Vino al vino

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1 novembre 2011

Piero Antinori riapre ancora alle altre varietà nel Rosso di Montalcino: diciamogli di smetterla!

Bisogna che qualcuno glielo dica, a chiare lettere, se necessario anche a muso duro, a certi personaggi del mondo del vino italiano che anche se sono nobili e discendenti di antiche dinastie, se pure sono ricchi e potenti e alla testa di alcune delle più note Grandi Aziende del Vino Italiano, se lo devono togliere dalla testa, una volta per tutte, di pensare di essere i Padroni del Vino Italiano. E di voler costringere gli altri a fare quello che fa comodo loro.
Che nel vino, anche a loro danno tanto fastidio e rompono i corbelli e vorrebbero tanto liberarsene, ci sono delle regole. Che vanno rispettate, anche se il ricco, nobile e potente si chiama Marchese Piero Antinori. Tanto per fare nomi e cognomi.
Adesso questi personaggi stanno esagerando. Ora ci hanno veramente stancato. E vanno indicati all’attenzione dei veri appassionati di vino, cosa che loro non sono, perché sono solo degli abili commercianti, dei venditori di marchi e di etichette, come persone che non sostengono la causa del vino italiano, che rischiano di danneggiarla.
Questo perché gli appassionati di vino di fronte a certe etichette compiano una scelta libera e democratica e sappiano cosa acquistare e cosa invece evitare.
Ricordate la vicenda, che questo blog ha raccontato in tutte le sue sfumature, minuto per minuto, del tentato cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino Doc, del tentativo di cabernet-merlotizzare, supertuscanizzare, santantimizzare questa altra grande espressione del Sangiovese in purezza (parola che al Marchese sicuramene non garberà molto) di Montalcino?
Per ricordarvela, nel caso ve la siate scordata, leggete qui: con una schiacciante maggioranza i produttori di Montalcino hanno BOCCIATO (do you understand Marchese Antinori? BOCCIATO) la proposta di cambiare il disciplinare, di varare un Rosso a doppia o tripla identità.
Questo dopo polemiche di ogni tipo, dopo prese di posizione, (trovate tutto su Vino al vino basta digitare nel motore di ricerca interno che trovate in home page Rosso di Montalcino), dopo l’appello a difesa del Rosso lanciato dal grande wine writer e sommo esperto di vini italiani Nicolas Belfrage e sottoscritto ad esempio da Jancis Robinson (do you know Marchese Antinori?) e da decine di wine writer e master of wine inglesi, americani e di tutto il mondo.
A Montalcino vista la mala parata, vista la bocciatura netta e senza discussioni della proposta di cambiare il disciplinare del Rosso, si sono arresi e nessuno che abbia buonsenso e soprattutto abbia a cuore le sorti del Rosso di Montalcino si sogna più (non ci pensa nemmeno il presidente del Consorzio, il cavalier Ezio Rivella), di riproporre per l’ennesima volta l’ipotesi, totalmente priva di contatto con la realtà, di cambiare il disciplinare del Rosso, di utilizzare per il Rosso, come è stato fatto in Chianti, con risultati che ormai appaiono tutt’altro che positivi, quote dei cosiddetti “vitigni migliorativi”.
Non ci pensa nessuno (o quasi) tranne quella mente illuminata, superiore a noi comuni mortali e plebei dal sangue rosso e non blu, del Marchese Piero Antinori, di un cui Chianti Classico riserva 1982 bevuto di recente l’amico wine blogger statunitense Jeremy Parzen, alias Do Bianchi, scriveva, qui, in questi termini: “the 1982 Chianti Classico Riserva by Antinori was fantastic — a wine, we all agreed, from a time before America, California, and Parker, a wine from a time when Antinori still made wine”.
Perché voi, bischeri che non siete altro, potete anche illudervi che in un regime, anche quello del vino, pseudo democratico, quando si vota si devono poi rispettare i risultati delle votazioni, e non ci si sogna, due mesi dopo le elezioni, di dire: “abbiamo scherzato, i risultati non ci vanno bene, ora si torna a votare. E mi raccomando votate come vi dico io”…
Perché poi ci sono gli autoproclamati illuminati, quelli che hanno la vista lunga e capiscono tutto e vogliono soprattutto proteggere i loro interessi, che dicono che le votazioni ci sono ma poi non è necessario tenerne conto.
E che, in barba ai risultati della votazione dello scorso 7 settembre, alla faccia – mi scusi Marchese io sono plebeo e parlo come mangio e scrivo, le piaccia o meno, pane al pane e vino al vino – della stragrande maggioranza dei colleghi produttori di Brunello di Montalcino e di Rosso di Montalcino che vorrebbero andare oltre Brunellopoli (vicenda nella quale l’azienda di Montalcino del Marchese Antinori venne coinvolta) provano ancora a cambiare le carte in tavola.
Così il Signor Marchese Piero Antinori, come riferisce questa news pubblicata sull’edizione on line della rivista britannica Decanter, news che potete leggere qui nella sua interezza, cosa si inventa parlando con Decanter? Fregandose altamente del responso della votazione del 7 settembre e dimostrando una sorta di disprezzo nei confronti dei produttori che hanno detto “Rosso di Montalcino supertuscanizzato? No grazie”, arriva a riproporre la stessa ricetta, la solita minestra riscaldata e un po’ rancida e avvelenata. Leggete insieme a me quello che appare nella news di Decanter on line: “Rosso di Montalcino would benefit from the addition of international varieties, Marchese Piero Antinori says in the latest issue of Decanter. Writing exclusively in the December issue of Decanter magazine, the renowned Tuscan producer says Italian wine may be rooted in the past, but that should never hinder the search for new ways to do things. ‘Age-old roots play an important part in our philosophy, but they have not served to inhibit our innovative spirit.’

