Vino al vino

Archivio della Categoria 'Indignazioni'

17 marzo 2011

Un Carneade al Ministero delle Politiche Agricole? Romano al posto di Galan… forse…

In base alla “logica” sozza e mercantile, del cosiddetto “rimpasto” del governo Berlusconi a questo semisconosciuto, che si definisce, contento lui, “democristiano della prima ora, nel cuore e nella mente”, dovrebbe andare il centralissimo, importante Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali che attualmente è di responsabilità di Giancarlo Galan, che dovrebbe passare al Ministero dei Beni Culturali.
Leggetevi qui, e poi ancora qui, il curriculum vitae di questo signore laureato in giurisprudenza e avvocato, che mai in vita sua si è occupato di cose agricole e ditemi voi se c’è un altro Paese, oltre a questa Italietta che celebra oggi con becera retorica l’anniversario dei primi 150 anni della cosiddetta “Unità d’Italia”, dove un Saverio Romano qualsiasi (con tutto il rispetto) possa diventare Ministro dell’Agricoltura nonostante la sua storia non mostri alcuna competenza con i temi complessi che l’essere a capo di quel Ministero richiede.
Ma come ca…volo facciamo a credere ancora nel futuro di questo amato/odiato Paese quando la politica, tutta la politica (cose analoghe accadevano anche quando era al governo il centro sinistra) quando un Ministero chiave come le Politiche agricole finiscono, secondo il manuale Cencelli, per il gioco della “ricerca di un nuovo equilibrio con le varie componenti della maggioranza” finisce ad un Carneade, ad una persona senza alcuna competenza in materia come tale Romano?

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29 dicembre 2010

Proposte indecenti: un Brunello di Montalcino dal “taglio particolare”


Volete sentire l’ultima (per il momento, questo particolare vino scatena le “fantasie” di molti) proposta sul Brunello, quello che dovrebbe essere il mitico, inimitabile, inconfondibile vino base Sangiovese cento per cento prodotto da vigneti posti in quel posto magico che é Montalcino?
La proposta é quella di un Brunello ad “identità variabile”, “su misura” in base ai vari mercati, o meglio delle diverse città in cui viene venduto, e viene espressa, con beata incoscienza e leggerezza, testualmente così: “Non ci vuole poi tanto a promuovere un taglio particolare di Brunello di Montalcino solo su certe città”.
In altre parole un Brunello di Montalcino con determinate caratteristiche, magari Sangiovese in purezza, se viene venduto nel borgo senese, oppure in piazze dove la stragrande maggioranza dei consumatori lo esigono così come è sempre stato (pardon, come avrebbe dovuto sempre essere) ovvero integralmente a base di Sangiovese. Di Montalcino, ça va sans dire, non della vicina Maremma del Morellino o chissà di dove…
E poi un Brunello, con “un taglio particolare” (manco fossimo dal coiffeur che deve eseguire l’acconciatura alla moda del momento), ovvero con un X per cento di altre uve, Merlot per New York o San Francisco, Cabernet per Berlino, un pizzico di Syrah per il Nuovo Mondo, Hong Kong e Pechino, per i diversi mercati…
Una proposta, ovviamente indecente, assurda, che si commenta da sola, che nemmeno il cavalier Ezio Rivella nei suoi migliori momenti di “creatività” ampelografica si sarebbe sognato di avanzare. Ma che tuttavia un sommelier toscano di scuola A.I.S., fiorentino, ristoratore di professione, si è sentito di esprimere, su un blog del vino serio e molto seguito, dove solitamente si leggono cose molto più sensate…
Questa autentica eno-bestemmia con un’unica giustificazione, il business, la legge del danaro, perché, dice, “prodotti e servizi specificamente pensati su misura delle varie Londra, Parigi, Shangai ecc. possono essere una chiave per il successo”…
Povero Brunello, anche questa del “taglio particolare” a…tasso variabile di altre uve ti doveva toccare…

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27 dicembre 2010

Chi tardi arriva male alloggia: ma è questo il modo di mandare un invito?

