Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Indignazioni'

1 Marzo 2008

Una Destra al silicone: tra protesta e Billionaire

Come uomo di destra (ma di una destra tutta mia, che è molto più nei miei sogni che nella realtà) dovrei essere contento, io che ho pubblicamente dichiarato e lo confermo che al cavalier Ganassa non darò più il mio voto (ne tantomeno al suo amico e sodale Fini, un vero democristiano che di destra non ha nemmeno la manica della giacca), di avere la possibilità di votare una forza politica che di Destra orgogliosamente si chiama, ovvero La Destra creata dall’ex governatore del Lazio ed ex ministro della Salute del governo Berlusconi Francesco Storace.
Possa piacere o meno l’uomo, o altri suoi “compagni” di strada come Teodoro Buontempo, andrebbe riconosciuto loro se non altro un merito, la coerenza, che li ha portati, di fronte ad un trasformismo diffuso e vergognoso, a mollare Alleanza nazionale e a fondare (ma con la strana “benedizione” del Berlusca) un partito a destra della formazione di Fini, La Russa, Gasparri e Alemanno.
Uno, di destra, della destra (un po’ a sinistra…) che ho in mente io, alla fine avrebbe anche potuto dare il proprio voto, inutile, puramente di bandiera, a queste persone, turandosi leggermente il naso di fronte a svariate contraddizioni e salvandosi l’anima.
Poi, improvvisamente, dal cappello del mago, non si sa per quale bizzarra valutazione “politica”, La Destra ha pensato “bene”, si fa per dire, di proporre come candidato leader, da contrapporre ai Veltroni, ai Berlusconi, ai Bertinotti, (ai Casini…), non Storace o qualcuno che di destra lo è sempre stato, ma nientemeno che la signora Daniela Garnero Santanché (Cuneo, 7 aprile 1961 - vedi), che nonostante una sua militanza politica decennale in AN, dapprima consigliere provinciale a Milano, quindi parlamentare nel partito di Fini, è soprattutto più nota per essere concittadina, amica e sodale del patron del Billionaire Flavio Briatore, e personaggio di spicco di quel démi monde mondano, fatto di attori, cantanti, calciatori, starlette, finanzieri d’assalto, politici goderecci, che anima le estati in Costa Smeralda e di cui possiamo trovare settimanalmente descritte le gesta sulle riviste specializzate in gossip o su Dagospia (vedi).
Che c’azzecca madame Garnero, preferisco chiamarla così che con il cognome dell’ex marito chirurgo plastico, con un partito che vorrebbe proporsi come forza politica della destra sociale, che si è dotata di un “manifesto programmatico” impegnativo come questo (leggi), che dice di essere “destra per il popolo contro i poteri forti”? Direi proprio un bel niente.
Una sensazione che si é rafforzata sempre di più quando, proseguendo la campagna elettorale, e susseguendosi le partecipazioni televisive sempre brillanti della pasionaria di Destra, sempre elegantissima, la scarpa giusta, la pettinatura ben curata, il look di chi potrebbe indifferentemente comparire da Santoro o da Mentana oppure ad un vernissage, ad una sfilata di moda, ad un cocktail, ad una soirée in discoteca, dopo la candidatura a leader della Signora Garnero il potenziale votante si è trovato di fronte ad un paio di altre trovate ad effetto. Per altro in linea con questo profilo di Destra protesta e Billionaire splendidamente descritta da quel giornalista di razza (e uomo di sinistra) che è Luca Telese su Il Giornale di oggi (leggi).
Dapprima l’annuncio che Mr. Billionaire, Flavio Briatore voterà la sua amica e con ogni probabilità si candiderà con lo stesso partito (leggi), quindi l’intervista dove la signora Paola De Benedetti (moglie di Marco De Benedetti, figlia del notissimo imprenditore ed editore Carlo De Benedetti), al secolo la conduttrice della Domenica Sportiva Paola Ferrari, annuncia (leggi) la sua discesa in campo candidandosi a fianco della Santanché.
Di fronte a questa “Destra” un po’ confusionaria, che mischia mondanità, silicone, annunci demagogici, proteste, prove di Formula Uno e feste fastose, magari sorseggiando Champagne e gustando caviale (una droite caviar?), e dove i personaggi del mondo dello spettacolo hanno sempre più spazio, (a quando l’annuncio delle candidature dei “camerati” Lele Mora e Fabrizio Corona, della “compagna” di Briatore, di qualche velina o calciatore?), io che di destra, di una mia idea personalissima di destra (sempre più di sinistra, sempre più “incazzata”, indignata, nauseata, desiderosa di prendere e non solo metaforicamente a calci in culo questa casta di parassiti) sono sempre stato, come diavolo potrei, anche turandomi non solo il naso ma anche altro, dare il mio voto a questa variopinta umanità?
Non è che stanno facendo di tutto, ma proprio di tutto, dipingendo scenari che non avrei mai pensato (il mitico Er Pecora nello stesso partito della Garnero e della signora Ferrari – De Benedetti!) per farmi votare, con un sano e sacrosanto voto di protesta, con un riconoscimento alla coerenza (le idee sono ancora lontane anni luce dalle mie) il compagno Fausto?

