Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Indignazioni'

9 Maggio 2008

Noiosi, incorreggibili lamorresi. Déja vu e vecchie filosofie nei Barolo di La Morra

Clamoroso ad Alba: Alba Wines Exhibition stringe un gemellaggio con l’Anteprima dei vini della Costa Toscana.
E’ solo alla luce di questa pura ipotesi di lavoro, di questa incongrua molto ipotetica sinergia tra la manifestazione dedicata ai vini di una zona e di un vitigno, il Nebbiolo, tra i meno globalizzati e meno “internazionalizzabili” del mondo e la vetrina dei vini di un’area ampia che un’identità territoriale se la devono ancora costruire e sono quindi tra quelli maggiormente legati ad una libera formula e interpretazione aziendale, che si spiegano i risultati che hanno offerto all’assaggio larga parte dei vini, presentati come Barolo annata 2004, provenienti dal comune di La Morra.
Con l’eccezione, è bene citarli subito e complimentarsi con i loro artefici, di vini di ottima personalità e sicuro valore qualitativo come il Torriglione ed il Rocche dell’Annunziata di Mario Gagliasso, del Brunate di Vietti, del Rocche e del Barolo annata di Aurelio Settimo, del Rocche dell’Annunziata e del Bricco Francesco di Rocche Costamagna, del Vigna Gattera e del Vigna Arborina di Gianfranco Bovio, del Cerequio di Michele Chiarlo, ed in misura minore del Serre di Gianni Gagliardo, del Vigna San Giacomo di Stroppiana, del La Serra e del Lu di Eugenio Bocchino, del Vigna Gancia e del Vigna Conca di Mauro Molino, del Marcenasco di Renato Ratti, i vini di La Morra che ci sono stati proposti (ricordiamo le assenze dalla degustazione di aziende di peso come Roberto Voerzio, Boglietti, Altare e tanti altri), hanno mostrato lo stesso senso del territorio, la riconoscibilità varietale, l’identità che potrebbero testimoniare degli eschimesi trapiantati nel Sahara.
Ahimé, quanti noiosi, incorreggibili lamorresi, vini senza capo né coda senza eleganza né equilibrio, sfacciati, noiosi, prevedibili, déja vu. Estrazioni selvagge, concentrazioni, interventismo a gogò in cantina, esasperazione in vigneto con estrazioni tirate allo spasimo, surmaturazioni incongrue, con il risultato di esprimere vini che non berresti mai, che non si fanno bere, che respingono, sconcertano, irritano e mettono tanta tristezza, per l’idea sbagliata e vecchia del fare vino che i loro produttori mostrano.
Vini seriali ma ben poco seri, vini tutti uguali tra loro, come fatti su con lo stampino, come se ci fosse un’unica mano a realizzarli, vini dove l’idea del territorio, dei cru e della terra di origine viene annientata da un’interpretazione non sai più se furbesca o “stolta” del vino. Difficile pensare di fronte a molti di questi vini, verdi, aggressivi, volgari, dai colori concentratissimi e improbabili, dal legno sfacciato, dalle tostature spinte, privi di polpa, di sostanza, di equilibrio, di grazia, spesso con problemi basilari di pulizia esecutiva (ma come diavolo hanno fatto a superare l’esame delle commissioni di degustazione?) che possano essere pensati per il consumatore, per essere bevuti.
Ma chi diavolo vuole ancora oggi vini del genere, chi è disposto a spendere dei soldi per comprarli, chi li vuole bere, chi è disposto a metterli in cantina e ad attendere che evolvano? Con questo imprinting, questo timbro che li marca e condiziona, sono vini che sono impossibilitati ad evolvere a maturare a diventare importanti.
Vorrebbero impressionare, ma forse solo gli sprovveduti, mostrare attributi che non hanno, importanze inesistenti, e finiscono solo con l’essere vini del vorrei ma non posso e quindi fingo. Fingo di essere quel grande vino che non sarò mai, e quindi maschero, parodizzo, caricaturo un’idea del Barolo che non ha più senso di esistere, che è solo patetica e malinconica. Vini, taluni, che ti fanno pensare di trovarti a Bolgheri e dintorni, con i loro colori melanzanosi merlotteggianti paradossali.
Ma dove sta scritto che La Morra, questi produttori di La Morra almeno, meritino di rimanere nell’area di produzione del Barolo se la loro concezione del Barolo é quella mostrata da vini come quelli degustati questa mattina?
Perché non passano al Langhe rosso, al Langhe Nebbiolo vista la loro “idea” di Barolo? Di fronte a questi vini, che con la Langa del Nebbiolo non hanno nulla a che fare si respira solo aria di Toscana o di Nuovo Mondo o di Massiccio centrale francese e non certo di Langa. Vini, alcuni di loro, che possono andare bene solo per turisti francesi o californiani o di chissà dove che vengono in Langa, vanno al ristorante, ordinano un Barolo per curiosità, senza conoscerlo, probabilmente senza amarlo, e poi si sentono rassicurati trovando aria di Bordeaux, di Napa Valley, di Barossa Valley…
Una riflessione amara mi è venuta malinconicamente alla mentre in questa degustazione tanto faticosa e noiosa. Che forse ho, abbiamo sbagliato ad abbassare la guardia, credendo che in Langa fossero un po’ tutti tornati ad un aureo equilibrio, che certi fenomeni deteriori fossero finiti, che alla spudoratezza si fosse posta fine, invece rieccoci in un clima quasi “brunellesco”, dove l’interventismo in vigna ed in cantina detta il ritmo e legge, dove i vini vengono confezionati secondo strane sensibilità e filosofie, dove dell’idea di terroir, di riconoscibilità varietale, viene fatto strame, perché non frega niente a nessuno, perché quello che conta è proporre vini assurdi, vini pensati a misura di guida o di consumatori incompetenti e allocchi disposti a comprarli, a portarseli a casa, a berli. Ammesso che ci si riesca…

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5 Maggio 2008

Bernard Magrez invita e quanti giornalisti “non vedono l’ora” di accettare!