Comunicazione, lo premetto subito, autoreferenziale, riservata a quella speciale e variopinta compagnia di giro che siamo noi giornalisti e comunicatori del vino che ci spostiamo per l’Italia per partecipare alle “anteprime” ovvero alle degustazioni delle nuove annate delle varie denominazioni.
Nei giorni scorsi ho ricevuto un “invito”, se così lo possiamo considerare, a partecipare ad una di queste manifestazioni che si svolgeranno nei prossimi mesi.
L’invito (censuro per carità di patria e perché nonostante la mia notoria “cattiveria” sono ancora permeato da briciole di “spirito natalizio” il nome della manifestazione) recita così: “Facciamo presente fin d’ora che per questioni organizzative e di budget l’Ufficio Stampa di XYZ può mettere a disposizione un numero limitato di inviti/accrediti riservati ai giornalisti nazionali ed internazionali.
Farà fede, in questo senso, l’ordine temporale di adesione e conferma definitiva. N.B. Per i giornalisti accreditati, le spese di soggiorno (vitto e alloggio) saranno a carico dell’organizzazione di XYZ.
Per quanto riguarda le spese di viaggio, saranno rimborsate fino ad esaurimento del budget a disposizione”.
Ovviamente, dato il tono e la suprema “eleganza” del cosiddetto ”invito” mi guarderò bene dal partecipare ad una manifestazione del genere dove la parola d’ordine sembra essere all’insegna del proverbio “chi tardi arriva male alloggia”. Non vorrei incidere sul loro budget “ad esaurimento” o impedire ad altri colleghi, magari meno solleciti a rispondere, di partecipare…
Non posso però fare a meno di chiedermi: ma questi fanno sempre così, invitando ad un “tanto al chilo”, non importa se partecipi X, Y o Z, l’importante é raggiungere il numero consentito dal budget?
E hanno un seppur pallida idea di come si debbano invitare, se davvero si tiene alla loro presenza, le persone?

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4 dicembre 2010

Questa volta Farinetti ha proprio toppato! L’allucinante spot tv di Già

Oggi sono veramente fuori di me, anzi incazzato. E ancora più incazzati, offesi, sconcertati, sono i vignaioli, quelli che portano il messaggio di questo villaggio magico e del suo vino simbolo, il Barolo, nel mondo, di Serralunga d’Alba. Già vilipesa dalla costruzione, in uno dei suoi angoli più belli, di un autentico “ecomostro”.
Siamo, sono stati traditi. E quel che lascia più stupefatti è che la colpa è di un uomo, un “mercante di utopie”, ma forse soprattutto mercante, nato nientemeno che ad Alba, che ha casa a Novello, aziende di proprietà a Barolo, La Morra e anche Serralunga d’Alba, che dice di amare (e credo che non menta) il Barolo e la Langa.
Ma questa volta, anche se si chiama Oscar Farinetti, ha clamorosamente toppato. Una persona umanamente molto simpatica, come ho già scritto, ma quando fa cose del genere ti fa venire da pensare, e la cosa non è un complimento, né per me, né tantomeno per lui, che sia soprattutto una sorta di “Berlusconi di sinistra”, un grande venditore e molto meno un idealista. Andatevi a vedervi, per avere subito un’idea della mia “incazzatura” solenne, questo video, che trovate qui su You Tube.
Si tratta dell’anteprima dello spot pubblicitario, in onda da ieri sera sulle reti Mediaset (e ci resterà, purtroppo, sino al 18 dicembre), dedicato ad un nuovo prodotto di casa Fontanafredda, l’azienda di cui Farinetti è detentore del pacchetto di maggioranza dal 2008, che nel comunicato stampa aziendale viene così descritto: “una novità assoluta per quanto riguarda il mondo del vino piemontese: un Langhe rosso giovanissimo, proposto a poco più di due mesi dalla raccolta, quindi frutto dell’ultima vendemmia, destinato a rivoluzionare il concetto stesso di vino di qualità e con un nome accattivante e curioso,: Già”.
E ancora, più oltre, un vino che “anticipa quindi i tempi di uscita al consumo pur mantenendo le potenzialità evolutive e le caratteristiche di longevità simili a quelle di qualsiasi altro vino rosso giovane. E’ poi è un vino dalla straordinaria leggerezza: con soltanto 11 gradi di alcool, rappresenta il vino a più bassa gradazione di tutta la D.O.C. Langhe”.
Un Langhe Rosso espressione “delle uve più tipiche e apprezzate delle Langhe: il Dolcetto, il Barbera e il Nebbiolo vendemmiate e vinificate separatamente e poi assemblate” che come ha raccontato Sergio Miravalle sulla Stampa, in un articolo vagamente “agiografico”, “nasce a 13 gradi e poi ne perde due con una operazione di dealcolizzazione fisica con filtri molecolari”.
Particolari che denotano un interventismo in cantina, dove opera Danilo Drocco, direttore tecnico dell’azienda, che personalmente a me fanno accapponare la pelle.
Ma ancora di più la fa accapponare la pelle la “furbizia” di cui dà prova lo spot, che propone come protagonista un piemontese doc, Felice Marino, 87 anni, patriarca della più famosa famiglia di mugnai di Langa. Una sorta di Tonino Guerra (ricordate lo spot per la Unieuro del celebre poeta e sceneggiatore romagnolo?) di Langa.
Nel suo bel dialetto di Cossano Belbo (sottotitolato in italiano) Marino ci racconta una sorta di fiaba: “Si è sempre detto che dalle colline di Serralunga viene un vino speciale. Una volta si usava fare un vino giovane, non faceva tanti gradi era già pronto prima di Natale e l’era “bun ma propi bun”, lo si beveva in famiglia, fresco. Mi piacerebbe berlo ancora”.
Il finale dello spot vorrebbe rassicurarci dicendoci che il desiderio di Marino è stato esaudito ed il vino, Già, sarà in vendita dall’8 dicembre. Perché questo spot, che vi invito a vedere e rivedervi anche qui, con le scene del backstage, oltre che nei passaggi sulle reti Mediaset, mi indigna e sta indignando molti produttori di Serralunga d’Alba e diversi personaggi del mondo del vino di Langa, importatori e distributori dei vini di Langa nel mondo?

