Come ho riferito ieri (qui) e come è stato riportato, in inglese, anche su VinoWire.com (leggi) ho correttamente riportato la posizione del direttore del Consorzio del Brunello di Montalcino, Stefano Campatelli, che ha cercato (e non avrebbe potuto fare altrimenti, visto il suo ruolo e visto il segreto d’ufficio cui è tenuto come persona informata dei fatti) di ridurre a dimensioni più contenute gli insistenti rumors provenienti dalla celeberrima località vinicola toscana sull’inchiesta che sarebbe a carico di un numero considerevole di aziende.
Così come ho dato, per primo (altri, pur sapendo, hanno preferito, per motivi vari, tacere e fare finta di niente) questa notizia, ho correttamente riportato quanto dichiaratomi telefonicamente ieri sera da Campatelli, anche se le mie fonti, persone degne di altrettanta fiducia e ben informate, ancora ieri mi confermavano l’ampia portata dell’inchiesta che avrebbe coinvolto non solo quattro aziende per “peccati” minori e di trascurabile importanza, ma un numero molto più ampio di soggetti indagati per reati di ben altra e ben più rilevante portata.
Campatelli mi aveva annunciato nella nostra telefonata una presa di posizione del Consorzio, ma al momento in cui scrivo non ho ricevuto alcuna comunicazione né ho trovato sul sito Internet del Consorzio (vedi) alcuna presa di posizione che fornisca una versione ufficiale su quanto sta accadendo.
Ho invece trovato, presentata quale “Fonte: Consorzio del Brunello di Montalcino” una presa di posizione riferibile al Consorzio su un sito Internet la cui redazione ha sede a Montalcino e che è notoriamente molto vicina al Consorzio.
In questo testo (che non si capisce perché non sia stato trasmesso al sottoscritto e ad altri giornalisti e perché non sia pubblicato, in bella mostra, sul sito del Consorzio), intitolato “Il Consorzio del Brunello spiega le sue ragioni, smentendo false voci… La nostra azione nel controllo dei produttori di Montalcino”, viene confermato quanto dichiaratomi ieri da Campatelli, ovvero che: “I controlli che vengono effettuati sono di vario tipo e riguardano sia i vigneti che i vini in corso di affinamento e l’imbottigliato. Quindi, con riferimento a notizie apparse negli ultimi giorni su siti web relative a presunte violazioni al disciplinare di produzione del vino Brunello di Montalcino, il Consorzio di Tutela rilascia le seguenti dichiarazioni: 1 - “rumors” secondo cui produttori di Montalcino avrebbero usato vini dal Sud Italia nel loro Brunello 2003: si tratta di un’accusa gravissima a cui stentiamo a credere e di cui peraltro il Consorzio non ha nessun riscontro di alcun genere; 2 - per quanto attiene alla purezza dei vigneti di Brunello, nel 2007, il Consorzio ha completato l’ispezione su oltre 1.667 ettari di vigneto iscritto. In queste ispezioni, iniziate nel 2004, sono state rilevate alcune non conformità che hanno interessato solamente 17 ettari, pari ad una percentuale dell’1% dei vigneti controllati”.
Pertanto “si può affermare che, a fine 2007, più del 99% dei vigneti iscritti all’Albo del Brunello di Montalcino, sono assolutamente rispondenti al disciplinare di produzione. E’ dichiarata intenzione del cda del Consorzio del Brunello di Montalcino, come è suo preciso compito e come ha sempre fatto, di tutelare i vini delle quattro denominazioni del territorio di Montalcino, sia con gli strumenti di controllo imposti dalla legislazione sia con quelli ancor più stringenti previsti dalle norme interne del Consorzio”.
Prendo atto di quanto il Consorzio dice ed è per forza di cose costretto a dire, recitando, come logica vuole, il ruolo del pompiere, perché sarebbe stravagante, se le cose stessero invece (come affermano le voci da me registrate) diversamente, che il direttore del Consorzio si mettesse ad attizzare il fuoco e a diffondere un’immagine preoccupante di come vanno le cose nel mondo del vino ilcinese.