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21 Febbraio 2008

Internet: connettività diffusa e prezzi da indagine della magistratura

Internet è ovunque, recita la pubblicità. Scopri com’è facile connettersi… ci dicono. Tutto verissimo, ma nell’epoca che definiscono della connettività diffusa, in cui dovremmo essere tutti collegati in rete, può accadere, com’è accaduto a me, che in un modernissimo hotel di quattro stelle a Firenze, l’AC Firenze, proprietà di una compagnia spagnola, dove una camera costa la bellezza di 432 euro a notte, collegarsi a Internet sia proibitivo.
Oddio, non che sia impossibile tecnicamente tutt’altro, ma per farlo, con il tuo notebook in camera, dove accettare di pagare l’incredibile balzello di 22 euro per 24 ore nella versione definita business o di 17 euro per la versione economy (che ti propone anche una proletaria soluzione di 10 euro per un’ora), reso possibile dall’accordo tra la compagnia alberghiera spagnola e la Swisscom (vedi sito) che ha l’appannaggio, ad un prezzo su cui vorremmo indagassero l’Unione consumatori, garanti della concorrenza, controllori vari, tanto è palesemente fuori mercato, assurdo, scandaloso. Per non dire altro.
Perché ha un bel parlare sul proprio sito la Swisscom di ““Connettività affidabile e veloce a banda larga: accesso e utilizzo semplici; Basata su un’infrastruttura di rete avanzata internazionale; I vostri ospiti possono ‘portarsi l’ufficio in viaggio’: accesso sicuro alle reti aziendali, possibilità di controllare la posta elettronica, navigare sul web, prenotare voli….; Un’alternativa più comoda, veloce ed economica rispetto ad altre possibilità di connessione disponibili negli alberghi – come la connessione tramite linea telefonica”, con la perla finale che definisce l’offerta “una situazione vantaggiosa per entrambi: gli ospiti ricevono i servizi di qualità superiore che desiderano a prezzi accessibili, mentre gli alberghi sono in grado di fornire un accesso a Internet gestito professionalmente”.
Questa cosa è scandalosa, per chi la pratica, ma anche e soprattutto per un albergo, bello ed elegante finché si vuole, ma che facendoti pagare la bellezza di 432 euro a notte (garantisco che in camera non c’era nessuna piacevole sorpresa, solo un ampio lettone comodo ed il frigobar gratuito: e chi se ne frega!) per la connessione ad Internet, che tanti oggi utilizzano per lavoro, e di cui hanno bisogno, non dovrebbe chiederti, come fa, di sborsare una cifra tanto allucinante. Posso condensare il tutto in una sola parola? Vergogna o verguenza, come dicono in Spagna!

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Barolo al Syrah: ecco perché dire risolutamente NO!

Con un’incredibile tenacia il Cavaliere del lavoro Ezio Rivella (nella foto), che ricordiamo promuovere senza battere ciglio il Brachetto d’Acqui da Doc a Docg mentre era contemporaneamente presidente del Comitato nazionale dei vini Doc e amministratore delegato della più importante azienda produttrice di questo vino (conflitto d’interessi, ma scherziamo?) ogni tanto torna alla carica con le sue singolari trovate relative ai più importanti vini Docg italiani.
E’ recentissima, ed è stata testimoniata e pubblicata sul numero 79, gennaio-febbraio 2008, della rivista dell’A.I.S. De Vinis, in un garbatissimo articolo dedicato a “Denominazioni: limiti e virtù” firmato da quel grande giornalista e galantuomo che è Cesare Pillon, la geniale “pensata” di sostenere che “la denominazione dovrebbe prescindere dai vitigni o indicarne un grappolo, a percentuale facoltativa, in modo da permettere al produttore di esprimersi e di personalizzare il suo vino”.
E, ancora di più, di affermare (ma non è già passata l’epoca degli scherzi di Carnevale?) che “se il Barolo potesse utilizzare anche uve Barbera e Syrah uscirebbe certamente di livello qualitativo più elevato”.
Contando fino a cento e cercando di replicare in maniera urbana a simili stravaganti, provocatorie trovate che mirano oggettivamente ad indebolire i più importanti vini rossi Docg italiani i cui disciplinari siano ancora monovitigno (Nebbiolo per
Barolo e Barbaresco, Sangiovese per il Brunello di Montalcino) e che fanno ancora più male se si pensa che chi propone il Barolo al Syrah è nato in Piemonte non in California, ho così replicato (leggi) alla trovata rivelliana in questo commento pubblicato nell’ospitale spazio delle news del sito Internet dell’Associazione Italiana Sommelier.
Come io la pensi l’ho detto, ripeto contando sino a cento e sforzandomi di essere gentile, in questo articolo: volete anche voi dire, con chiarezza e altrettanta cortesia, dicendo la vostra senza degenerare, qual’è il vostro punto di vista?

