Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Indignazioni'

30 agosto 2010

Il Cirò è patrimonio di tutti gli amanti del vino, non dei mercanti o degli enologi

“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani. Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

Questa settimana non ho voglia di proporre un vino. Sarà il rientro, sarà per quel che sarà, sono un po’ arrabbiato. Un po’? Un po’ tanto…
La doc Cirò è una delle più antiche d’Italia e le origini vitivinicole di questa stupenda area della Calabria si perdono nella notte dei tempi, tanto che qualcuno sostiene che proprio da qui venisse il vino offerto ai vincitori della Olimpiadi. Quelle dell’antica Grecia, intendo.
Ma a parte queste balle suggestive, il punto è un altro. La maggioranza degli iscritti al Consorzio Vini Cirò (di cui, per inciso, non fa parte la più celebre e importante azienda produttrice locale) ha proposto è ottenuto la modifica al disciplinare: d’ora in avanti il Cirò potrà essere fatto anche con uve internazionali, oppure con il sangiovese o qualsiasi uva a bacca rossa purché autorizzata. Se non ci saranno opposizioni alla bieca decisione del Comitato Nazionale Vini entro il 12 settembre.
Sarebbe come dire che si può vendere come latte fresco anche quello con un’aggiunta di cioccolata o di caffè.
Nessuna legge vieta di lavorare a blend nei quali ci siano uve autoctone o internazionali, c’è la Igt Calabria nella quale si può fare tutto in tranquillità. Ma questo non basta agli enologi dalle troppe consulenze che non hanno il tempo di studiare bene come valorizzare il gaglioppo. Forse non lo sanno neanche fare.

uve Gaglioppo

E non basta a quelle aziende, a nostro giudizio folli, le quali inseguono modelli produttivi totalmente superati in Italia ormai da almeno cinque anni.
Vogliono, costoro, stravolgere il Cirò. Con la motivazione che molti lo fanno già e non lo dichiarano. Oppure che il Gaglioppo è uva da quattro soldi. L’Italia dei condoni? L’Italia dell’illegalità: dovrebbe essere il Consorzio ad intervenire, se ha notizie precise con nomi e cognomi.
Noi sappiamo di vini straordinari ottenuti da solo Gaglioppo. Ci vuole tempo, passione, attenzione. E poi, se davvero fosse così, perché quando fu scritta la doc gli stessi produttori vollero che l’unica uva usata fosse il Gaglioppo?
La nostra non è ripulsa ideologica conservatrice, ma vera è propria amarezza di fronte a tanta stupidità commerciale.
In un mondo globale in cui è importante distinguersi, specializzarsi, ritagliarsi nicchie di pregio artigianale, la via di uscita alla crisi individuata consiste nel mettersi a fare concorrenza alle multinazionali del vino capaci di arrivare sul mercato a prezzi ben più concorrenziali.

vigneti di Gaglioppo

Chiunque è libero di suicidarsi, ma non può costringere gli altri a farlo. Ritengo che il Cirò appartenga a tutta l’Italia vitivinicola. Il Cirò è anche mio, deve essere dei giovani e delle future generazioni. Non abbiamo bisogno di altri vini-mostri, ma di vini espressione di territori ricchi di tradizioni non inventate dagli uffici marketing.
E non mi interessa se con il Gaglioppo non si può fare il vino più buono del mondo. A me basta che sia unico.
Luciano Pignataro

Questo articolo viene pubblicato contemporaneamente su http://www.winesurf.it/
http://www.lucianopignataro.it/

http://vinoalvino.org/

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17 giugno 2010

Clamoroso al Corriere Vinicolo: Nicolò Regazzoni, direttore da soli sei mesi, si è dimesso