Perché nello spot viene chiaramente ricordato “Si è sempre detto che dalle colline di Serralunga viene un vino speciale”, ma quel vino non è, come verrebbe logico pensare, come ogni persona normale penserebbe, il Barolo, il vino simbolo di Serralunga d’Alba, un vino che a Serralunga d’Alba grazie a vigneti magici e speciali, offre alcune delle sue migliori espressioni, bensì un “vino intelligente e trasversale”, come lo definisce il direttore commerciale di Fontanafredda, Roberto Bruno, o ancora “una novità commerciale, un vino ricco di valenze innovative”.
Certo, come ricorda il direttore generale della Fontanafredda, il vecchio amico Gian Minetti, le valenze del vino “rimangono quelle legate alla tradizione, espressa sia nel rievocare l’antica abitudine dei vignaioli piemontesi di imbandire le mense con il vino “nuovo” spillato da San Martino in poi”, ma diffondere, servendosi di immagini fuorvianti (ad esempio le botti grandi in cantina che si vedono nello spot) che non c’entrano in alcun modo con il vino, perché Già non tocca legno, un’idea errata e falsa di Serralunga d’Alba, come la terra del “vinot” da bere giovane prima di Natale, è una cosa assurda. Che da un Farinetti non ci saremmo mai aspettati.
Che fare dunque, dopo aver dato vita ad uno spot che non è più solo una legittima, nessuno la discute, operazione commerciale, ma un modo non corrispondente alla realtà di raccontare al grande pubblico della televisione quale sia il vero legame tra Serralunga d’Alba ed il vino?
Molto semplice: Oscar Farinetti ha intelligenza, cultura, sensibilità e soprattutto mezzi per farlo, e per riparare all’errore. L’ideale sarebbe un altro spot pubblicitario, che ribadisca lo stretto legame di identificazione tra Serralunga d’Alba ed il Barolo (e Fontanafredda è uno dei principali produttori di Barolo a Serralunga e dovrebbe avvertire questa esigenza…) e che chiarisca che il vero vino di Serralunga d’Alba è il Barolo non una “una novità commerciale” come Già.
Oppure, come è solito fare, acquisti pagine pubblicitarie sulla Stampa di Torino, su Repubblica, sul Corriere della Sera, e su alcuni altri quotidiani nazionali e restituisca a Serralunga d’Alba quel che è di Serralunga d’Alba, con le parole svelte ed efficaci che sa trovare.
In caso contrario questo suo spot pubblicitario assumerebbe un solo significato, molto sgradevole: quello di un autentico tradimento, di un uomo di Langa, verso la sua terra ed il suo vino simbolo.
Sono sicuro che tutto desideri dalla vita Oscar Farinetti tranne che di apparire come un “traditore” della sua terra… Ci ripensi e agisca presto, Già che é in tempo…