Come altri giornalisti, ho ricevuto, in maniera molto elegante, via e-mail e mediante un cartoncino bilingue spedito per posta, un invito, anzi una “Invitation Vip” a partecipare, giovedì 8 maggio alle 11, a Roma, presso l’Hotel Cavalieri Hilton di Roma alla presentazione alla stampa enogastronomica italiana del produttore francese Bernard Magrez e dei suoi vini.
Chi sia Magrez - sito Internet - che si presenta come “Propriétaire de Grand Crus”, è presto detto, come c’illustra una nota stampa “ nato a Bordeaux nel 1936, figlio di un costruttore edile, ha esordito nel 1964 rilevando un’azienda distributrice di porto e fondando la William Pitters, destinata a diventare uno dei principali selezionatori e importatori di distillati in Francia, è uno dei più celebri, talentuosi e ambiziosi produttori francesi.
Tutti i suoi vini sono prodotti in vigneti di proprietà, distribuiti in 36 Châteaux, di cui 27 in Francia (nel Bordeaux e in Languedoc-Roussillon) e 9 in altri paesi del mondo (Spagna, Portogallo, Marocco, California, Cile, Argentina, Uruguay e Giappone).
Tra le sue proprietà annovera due Grand Cru Classé (Chateau Pape Clement e La Tour Carnet) e un Saint’Emilion Grand Cru (Chateau Fombrouge). Bernard Magrez inoltre è socio al 50% dell’amico Gerard Depardieu nelle 8 aziende che possiede in Francia, Spagna e Argentina e di cui è distributore in tutto il mondo. Negli stessi anni ha acquisito gli Châteaux che oggi compongono il suo variegato portfolio, cominciando dallo Château Pape Clement che costituisce ancora oggi il fiore all’occhiello delle sue produzioni”. I suoi sono distribuiti in Italia dalla Wine & Spirit di Chiari.
Sarebbe stato simpatico, se non fossi stato impegnato ad Alba nelle degustazioni di Barbaresco & Barolo di Alba Wines Exhibition, partecipare alla conferenza stampa di presentazione accompagnata dalla degustazione di otto vini prodotti negli Châteaux di proprietà di Bernard Magrez, guidata dallo chef sommelier del ristorante La Pergola Marco Reitani (tra questi anche l’eccezionale annata 1986 del Gran Cru Classé Pape Clement), e poi gustare la “colazione al Ristorante La Pergola che, per la prima volta nella sua storia, aprirà eccezionalmente a mezzogiorno”.
Avrei potuto chiedere a Monsieur Magrez un commento ai recenti articoli che l’hanno riguardato, (vedi Decantervedi Wine Business Internationalvedi anche quello che ha scritto sul suo blog il sommelier informatico Andrea Gori) e alla singolare storia della presentazione fatta lo scorso 26 marzo a Parigi, al ristorante di Alain Ducasse presso l’Hotel Plaza Athénée, dove, dicono le cronache, ai giornalisti intervenuti sarebbe stato fatto il grazioso cadeau, inserito graziosamente nel dossier presse, di un orologio griffato Cartier del valore di 1650 euro (1300 sterline – 2500 dollari).
Magrez ha dichiarato di sapere benissimo quello che deve o non deve fare nei confronti dei giornalisti, e di non “essere così stupido da pensare di poterli comprare” con un orologio. Dimostrando, con questa dichiarazione, o di non conoscerli bene o di sopravvalutarli…
Le cronache dicono che alcuni giornalisti hanno rifiutato/restituito il Cartier, altri hanno devoluto in beneficenza l’equivalente del valore del prezioso oggetto ricevuto in omaggio, altri lo hanno accettato dichiarando sdegnosamente che questo gesto, il dono dell’orologio Cartier, non cambierà in alcun modo il comportamento professionale nei confronti delle aziende di Magrez o condizionerà il giudizio sui vini.
Resta il fatto che la scelta del magnate francese è stata molto discussa e ha portato uno dei più seri e influenti wine blogger d’Oltreoceano, Alder Yarrow di Vinographyvedi link – a chiedersi, prendendo lo spunto da un’osservazione fatta da Jancis Robinson nel corso di WineCreator a Ronda in Spagna - vedi - ovvero “We must always remember that we are parasites on the business of winemaking“, a chiedersi se i giornalisti del vino non siano in qualche modo dei “parassiti”, e a titolare il suo eccellente post Wine Critics are Parasites, But That Doesn’t Mean We Can Be Bought, ovvero i critici del vino saranno anche dei parassiti, ma questo non significa che possano essere comprati. Quantomeno non tutti…
Di una cosa, anzi due, sono certo. Che Monsieur Magrez non ha scelto benissimo la data della sua presentazione romana, visto che in quell’occasione molti giornalisti del vino (posso dire i più seri? al gruppo mancherà solo il team del Gambero rosso ed il suo “pontifex maximum” Daniele Cernilli, ma loro e lui non si mischiano al “popolo” dei degustatori e snobbano, come Giacomino Suckling, queste degustazioni…), saranno impegnati ad Alba. Se avesse scelto un’altra data sono persuaso che molti di noi, sicuramente per degustare lo Château Pape Clément 1986, cosa pensate, sarebbero accorsi, puntualissimi, in perfetto orario, eleganti e azzimati a Roma.
In ogni caso non si preoccupi Monsieur Magrez, non avrà problemi a vedere i “parasites”, pardon, molti wine critics italiani o presunti tali, accettare con entusiasmo il suo invito. Chissà quanti, dopo quanto accaduto a Parigi e contando nel bis, non vedono letteralmente l’ora di essere il prossimo 8 maggio all’Hilton di Roma…

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26 Aprile 2008

Ma con questa “squadra” come possono pensare di vincere?