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10 Febbraio 2008

Berlusconi presenta l’Opa e Fini prontamente zittisce e dice sì…

Ricordate, è storia solo di due mesi fa, me n’ero occupato anch’io (qui e qui) della querelle, che a questo punto è legittimo definire da teatrino della politica, da sceneggiata tipo oggi le comiche, tra Berlusconi e Fini?
Quest’ultimo di fronte alle uscite del boss, padron, del detentore del pacchetto di maggioranza dell’ex Casa della Libertà aveva detto che “comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali” precisando poi: ”da queste mie parole volutamente molto nette voglio che sia a tutti chiaro che, almeno per quello che riguarda il presidente di An, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi”.
Era l’ultimo episodio di un balletto che comprende episodi come quelli del 26 gennaio 2007, quando (leggi qui) Berlusconi pensando alla successione si era sbilanciato affermando “ Se faremo il Partito Unico delle Libertà credo che quella di Fini sia la candidatura più prestigiosa”.
Invece, cronaca di questi giorni, basta leggere i giornali o sentire i telegiornali (di regime, il che non vuol dire solo quelli targati Mediaset, ma anche quelli delle reti Rai dove la spartizione è tra ossequio alla sinistra e ossequio al padrone e ai suoi famigli) per apprendere che “Addio FI ed AN. Silvio Berlusconi annuncia un accordo con Gianfranco Fini per dar vita a una lista unica, federata con la Lega, che avrà il simbolo del Popolo della libertà, il PDL. Sarà federato con il Carroccio, un partito fortemente radicato al Nord”, ma che si è sempre opposto a far parte del nuovo movimento“. Il Partito del Popolo della libertà, dice Berlusconi,sarà aperto a tutti coloro che vorranno aderire, spero anche l’UDC“.
Alle urne con il Popolo delle Libertà proclama Il Giornale (qui) parlando di due sole liste del Centro Destra: “quella del Pdl (con dentro Forza Italia, An e tutti i piccoli che ci stanno) e quella della Lega. È questa, dopo 48 ore di riflessioni, riunioni e telefonate l’idea che sta prendendo piede a Palazzo Grazioli e che trova la disponibilità di massima di Gianfranco Fini”.
Due sole liste, che comprenderanno i due ex litiganti e la galassia dei transfughi tipo Mastella, dei nesci, dei carneadi, dei zero virgola, prevedibilmente anche il bel Pierferdinando Casini (che ora nicchia e si fa desiderare) e anche Storace, che anche se dice di aver fondato La Destra (sic!) è pronto ad accogliere il richiamo di Arcore, e che al di là del cambiamento del nome della bottega sarà sempre la stessa roba di prima, quella che nel 2001 e nel 2006 ho votato, ma che non mi beccherà più, perché vincano pure, ma not in my name.
Piuttosto, segnalandovi un comicissimo articolo del senatore Guzzanti, il padre di due comici che al confronto fanno piangere, pubblicato oggi – leggi - su Il Giornale, che attribuisce al “fattore mamma” il riavvicinamento tra Gianfranco e Silvio, prendo nota di un fatto semplicissimo, che è bastato che il “litigante” A, Silvio, presentasse la sua Opa (vedi), perché il “litigante” B, Gianfranco, smettesse di ribellarsi, a parole, al capo per accorrere, la coda tra le gambe, ossequioso e silente, alla corte di Arcore, pronto a benedire e accettare (leggi) la nuova alleanza…
Ma che pena questi due “puffoni”!
Ricapitolando, visto che il 14 aprile partirò per Roma per coordinare un evento dedicato ai Barolo di Serralunga d’Alba in programma il 15 aprile (ne parleremo a tempo debito), cosa posso inventarmi di bello per il 13, giorno delle elezioni, per avere validi motivi in più per girare alla larga dalle urne?
Potrei ad esempio fare visita a Baldo Cappellano e Beppe Rinaldi e quel giorno, visto che anche loro penso non abbiano una gran voglia di andare a votare “Uolter”, potremmo prendere una “balla” di quelle giuste a base di Barolo.
Ma alla fine penso che me ne resterò a casa, pensando alla mia utopia di una mia “Destra” che non c’é e “vive” solo nei miei sogni di incontentabile anarchico conservatore…

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22 Gennaio 2008

Arriva Vespa ed il Barolo “mette la minigonna”