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30 novembre 2010

Il Consorzio del Chianti Classico rimette in gioco i Super Tuscan

Una sorprendente decisione in occasione della Chianti Classico Collection

Avete presente i Super Tuscan, quei vini (sui quali recentemente l’amico e collega wine writer Kyle Phillips si è interrogato – qui – chiedendosi se non abbiano ormai superato il loro magic moment) un tempo molto in voga, imprescindibili secondo alcuni, secondo altri, come Lamberto Frescobaldi, “la punta più avanzata del vino italiano. I più grandi vini possibili” (un giudizio che spiega molte cose…), che larga parte dei consumatori, italiani ed esteri, hanno progressivamente dimostrato di non gradire più di tanto? Preferendo loro, visto che la Toscana è terra di grandi denominazioni storiche come Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Vino Nobile di Montepulciano, vini di taglio ed identità decisamente meno internazionale, dall’inconfondibile profumo, toscano, di Sangiovese e non di Cabernet o Merlot?
Bene, si fa per dire, perché se i consumatori, con una loro libera scelta, hanno dimostrato di volerli mettere fuori gioco, o quantomeno di lasciarli in panchina a scaldarsi, a rimetterli invece in campo, per decisione un po’ sorprendente dell’allenatore o del presidente, ha invece pensato il Consorzio del Chianti Classico, che per statuto pensavo dovesse invece badare a difendere, tutelare, promuovere il vino Docg simbolo di questa storica area di produzione.
In una circolare inviata alle aziende, in preparazione della Chianti Classico Collection, (ovvero la presentazione in anteprima delle nuove annate) che si svolgerà dal 15 al 16 febbraio 2011 come di consueto alla Stazione Leopolda di Firenze (www.stazione-leopolda.com) situata in Viale Fratelli Rosselli, 5 (vicino a Porta al Prato e al Parco delle Cascine) il Consorzio “del gallo nero” informa difatti i produttori che mentre per la prima giornata dedicata alla stampa saranno in degustazione i Chianti Classico, privilegiando le annate da poco immesse o non ancora presenti sul mercato e/o non ufficialmente presentate alla stampa, nel secondo giorno della manifestazione, il 16 febbraio, riservata la mattina alla stampa e dalle 13 in poi anche agli operatori, “sarà possibile presentare, solo il secondo giorno, anche un vino IGT prodotto nel territorio, al costo aggiuntivo di 50€ oltre alla quota di partecipazione”.
Informando poi, ma questo è un dettaglio riservato alla stampa, che “rispetto alle scorse edizioni, per incoraggiare ulteriormente gli incontri tra produttori e gli ospiti della stampa, il secondo giorno della manifestazione sarà chiusa l’area di degustazione con servizio sommelier. I giornalisti, quindi, per degustare avranno come unica opzione quella di recarsi ai banchi dei produttori”.
Confesso di essere rimasto letteralmente basito, come è rimasto stupefatto anche qualche produttore, di fronte a questa sorprendente scelta aperturista nei confronti dei vini Igt, voluta dal Presidente del Consorzio Marco Pallanti e dal Consiglio di amministrazione del Consorzio.
A Firenze, all’anteprima del Chianti Classico, in occasione di una delle più importanti vetrine di questo classico tra i vini classici toscani, verrà data la possibilità di presentare IGT prodotti dalle aziende socie nel territorio del Chianti Classico senza nemmeno chiedere una indispensabile distinzione tra vini prodotti con uve autoctone o meno.
In degustazione quindi, fatti uscire dalla porta dai consumatori, ma fatti rientrare dalla finestra dai vertici del Consorzio del Chianti Classico si vedranno prevedibilmente quindi anche Merlot e Cabernet in purezza o vini dove i vitigni bordolesi prevalgono nettamente sul Sangiovese pur essendo in alcuni casi proposti in mix con questo.
Decisione presa forse in omaggio a quella convinzione, più volte espressa anche pubblicamente da Pallanti, secondo la quale la forza dei terroir chiantigiani è tale da rendere meno varietali e meno bordolesi i vini base Cabernet o Merlot e più toscani? Lasciamo perdere…

Di fronte a questa decisione, assurda, mi viene da rivalutare anche l’operato del, da me tanto discusso, Consorzio del Brunello di Montalcino, che a quanto ne so non è ancora arrivato ad aprire, in occasione del Benvenuto Brunello, la porta ai vari Super Tuscan prodotti (o Igt Toscana) prodotti in quel di Montalcino, limitandosi a consentire ai produttori di presentare in degustazione oltre ai Brunello, base e riserva, e al Rosso di Montalcino (di cui si dice sempre più frequentemente che sia sul punto di cambiare la propria composizione ampelografica) anche i loro Sant’Antimo. Molto spesso esercitazioni, ma nell’alveo di una Doc, sul tema vitigni internazionali.
Allora mi chiedo, perché mai questa assurda decisione del Consorzio del Chianti Classico, quella che si svolge alla Stazione Leopolda non dovrebbe essere la festa, esclusiva, del Chianti Classico, una festa in cui ci si presenta al mondo dei clienti e alla critica con le nuove annate, quasi “gridando” l’amore dei produttori per il territorio, il Sangiovese, la tipicità? E lo si fa, ora, sdoganando anzi cercando di spingere vigorosamente i Super Tuscan? Che peccato, mi sembra che ancora una volta il Chianti si stia vendendo l’anima e perdendo identità e faccia con stravaganti decisioni del genere…

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29 novembre 2010

Giancarlo Rossi, quando l’esperienza e la bravura non servono più

“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani. Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani

Edizione straordinaria

A.A.A. Esperienza ventennale nel mondo del vino italiano, conoscenza personale di tutti i giornalisti del settore, organizzatore di innumerevoli manifestazioni enoiche, promotore instancabile del vino marchigiano, intraprendente,automunito, offresi per lavoro presso struttura pubblica o privata del settore.
Non preoccupatevi, non siamo divenuti un giornale di annunci di lavoro, stiamo solo immaginando quale potrebbe essere il modo per presentare uno dei disoccupati più “occupabili” d’Italia, quel Giancarlo Rossi (ritratto a sinistra nelle due foto) che, come direttore della marchigiana Assivip (associazione interprovinciale produttori vini pregiati) è stato per quasi 20 anni il vero motore per la promozione enoica del mondo del verdicchio e dei più grandi vini marchigiani.

Purtroppo l’Assivip ha chiuso e le sue funzioni sono passate ad un ente regionale che però, molto stranamente, non ha voluto tra le sue file Giancarlo, che da dicembre sarà un disoccupato a tutti gli effetti.
Siamo veramente dispiaciuti nel constatare che Giancarlo Rossi, sin dai primi anni Novanta riferimento assolutamente positivo, affidabile e appassionato di ogni giornalista enoico italiano ed estero, ma anche per ogni persona interessata al vino marchigiano, non solo non sia stato assunto al volo ma lasciato in disparte, dimenticato.

Quindi oltre al danno della chiusura dell’Assivip (anche se si spera che la nuova struttura regionale ne erediti in toto l’affidabilità) ci troviamo davanti alla beffa perchè la persona che qualcuno definì “Mister Verdicchio” non potrà continuare ad operare in favore dei vini marchigiani.
Da interisti sfegatati non possiamo che gridare, sperando che qualcuno, lassù in Regione Marche intenda:  “Non disperdete l’esperienza, la bravura, la passione di uno dei più bravi milanisti che abbiamo conosciuto!!”.
Carlo Macchi

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20 ottobre 2010

Boscareto Resort: anche “La Colata”, ovvero “il partito del cemento che sta cancellando l’Italia”, ne parla

Sono contento che si torni a parlare di quell’autentico “eco-mostro” che è il Boscareto Resort di Serralunga d’Alba, che sul sito Internet che potete visitare qui, viene definito non solo “hotel cinque stelle lusso nelle Langhe”, ma con una certa dose di disinvoltura “luogo di bellezza, di cultura e di ricchezza enogastronomica” dotato di “gusto moderno e ricercato design”. Sono contento che di questa “fortezza di calcestruzzo e cristallo affacciata sui vigneti”, di cui circa un anno fa avevo scritto qui, poi ancora qui e qui e recentemente qui ancora, criticando non solo la violenza fatta al paesaggio circostante, ma l’atteggiamento pilatesco e indifferente di buona parte dei giornalisti del cibo e del vino che si sono affrettati a parlare bene della cucina e dell’albergo, facendo finta di niente come scimmiette che non parlano non sentono e soprattutto non vedono, e senza fare alcun timido accenno al fatto che oggettivamente, comunque lo si osservi, da qualsiasi posizione, appare come un intervento invasivo, non certo in armonia con il paesaggio di colline, boschi e vigneti circostante, si sia scritto ancora.
E non solo su giornali e riviste, su siti Internet e blog, ma su un documento cartaceo che resta, un libro.
Alla sconcertante vicenda di questo “maniero di opulenza” è dedicato difatti un capitolo – Le Langhe I signori dell’outlet – in una recente opera di forte impegno sociale, intitolata La Colata, sottotitolo Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro, pubblicata dalla casa editrice Chiarelettere, per la firma di cinque giornalisti, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve, Giuseppe Salvaggiulo e Ferruccio Sansa, (potete leggere qui i loro curricula).
Un’opera di forte denuncia della cementificazione, dell’aggressione al paesaggio che il cosiddetto “partito del cemento” sta mettendo a segno, con l’oggettiva complicità di amministratori ed Enti locali che appellandosi al fatto che vengono rispettate norme e regolamenti (spesso indegni) rendono possibile costruire, in maniera aggressiva, in posti, dotati di speciale bellezza e fascino, dove invece dovrebbe essere salvaguardato l’ambiente.