Secondo le ultime indiscrezioni che appaiono sui giornali di oggi - leggi - questa potrebbe essere la squadra del nascente governo Berlusconi tris, uscito legittimato dal voto del 13-14 aprile.
Leggete i nomi:
Franco Frattini (Esteri); Roberto Maroni (Interni); Elio Vito (Giustizia); Ignazio La Russa (Difesa); Giulio Tremonti (Economia); Claudio Scajola (Sviluppo economico/Attività produttive); Maurizio Sacconi o Gianni Alemanno (Welfare, con un tecnico come sottosegretario alla Sanità); Mariastella Gelmini (Istruzione); Altero Matteoli (Infrastrutture); Luca Zaia (Agricoltura); Sandro Bondi (Beni Culturali); Paolo Bonaiuti (Rapporti col Parlamento).
Uniche novità, l’esclusione di Michela Vittoria Brambilla dal ruolo di ministro dell’Ambiente (affidato a Stefania Prestigiacomo) e l’ingresso di Raffaele Fitto e Angelino Alfano a due dicasteri senza portafogli (rispettivamente Affari Regionali e Funzione Pubblica).
Confermati Gianfranco Fini e Renato Schifani alla presidenza della Camera e del Senato e Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri capigruppo del Pdl a Montecitorio e a Palazzo Madama”.
Tolti alcuni nomi su cui francamente non avrei nulla da dire, Tremonti in primis, quindi Frattini, Maroni, Zaia, la Prestigiacomo, forse l’ex ministro della Regione Puglia Fitto, mi chiedo se possa davvero essere questa la “formidabile” squadra, se possano essere queste le intelligenze e le competenze con le quali si può pensare di vincere il difficilissimo “campionato” della situazione economica italiana e dare all’Italia un “buongoverno” capace e determinato che possa fare bene e durare una legislatura.
Con Bondi ai Beni Culturali, La Russa alla Difesa , Vito (ma chi è, che competenze ha?) alla Giustizia, la Gelmini all’Istruzione, Matteoli alle Infrastrutture, ci manca solo qualche giocatore del Milan ad un ministero inventato per la bisogna, e poi, “ciliegina sulla torta” Schifani, ho detto Schifani, lo ripeto, Schifani, alla seconda carica dello Stato, presidente del Senato, e Fini presidente della Camera?
Presidente Napolitano, faccia resistenza, si rifiuti di avallare e di dare la sua firma ad un governicchio politico e tutt’altro che competente del genere!
Dal canto mio, pur continuando a dichiararmi risolutamente di destra, ma di una mia idea di destra che questi non rappresentano minimamente, come sono felice di non aver avallato con il mio voto l’affermazione di questa maggioranza e del suo A.D. e padrone e la nascita di un governo, che solo a leggerne i nomi fa persino rimpiangere il governo Prodi (ed è tutto dire)!
Di fronte a questa armata Brancaleone come non esclamare “a ridatece Mastella”?

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10 Aprile 2008

Anche Joan Gómez Pallarès, blogger spagnolo, in difesa del Brunello

Mentre qui in Italia coloro che hanno sollevato la questione del Brunello “riveduto e corretto” vengono sorprendentemente trattati, da qualcuno che dovrebbe invece dir loro grazie, da “terroristi mediatici” (leggi qui: ne riparleremo), all’estero cresce ogni giorno il numero dei commentatori, seri e autorevoli, che scendono apertamente in campo in difesa del vero Brunello e contro ogni ipotesi di modifica del disciplinare che consenta, anche a chi eventualmente in passato l’avesse già fatto, di produrre Brunello non solo con il Sangiovese, ma con altre uve. Ad esempio quel Cabernet, quel Merlot, quel Syrah o altro, che nelle vigne di parecchi produttori di Montalcino sono presenti, visto che sarebbero ufficialmente destinati alla produzione dei Sant’Antimo Doc.
L’ultimo a parlare apertamente in difesa del Brunello fatto solo con il Sangiovese è il mio caro amico catalano, professore di filologia latina all’Università di Barcellona e wine blogger, Joan Gómez Pallarès, che in un post (leggi qui) pubblicato sul suo ottimo blog De Vinis cibisque (vedi), oltre a raccontare quanto sta succedendo a Montalcino fa questa acuta osservazione: “¿Estrategia? Se monta un gran escándalo público a base de falsificaciones pilladas in fraganti, se airea convenientemente justo antes (¡qué casualidad!) de Vinitaly (la feria más importante del vino en Italia) y los voceros de turno (ya desenmascarados por Franco) salen de inmediato para defender que el camino es cambiar el reglamento y permitir la presencia de otras cepas en los vinos de la DOCG. Es evidente que no quieren perder el nombre de la marca y del prestigio del Brunello di Montalcino. ¡Pero lo quieren para vender vinos que no son Brunello”.
Credo proprio che sarà molto difficile far passare per irresponsabili, per esponenti del “terrorismo mediatico”, per disinformati, provocatori, per perditempo che hanno montato una notizia inesistente di un reato che non é mai stato commesso (é questa la linea che sembra passare dalla riunione dei produttori che si é tenuta ieri), tutti questi giornalisti, wine blogger, wine writer, che sono seri e fanno opinione nei loro Paesi e possono influenzare l’orientamento del consumatore.
Ci pensi bene qualcuno se ha intenzione di preparare, destinata soprattutto al sottoscritto, una “polpetta avvelenata”. C’è una comunità internazionale di scrittori del vino che è pronta ad insorgere nel caso a Montalcino succedessero cose strane, non solo se cambiassero inopinatamente il disciplinare di produzione, ma se presentassero il conto di quanto è successo non ai disonesti che hanno fatto strame delle regole, della dignità e della correttezza, ma a coloro che, facendo il loro mestiere di giornalisti, e distinguendo accuratamentetra il nostro Brunello e le inchieste sui vini al veleno”, senza alcun tipo di accostamento “fatto in maniera molto, molto scorretta”, hanno dato la notizia di qualcosa che è successo, perché le inchieste della Procura di Siena, l’azione della Guardia di Finanza, non se le sono inventate, e non hanno assolutamente il potere di guidarle, il sottoscritto o altri.
Prima di parlare di “terrorismo mediatico” a proposito della stampa libera e indipendente, che non guarda in faccia ai poteri più o meno occulti, ma direi piuttosto molto dichiarati ed evidenti, che chiedano il conto ai disonesti e ai cialtroni, ai quali del Brunello di Montalcino non gliene frega nulla e di una denonimazione, che è un bene comune, che hanno considerato come cosa loro!
Una cosa é certa: io a farmi tacciare da “terrorista mediatico” non sono disponibile e non resterò in silenzio di fronte a comportamenti volti a mettermi la museruola o ridurmi al silenzio…