Ma cosa diavolo succede all’Unione Italiana Vini, di quale male oscuro soffre la più importante delle organizzazioni del vino italiano, l’associazione che raggruppa i più grandi (per dimensioni) produttori italiani?
Di quale “sortilegio” é caduta preda, se a soli sei mesi dalla vergognosa cacciata dell’ex direttore Marco Mancini, licenziato in tronco, dopo tanti anni di onorato e assolutamente professionale servizio, senza dargli nemmeno la possibilità di un editoriale di congedo, il settimanale della U.I.V., il Corriere Vinicolo, si trova costretto a doversi inventare un nuovo direttore?
Succede difatti che solo dopo un semestre di direzione, immagino piuttosto “faticosa”, il nuovo direttore Nicolò Regazzoni, abbia deciso, con un editoriale pubblicato sul numero pubblicato oggi, di rassegnare le dimissioni.
In altre parole di andarsene, di sottrarsi ad un compito che, evidentemente, i Grandi Capi dell’Unione e le Grandi Aziende del Vino Italiano, non gli consentivano di svolgere come avrebbe voluto. Dirigendo un giornale, non un house organ dove qualcuno, anche se poi affida la direzione ad un giornalista, vorrebbe fare il bello ed il cattivo tempo, non solo dettare la linea editoriale, ma magari decidere cosa scrivere e cosa non scrivere, cosa pubblicare, a quali notizie dare priorità e quali ignorare.
Partito Regazzoni, che non penso proprio vorrà continuare a collaborare al C.V., (scelta di grande dignità e di grande difficoltà, con la brutta aria che tira nei giornali), si punterà su un nuovo direttore più duttile, più disponibile ad adeguarsi alla situazione, a farsi guidare, oppure i responsabili dell’Unione, il suo potente direttore, si assumeranno direttamente l’onere della direzione?
Ed i vari collaboratori storici del Corriere Vinicolo, quelle pallide figure che non mossero un dito e non dissero una parola quando Mancini fu licenziato (pur dovendogli molto), staranno zitti anche questa volta o troveranno il coraggio di esprimere quantomeno il loro sconcerto, la loro preoccupazione, per quello che accade in quello che un tempo fu un bel settimanale libero e indipendente?
Una cosa è certa: il profondo malessere, la crisi del mondo del vino italiano, il degradarsi progressivo di un corretto rapporto tra chi il vino produce e chi sul vino fa informazione, un’informazione che si vorrebbe, sempre più, imbavagliata, obbediente, asservita agli interessi (di bottega) dei padroni.

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19 maggio 2010

A Montalcino è il vecchio che avanza. Facciano pure: io mi occuperò d’altro

Ho affettuosamente sperato, come tanti lettori, come tanti appassionati del più grande vino base Sangiovese del mondo, che a Montalcino volessero voltare pagina, cambiare registro, volare alto.
Ho sperato che capissero di essere al centro delle attenzioni di tutto il mondo e che quindi fosse indispensabile dare un segno forte di rottura e discontinuità con il passato.
Con tutto quello che ha portato allo scandalo del Brunello, e poi, dopo, a due anni di grosse difficoltà, con una gestione del Consorzio ingessata, inadeguata, incapace di fare quel salto avanti necessario per provare ad uscire dall’impasse.
Però, dopo il voto di ieri e l’elezione dei rappresentanti del nuovo Consiglio di amministrazione, (elenco che potete leggere qui) pieno di personaggi sui quali preferisco non pronunciarmi, ma le cui storie, i cui background, le cui vicende sono sotto gli occhi di tutti e che salvo rarissime eccezioni trovo assolutamente fuori luogo e rappresentanti di un vecchio, non solo anagrafico, ma soprattutto di idee, di sistemi, di interessi, che costituisce un segno preoccupante, desolante, polveroso di conservazione dello status quo, ho preso, con assoluta determinazione, una semplice decisione.
Ho deciso di non entrare nemmeno nel merito delle battaglie che penso chi crede ancora nel Brunello e in Montalcino come un vino e un luogo di alta qualità, anche morale, dovrà faticosamente sostenere e condurre, non suggerire soluzioni, tipo arrivare alla determinazione che ci possa essere vita e luogo d’azione al di fuori di questo Consorzio, e non spendere nemmeno tante parole di biasimo.
Perché se a Montalcino i produttori si sono scelti questi nuovi rappresentanti vuol dire che a loro e al sistema di cui fanno parte vanno bene, e quindi diventa arrogante e vano pensare di fare loro la morale e dire che hanno votato male. E vuol dire che i produttori si sono fatti condizionare da considerazioni, anche di ordine economico, che non dovevano entrare in gioco.
Come cronista del vino ho dedicato dal marzo 2008 ad oggi tante energie, tanta passione, tanto entusiasmo a Montalcino – e sono fiero di averlo fatto – e mi sono illuso che le cose potessero cambiare.
Siccome non cambiano, non cambieranno e la cosa mi ferisce e mi amareggia nel profondo, allora visto che di vino, buono, è piena l’Italia ho deciso – e so che questa decisione farà la felicità di diverse persone e forse dispiacerà a qualcuno – di smettere di occuparmi dello psicodramma ilcinese, delle vicende del Consorzio, delle sabbie mobili nelle quali i produttori mostrano di voler sprofondare con una sorta di perversa libido, con una cupio dissolvi, più che una “allegria di naufragi”.
Vogliono il cavalier Ezio Rivella, l’uomo che ha sempre faticosamente tollerato e mal sopportato l’identificazione Sangiovese-Brunello, come presidente del Consorzio, vogliono un Consiglio di amministrazione come questo?
Bene, che allora quelle vicende siano “cosa loro”, perché smettono di essere cosa mia.
Magari mi capiterà ancora di scrivere di vini prodotti a Montalcino, soprattutto di quei produttori che restano dei galantuomini vittime di questa mota e che non meritano di essere dimenticati.
Ma saranno episodi, perché se anche non inviterò i lettori – e ne sono fortemente tentato – ad ignorare o altra espressione più forte, “boicottare” i vini di Montalcino, di questa gabbia di matti mi sono francamente rotto i corbelli. Mi procura solo nausea, pena, disgusto.
Meglio volare più alto e parlare di zone che meritano davvero l’interesse dei veri appassionati del vino, di un mercato che – se ne accorgeranno prima o poi anche a Montalcino – composto da persone che non meritano di essere prese in giro…