Si parla dunque del Boscareto Resort in questo volume, resort fortemente voluto, scrive l’autore, da “uno dei costruttori più potenti d’Italia, il geometra Matterino Dogliani”, non solo titolare dalla grande casa vinicola Beni di Batasiolo di La Morra, ma presidente della Banca di Credito Cooperativo di Bene Vagienna in provincia di Cuneo, e titolare di un impero che “ha la base operativa nel suo Piemonte ma qualche organo vitale è al sicuro all’estero”.
Ne La Colata si legge della “Fininc Spa, che ha sede a Torino e possiede tutte le quote del Boscareto Resort, ha tra i suoi azionisti principali la Zentravest Holding, con sede in Svizzera, specializzata in finanziamento alle imprese” e poi del “colpaccio” fatto nel 2003, quando Matterino Dogliani, “insieme al figlio Claudio, con le sue Sipal e Inc General Contractor di Serralunga diventa socio al 40% del consorzio Sis assieme al colosso iberico Sacyr Vallehermoso di Madrid, principale gruppo di costruzioni in Spagna con interessi in Europa e America Latina”. Cose grosse, come altre che vedrebbero le società del costruttore Dogliani pronte ad agganciarsi “addirittura al carro che potrebbe costruire il ponte sullo Stretto di Messina”.
Con spalle e agganci così forti, un vero “vortice di calcestruzzo e miliardi” è un gioco da ragazzi per i Dogliani decidere di regalarsi nel proprio feudo un “castello di calcestruzzo e cristallo” che “con le sue linee architettoniche moderne spezza irrimediabilmente l’incanto della vista e trasforma per sempre il paesaggio”.
Annota giustamente l’autore del capitolo: “ce li vedete quelli delle colline cuneesi che dicono a Matterino che quel resort sarebbe stato l’ideale per una Langa prefabbricata da ricreare a Las Vegas, proprio a fianco del Canale Grande e subito dietro le Piramidi? Nessuno lo ha fatto, anche se qualcuno lo ha pensato e scritto e detto, ma senza risultato”.

Indifferenza anche da parte di larga parte della stampa: “difficile trovare qualcuno che dia voce alle critiche. I giornalisti? Quali? Quelli che glorificano la nascita del resort e poi vanni a presentarci libri e iniziative enogastronomiche in compagnia di qualche stellina televisiva?. Dal coro osannante, però, qualche voce stonata si alza”.
Ad esempio quella di questo blog e del suo autore, di cui viene riportato nel libro un passo del primo post dedicato alla sconcertante vicenda giusto un anno fa.
E viene anche stigmatizzata, restando in tema di danni portati al paesaggio delle Langhe, la ridicola campagna per “l’inclusione dei paesaggi vitivinicoli di Langa, Roero e Monferrato nell’elenco di siti Patrimonio dell’Umanità”. Una campagna con scarse possibilità di successo dovute agli oltraggi portati, a suon di capannoni industriali, resort di lusso, costruzioni di dubbio gusto, al paesaggio: “anche la commissione italiana si è accorta che il panorama delle colline del vino e delle sue valli è fortemente disomogeneo. Infatti la relazione finale sulla quale l’Unesco dovrà pronunciarsi prefigura un’insolita area a macchia di leopardo, dove Langhe, Roero e Monferrato appaiono come rubicondi giovanotti di campagna, pieni di salute se guardati da una certa distanza, ma con il volto profondamente sfregiato da cicatrici se osservati più da vicino.
Non è acne giovanile destinata a sparire: sono ferite inferte al territorio che non possono più essere medicate”.
Come diavolo pensare che la Langa, con le sue “estensioni collinari a forte monocoltura della vite” denunciate dal presidente della sezione di Alba di Italia Nostra, estensioni “non corrispondenti alle effettive valenze paesaggistiche delle Langhe e del Roero”, possa diventare, come avrebbe meritato in ben altre condizioni, Patrimonio dell’Umanità, con le disinvolte espansioni edilizie fatte non solo nei fondovalle, ma anche nel cuore dei vigneti delle terre del Barolo?
Hanno proprio ragione gli autori di questo libro che vale la pena leggere con crescente indignazione, pagina dopo pagina: siamo travolti da una colata di cemento che sta cancellando l’Italia, uno dei Paesi più belli del mondo, e la sta trasformando, per ingordigia, miopia, incultura, egoismo, affarismo diffuso, in un Paese triste, senza futuro…

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30 agosto 2010

Il Cirò è patrimonio di tutti gli amanti del vino, non dei mercanti o degli enologi

“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani. Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