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8 Aprile 2008

Tutto calcolato: ora é Luca Maroni a proporre il “liberismo enologico“ per il Brunello…

L’avevo scritto ieri (leggi), la manovra, ben congegnata, è già partita ed il “pacco” se i produttori di Montalcino non staranno bene attenti è già pronto e ben infiocchettato per fregarli.
L’operazione ammodernamento del disciplinare, “perché così non avremo più casini con catasti e vigneti e potremo fare quel che vorremo”, trova ogni giorno, guarda caso, zelanti sostenitori, teorici di un ovvio al veleno.
L’ultimo della serie, ed è naturale che fosse così, è il teorico del vino frutto (che frutta, ovviamente a lui…), alias Luca Maroni, che al sito Internet ufficiale, quello che riporta in evidenza le opinioni di un liberista integrale come il cavalier Rivella, ma anche le opinioni di illustri studiosi che ritengono molto vicino “il traguardo della definizione analitica del contenuto di una bottiglia”, ha così dichiarato { leggi }: “Il problema di alcune tra le principali denominazioni italiane è un problema di vetustà, di obsolescenza”.
Così Luca Maroni, critico e direttore della guida, apre la sua riflessione sul tema delle denominazioni e dei disciplinari.
I disciplinari di produzione del Barolo, così come quello del Barbaresco o del Brunello, rispondono - continua Maroni - alle esigenze di fine anni ’60. Oggi il vino è cambiato, sono cambiati non tanto i gusti dei consumatori, quanto le modalità tecniche di ottenimento dei prodotti, e quindi la media generale dei vini”.
Maroni, nella sua riflessione, fa riferimento al fatto che mentre i grandi vini italiani sono ancora legati a molti anni di invecchiamento, il Bordeaux, che secondo il critico è quello che detta i “tempi” del gusto internazionale, è attestato sui due anni, e quindi la strada da seguire sarebbe quella di “uniformarci agli standard internazionali dei Paesi più avanzati”.
In generale - prosegue Maroni - io sono per il “liberismo” enologico, ossia, il vino è iscritto all’albo, per esempio, del Brunello, e questo basta a certificare l’autenticità della provenienza delle uve. Poi, come il produttore sviluppa in cantina tecnicamente il suo vino - conclude il critico - è frutto della sua competenza, della sua conoscenza, e soprattutto del gusto dei consumatori che sono i veri “datori di lavoro” di noi tutti”. Scommettiamo che saranno queste, come avevo già anticipato, le “argomentazioni” che gli illuminati teorici del “liberismo enologico”, del lassez faire in vigna e cantina (gente, basta stappare le bottiglie di svariati vini prodotti e commercializzati in questi anni, all’insegna di questa “filosofia” che ha dato ampia prova delle proprie idee), useranno domani nella riunione degli associati del Consorzio del Brunello?
Produttori di Montalcino state attenti, non lasciatevi infinocchiare, c’è del veleno, e tanto, in questa mela lucida che le streghe maligne vi porgono sorridenti!

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5 Aprile 2008

Incredibile: Ezio Rivella parla dello scandalo del Brunello

Sfuggendogli totalmente la solare evidenza che in questo momento, visti i nomi delle aziende coinvolte nelle indagini e nei sequestri di vino (leggi qui), la cosa più saggia che avrebbe potuto fare è astenersi da ogni commento, il cavalier del lavoro Ezio Rivella, già deus ex machina ed ex amministratore delegato della Banfi, e personaggio che grazie al proprio pensiero ha contribuito al diffondersi (leggi) di una certa filosofia giustificazionista (leggi) a Montalcino, ha ritenuto opportuno dire la sua sullo scandalo del Brunello.
Lo fa, ed è naturale, su un sito Internet di Montalcino che si distingue per fare oggettivamente da cassa di risonanza non solo alla voce del Consorzio, ma a quella delle aziende, ricche, potenti e famose, che, purtroppo per loro, si sono viste coinvolte in questa sporca vicenda.
Con il titolo di “Il manager-enologo Ezio Rivella: “Sul Brunello di Montalcino inutili e deleterie polemiche”, il sito Internet (leggi qui) ha pubblicato questa dichiarazione dell’uomo che solo un mesetto fa aveva proposta la sua “ricetta” per il più grande e noto, insieme al Brunello, dei vini italiani, ovvero un “Barolo al Syrah” (leggi): Sono aberrazioni della propensione tutta italiana alla autoflagellazione”: così Ezio Rivella, enologo di fama internazionale e fondatore della Castello Banfi di Montalcino, commenta l’inchiesta sul Brunello di Montalcino. Rivella, che ha recentemente pubblicato il libro “Io e Brunello”, spiega: “si tratta di questioni interpretative sull’applicazione dei disciplinari di produzione di questo vino, che sono troppo rigidi. Nessuna delle grandi appellation bordolesi, e francesi in genere, prevede percentuali esatte di vitigni da impiegare, tempi di permanenza in legno e in bottiglia sigillata ed altre questioni che nulla hanno a che fare con il risultato qualitativo della produzione”.“Importante - ha concluso - è controllare la qualità e l’origine, il resto è affidato alla sensibilità dei produttori. Potremmo fare a meno di complicarci la vita”.
Non ci sarebbe nulla da aggiungere, perché Rivella non poteva esprimere meglio la propria “filosofia” che guarda con fastidio ai disciplinari rigidi (quelli che salvaguardano la storia, l’identità e l’unicità di una denominazione) e nel nome di un liberismo selvaggio applicato al mondo del vino, chiede licenza per un “laissez faire” senza regole. Che alla fine porterebbe tutti i vini, anche i più grandi, ad essere tutti uguali, omologati, noiosi, senza storia, senza radici, senza personalità. Questo, ovviamente, per compiacere il mercato.
Al cavalier Rivella, che almeno ha la bontà di dire quello che pensa senza nascondersi dietro ad un dito (a differenza di tanti altri suoi amici grandi imprenditori del vino, che non si espongono e fanno i pesci in barile, pur pensandola esattamente come lui), voglio ricordare quello che oggi un collega noto e importante, Davide Paolini, ha dichiarato, pur con qualche leggero cerchiobottismo, ad esempio convenendo che il Merlot ed il Cabernet nel Brunello, i tagli proibiti servivano a “dare più armonia” ai vini, nel corso della trasmissione di oggi de Il Gastronauta, in onda su Radio 24 (sito). Paolini ha sostenuto che “è facile lamentarsi oggi per i disciplinari troppo stretti, bisognava dirlo prima di frodarli”.
Un’evidenza che al cavaliere del lavoro Rivella, che i disciplinari lui li considera solo qualcosa che “complica la vita” e la cui applicazione vede solo una “questione interpretativa”, sfugge.
“Aberrazioni” aver fatto il dovere di giornalista raccontando che alcuni produttori, una minoranza, aveva infranto quella che è una legge tuttora vigente e valida finché non venga modificata?
No, “aberrazione” dimostrare di considerare una denominazione di origine controllata e garantita, con il suo relativo disciplinare di produzione, denominazione che è un patrimonio collettivo e non di un singolo, solo come un ostacolo alla libertà d’impresa e al libero dispiegarsi della creatività, anche in materia di Brunello di Montalcino o di Barolo, dei produttori e come qualcosa che ogni produttore più “interpretare” come vuole.