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24 aprile 2010

Cose da pazzi: un sindacalista nuovo Assessore all’Agricoltura della Regione Toscana

E questo la chiamano “nuova politica”?
Oh grulli, siete tanto ingenui e bietoloni da pensare ancora che per esercitare una carica, ad esempio quella di Assessore all’Agricoltura, sia necessario conoscere la materia, magari essere viticoltori, agricoltori, allevatori di mucche, produttori di latte, apicoltori?
Bischeri che non siete altro, ‘un conoscete il “dolce” stil novo toscano, la nuova via inaugurata dalla nuova Giunta della Regione Toscana presieduta dal governatore Enrico Rossi, la cui squadra è stata presentata ieri.
Come potete leggere qui, per occuparsi di agricoltura in una regione, quella toscana, dove l’agricoltura (e la viticoltura) hanno una grandissima importanza, non serve avere competenze specifiche in materia. Niente affatto.
Basta solamente, come dimostrano il curriculum, la storia, la provenienza del neo eletto assessore all’agricoltura, Gianni Salvadori (nulla di personale nei suoi confronti), avere ricoperto, dal 2005 al 2010, la carica di Assessore regionale alle politiche sociali e allo sport, vantare una lunga carriera di sindacalista, coronata nel 2001 dalla nomina a segretario generale della Unione Sindacale Regionale Cisl della Toscana, essere stato dal 1985 al 1998 vice presidente della Cassa edile di Firenze e dal 1990 al 1993 della Cassa edile di Roma.
E poi essersi “impegnato fin dagli anni dell’adolescenza nel circolo parrocchiale di Molino del Piano”, fin da giovane dimostrare “grande sensibilità per le attività svolte dal movimento cattolico toscano” nonché aver “praticato negli anni dell’adolescenza” la pallavolo.
D’accordo, il neo assessore regionale all’agricoltura è nato in terra di vino, a Pontassieve, ma come diavolo si fa a parlare di rinnovamento della politica, quando invece, come se fossimo ancora nella Toscana rossa del dopoguerra, per scegliere chi si occuperà di un fenomeno complesso (nonché pieno di problemi) come il vino toscano, si seguono ancora, pedissequamente, le vecchie logiche che prescrivono che non si muova foglia (e che non si facciano nomina) senza che il partito (e il sindacato) non voglia?
Cari cittadini della terra di Dante, Giotto e Michelangelo (ma anche di Benigni, Montanelli e Gino Bartali) siete, come me, indignati e volete reagire in qualche modo a questo modo di fare polveroso e antico?
Bene, allora scrivete (sono indirizzi pubblici) all’ufficio relazioni pubbliche della Regione Toscana – qui – e al portavoce del Presidente Rossi – qui. Non servirà a niente, ma perché rinunciare a farsi sentire?