Ovvero storie di ordinario malgiornalismo
Considerato che chi scrive queste cose è Bruno Vespa, un nome, un (brutto) programma, non ci sarebbe da stupirsi o da scandalizzarsi nel leggere, nella rubrica Storie di vino che cambiano i direttori ma Vespa inopinatamente continua a gestire su Panorama, un articolo che, basterebbe il titolo - Il Barolo mette la minigonna. (tutte le varianti del gusto nella collezione Boroli) – dimostra quale stile e quale cultura del vino abbia il conduttore-padrone di Porta a Porta.
Già scrivere che il Barolo “a un certo punto si é messo la minigonna”, con una singolare coincidenza con l’altrettanto geniale trovata (leggi: qui, qui e qui) di definire”sexy” il Re dei Vini, è una di quelle “pensate” che bastano e avanzano, quando ce le si trovi di fronte, a far voltare pagina e mandare articolista e rivista a quel paese.
Poiché i lettori di Vino al Vino sono a stragrande maggioranza dei raffinati e non esitano anche di fronte all’orrore, quando l’esame di questo costituisca un valido motivo per una “enoriflessione”, voglio regalare loro alcuni scampoli della prosa vespiana, perché si facciano un’idea di a quali mani la Grande Stampa Istituzionale affidi, in un perfetto clima da regime, con il giornalista di regime per antomasia, amico del potere qualsiasi colore o connotazione politica questo potere abbia, il discorso sul vino su un newsmagazine ad ampia diffusione.
E perché, se qualcuno ancora crede che Vespa abbia qualche credenziale per scrivere e occuparsi seriamente di vino, mentre invece si occupa, come fa in televisione, dei potenti, di quei potenti, imprenditori, politici, arricchiti, finanzieri, banchieri, petrolieri ecc, che per sfizio, perché hanno dei milioni di euro da investire, si dilettano a produrre vino, si faccia un’idea, anche se non acquista Panorama, di quali siano le predilezioni ed il modus scribendi di chi non tanti anni fa affermò, senza vergognarsi, che la Dc e non gli abbonati era l’azionista di riferimento di RaiUno.
L’articolo pubblicato sul numero del 17 gennaio, comincia così: “Gli appassionati di Barolo potranno sfiziarsi spaziando nella collezione che Silvano Boroli sta mettendo insieme da un decennio. Con il piglio dell’imprenditore di successo in altri campi, che punta a non essere secondo nemmeno in quello vinicolo. Il Barolo, fermo per decenni a custodire la tradizione come le guardie del Pantheon, a un certo punto si é messo la minigonna. Boroli, che non vuole trascurare alcuna nicchia, ha giocato le diverse opzioni”.
Un bel primo piatto, ma Vespa può fare di meglio. Ecco pertanto ammannirci, come secondo, le “tre proposte che hanno allietato la mia tavola nei primi giorni del 2008. A me, sostenitore da lungo tempo dell’innovazione anche nei mostri sacri é piaciuto molto il Cerequio (annata 2003) nella piccola e preziosa borgata che é il quartiere Parioli delle Langhe. Fin dal primo sorso mi sembrava di ballare un valzer, tale era la morbidezza di questo vino (50 euro in enoteca). Strano che i miei amici del Gambero rosso gli facciano mancare ancora i tre bicchieri. Chi ama la tradizione troverà il suo vino nel Villero (stesso prezzo), mentre chi vuole ammorbidirla con un qualche pudore sceglierà il Barolo Classico (38 Euro)”.
Davvero geniale la pensata del Cerequio presentato come “il quartiere Parioli delle Langhe”, ed il finale è in perfetta sintonia, con i doverosi, deferenti, amicali, da volemmosse bbene e da tarallucci e vino, “complimenti a Guido Boroli, giovane architetto figlio di Silvano e fratello di Achille, per la geniale ristrutturazione della cantina di Castiglione Falletto”.
Ma gliel’hanno detto al Vespa (che a questo punto non mi stupirei se scoprisse la bontà dei vini di Gianni Martini, proprio come ha fatto Maroni…) che una rubrica di vini su un settimanale a larga diffusione dovrebbe occuparsi di vignaioli seri dalle mani callose produttori di vini dai prezzi non astronomici e non solo di vini stellati, costosi e laccati, e di cantine proprietà di personaggi che potrebbero tranquillamente sfilare a Porta a Porta accanto al Mastella, al Ricucci, al Crepet e alla Marini di turno?

 

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21 Gennaio 2008

Domenico Clerico , vuoti di memoria ed il Barolo “sexy”