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31 Marzo 2008

Brunellopoli: prove tecniche di regime…

Dopo tre giorni di “disintossicazione” trascorsi tra Torino e la Langa del Barolo, sono tornato a leggere cronache e commenti vari, che si sono sviluppati su wine blog, forum vinosi, siti Internet, sull’annosa vicenda che con sintesi giornalistica é stata battezzata “Brunellopoli”.
Ho riportato una strana e ovviamente sgradevole impressione, che alla fine gli unici colpevoli di questa autentica vergogna, perché una zona vinicola seria e affidabile (per il consumatore soprattutto) non dovrebbe mai finire sotto inchiesta, sotto il mirino della Guardia di Finanza e dei Nas, per accuse pesanti come quelle che gli articoli dei quotidiani, dalle cronache fiorentine di Nazione e Repubblica, sino alle pagine nazionali della Stampa e di altri quotidiani, saranno solo quei “pirla” che hanno sollevato il caso scrivendone e portandolo alla luce dall’ombra e dal silenzio sotto il quale lo si voleva tenere. Ovviamente quel “provocatore” e gossiparo incline ai “pettegolezzi” del sottoscritto, ma anche mister James Suckling, che ne ha scritto sul suo blog sul sito di Wine Spectator, nonostante fosse notoriamente molto amico e grande sostenitore dei vini di alcune aziende indagate, e quei giornalisti che o hanno intervistato il presidente del Consorzio o hanno riportato (ad esempio qui) la notizia di quel che stava accadendo, perché stava accadendo e nessuno se l’era inventato, a Montalcino.
Dai commenti, dal pompierismo diffuso, ad ogni livello, dal responsabile di guide che ovviamente difende gli amici, al presidente della più importante associazione di produttori di vino italiani, ad enologi, produttori, commentatori vari, dal giustificazionismo utilizzato in quantità industriale tentando di sminuire, di convincere che non é successo nulla, che si é esagerato, che tutto va bene madama la marchesa a Montalcino e nel mondo del vino italiano, dagli attacchi infami e diffamatori che mi vengono fatti (spesso anche da pusillanime e carneadi che si nascondono da codardi dietro l’anonimato) emergono chiaramente prove tecniche di regime. Dimostrazione di quello spirito di cupola e di casta, con complicità, sinergie, ammiccamenti, sostegni, che da anni denuncio esistere nel mondo del vino e della comunicazione del vino italiano.
Un’impressione sgradevole, minacciosa, preoccupante, che mi causa una grande nausea e mi fa pensare che alla fine, la vicenda Brunello di Montalcino taroccati (nonostante ci siano stati e continuino ad esserli: basta assaggiarli senza le fette di finocchiona sugli occhi, il naso non turato da trucioli ed il palato libero e attento), si risolverà in una bolla di sapone, perché gli interessi in ballo sono troppo forti e troppo potente il potere di chi deve salvaguardali. Anche ricorrendo alla menzogna.

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27 Marzo 2008

Clamoroso da Montalcino: secondo la Repubblica sequestro di vigneti, cantine, bottiglie