Questa settimana non ho voglia di proporre un vino. Sarà il rientro, sarà per quel che sarà, sono un po’ arrabbiato. Un po’? Un po’ tanto…
La doc Cirò è una delle più antiche d’Italia e le origini vitivinicole di questa stupenda area della Calabria si perdono nella notte dei tempi, tanto che qualcuno sostiene che proprio da qui venisse il vino offerto ai vincitori della Olimpiadi. Quelle dell’antica Grecia, intendo.
Ma a parte queste balle suggestive, il punto è un altro. La maggioranza degli iscritti al Consorzio Vini Cirò (di cui, per inciso, non fa parte la più celebre e importante azienda produttrice locale) ha proposto è ottenuto la modifica al disciplinare: d’ora in avanti il Cirò potrà essere fatto anche con uve internazionali, oppure con il sangiovese o qualsiasi uva a bacca rossa purché autorizzata. Se non ci saranno opposizioni alla bieca decisione del Comitato Nazionale Vini entro il 12 settembre.
Sarebbe come dire che si può vendere come latte fresco anche quello con un’aggiunta di cioccolata o di caffè.
Nessuna legge vieta di lavorare a blend nei quali ci siano uve autoctone o internazionali, c’è la Igt Calabria nella quale si può fare tutto in tranquillità. Ma questo non basta agli enologi dalle troppe consulenze che non hanno il tempo di studiare bene come valorizzare il gaglioppo. Forse non lo sanno neanche fare.

uve Gaglioppo

E non basta a quelle aziende, a nostro giudizio folli, le quali inseguono modelli produttivi totalmente superati in Italia ormai da almeno cinque anni.
Vogliono, costoro, stravolgere il Cirò. Con la motivazione che molti lo fanno già e non lo dichiarano. Oppure che il Gaglioppo è uva da quattro soldi. L’Italia dei condoni? L’Italia dell’illegalità: dovrebbe essere il Consorzio ad intervenire, se ha notizie precise con nomi e cognomi.
Noi sappiamo di vini straordinari ottenuti da solo Gaglioppo. Ci vuole tempo, passione, attenzione. E poi, se davvero fosse così, perché quando fu scritta la doc gli stessi produttori vollero che l’unica uva usata fosse il Gaglioppo?
La nostra non è ripulsa ideologica conservatrice, ma vera è propria amarezza di fronte a tanta stupidità commerciale.
In un mondo globale in cui è importante distinguersi, specializzarsi, ritagliarsi nicchie di pregio artigianale, la via di uscita alla crisi individuata consiste nel mettersi a fare concorrenza alle multinazionali del vino capaci di arrivare sul mercato a prezzi ben più concorrenziali.

vigneti di Gaglioppo

Chiunque è libero di suicidarsi, ma non può costringere gli altri a farlo. Ritengo che il Cirò appartenga a tutta l’Italia vitivinicola. Il Cirò è anche mio, deve essere dei giovani e delle future generazioni. Non abbiamo bisogno di altri vini-mostri, ma di vini espressione di territori ricchi di tradizioni non inventate dagli uffici marketing.
E non mi interessa se con il Gaglioppo non si può fare il vino più buono del mondo. A me basta che sia unico.
Luciano Pignataro

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17 giugno 2010

Clamoroso al Corriere Vinicolo: Nicolò Regazzoni, direttore da soli sei mesi, si è dimesso

Ma cosa diavolo succede all’Unione Italiana Vini, di quale male oscuro soffre la più importante delle organizzazioni del vino italiano, l’associazione che raggruppa i più grandi (per dimensioni) produttori italiani?
Di quale “sortilegio” é caduta preda, se a soli sei mesi dalla vergognosa cacciata dell’ex direttore Marco Mancini, licenziato in tronco, dopo tanti anni di onorato e assolutamente professionale servizio, senza dargli nemmeno la possibilità di un editoriale di congedo, il settimanale della U.I.V., il Corriere Vinicolo, si trova costretto a doversi inventare un nuovo direttore?
Succede difatti che solo dopo un semestre di direzione, immagino piuttosto “faticosa”, il nuovo direttore Nicolò Regazzoni, abbia deciso, con un editoriale pubblicato sul numero pubblicato oggi, di rassegnare le dimissioni.
In altre parole di andarsene, di sottrarsi ad un compito che, evidentemente, i Grandi Capi dell’Unione e le Grandi Aziende del Vino Italiano, non gli consentivano di svolgere come avrebbe voluto. Dirigendo un giornale, non un house organ dove qualcuno, anche se poi affida la direzione ad un giornalista, vorrebbe fare il bello ed il cattivo tempo, non solo dettare la linea editoriale, ma magari decidere cosa scrivere e cosa non scrivere, cosa pubblicare, a quali notizie dare priorità e quali ignorare.
Partito Regazzoni, che non penso proprio vorrà continuare a collaborare al C.V., (scelta di grande dignità e di grande difficoltà, con la brutta aria che tira nei giornali), si punterà su un nuovo direttore più duttile, più disponibile ad adeguarsi alla situazione, a farsi guidare, oppure i responsabili dell’Unione, il suo potente direttore, si assumeranno direttamente l’onere della direzione?
Ed i vari collaboratori storici del Corriere Vinicolo, quelle pallide figure che non mossero un dito e non dissero una parola quando Mancini fu licenziato (pur dovendogli molto), staranno zitti anche questa volta o troveranno il coraggio di esprimere quantomeno il loro sconcerto, la loro preoccupazione, per quello che accade in quello che un tempo fu un bel settimanale libero e indipendente?
Una cosa è certa: il profondo malessere, la crisi del mondo del vino italiano, il degradarsi progressivo di un corretto rapporto tra chi il vino produce e chi sul vino fa informazione, un’informazione che si vorrebbe, sempre più, imbavagliata, obbediente, asservita agli interessi (di bottega) dei padroni.