Barolo, you sexy thing?
So benissimo che quella del legame tra consumo di pesce perché ricco di fosforo ed effetto positivo sull’intelligenza e sulla memoria è una leggenda metropolitana priva di fondamento scientifico, ma voglio ugualmente suggerire a Domenico Clerico di consumare molto pesce, (che male comunque non gli farà) dopo aver letto quello che ha dichiarato al giornalista della Stampa (leggi) che lo intervistava sul presunto carattere “sexy” del Barolo oggetto di questo post (vedi) e di quest’altro (leggi).
Deve avere seri problemi di memoria il produttore del Ciabot Mentin Ginestra e del Pajana, per dichiarare, senza arrossire: “Finalmente un giornalista che ha capito qual è l’essenza del Barolo. Il nebbiolo è un vitigno che ha una storia tutta sua e un carattere inconfondibile. Non può essere paragonato a nessun Cabernet, al massimo al Pinot Noir che nasce in Borgogna. Certo che è un vino sexy, perché è affascinante come tutte le cose difficili da raggiungere e conquistare”.
Forse è stato sulla luna in questi anni, oppure si è distratto e non ha letto le cose che ad esempio il sottoscritto (decine di articoli, che hanno fatto tanto discutere in Langa e anche altrove), hanno scritto del Barolo, il vero Barolo, stravolto dai modernisti e dagli innovatori spinti, e non sa della difesa strenua, nella quale diciamo che mi sono impegnato, a sostegno dei produttori della migliore tradizione (in larga parte protagonisti della degustazione di cui parla nel suo articolo sul New York Times Eric Asimovleggi) e nel suo blog The Pour (leggi), dell’identità storica del Barolo, che qualcuno voleva far diventare ben altra cosa…
Capisco che Eric Asimov ed il New York Times siano importanti e che blandirli con un apprezzamento che lo pone in pole position per il “lecchino d’oro” 2008, venga naturale per chi vende e ha bisogno di vendere molto negli Stati Uniti ed è generalmente trattato molto bene dalla stampa specializzata Usa (Wine Spectator, tanto per non far nomi).
Ma queste cose, che “finalmente” il sor Clerico “scopre” (ma che bravo!) nelle parole del wine writer Usa, siamo in tanti ormai ad averle dette, scritte, ripetute, in tutti i modi e tutte le salse, anche quando certi produttori di Langa, con le loro scelte discutibili presentate e celebrate come moderniste quando invece erano solo stravaganti e in qualche caso… beh, lasciamo perdere per carità di patria e umana pietas, stravolgenti, al Barolo e al Nebbiolo non dimostravano proprio di crederci tanto…
Prendiamo atto pertanto, per l’ennesima volta, che a determinati produttori di Langa tipo Domenico Clerico la memoria storica e le idee chiare su quel che è successo nel mondo del Barolo negli ultimi vent’anni fanno difetto. O che per comodità, confidando nell’oblio collettivo, e proclamando la parola magica “scurdammoce ‘o passato” fanno finta di dimenticare, perché non conviene proprio per loro rivangarne i dettagli.
Ma se non hanno memoria, o prendano dosi massicce di fosforo o qualcosa che faccia bene alla loro memoria labile o che stiano zitti e che soprattutto non vengano a ricordarci, visto che c’è chi per fortuna ricorda bene tutto e distintamente (quello che è stato, chi è stato, cosa ha fatto - cose ricordate anche in questo recente intervento vedi), che “il nebbiolo è un vitigno che ha una storia tutta sua e un carattere inconfondibile. Non può essere paragonato a nessun Cabernet”.
Non siamo stati noi, ma qualche amico e sodale di Clerico (e chissà perché?) a proporre di modificare il disciplinare del Barbaresco (pensando poi di estendere la stessa identica operazione al Barolo), autorizzando l’utilizzo di altre uve (leggasi Cabernet, Merlot e altri vitigni franciosi).
Se credevano così fermamente nel Nebbiolo, nella sua magia, nella sua unicità, perché hanno taciuto, perché hanno fatto finta di niente quando Qualcuno (ma solo a titolo personale oppure anche per conto terzi ?) voleva fare dei grandi vini base Nebbiolo albesi, inimitabili e grandiosi (e chiamateli pure sexy se la cosa vi garba) l’ennesima succursale dello stile californiano e parkeriano e di una sensibilità tutta bordolese?

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13 Gennaio 2008

Süd Tirol ist Italien! E non emette scontrini fiscali peggio che a Roma o Napoli

Uno ci prova a prenderli sul serio, quando blaterano e farneticano proclamando i loro Los von Rom - leggi - (ma intanto con tanti soldini che sono garantiti dal governo italiano con il riconoscimento del loro status di regione a statuto autonomo) o assicurando (leggi) che Süd Tirol ist nicht Italien, che l’Alto Adige o Sud Tirolo non è Italia.
In effetti con i mega stipendi (vedi) che si assicurano il
Landeshauptmann, ovvero Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano e vicepresidente della Regione Autonoma del Trentino Alto Adige Luis Durnwalder e la sua Giunta, nonché consiglieri di ogni colore, viene da pensare, come pure quando si resta qualche giorno in quelle magnifiche terre, che l’Alto Adige non sia Italia se non amministrativamente.
Che con questa Italia della “emergenza” rifiuti in Campania, dei Casarini assolti per meriti sociali, dei tycoon miliardari che una volta al governo badano accuratamente a fare i loro interessi e non quelli degli italiani, dei Prodi (vedi) che pretendono a muso duro la solidarietà delle Regioni per un problema che gli amministratori campani non sono stati capaci di risolvere in due lustri, non abbiano nulla a che fare. E che in fondo, ma solo in fondo, tutto sommato, un filo di ragione, perché la loro storia, la cultura, le tradizioni, i costumi, i modi di pensare tutto sono tranne che italiani, l’abbiano.
Ma poi, quando un ragionevole dubbio, un illuministico ragionamento si fa strada, ecco che la semplice lettura di una notizia pubblicata (qui) sul Corriere della Sera, sulla Stampa (qui) su un organo d’informazione fiscale (qui) manda tutto a remengo.
Sapete quale sia la Regione che secondo l’Agenzia delle entrate si aggiudica l’Oscar della zona maggiormente non in
regola con l’emissione degli scontrini fiscali? Troppo facile e ovvio dirlo, la Campania, che registra la più alta percentuale di violazioni (84% dei controlli). La più virtuosa, si fa per dire, perché la percentuale è sempre del 45%, l’Umbria. Ma sapete invece, tra le province quale sia stata la percentuale più alta di violazioni registrata? Provate ad indovinare: Palermo? Niente affatto. Roma? Non ci siamo, e non provate a dire Bari, Caserta, Catania, perché sareste lontani anni luce e soprattutto molti chilometri dalla soluzione esatta.
La maglia nera (o bianco rossa?) della Provincia dove gli scontrini fiscali vengono strategicamente dimenticati, è nientemeno, l’avreste mai detto?, Bolzano, con l’87% di violazioni accertate. Mentre a nord ovest, in altra Regione autonoma, la Valle d’Aosta, le cose vanno decisamente meglio, perché la patria della fontina, del lardo di Arnad e del Donnas “si è dimostrata tra le regioni più virtuose, o quantomeno tra quelle dove l’attività di controllo ha sortito migliori risultati in tema di deterrenza: un solo provvedimento di chiusura su 276 violazioni accertate”.
Allora signori Südtiroler, aspiranti Schuetzen in servizio permanente effettivo, come la vogliamo mettere? Volete dare la colpa di questo conclamato non osservare la legge ai commercianti di lingua e origine italiana, notoriamente furbi, disonesti e pasticcioni, oppure anche voi, che vi sentite così tirolesi da avere in gran dispitto, come direbbe il padre Dante, tutto quanto è italico (Walsche dite voi), avete la vostra bella parte di colpa?
Troppo comodo urlare Los von Rom, e affermare perentoriamente, con stentorea pronuncia, che Süd Tirol ist nicht Italien!
Questa vicenda degli esercizi commerciali non in regola con l’emissione degli scontrini fiscali
dimostra che predicate bene (si fa per dire) e razzolate male, che quando vi si tocca nel portafoglio, quando si tocca di fare il vostro dovere, e pagare le tasse, vi riducete ad essere – non offendetevi, è la verità – più italiani degli italiani, leader nella classifica, italiana, delle province dove lo scontrino fiscale è un desaparecido, pardon Vergessenheit o verschollen. Quanto a scontrini fiscali non emessi Süd Tirol ist Italien!
p.s. sulle vicende altoatesine segnalo anche questo blog (vedi) che cerca faticosamente di sviluppare e proporre una visione, o weltanschauung terzista che in verità mi sembra molto più vicina alle posizioni della Svp (anche se ben distante dalle posizioni oltranziste di Eva Klotz e amici) e piuttosto vicina alle posizioni della sinistra italiana che effettivamente distaccata e personale. Comunque il blog merita una visita