Altro che roba da poco, altro che solo quattro vigneti dove sarebbero state rilevate alcune “non conformità”!
Secondo quanto riporta oggi la Repubblica, si parla diFrode in commercio inchiesta sul Brunello … Non solo uve Sangiovese nel Brunello, come vuole il disciplinare del vino più famoso d’Italia, ma anche altri vitigni prodotti sempre a Montalcino, fino al 25% del totale. La procura di Siena ha indagato per frode in commercio i responsabili di cinque importanti aziende di Montalcino. Sono stati sequestrati vigneti, cantine e bottiglie. La notizia è rimbalzata su alcuni blog, spingendo il Consorzio del Brunello a prendere posizione. “Si tratta di un’accusa gravissima di cui non abbiamo nessun riscontro”.
Il caso - Brunello “truccato” sequestri in cinque aziende … Brunello tagliato con altre uve, il disciplinare del vino più famoso d’Italia tradito accostando in bottiglia il Sangiovese con altri vitigni. La Procura di Siena indaga per frode in commercio su cinque grossi produttori di Montalcino. Ha già fatto sequestrare da Guardia di Finanza e Ispettorato del Lavoro ettari di vigneti, cantine, bottiglie. L’ipotesi è che quei produttori usassero tra il 10 e il 20% di uve non Sangiovese nel loro Brunello, che invece in base al disciplinare deve contenere al 100 per 100 quel vitigno. Avrebbero prodotto loro stessi le diverse uve - Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot - a volte sacrificando ettari storicamente coltivati a Brunello.
Gli investigatori ritengono che l’operazione sia avvenuta dal 2003 (annata che viene messa in vendita nel 2007) in poi ed hanno indagato tre o quattro persone in ogni azienda coinvolta. Forse l’intento era quello di produrre un vino più morbido e gradevole per certi palati, come quelli americani. Ed è stato proprio un blog della nota rivista statunitense “Wine Spectator” a segnalare per primo l’inchiesta, dicendo però che il vino per truccare il Brunello arrivava dal Sud, cosa esclusa dagli inquirenti”.
“Si tratta di un’accusa gravissima a cui stentiamo a credere e di cui peraltro non abbiamo nessun riscontro”, dicono dal Consorzio del vino Brunello di Montalcino. Per quanto attiene alla purezza dei vigneti di Brunello, nel 2007 il Consorzio ha completato l’ispezione su oltre 1.667 ettari di vigneto iscritto. Nel corso di tali ispezioni, iniziate nel 2004, sono state rilevate alcune non conformità che hanno interessato solamente 17 ettari, pari a una percentuale di circa l’1% dei vigneti controllati”. Autore dell’articolo: Michele Bocci.
Prendo atto di quanto scrive Repubblica, che attribuisce al blog di James Suckling su Wine Spectator e non al sottoscritto, che é stato il primo, qui, il merito di aver segnalato “per primo l’inchiesta”.
Mi chiedo solo se a questo punto il sor Cernilli scriverà, anche parlando di Repubblica, che “fornire notizie su un’indagine in corso é un reato. Potrebbe persino costituire favoreggiamento nei confronti degli indagati, che, per il momento, non si conoscono”. Scommettiamo che in questi caso Cernilli se ne starà zitto ed eviterà accuratamente, come come faranno altri personaggi impalpabili, di stroncare l’articolo di Repubblica, così come ha fatto con quanto ho scritto io? Vedi qui in allegato: Articolo Repubblica

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Rumors da Montalcino parte terza: pompieri e giustificazionisti alla ribalta