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20 aprile 2010

E l’Unione Italiana Vini eliminò anche Enotria

Non guardano in faccia a nessuno e non si fermano davanti a niente all’Unione Italiana Vini nella loro operazione rinnovamento a tutti i costi inaugurata alla fine del 2009.
Dopo avere licenziato in tronco, senza nessun valido motivo, il direttore (da tanti anni) del Corriere Vinicolo Marco Mancini e avere inaugurato l’inedita, “signorile” prassi, di non concedere al direttore che se ne va (cosa che viene regolarmente fatta, tra persone civili) il beau geste del saluto di commiato ai lettori (in verità nemmeno il nuovo direttore ha salutato il suo precedecessore: che classe!), all’Unione Italiana Vini, sotto la direzione di Francesco Pavanello e con la presidenza di Andrea Sartori hanno deciso di farsi notare con un’altra bella “pensata”.
Ricordate Enotria, l’utilissimo annuario di approfondimento dei temi e delle problematiche del mondo del vino che ogni anno veniva realizzato dalla squadra dei collaboratori del C.V. e presentato in occasione del Vinitaly, annuario che aveva raccolto l’eredità gloriosa della storica testata creata nel 1927 da Arturo Marescalchi, come si legge qui “Rivista dell’industria e del commercio del vino in Italia poi Rivista letteraria dell’attività vitivinicola italiana poi Rivista letteraria vinicola d’Italia poi Rivista vinicola d’Italia”, per decenni organo ufficiale dell’Unione italiana vini con un taglio più spiccatamente letterario che economico?Ricordate come questo speciale, che si richiamava alle origini avendo come “scopo la difesa del vino e delle attività ad esso connesse, perché secondo Arturo Marescalchi, fondatore e direttore per lungo tempo della testata, troppi ancora confondono i danni dell’alcolismo con quelli dell’uso normale di questa bevanda e troppi ancora sono i pregiudizi nei confronti dei commercianti sospettati di alterare questo prodotto” fosse estremamente interessante contenendo lunghi dossier e approfondimenti che il taglio svelto del settimanale, il Corriere Vinicolo, non poteva consentire?
Bene, si fa per dire, scordatevi Enotria (ma anche quel C.V.) perché l’illuminata, pragmatica gestione della U.I.V., appannaggio di personaggi niente parole e tutti fatti, gente che probabilmente l’unico concetto di cultura che apprezza è quello del business, nonostante Enotria fosse una pubblicazione in attivo, che ripagava i propri costi grazie alla pubblicità che ospitava, l’ha eliminata.
Rami secchi, roba che non rende, da togliersi di torno, come i direttori non sufficientemente proni ai desiderata dei padroni, che poi hanno la spudoratezza di parlare di eticità della produzione e di altre amenità.
Il taglio di Enotria, la sua eliminazione senza esitazioni, come una cosa inutile e improduttiva, del resto è solo l’ennesima conferma di un modo di pensare e di agire dei grandi industriali del vino italiano che non solo sgomenta, dimostrando il deficit di cultura e le logiche spietate di questi personaggi, ma preoccupa pensando che il futuro del vino italiano e le sue strategie saranno ancora loro a determinarle…

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23 marzo 2010

Giù le mani dalla Conca d’oro di Seggiano! Un mega hotel di fronte al Castello di Potentino?

Cari lettori di Vino al Vino conoscete già quel bellissimo vino (di cui per inciso credo di essere stato tra i primi a scrivere, nel lontano 2003, qui) che è il Sacromonte, oggi Montecucco rosso Doc, ieri Toscana Igt, del Castello di Potentino di quell’autentica forza della natura che è la mia amica inglese, discendente di Graham Greene, Charlotte Horton?
Lo considerate, come me, come Fernando Pardini – leggete qui – come l’eno-astrofisico Enzo Zappalà – leggete qui – come tanti altri wine writer inglesi, primo tra tutti Nicolas Belfrage un eccellente vin de terroir, un Sangiovese di collina se non di montagna, espressione di un territorio speciale e incontaminato come quello della Conca D’Oro?
Mi riferisco alla bellissima e incontaminata vallata posta tra gli abitati di Seggiano e Montegiovi (frazione del comune di Castel del Piano) posta ai piedi del massiccio del Monte Amiata, posta in provincia di Grosseto, ma poco distante, basta una mezz’ora di strada dall’abbazia di Sant’Antimo simbolo del comune di Montalcino.
Avete mai avuto occasione di visitare queto posto bellissimo, privo di costruzioni moderne, rimasto pressoché intatto nei secoli, caratterizzato da oliveti (Seggiano è celebre per la sua cultivar di Olivastra e per il suo pregiato olio Dop), vigneti, alberi da frutta, orti e soprattutto boschi di castagni e ne siete rimasti affascinati?
Bene, si fa per dire, allora sappiate che forse presto questo blog vi dovrà chiedere di far sentire, nei modi che vi indicherò al momento, il vostro attaccamento a questo vino e a questo posto, che vede come centro focale il Castello di Potentino, perché la sacralità e la pace di questo posto nonché lo straordinario lavoro fatto da Charlotte Horton non solo come vignaiola, ma come punto di riferimento di un restauro che ha restituito il Castello al mondo e alla comunità seggianese, rendendolo centro di iniziative culturali e metà di artisti e giovani provenienti un po’ da tutto il mondo sono oggi messi seriamente in pericolo.