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11 Gennaio 2008

Giornalismo del vino e pubblicità : nessuna confusione possibile!

Ricevo dall’amico e collega Hervé Lalau, Secrétaire Géneral della Fijev (vedi) Fédération Internationale des Journalistes et Ecrivains des Vins et Spiritueux questa comunicazione, molto importante, che vi propongo in doppia versione, originale francese e italiano.
Con il titolo di Journalisme vineux et publicité: non à l’amalgame, si definisce “Injuste et dangereuse. C’est ainsi que la FIJEV considère la décision rendue par le Tribunal de première instance de Paris, qui, dans le cadre d’une plainte déposée par l’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie contre Le Parisien, assimile les articles sur le vin à de la publicité et stipule qu’en France, dorénavant, ces articles devront porter la mention obligatoire en matière de publicité sur les produits alcooliques en France: “L’abus d’alcool est dangereux pour la santé”.
Nous contestons énergiquement l’analyse du tribunal qui accorde crédit aux affirmations de l’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie: “Toute communication en faveur d’une boisson alcoolisée, telle qu’une série d’articles en faveur du Champagne, constitue de la publicité et tombe donc sous le coup du code de la santé publique”. Notre métier n’est pas de faire vendre. Nous ne faisons pas de la “communication”, ni de la réclame, nous informons. Nous participons à l’éducation à la qualité, nous ne poussons pas à la consommation. Cette décision de justice doit être révisée. Aidez-nous en ce sens. Nous attendons vos messages. Une pétition serait un premier pas, en attendant une constitution de partie civile dans un procès en appel. Nous devons soutenir nos confrères du Parisien, non par esprit de corps ou intérêt (nous n’en avons aucun en la matière), mais parce que cette cause est juste”. Si vous souhaitez signer la pétition mise en ligne par la FIJEV, rendez-vous sur le site Internet
(vedi)