E’ naturale e giusto che il Consorzio – che magari potrebbe solo sforzarsi di comunicare di più e meglio e con maggiore trasparenza, inviando le sue comunicazioni a tutti e non solo ad un interlocutore privilegiato, che non è di certo il depositario della verità o l’organo ufficiale della realtà consortile – parli in questo modo.
Meno comprensibile, invece, ma se si giudica la cosa da un altro punto di vista è comprensibilissimo, normale, ovvio, prevedibile, che qualcuno, come per un riflesso condizionato, si cali nel ruolo dell’avvocato d’ufficio del Consorzio e dei produttori di Montalcino (anche di quelli i cui vini si presentano diciamo così “stravaganti” nel colore nero come la pece, nei profumi merlotteggianti o echeggianti aromi mediterranei, nella difficoltà ad essere normalmente riconosciuti come vini base Sangiovese…?) e che non solo accolga senza eccepire, senza alcun dubbio o alcuna perplessità, con una sicurezza disarmante, la versione del Consorzio, ma dia prova di un giustificazionismo sorprendente.
Questo qualcuno, tanto per non fare nomi, è il Signor Daniele Cernilli, co-direttore in quota Gambero rosso della guida Vini d’Italia, il quale sul forum del sito del Gambero rosso, in questa discussione (vedi) è intervenuto con queste testuali parole: “Facciamo un’ipotesi. Alcune aziende grandi, che hanno decine, se non centinaia di ettari nel quadrante sud-occidentale di Montalcino, hanno iscritto vigneti nel catasto del Brunello. Nel corso degli anni, per il mal dell’esca, per altre questioni, in tali vigneti sono stati messi a dimora vitigni diversi dal sangiovese, utilizzati non per il Brunello, ma per altri vini, che sono regolarmente in produzione. In altre vigne, magari di più recente impianto, invece, è stato messo del sangiovese, per recuperare dei quantitativi perduti. Quindi tutta la faccenda potrebbe essere semplicemente un problema di mancata corrispondenza fra il cartaceo e la realtà. Siccome dai controlli effettuati, a detta di Campatelli, non si sono riscontrate delle irregolarità in cantina, qui c’è solo un modo poco ortodosso di affrontare delle pratiche burocratiche. Un’irregolarità, certo, che va sicuramente sanzionata, ma non uno scandalo epocale come qualcuno, che peraltro non fa neanche un nome, perché sa bene che tutto si risolverà in una bolla di sapone e non vuole correre rischi, sta sostenendo con strepiti e schiamazzi. Ora, capisco la legittima curiosità, ma pensate davvero che sia giusto mettere alla gogna fin d’ora chi è semplicemente oggetto di un’indagine, creando danni difficilmente compensabili con successive smentite? Io non so bene chi è coinvolto, penso di aver capito, ma non voglio correre il rischio di fare nomi sbagliati. Quello che so l’ho letto in qualche blog, e i nomi precisi non c’erano”.
E’ solo colpa dei vivaisti un po’ sbadati, dei reinnesti, di produttori un po’ distratti e non sufficientemente attenti a quello che fanno, se in alcuni vigneti iscritti all’Albo del Brunello e destinati alla produzione di Brunello di Montalcino sono finiti, distrattamente, “vitigni diversi dal sangiovese, utilizzati non per il Brunello, ma per altri vini”, dice il solerte, comprensivo ed esperto uomo di mondo Robert Parker der Tufello, come l’avevo battezzato ai tempi di WineReport.
Ma quale intenzione di aggirare le leggi vigenti, ma quale intento di modificare artatamente, magari per renderli più appealing a qualche degustatore italiano ed estero e a qualche guida, il Brunello! Molto più semplicemente “un problema di mancata corrispondenza fra il cartaceo e la realtà, solo un modo poco ortodosso di affrontare delle pratiche burocratiche”!