C’è difatti chi, in un posto così stupendo, che potete ammirare sul sito Internet dell’azienda, qui, oppure in quest’altro, che mostra una serie di bellissimo foto del posto e della zona circostante, o ancora in quest’ultimo, che propone un percorso escursionistico che dalla poco distante Seggiano porta al Castello, eden incontaminato tutto boschi e vigneti, ha l’ardire di pensare (esiste un progetto presentato al Comune di Seggiano), ad una cementificazione della zona, con la costruzione di un mega hotel (una sorta di resort come quello che ha rovinato il paesaggio nella terra del Barolo a Serralunga d’Alba – leggete qui) che sconvolgerebbe l’equilibrio di questo posto unico.
Perché, come ha dichiarato Charlotte Horton e come ho sottolineato in questo articolo pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S.,  non può sfuggire a nessuno che strutture alberghiere e stradali con il loro inevitabile impatto ambientale dell’infrastruttura sarebbero la rovina di questa particolare rarità paesaggistica, architettonica e storica.
E si rende dunque necessario ergersi, da subito, a difesa, di una terra e di una storia conservata come quella della Conca D’Oro, cosi difficile a trovare, dal valore enorme anche per il futuro.
Perché dunque distruggere la preziosa risorsa di questa unica campagna, con uno sfruttamento edilizio che produrrà l’effetto contrario al cosiddetto sviluppo turistico ed economico e porterà alla degradazione di un tesoro del patrimonio, alla solita omogeneizzazione e urbanizzazione del territorio rurale?
Non è meglio pensare, se si deve intervenire con un insediamento in questo ambiente speciale, pensare ad uno sviluppo e ad un turismo idoneo ed ecologicamente sostenibile non solo a parole?
Per fare questo Charlotte, che è una donna combattiva cui non mancano le energie e le idee ha pensato di organizzare sabato 3 aprile alle 16 presso il Castello di Potentino un dibattito pubblico cui sono stati caldamente invitati ad intervenire il Sindaco di Seggiano, tutti i residenti e abitanti della zona e tutte le persone interessate alla tutela responsabile del patrimonio storico e ambientale, per confrontarsi civilmente e studiare come salvaguardare il fascino unico e la bellezza antica e incontaminata di questa zona e preservare la Conca d’Oro dall’ennesima colata di cemento.
Per informazioni su questa iniziativa, che merita il più solidale appoggio da parte non solo degli appassionati di questo piccolo grande vino ma di chiunque abbia un minimo di sensibilità ambientale e di amore per il territorio toscano, rivolgersi a Charlotte Horton: telefono 3482881638 e-mail.

Una cosa é certa:  discutere e confrontarsi ora, apertamente e civilmente, è la cosa migliore e più ragionevole per evitare, dopo, danni irreparabili.

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16 febbraio 2010

Patetiche ritorsioni: niente più Corriere Vinicolo in abbonamento, così imparo a criticare…