Come ho riferito ieri (qui) e come è stato riportato, in inglese, anche su VinoWire.com (leggi) ho correttamente riportato la posizione del direttore del Consorzio del Brunello di Montalcino, Stefano Campatelli, che ha cercato (e non avrebbe potuto fare altrimenti, visto il suo ruolo e visto il segreto d’ufficio cui è tenuto come persona informata dei fatti) di ridurre a dimensioni più contenute gli insistenti rumors provenienti dalla celeberrima località vinicola toscana sull’inchiesta che sarebbe a carico di un numero considerevole di aziende.
Così come ho dato, per primo (altri, pur sapendo, hanno preferito, per motivi vari, tacere e fare finta di niente) questa notizia, ho correttamente riportato quanto dichiaratomi telefonicamente ieri sera da Campatelli, anche se le mie fonti, persone degne di altrettanta fiducia e ben informate, ancora ieri mi confermavano l’ampia portata dell’inchiesta che avrebbe coinvolto non solo quattro aziende per “peccati” minori e di trascurabile importanza, ma un numero molto più ampio di soggetti indagati per reati di ben altra e ben più rilevante portata.
Campatelli mi aveva annunciato nella nostra telefonata una presa di posizione del Consorzio, ma al momento in cui scrivo non ho ricevuto alcuna comunicazione né ho trovato sul sito Internet del Consorzio (vedi) alcuna presa di posizione che fornisca una versione ufficiale su quanto sta accadendo.
Ho invece trovato, presentata quale “Fonte: Consorzio del Brunello di Montalcino” una presa di posizione riferibile al Consorzio su un sito Internet la cui redazione ha sede a Montalcino e che è notoriamente molto vicina al Consorzio.
In questo testo (che non si capisce perché non sia stato trasmesso al sottoscritto e ad altri giornalisti e perché non sia pubblicato, in bella mostra, sul sito del Consorzio), intitolato “Il Consorzio del Brunello spiega le sue ragioni, smentendo false voci… La nostra azione nel controllo dei produttori di Montalcino”, viene confermato quanto dichiaratomi ieri da Campatelli, ovvero che: “I controlli che vengono effettuati sono di vario tipo e riguardano sia i vigneti che i vini in corso di affinamento e l’imbottigliato. Quindi, con riferimento a notizie apparse negli ultimi giorni su siti web relative a presunte violazioni al disciplinare di produzione del vino Brunello di Montalcino, il Consorzio di Tutela rilascia le seguenti dichiarazioni: 1 - “rumors” secondo cui produttori di Montalcino avrebbero usato vini dal Sud Italia nel loro Brunello 2003: si tratta di un’accusa gravissima a cui stentiamo a credere e di cui peraltro il Consorzio non ha nessun riscontro di alcun genere; 2 - per quanto attiene alla purezza dei vigneti di Brunello, nel 2007, il Consorzio ha completato l’ispezione su oltre 1.667 ettari di vigneto iscritto. In queste ispezioni, iniziate nel 2004, sono state rilevate alcune non conformità che hanno interessato solamente 17 ettari, pari ad una percentuale dell’1% dei vigneti controllati”.
Pertanto “si può affermare che, a fine 2007, più del 99% dei vigneti iscritti all’Albo del Brunello di Montalcino, sono assolutamente rispondenti al disciplinare di produzione. E’ dichiarata intenzione del cda del Consorzio del Brunello di Montalcino, come è suo preciso compito e come ha sempre fatto, di tutelare i vini delle quattro denominazioni del territorio di Montalcino, sia con gli strumenti di controllo imposti dalla legislazione sia con quelli ancor più stringenti previsti dalle norme interne del Consorzio”.
Prendo atto di quanto il Consorzio dice ed è per forza di cose costretto a dire, recitando, come logica vuole, il ruolo del pompiere, perché sarebbe stravagante, se le cose stessero invece (come affermano le voci da me registrate) diversamente, che il direttore del Consorzio si mettesse ad attizzare il fuoco e a diffondere un’immagine preoccupante di come vanno le cose nel mondo del vino ilcinese.
E’ naturale e giusto che il Consorzio – che magari potrebbe solo sforzarsi di comunicare di più e meglio e con maggiore trasparenza, inviando le sue comunicazioni a tutti e non solo ad un interlocutore privilegiato, che non è di certo il depositario della verità o l’organo ufficiale della realtà consortile – parli in questo modo.
Meno comprensibile, invece, ma se si giudica la cosa da un altro punto di vista è comprensibilissimo, normale, ovvio, prevedibile, che qualcuno, come per un riflesso condizionato, si cali nel ruolo dell’avvocato d’ufficio del Consorzio e dei produttori di Montalcino (anche di quelli i cui vini si presentano diciamo così “stravaganti” nel colore nero come la pece, nei profumi merlotteggianti o echeggianti aromi mediterranei, nella difficoltà ad essere normalmente riconosciuti come vini base Sangiovese…?) e che non solo accolga senza eccepire, senza alcun dubbio o alcuna perplessità, con una sicurezza disarmante, la versione del Consorzio, ma dia prova di un giustificazionismo sorprendente.
Questo qualcuno, tanto per non fare nomi, è il Signor Daniele Cernilli, co-direttore in quota Gambero rosso della guida Vini d’Italia, il quale sul forum del sito del Gambero rosso, in questa discussione (vedi) è intervenuto con queste testuali parole: “
Facciamo un’ipotesi. Alcune aziende grandi, che hanno decine, se non centinaia di ettari nel quadrante sud-occidentale di Montalcino, hanno iscritto vigneti nel catasto del Brunello. Nel corso degli anni, per il mal dell’esca, per altre questioni, in tali vigneti sono stati messi a dimora vitigni diversi dal sangiovese, utilizzati non per il Brunello, ma per altri vini, che sono regolarmente in produzione. In altre vigne, magari di più recente impianto, invece, è stato messo del sangiovese, per recuperare dei quantitativi perduti. Quindi tutta la faccenda potrebbe essere semplicemente un problema di mancata corrispondenza fra il cartaceo e la realtà. Siccome dai controlli effettuati, a detta di Campatelli, non si sono riscontrate delle irregolarità in cantina, qui c’è solo un modo poco ortodosso di affrontare delle pratiche burocratiche. Un’irregolarità, certo, che va sicuramente sanzionata, ma non uno scandalo epocale come qualcuno, che peraltro non fa neanche un nome, perché sa bene che tutto si risolverà in una bolla di sapone e non vuole correre rischi, sta sostenendo con strepiti e schiamazzi. Ora, capisco la legittima curiosità, ma pensate davvero che sia giusto mettere alla gogna fin d’ora chi è semplicemente oggetto di un’indagine, creando danni difficilmente compensabili con successive smentite? Io non so bene chi è coinvolto, penso di aver capito, ma non voglio correre il rischio di fare nomi sbagliati. Quello che so l’ho letto in qualche blog, e i nomi precisi non c’erano”.
E’ solo colpa dei vivaisti un po’ sbadati, dei reinnesti, di produttori un po’ distratti e non sufficientemente attenti a quello che fanno, se in alcuni vigneti iscritti all’Albo del Brunello e destinati alla produzione di Brunello di Montalcino sono finiti, distrattamente, “vitigni diversi dal sangiovese, utilizzati non per il Brunello, ma per altri vini”, dice il solerte, comprensivo ed esperto uomo di mondo Robert Parker der Tufello, come l’avevo battezzato ai tempi di WineReport.
Ma quale intenzione di aggirare le leggi vigenti, ma quale intento di modificare artatamente, magari per renderli più appealing a qualche degustatore italiano ed estero e a qualche guida, il Brunello! Molto più semplicemente “un problema di mancata corrispondenza fra il cartaceo e la realtà, solo un modo poco ortodosso di affrontare delle pratiche burocratiche”!
Capisco benissimo l’intervento di Cernilli. Quando si premiano dei vini, magari anche dei vini “strani” da capire e riconoscere subito come Brunello di Montalcino, quando si hanno ottimi rapporti di collaborazione con grandi e piccole aziende per l’organizzazione di Roadshow itineranti per la presentazione all’estero dei vini e delle aziende che hanno ricevuto i canonici “tre bicchieri”, capire, giustificare, attenuare, sopire le polemiche, sostenere lo status quo e gli equilibri esistenti è di fondamentale importanza, è prassi normale e comprensibilissima.
Pur comprendendo questo, non posso che rifiutare e rimandare al mittente quanto Cernilli nella sua foga assolutoria scrive, quando parla di “
uno scandalo epocale come qualcuno, che peraltro non fa neanche un nome, perché sa bene che tutto si risolverà in una bolla di sapone e non vuole correre rischi, sta sostenendo con strepiti e schiamazzi”.
Io non sto mettendo alla gogna nessuno, e non ho fatto nomi, perché so benissimo che finché l’inchiesta è in corso e non è arrivata a delle conclusioni precise, a imputazioni chiaramente formulate e rinvii a giudizio, nonché ad eventuali condanne, fare nomi è impossibile. E non per pavidità, ma secondo buon senso e rispetto della legge.
Questo anche se qualche idea su quali possano essere alcune delle aziende coinvolte me la sono fatta e mi hanno aiutato a farmela le persone - serie - con cui ho parlato.
La grossa differenza, tra me e Cernilli, oltre al fatto che io non ho mai portato in palmo di mano Brunello “discussi” e dall’identità non proprio indiscutibile, e che quando assaggio il Brunello di Montalcino (nonché gli altri vini) riporto le mie impressioni senza guardare in faccia a nessuno (in passato ho criticato pesantemente i vini di Banfi e dell’ex presidente del Consorzio Fanti – leggete qui, mentre invece Cernilli – rileggetevi qui quanto scriveva nel 2004 - la pensava molto diversamente…) è che io non penso affatto e non spero, come lui, “che tutto si risolverà in una bolla di sapone”.
Sono invece persuaso - e faccio voti - che questa sia la volta buona, partendo dalle infrazioni riscontrate dal Consorzio nei vigneti di quattro produttori e proseguendo nei controlli che sono stati fatti e sono in corso (oggi a questo proposito ho ricevuto una mail che testualmente dice “sono un agente di commercio e rappresentato una delle aziende coinvolte… ci hanno chiesto di sospendere a tempo indeterminato le vendite del Brunello 2003…” e ho registrato quanto il presidente di Vinarius Francesco Bonfio ha commentato su questo blog, ovvero “che i primi effetti di tipo economico si stanno già verificando. Ho notizia da alcuni associati Vinarius che loro clienti esteri hanno bloccato i ritiri di Brunello di Montalcino fino a che non saranno di dominio pubblico i nomi delle aziende coinvolte”) per fare quella chiarezza, quella pulizia, quel chiarimento tra onesti e corretti e tra furbetti del vigneto e della cantina, di cui Montalcino ha assolutamente bisogno.
Questo ovviamente con tutto il garantismo possibile per le aziende, senza mettere nessuno alla gogna, ma senza accettare di farmi mettere la museruola o il silenziatore dai pompieri e dai giustificazionisti, più o meno interessati, di turno.
Perché io, per buona norma del Robert Parker der Tufello e del signor consorte della abile p.r. e organizzatrice del Roadshow itinerante dei tre bicchieri, non faccio “strepiti e schiamazzi”, ma semplicemente informazione, libera e indipendente. Piaccia o non piaccia a Cernilli e ai suoi amici.

