardonnay e del Sauvignon”, con una quota del 10-15%, ma mi sembrava di ricordare che questi pour parler si fossero arrestati alla soglia del ballon d’essai, del proviamo a vedere cosa dicono e cosa rispondono e che nessuna modifica del disciplinare avesse autorizzato per il Colli di Luni Vermentino l’uso di Chardonnay, Sauvignon o altre uve più o meno aromatiche di altre zone. Intendiamoci, nessuno vieta ai produttori locali, se lo ritengono utile e opportuno e tale da permettere di migliorare ulteriormente vini che nelle più compiute espressioni sono per me splendidi di ricorrere alla “stampellina” dei cosiddetti vitigni migliorativi, ma perché diavolo, belandi, contare su balle continuando a dichiarare in etichetta l’assoluta fedeltà al Vermentino quando poi è prassi diffusa concedersi divagazioni e “fuitine”, distrazioni extraconiugali, pardon, extra varietali, a base di Sauvignon e altre uve che con la realtà produttiva, l’identità e la storia della Doc Colli di Luni e con l’area dell’intera Lunigiana vinicola non hanno nulla a che fare ?
Suvvia produttori lunigiani, siamo seri e soprattutto, non prendiamo in giro il consumatore!
p.s. per non apparire solo negativo.
Possibile che dopo aver scritto questo post stappata una bottiglia del Colli di Luni Vermentino 2006, il base e non la selezione Boboli, di Giacomelli, alias Roberto Petacchi, io abbia ritrovato d’incanto tutte le caratteristiche del Vermentino locale, nessuna esuberanza fruttata, nessun accenno sauvignoneggiante, niente note moscatate, manco l’ombra di un residuo zuccherino, ma un vino snello, scabro, petroso, con una mineralità spiccata, una freschezza magnifica, una verticalità e incisività d’espressione e soprattutto una beva contagiosa ed entusiasmante ?
Vermentino vero questo o “Vermentino” quantomeno dubbi gli altri ?

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16 Agosto 2007

Quanta disonestà intellettuale in tanti forumisti del vino !

Ho già dedicato sin troppo spazio, attraverso due post (1 e 2), a tentare di delineare la contorta psicologia e lo strano modo di “dialogare” di molti personaggi che frequentano e animano, con i loro interventi spesso cervellotici, molti forum del vino.
Voglio solo brevemente tornare sul caso per denunciare la disonestà intellettuale di un tizio, tale “Vinogodi” (che a volte si firma anche Bueapis) che dopo aver fatto una pessima figura inviandomi un messaggio in cui scriveva
“… mi sono stati tagliati 2 interventi in cui, assolutamente, non trasalivo né si potevano definire volgari: scomodi si, ma insomma, che forum è mai questo?…”, scambiando un blog per un forum e gridando alla censura, come ha fatto anche sul forum del Gambero rosso, mentre invece i suoi commenti non potevano essere pubblicati perché, come ho scritto, sono stato fuori casa tre giorni e non ho avuto alcun accesso ad Internet sino alla sera di lunedì 13, invece di stare zitto, il signor Vinogodi, e di chiedere scusa cosa fa ?
Molto semplice, continua letteralmente a far finta di niente e a raccontare, sempre sullo stesso forum, le sue fantasiose e del tutto non corrispondenti al vero versioni, ovvero che “.. ora scrive , per salvarsi in corner , che era una questione di server. In realtà i posts erano apparsi per qualche ora poi spariti, guarda caso. Io chiudo lì la questione perchè ripeto, non mi interessa più e non è il metodo di discussione, pur accesa che sia, che mi va di portare avanti”.
Una faccia di bronzo incredibile. Non solo mette in dubbio quanto ho detto, ovvero che da venerdì 10 al tardo pomeriggio di lunedì 13 non avendo letteralmente toccato il p.c. non ho pertanto letto né potuto moderare e non certo “censurare”, ovvero pubblicare dopo il relativo controllo, alcun commento, ma addirittura che ci siano stati problemi al server che ospita questo blog (cosa che ho scoperto solo al mio ritorno a casa e che mi ha confermato un Antonio Tombolini, proprietario della Simplicissimus blog farm, incazzatissimo con la Telecom), nonostante sul forum del Gambero rosso, in questa ormai annosa discussione, siano apparsi nel pomeriggio di venerdì 10 messaggi come “Scusa, ma tu riesci ad entrare in vinoalvino?”, oppure “Se non sbaglio non si riesce in quelli della blogs farm (tombolini,romanelli, cairoli ecc), giusto?” e ancora “Non so, ma mi pare proprio il classico problema di server”, che attestavano come, in mia assenza e a mia insaputa, proprio per un problema di server, Vino al Vino non fosse stato on line nel pomeriggio del 10 agosto.