Volete ridere, volete sapere cosa mi è successo dopo che qui e poi ancora qui avevo denunciato il modo brutale con il quale l’Unione Italiana Vini, editrice de Il Corriere Vinicolo, aveva licenziato in tronco il direttore Marco Mancini e nemmeno concesso un editoriale di saluto, dopo quasi vent’anni di direzione, sul primo numero del 2010?
Provate ad immaginare quale ritorsione da bambini dell’asilo, “sei stato cattivo, allora non gioco più con te!”, abbiamo deciso nei miei confronti? Elementare Watson, hanno pensato bene, loro ed il nuovo direttore, quello che ha si è conformato senza battere ciglio all’ukase padronale di non dover citare Mancini nel primo articolo firmato, come se nulla fosse accaduto, di eliminare il mio nome tra quello dei giornalisti (ed io sono stato collaboratore del C.V., con Mancini direttore, per oltre 15 anni, fino a che per quanto avevo scritto sul caso Brunello che aveva coinvolto qualcuno delli capi, ero stato messo al bando) cui veniva inviato in abbonamento il giornale.
Niente più Corriere Vinicolo per me – a meno che mi abboni versando i 175 euro della quota di abbonamento: ma sarebbero soldi spesi bene? – (e nemmeno per l’ex direttore, che non lo riceve più a sua volta) così imparo a ricordare come si sono comportati, in maniera irriconoscente e maleducata, con la brutalità e l’assenza di scrupoli da padroni di fine Ottocento, nei confronti di un loro ex dipendente.
Colpevole solo di avere la schiena diritta, di ragionare con la propria testa, di voler continuare a confezionare e dirigere un giornale vero, non un house organ, non un bollettino che rispecchi le idee di un mondo del vino dove gli industriali, le aziende da grossi numeri, quelle che poi pretenderebbero di produrre secondo un’etica del lavoro, vorrebbero fare il bello ed il cattivo tempo, sbarazzarsi di regole e disciplinari, e produrre come più loro conviene…
Non leggerò più, ne scriverò più sul Corriere Vinicolo, ma quale piacere immenso non dover aver più a che fare con personaggi del genere, i cui vini tendo già ad ignorare!

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1 febbraio 2010

Due bicchieri di Barolo al giorno fanno bene: ma vaglielo a dire ai pasdaran dell’etilometro!

Da barolista convinto, anzi “barolodipendente” come mi definisco, l’avevo sempre detto che due bicchieri di Barolo al giorno levano il medico di torno!
Però ieri, dopo aver letto sul sito Internet News Food, la sintesi dei risultati cui è arrivata una ricerca italiana pubblicata nell’edizione online dell’American Journal of Hypertension, (potete leggere qui la sintesi, per la lettura dell’intero articolo occorre essere abbonati), non posso che essere felice e tenace nel mio amore, visto che lo studio conferma quello che, a pelle, e data la passione che provo per questo vino sommo, ho sempre pensato, ovvero che due bicchieri di Barolo al giorno fanno un gran bene…
News food riferisce, qui, un dettaglio ancora più rassicurante, che conforta quelle che sono le mie antiche convinzioni, ovvero che non solo il Barolo, ma il Barolo invecchiato in botti tradizionali, più che il Barolo affinato, à la nouvelle vague, in barrique, “è il miglior amico dei vasi sanguigni”, perché “l’alleanza con il legno di quercia arricchisce infatti il vino rosso di sostanze efficaci nel dilatare i piccoli vasi sanguigni e, quindi, nel combattere l’ipertensione”.
L’analisi è stata condotta su “Barolo maturato in barrique, Barolo maturato in botti grandi, rosso maturato in botti di acciaio e bianco maturato in botti di acciaio. Per ognuno di essi gli effetti sui minuscoli vasi sanguigni della cute sono stati osservati con una tecnica chiamata micromiografia a fili e utilizzata solo in altri quattro centri di ricerca nel mondo”.
Dallo studio emergerebbe che “il legno di quercia delle botti rilasci nel vino sostanze antiossidanti, come quercetina e tannino, che si aggiungono agli altri antiossidanti già presenti nel vino rosso”, come spiega “uno degli autori della ricerca, Damiano Rizzoni, responsabile del Laboratorio di biologia vascolare dell’Università di Brescia”.
Il quale, Rizzoni, sostiene inoltre che “Il prossimo passo – aggiunge – sarà identificare tutte le sostanze protettive, isolarle e produrle” in vista di future terapie anti-ipertensione. Nel frattempo si può ricorrere al vino rosso, ma sapendo che per ottenerne i benefici bisogna limitarsi a due bicchieri al giorno”.