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19 maggio 2010

A Montalcino è il vecchio che avanza. Facciano pure: io mi occuperò d’altro

Ho affettuosamente sperato, come tanti lettori, come tanti appassionati del più grande vino base Sangiovese del mondo, che a Montalcino volessero voltare pagina, cambiare registro, volare alto.
Ho sperato che capissero di essere al centro delle attenzioni di tutto il mondo e che quindi fosse indispensabile dare un segno forte di rottura e discontinuità con il passato.
Con tutto quello che ha portato allo scandalo del Brunello, e poi, dopo, a due anni di grosse difficoltà, con una gestione del Consorzio ingessata, inadeguata, incapace di fare quel salto avanti necessario per provare ad uscire dall’impasse.
Però, dopo il voto di ieri e l’elezione dei rappresentanti del nuovo Consiglio di amministrazione, (elenco che potete leggere qui) pieno di personaggi sui quali preferisco non pronunciarmi, ma le cui storie, i cui background, le cui vicende sono sotto gli occhi di tutti e che salvo rarissime eccezioni trovo assolutamente fuori luogo e rappresentanti di un vecchio, non solo anagrafico, ma soprattutto di idee, di sistemi, di interessi, che costituisce un segno preoccupante, desolante, polveroso di conservazione dello status quo, ho preso, con assoluta determinazione, una semplice decisione.
Ho deciso di non entrare nemmeno nel merito delle battaglie che penso chi crede ancora nel Brunello e in Montalcino come un vino e un luogo di alta qualità, anche morale, dovrà faticosamente sostenere e condurre, non suggerire soluzioni, tipo arrivare alla determinazione che ci possa essere vita e luogo d’azione al di fuori di questo Consorzio, e non spendere nemmeno tante parole di biasimo.
Perché se a Montalcino i produttori si sono scelti questi nuovi rappresentanti vuol dire che a loro e al sistema di cui fanno parte vanno bene, e quindi diventa arrogante e vano pensare di fare loro la morale e dire che hanno votato male. E vuol dire che i produttori si sono fatti condizionare da considerazioni, anche di ordine economico, che non dovevano entrare in gioco.
Come cronista del vino ho dedicato dal marzo 2008 ad oggi tante energie, tanta passione, tanto entusiasmo a Montalcino – e sono fiero di averlo fatto – e mi sono illuso che le cose potessero cambiare.
Siccome non cambiano, non cambieranno e la cosa mi ferisce e mi amareggia nel profondo, allora visto che di vino, buono, è piena l’Italia ho deciso – e so che questa decisione farà la felicità di diverse persone e forse dispiacerà a qualcuno – di smettere di occuparmi dello psicodramma ilcinese, delle vicende del Consorzio, delle sabbie mobili nelle quali i produttori mostrano di voler sprofondare con una sorta di perversa libido, con una cupio dissolvi, più che una “allegria di naufragi”.
Vogliono il cavalier Ezio Rivella, l’uomo che ha sempre faticosamente tollerato e mal sopportato l’identificazione Sangiovese-Brunello, come presidente del Consorzio, vogliono un Consiglio di amministrazione come questo?
Bene, che allora quelle vicende siano “cosa loro”, perché smettono di essere cosa mia.
Magari mi capiterà ancora di scrivere di vini prodotti a Montalcino, soprattutto di quei produttori che restano dei galantuomini vittime di questa mota e che non meritano di essere dimenticati.
Ma saranno episodi, perché se anche non inviterò i lettori – e ne sono fortemente tentato – ad ignorare o altra espressione più forte, “boicottare” i vini di Montalcino, di questa gabbia di matti mi sono francamente rotto i corbelli. Mi procura solo nausea, pena, disgusto.
Meglio volare più alto e parlare di zone che meritano davvero l’interesse dei veri appassionati del vino, di un mercato che – se ne accorgeranno prima o poi anche a Montalcino – composto da persone che non meritano di essere prese in giro…

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