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9 Marzo 2008

Berlusconi straccia il programma del PD: becera demagogia a un tanto al chilo

Anche se non ho la benché minima intenzione di fare il “salto della quaglia” e dare, io uomo di “destra”, seppure della mia destra sognata e immaginaria, non quella reale, il mio voto a sinistra, sono persuaso dell’assoluta opportunità della mia scelta di dire pubblicamente che questa volta il mio voto il “Cavalier ganassa” se lo può sognare (e credo anche quello di tanti altri italiani come me).
La progressione di questa campagna elettorale, il costante innalzamento dei toni, le uscite a piedi uniti o senza gusto, le costanti sbracature, le promesse fatte tanto per épater il suo elettorato, mi hanno convinto senza esitazioni della mia siderale lontananza, culturale, mentale, e umana, dalla formazione che oggi si fa chiamare “Popolo delle libertà”.
L’ultimo gesto, di ieri, quello di definire il programma del PD - leggi - (che, inutile dirlo, mi lascia totalmente indifferente) “solo carta straccia” e di farlo idealmente a pezzettini (vedi foto), per il l’entusiasmo sgangherato della sua claque e dei suoi reggicoda, è di una tale beceraggine, di una tale volgarità, di un simile qualunquismo da far inorridire non solo i suoi avversari, che dati gli autogol continui del cavaliere possono pensare ragionevolmente di recuperare e di rovesciare i pronostici, ma anche coloro che, pur non militando a sinistra, non possono tollerare simili metodi.
Fare a pezzi il programma della coalizione avversaria, alla totale faccia di quel gentleman’s agreement più volte sbandierato, dimostra un disprezzo del contendente politico, un disdegno delle regole più elementari del civile confronto democratico da far capire che razza di strano, anomalo e pericoloso uomo “politico” sia ormai Berlusconi. Come ha osservato bene Bertinotti animato da “un’idea violenta della politica di sopraffazione dell’altro». Badate bene e soppesate attentamente le mie parole, non perché sia un “fascista”, perché il fascismo è stata una pagina seria, complessa e controversa della storia d’Italia e degli italiani del Novecento (cosa che Fini, così impegnato a farsi accettare e omologare, non avrà più nemmeno il coraggio di riconoscere), ma perché é un tragicomico caudillo di stampo sudamericano, un demagogo da barzelletta, che usa tutte le tecniche pubblicitarie e del marketing (nelle quali è un maestro, come dimostra il successo delle sue televisioni commerciali) per imporsi e per compiacere i più bassi istinti del suo popolo.
Che è più qualunquista e becero di lui, più incattivito e felice di vedere innalzarsi i toni, e gode letteralmente per queste entrate in tackle scivolato, ma a piedi uniti, del suo campione e beniamino.
Della democrazia quest’uomo, sempre attentissimo, lo dimostrano i ben poco brillanti cinque anni del suo governo, a curare innanzitutto i propri interessi e quelli dei suoi famigli, ha un’idea del tutto speciale e la sua presenza alla testa di una coalizione che non potrà mai presentarsi come forza di destra moderna, rispettabile anche da parte degli avversari, rappresenta la grande, enorme, anomalia italiana (ce ne sono peraltro tantissime altre, che riguardano anche la sinistra), un elemento che azzera di fatto ogni serio progetto di dare all’Italia quella forza veramente conservatrice ma riformatrice, di destra, ma aperta al cambiamento e quando serve anche alla “rivoluzione”, di cui tanti cittadini come me anelano il manifestarsi.
E’ per questo dunque, e per tanti altri motivi, che l’uomo di Arcore, ne sono certo, fornirà a me e a tanti elettori potenziali (ma ormai in fuga o già persi) nel corso del mese che ci separa dal voto del 13 aprile, che confermo pubblicamente la mia decisione, che mi addolora, di non andare a votare e soprattutto di non dare il mio consenso al Popolo delle libertà (anche di insultare scioccamente gli avversari).
E’ una forma di impegno civile, un coming out che avverto come un impegno morale, e che rendo noto, da questo blog, esprimendo a cuore aperto quello che penso. Dicendo, come sempre, pane al pane e… vino al vino.

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