Tutto giustissimo, tutto vero, resta il fatto che anche attenendosi alla “modica quantità” di due bicchieri al giorno, che fanno bene alla salute e riducono il rischio di infarti, di ipertensione, di colesterolo, ecc. ecc. si rischia, però, di apparire ugualmente come degli alcolizzati, come dei nemici della società, quando si incappi in uno di quei severissimi, troppo severi e di una severità indiscriminata, controlli stradali, fatti a suon di etilometro, dove, anche avendo bevuto solo due bicchieri di vino si rischia, perché magari lo strumento non è tarato bene, di essere trovati con un valore di sicurezza dello 0,5 g/l ma anche solo dello 0,6 di concentrazione alcoolemica.
Queste notizie sul rapporto, sempre più chiaro e indiscutibile tra consumo moderato di vino e salute sono confortanti, ma vaglielo a dire ai controlli iperciliosi della sicurezza stradale che con uno 0,1 g/l in eccesso ti trasformano in un alcolista pericoloso cui non solo ritirare la patente ma sottoporre a ripetute analisi e ad un colloquio con lo psicologo!
Credo che di fronte a questa spada di Damocle (sabato sarebbe bastato schierare un folto gruppo di poliziotti davanti al Vinitaly per sanzionare tutti coloro che, come me avevano partecipato all’Anteprima dell’Amarone 2006 degustando (e regolarmente sputando) 60 e più vini) sia giusta e sacrosanta l’azione di gruppi che si stanno facendo sentire e che contestano apertamente la validità di questi controlli, il valore oggettivo del riscontro che l’etilometro utilizzato può dare.
Segnalo, per chi è attivo su Facebook il gruppo significativamente intitolato “E basta con ‘st’etilometro: dimostrami che non sono in grado di guidare!” animato da Enzo Zappalà e Rino Varaldo, mentre molti altri gruppi spontanei, della “società civile” stanno facendo pressione sui politici più responsabili e meno populisti (la tolleranza zero nei controlli stradali porta voti…) perché la legislazione venga rivista e si ponga limite a questa autentica caccia alle streghe che porta soldi alle casse dissanguate dei Comuni.
Perché due bicchieri di Barolo al giorno fanno bene, ma bisognerebbe che qualcuno lo dicesse a chi i responsi dell’etilometro li considera come un’ordalia o il “giudizio di Dio”!…

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20 gennaio 2010

Raspelli definisce “bellezza architettonica” il Boscareto resort di Serralunga”: urge visita dall’oculista!

Urge un nuovo paio d’occhiali, più potenti ed efficienti di quelli con tanto di montatura rossa che porta e ostenta vezzosamente, per l’ex “Savonarola della buona tavola”, al secolo Edoardo Raspelli.
Compiuti (lo scorso giugno) i 60 anni è normale che non ci si veda più tanto bene e che si renda necessario, oltre che un drastico intervento di dimagrimento (magari disinvoltamente trasformato in un “gastro-reality”), anche un passaggio dall’oculista e poi dall’ottico, per evitare di prendere fischi per fiaschi, per vedere bene e riconoscere con sicurezza le cose cui ci si trova davanti.
Credo abbia seri problemi di vista Raspelli, diversamente, in questo articolo pubblicato nei giorni scorsi sulla Stampa (leggibile qui, sul sito Internet del quotidiano torinese) non avrebbe fatto il clamoroso errore di scambiare quello che alcuni sono arrivati a definire un “ecomostro”, quello che vedete in queste fotografie e di cui abbiamo – qui – lungamente discusso, per “un sogno di straordinaria modernissima affascinante bellezza architettonica”, come lo definisce.

Scrivendo difatti del super discusso Boscareto Resort & SPA di Serralunga d’Alba, proprietà della potente famiglia Dogliani, proprietaria, tra l’altro, dell’azienda vinicola Beni di Batasiolo, leggete difatti quale idilliaca e fantasiosa descrizione, vera licenza “d’artista”, della costruzione e del loco ci regala, evidentemente “cecato”, il sempre più rotondo Raspelli: “Salite da Alba di pochi chilometri, inanellate 15 chilometri in altrettanti minuti e sarete in un Nirvana per ogni stagione.
La vecchia grande panoramica cascina ha lasciato il posto, sulla cima del colle, prima di Serralunga d’Alba, lungo la strada che porta a Roddino, a questa grossa costruzione che è un sogno di straordinaria modernissima affascinante bellezza architettonica”-
E ancora: “le dimensioni, non piccole, sono state acquattate nel verde di centinaia di alberi qui trapiantati già avanti con gli anni, a dare fascino e ad attutirne l’impatto. Il Piemonte, la Langa in particolare, ha finalmente una nuova grande struttura, un ambiente ultramoderno, vera e propria cittadella auto-sufficiente ma, contemporaneamente, quante altre mai legate al territorio, a cominciare dai creatori della struttura, la famiglia Dogliani dei Beni di Batasiolo.