Quel che è successo, come ipotizza con la consueta civiltà Heathcliff rivolgendosi sul forum a Vinogodi “siccome mi piacerebbe far chiarezza su questa questione (perché davvero non ci sto capendo nulla e non so a chi dare ragione), non è che inizialmente (per alcune ore, come dici tu) sotto i tuoi commenti compariva la scritta “Your comment is awaiting moderation”?”, non è che i commenti di Vinogodi siano apparsi e poi siano spariti, salvo riapparire, quando dopo averli letti ne ho autorizzato la pubblicazione, lunedì 13 sera.
Molto più semplicemente, ma Vinogodi è troppo distratto (eufemismo), oltre che intellettualmente disonesto per riconoscerlo, è successo quello che accade ad ogni visitatore di Vino al Vino non appena ha postato un commento, e cioè che appare una scritta in inglese “Your comment is awaiting moderation”, che attesta che il commento è stato inviato e ricevuto e che è in attesa di “moderazione” per poter essere pubblicato.
Tutto qui, ma i vari vinogodi,
nicli, vignadelmar, tenente drogo e compagnia ciarlante, che dovrei ignorare tanto maldestri e scopertamente in malafede sono, continueranno comunque a gridare alla “censura”, a raccontare solenni panzane, invece di fare l’unica cosa sensata che dovrebbero fare, chiedere scusa e poi stare zitti e astenersi da commenti sui forum, blog, eccetera per qualche tempo.
Un bel tacer non fu mai scritto!…

p.s. la spudoratezza e la disonestà di “vinogodi” arriva al punto da postare, questa mattina, sul forum del Gambero rosso, queste parole: “… forse mi si conosce troppo poco , ma quando dico stop a qualcosa lo è davvero… soprattutto quando la cosa comincia a puzzare , ci si cerca di arrampicare sugli specchi , arrivano gli “avvocati difensori” , prima hard , poi soft … d’ora in poi , per me questa questione è chiusa .
a) Mi hanno tagliato degli interventi così come ad altri su un blog pubblico
b) Mi sono incazzato
c) Me li hanno rimessi
d) Soliti interventi di circostanza per annacquare la questione , con tanto di puntualizzazioni e avvocati difensori
e) Ho editato l’editabile perchè ,avendoli rimessi ,era inutile lasciare in chiaro le reazioni alla per me sacrosanta incazzatura ( interventi editati che però mi sono premurato di memorizzare)
f) Questione chiusa e alla prossima
PS: ora potete scrivere quel che volete sulla vicenda , mi entrerà da un orecchio e mi uscirà dall’altro”. Non contento pensa di chiudere la vicenda, con la “eleganza”, la “educazione” e lo “stile” che lo contraddistinguono, con questa invito: “
… caro mio , è chiaro che ormai tutto ruota sulla “buona fede” di chi in buona fede non è : per cui ti rimando anch’io ad un link che fa al caso degli “spalatori di professione” e di chi , per ragioni che assolutamente non sto a sindacare , si prestano come presunta “terza parte super partes” alla cosa”.
A questo “signore” posso dire solo una cosa: si vergogni !

 
   
 
 


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