Capisco benissimo l’intervento di Cernilli. Quando si premiano dei vini, magari anche dei vini “strani” da capire e riconoscere subito come Brunello di Montalcino, quando si hanno ottimi rapporti di collaborazione con grandi e piccole aziende per l’organizzazione di Roadshow itineranti per la presentazione all’estero dei vini e delle aziende che hanno ricevuto i canonici “tre bicchieri”, capire, giustificare, attenuare, sopire le polemiche, sostenere lo status quo e gli equilibri esistenti è di fondamentale importanza, è prassi normale e comprensibilissima.
Pur comprendendo questo, non posso che rifiutare e rimandare al mittente quanto Cernilli nella sua foga assolutoria scrive, quando parla di “uno scandalo epocale come qualcuno, che peraltro non fa neanche un nome, perché sa bene che tutto si risolverà in una bolla di sapone e non vuole correre rischi, sta sostenendo con strepiti e schiamazzi”.
Io non sto mettendo alla gogna nessuno, e non ho fatto nomi, perché so benissimo che finché l’inchiesta è in corso e non è arrivata a delle conclusioni precise, a imputazioni chiaramente formulate e rinvii a giudizio, nonché ad eventuali condanne, fare nomi è impossibile. E non per pavidità, ma secondo buon senso e rispetto della legge.
Questo anche se qualche idea su quali possano essere alcune delle aziende coinvolte me la sono fatta e mi hanno aiutato a farmela le persone - serie - con cui ho parlato.
La grossa differenza, tra me e Cernilli, oltre al fatto che io non ho mai portato in palmo di mano Brunello “discussi” e dall’identità non proprio indiscutibile, e che quando assaggio il Brunello di Montalcino (nonché gli altri vini) riporto le mie impressioni senza guardare in faccia a nessuno (in passato ho criticato pesantemente i vini di Banfi e dell’ex presidente del Consorzio Fanti – leggete qui, mentre invece Cernilli – rileggetevi qui quanto scriveva nel 2004 - la pensava molto diversamente…) è che io non penso affatto e non spero, come lui, “che tutto si risolverà in una bolla di sapone”.
Sono invece persuaso - e faccio voti - che questa sia la volta buona, partendo dalle infrazioni riscontrate dal Consorzio nei vigneti di quattro produttori e proseguendo nei controlli che sono stati fatti e sono in corso (oggi a questo proposito ho ricevuto una mail che testualmente dice “sono un agente di commercio e rappresentato una delle aziende coinvolte… ci hanno chiesto di sospendere a tempo indeterminato le vendite del Brunello 2003…” e ho registrato quanto il presidente di Vinarius Francesco Bonfio ha commentato su questo blog, ovvero “che i primi effetti di tipo economico si stanno già verificando. Ho notizia da alcuni associati Vinarius che loro clienti esteri hanno bloccato i ritiri di Brunello di Montalcino fino a che non saranno di dominio pubblico i nomi delle aziende coinvolte”) per fare quella chiarezza, quella pulizia, quel chiarimento tra onesti e corretti e tra furbetti del vigneto e della cantina, di cui Montalcino ha assolutamente bisogno.
Questo ovviamente con tutto il garantismo possibile per le aziende, senza mettere nessuno alla gogna, ma senza accettare di farmi mettere la museruola o il silenziatore dai pompieri e dai giustificazionisti, più o meno interessati, di turno.
Perché io, per buona norma del Robert Parker der Tufello e del signor consorte della abile p.r. e organizzatrice del Roadshow itinerante dei tre bicchieri, non faccio “strepiti e schiamazzi”, ma semplicemente informazione, libera e indipendente. Piaccia o non piaccia a Cernilli e ai suoi amici.
Scritto da Franco Ziliani alle 0:43, in Indignazioni, Indiscrezioni
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