Dallo Chardonnay, al Barolo ed ora a questo Boscareto Resort & SPA che allinea: un centro benessere con un’affascinante piscina, un bar dai tavoli ben distanti e dal servizio accattivante e perfetto come in tutti i reparti, una vineria, un albergo da sogno spaziale multicolore di una quarantina tra stanze e suite e un ristorante aperto da pochi mesi ma già importante”.
Nessun accenno al fatto che quella immensa colata di cemento, vetro e ferro, abbia letteralmente “violentato” il sacro paesaggio delle vigne di Nebbiolo da Barolo di Serralunga d’Alba, piuttosto una decisamente fantasiosa descrizione – che conferma che Raspelli non vede decisamente bene – di “centinaia di alberi qui trapiantati già avanti con gli anni”, che a suo dire darebbero “fascino” sino “ad attutire l’impatto” ambientale. Per la serie, quando la fantasia sale al potere…
Che dire dunque a Raspelli se non di correre urgentemente dall’oculista, di farsi un bel nuovo paio di occhiali spessi, di mettersi, se necessario, le lenti a contatto?
Se ascolterà questo consiglio, sono sicuro che una volta trovandosi a passare da Serralunga d’Alba e giungendo di fronte al Boscareto resort, capirà di avere clamorosamente sbagliato, di avere preso fischi per fiaschi, e intellettualmente onesto come dice di essere, e come sicuramente è, proporrà alla Stampa di pubblicare un’errata corrige.
Poche semplici righe, solo per chiedere scusa ai lettori per aver descritto il Boscareto resort – in fondo non ci vedeva bene… – in maniera molto diversa da com’è realmente e da come la vedono tante persone come me…

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4 novembre 2009

Threatened voices: per la libertà di critica contro ogni tipo di imbavagliamento

Lo premetto subito, prima che qualche imbecille (il mondo ne è pieno purtroppo e ce ne sono anche tra i visitatori dei vari blog…) mi accusi di essermi montato la testa e di essere preda di qualche egocentrismo di troppo. Sono perfettamente consapevole che c’è rischio e rischio e al massimo nel mio caso provano a mettermi, con sistemi vari, il bavaglio o la museruola ed il guinzaglio di cui si sono già dotati, per libera scelta, molti colleghi giornalisti, e non pensano certo di andare oltre.
Eppure, leggendo questo articolo pubblicato sull’edizione on line della Stampa di oggi – vedete qui – dedicato ai blogger che in vari Paesi “fanno sentire la loro voce, denunciando violazioni e abusi” e al sito Internet lanciato da Global Voices Advocacy, intitolato Threatened Voices, che vuole fornire una mappa interattiva (vedete qui) che ricostruisce la storia dei blogger a rischio in tutto il mondo, vittime del fenomeno della suppression of online free speech, ovvero della soppressione della libertà di parola in Rete, ho pensato ai tanti modi di condizionare la libertà di stampa.
Quelli violenti, che portano all’arresto, alla discriminazione, alla vera e propria violenza nei confronti di chi scrive cose che il Potere non gradisce vengano scritte e ricordate.
E quelli soft, non meno insidiosi, intolleranti, ma egualmente totalitari nel profondo, antidemocratici, intimidatori, di chi pensa di ricorrere ai guardiani delle leggi, agli esecutori e burocrati del diritto, per provare ad imbavagliare, mettere la museruola, e ridurre al silenzio (altrimenti ti si denuncia e parte l’accusa di “diffamazione”) gli anticonformisti.
Quelli che ricordano le verità evidenti, le inconfessabili verità, le trame, le furbizie, i sotterfugi cui ricorrono i potenti. Quelli che pensano di poter fare tutto, di essere al di sopra delle leggi, per il semplice fatto di essere ricchi, potenti, famosi. O di costituire un simbolo (di che cosa non si sa bene…) delle zone in cui operano.
Beh, a costo di finire (idealmente) su questa mappa delle voci soffocate, io la museruola ed il bavaglio non me li farò mettere di certo…

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