Tradotta dalla lingua di Voltaire alla nostra la presa di posizione del collega francese ma residente in Belgio, dove é redattore capo della rivista In vino veritas (sito) e wine blogger (qui), dice questo: “Ingiusta e pericolosa è così che la Fijev considera la decisione presa dal Tribunale della prima istanza di Parigi che nel quadro di un ricordo presentato dalla l’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie contro il quotidiano Le Parisien, assimila gli articoli riguardanti il vino alla pubblicità e stabilisce che in Francia, d’ora in poi, questi articoli dovranno riportare la menzione obbligatoria in materia di pubblicità sui prodotti alcolici “l’abus d’alcool est dangereux pour la santé” (l’abuso d’alcol è pericoloso per la salute).
Noi contestiamo energicamente l’analisi del tribunale che ha dato credito alle affermazioni dell’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie secondo la quale “ogni comunicazione a favore di una bevanda alcolica, come una serie di articoli relativi allo Champagne (quelli pubblicati nel dicembre 2005 da Le Parisien) costituisce pubblicità e ricade dunque sotto la competenza della salute pubblica”.
Hervé Lalau e la Fijev sottolineano che « il nostro mestiere di giornalisti non consiste nel far vendere. Non facciamo della “comunicazione” né della pubblicità, ci limitiamo ad informare. Noi prendiamo parte al processo di educazione alla qualità, non spingiamo a consumare. Questa decisione della Giustizia francese deve essere rivista. Aiutateci a farlo. Attendiamo i vostri messaggi. Una pubblica petizione sarà il primo passo, in attesa di una costituzione di parte civile nel processo d’appello. Noi dobbiamo sostenere i nostri colleghi del Parisien, non per spirito corporativo o per interesse (non ne abbiamo alcuno in questa materia), ma perché si tratta di una giusta causa”. Se desiderate sostenere la petizione messa in Rete dalla Fijev visitate questo sito Internet a questo indirizzo (sito)”.
Questo l’accorato appello della Federazione internazionale dei giornalisti e scrittori del vino e degli alcolici, va poi ricordato che la sentenza ha condannato Le Parisien a 7500 euro di multa da destinare a favore dell’Anpaa che conta 1300 collaboratori sul territorio francese e un finanziamento pubblico di 60 milioni di euro annui.
La grave “colpa” consisterebbe nell’aver pubblicato, il 21 dicembre 2005, un dossier di tre pagine dedicato allo Champagne, un dossier composto da diversi articoli scritti dai giornalisti e dotati da titoli come “le triomphe du Champagne” (il trionfo dello Champagne), “le Champagne, star incontestée des fêtes” (lo Champagne stella incontestata delle feste), e “Quatre bouteilles de rêve”, ovvero “quattro bottiglie da sogno”. La prima pagina del giornale mostrava una flûte di champagne ed il dossier era corredato da foto, prezzi e indirizzi di cavistes dove acquistare gli Champagne.
Il direttore della Association nationale de prévention en alcoologie et addictologie (Anpaa) ha giudicato eccessivo il tono utilizzato dal quotidiano, « più simile ad un dépliant pubblictario di un supermercato messo nella casella della posta che un’informazione oggettiva” e chiede, alla luce della legge Évin del 1991, di arrivare ad una “giurisprudenza che definisca chiaramente una linea chiara da non superare”.
Questa la notizia, relativa ad un problema che, al momento, riguarda solo la Francia, ma occorre chiedersi chiaramente, alla luce del disposto del tribunale che stabilisce che “
d’ora in poi, gli articoli dovranno riportare la menzione obbligatoria in materia di pubblicità sui prodotti alcolici “l’abus d’alcool est dangereux pour la santé”, cosa rimanga del concetto di libertà di stampa e quale sia ormai il discrimine tra informazione e pubblicità, che sono e devono rimanere cose distinte, anche nel modo di essere presentate al lettore, e come sia possibile, per un giornale del vino in Francia, parlare correttamente e liberamente di vino quando un articolo, un dossier, una serie di degustazioni possono essere equiparate, mentre invece sono cosa completamente diversa, ad uno spot pubblicitario.

Dice benissimo l’amico Hervé:
La liberté de la presse ne se marchande pas, ne se divise pas, ne se complète pas, ne se conditionne pas. Ce qui arrive aujourd’hui aux journalistes du vin pourra demain arriver aux autres journalistes”, ovvero ”la libertà di stampa non si baratta, non si divide, non si completa, non si condiziona. Quel che capita oggi ai giornalisti del vino potrebbe capitare domani ai giornalisti di altre categorie”.
Cari lettori di Vino al Vino fatevi sentire, firmate qui, come ho prontamente fatto io, la petizione pubblica lanciata dalla Fijev su Mesopinions.com!

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10 Gennaio 2008

E bravo Casarini, già che ci siamo perché non dargli un premio?

Creativa, anzi “geniale” la sentenza (leggi) che ha assolto il noto agit-prop no global Luca Casarini (nella foto), capo dei Disobbedienti del Nordest, “dall’accusa di blocco ferroviario per interruzione di pubblico servizio”, perché, così dice il giudice, “ha agito per motivi di particolare valore morale e sociale”, guidando il gruppo, tra cui spiccava un sacerdote pacifista che nel 2003 bloccò i treni che trasportavano materiali bellici verso la base Usa di Camp Derby. Già che ci siamo, perché non dargli un premio, una medaglietta al valor civile, uno scranno, ben pagato (con i soldi nostri) al Parlamento?
Domanda: ma arriveranno a premiare e a trovare attenuanti di carattere sociale anche per i facinorosi e violenti, cosa che il prode Casarini secondo la giustizia italiana non é, che a Napoli (vedi) prendono d’assalto i vigili del fuoco che tentano di spegnere gli incendi dei mucchi di munnezza dati alle fiamme? Povera Italia, dove andrai a finire a furia di calare le brache!…

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6 Gennaio 2008

Costi della politica. Lo scandalo del Landeshauptmann del Südtirol Durnwalder

Parlando dei costi della politica, di quanti soldi costi ai cittadini il mantenimento di questa casta politica, vogliamo, come ha fatto ad esempio nel suo notiziario NBC Rete Regione, la più diffusa emittente radiofonica del Trentino Alto Adige, sollevare il caso SCANDALOSO del signor Luis, all’anagrafe Alois, Durnwalder, Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano e vicepresidente della Regione Autonoma del Trentino Alto Adige?
Il simpatico, si fa per dire, Landeshauptmann, con 25.600 euro lordi al mese risulta essere non solo il più pagato dei presidenti regionali italiani, ma come ci informa anche Concetta Failla sul suo blog politico nazionalbolzanino (vedi) “la sua indennità sorpassa anche quella del cancelliere tedesco Angela Merkel (19.300 euro) e del presidente del consiglio Romano Prodi (16.371 euro). In Gran Bretagna il premier Gordon Brown riceve 23.334 euro al mese. Giancarlo Galan, presidente della regione Veneto riceve tra gli 11 e i 12 mila euro al mese”.
Ecco (leggete qui) il testo della notizia che ho trovato sul sito di Radio Nbc, la radio delle Alpi, e che oggi è stata ripresa anche da Studio Aperto, notiziario di Italia Uno: “Durnwalder guadagna più della Merkel Stipendi da nababbo per i politici altoatesini se raffrontati a quelli delle più alte cariche della Repubblica Federale di Germania. Come evidenziato oggi in un articolo pubblicato dal quotidiano in lingua tedesca Tageszeitung, il presidente della Giunta Provinciale di Bolzano può vantare un salario mensile pari a 25.600 euro contro i 19.300 guadagnati dal cancelliere tedesco Angelika Merkel. Analogo il discorso nel raffronto tra la vice presidente della giunta altoatesina Luisa Gnecchi , che ogni mese incassa 24.300 euro, ed il Ministro degli esteri tedesco Frank Steinmeier che si deve accontentare, si fa per dire, di 12.800 euro. Ed ancora: il ministro della sanità tedesco guadagna 16.300 euro mentre l’assessore altoatesino alla sanità Richard Theiner ha un’indennità di 16.300 euro. Si pensi infine che il presidente della repubblica federale di Germania Horst Koehler guadagna 16.583 euro ed è superato di alcune centinaia di euro dalla vice presidente del Consiglio provinciale di Bolzano Rosa Thaler. Vale la pena di aggiungere che a differenza del loro collega Durnwalder che come detto guadagna oltre 25 mila euro mensili, il Governatore del Presidente della Valle d’Aosta Luciano Caveri è di 10.200 euro e quello del presidente della Giunta del Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy supera di poco gli 8.000 Euro”.
Il primato del presidente più risparmioso, viene dalla regione (rossa, mi costa ammetterlo…) Umbria dove i presidenti di giunta, Maria Rita Lorenzetti, e consiglio, Mauro Tippolotti, percepiscono 7.102 euro mensili. “Lo scorso maggio il consiglio regionale, in anticipo sulle altre assemblee regionali aveva approvato una legge che taglia di circa il 9% le indennità dei consiglieri stabilizzandole intorno ai 6.600 euro”.
In attesa di capire chi tiri fuori tutta questa marea di soldi (circa 300 mila euro lordi!) per lo stipendio del signor Alois Durnwalder (leggi), se solo i cittadini della provincia di Bolzano (che magari ignorano che trattamento da nababbo si riservi Herr Durni), o se invece anche i cittadini di quell’Italia che il sudtirolese presidente ha più volte dimostrato di avvertire come un’entità estranea, voglio fare notare una semplice cosa.
Durnwalder è Presidente della giunta provinciale, pardon Landeshauptmann, di un territorio, bellissimo, che ha una popolazione di 500 mila abitanti, il cancelliere tedesco Angela Merkel (che riceve 19.300 euro al mese, ovvero sei mila meno di Durnwalder) è il primo ministro di uno Stato, la Germania, che conta su 82 milioni di abitanti e che mille volte più difficile da amministrare della Provincia di Bolzano.
Cari cittadini italiani, cari weinfreund che tante volte, come me, siete stati in Alto Adige in vacanza, d’estate e ora d’inverno con la neve, oppure per gustare la buona cucina ed i buoni vini che vengono prodotti, e per gustare lo spettacolo di una montagna splendida, volete far sentire alta, potente, ferma, la voce della vostra INDIGNAZIONE, come cittadini di quell’Italia di cui l’Alto Adige – Südtirol fa amministrativamente parte, perché questo vergognoso trattamento di favore, questo autentico spreco abbia immediatamente a cessare?
Vogliamo, tutti, di qualsiasi opinione politica siamo, tempestare di e-mail (a questi due indirizzi mail 1 e mail 2, che sono pubblici perché presenti sul sito (leggi) della Provincia Autonoma di Bolzano – Alto Adige) oppure fax al n° 0471 412299, per esprimere il nostro sdegno per questo trattamento non giustificato da alcuna logica?
Forza cittadini italiani e amici dell’Alto Adige, (perché tali restiamo nonostante tutto e non risponderemo Los von Bozen a chi non replica con forza a chi farnetica di Los von Rom) facciamoci sentire!
P.S. Mi sono informato: gli stipendi dei dipendenti pubblici e anche quelli, molto generosi, di consiglieri, assessori e Landeshauptmann, dipendono per circa il 90% dal fondo derivante dalle tasse versate dai cittadini altoatesini, che non vanno a Roma se non in minima parte e restano a Bozen e dintorni. Ecco il “los von Rom” che piace anche a me…

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