 

Antinori claims that Rosso ‘has never been a very successful product’ and that while enthusiasts might prize wines which show vintage variation and inconsistency, they ‘have not yet shown that love for inconsistency’ by buying Rosso di Montalcino. Above all, argues the founder of Tignanello, one of the world’s best-known ‘Supertuscan’ Sangiovese-Cabernet blends, the authorities, and producers, should be flexible. ‘When you have a problem it makes sense to find ways around that problem…it might be a good idea to make the regulations more flexible.’
This flexibility might include allowing a small percentage of an international variety to be added to the currently pure Sangiovese of Rosso di Montalcino, he added. This would allow for more consistent quality in the wine and would help the owners of smaller, struggling vineyards. ‘This should not be open to Brunello di Montalcino under any circumstances,’ Antinori stresses”.
E dicendo che il Rosso non é un successo, cosa in contraddizione con quanto affermava recentemente Rivella, il Marchese, ricordando che quando ci sono dei problemi ha senso trovare il modo di superarli, arriva a definire “una buona idea rendere i disciplinari più flessibili. Una flessibilità che possa consentire di aggiungere una piccola percentuale di varietà internazionali al Sangiovese” del Rosso di Montalcino.
Questo, dice il Signor Marchese, “consentirebbe una qualità più consistente nel vino e aiuterebbe i proprietari di piccole aziende che faticano ad affermarsi”.
Ma queste Signor Marchese Piero Antinori sono solo gigantesche bugie o pie illusioni, che lei tenta spudoratamente di spacciare per evidenze. Lo sanno tutti, dovrebbe saperlo anche un uomo di mondo, un abile commerciante di vino come lei, che un Rosso di Montalcino con una quota di Merlot o Cabernet o Syrah (insomma tutte quelle uve che destinavate a quei vostri Super Tuscan che oggi faticate così tanto a vendere, che nessuno si fila più, tranne qualche collezionista asiatico o qualche nostalgico degli anni Novanta) non solo non è migliore, ma perde la sua anima e la sua identità e così facendo non si vende meglio, ma non si vende più.
E poi Egregio Marchese eviti di presentarsi come il Robin Hood difensore della causa dei piccoli vignaioli, ché questa sua generosità è incredibile, che sa tanto di carità pelosa tutt’altro che disinteressata.
A lei e ai suoi colleghi patron delle Grandi Aziende del Vino Italiano, Industriali del vino che cercano di rifarsi un’anima perché proprietari anche di qualche azienda agricola, della sorte e dell’interesse dei piccoli produttori, di Montalcino e di qualsiasi altro posto, non può interessare di meno.
E questa sua tardiva, irritante, inutile, e mi consenta di dirlo, autolesionistica discesa in campo per proporre – ancora!!! – di cambiare il disciplinare di produzione del Rosso di Montalcino e di supertuscanizzarlo, lo dimostra senza tema di smentita.
Meditate cari lettori, sostenitori della causa dei vini toscani, quelli veri, e sappiate fare bene le vostre scelte, quali vini acquistare e quali invece lasciare ad altri, quando vi troverete al ristorante, in enoteca, o davanti agli scaffali della Grande Distribuzione.
E’ una libertà questa, di noi consumatori, che nessun Padrone del Vapore del Vino Italiano (o aspirante tale) ci potrà togliere.

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24 settembre 2011

Vino e politica – Ministero delle Politiche Agricole: come siamo caduti in basso!

Mamma mia come siamo caduti in basso al Ministero delle Politiche Agricole! Non contento di essere indagato per mafia e corruzione il responsabile di un dicastero tanto importante e strategico se in Italia ci fosse un ordinato e coerente ragionamento sull’economia e su quelle enormi potentialità che sono legate all’agricoltura, dicevo, tale Saverio Romano, uno a cui piacciono tanto le Doc ad un tanto al chilo, arriva a contrattare la sua inspiegabile (!?) ascesa al governo ricorrendo all’arma sottile del “ricatto”.
E dichiara: “Io sono il leader di un partito politico che sostiene il governo – avverte Saverio Romano -. Con numeri diversi cambierebbe la maggioranza». I «numeri diversi» a cui il ministro allude sono quelli di una eventuale sfiducia contro di lui”.
Povero mondo del vino, dell’agricoltura italiana, se deve fare riferimento, suo malgrado, ad un personaggio del genere!
Come sono lontani, ahinoi, i tempi di Marcora e persino di Giovanni Goria, e come figurette di secondo piano come i Romano riescono a fare apparire dei giganti, al confronto, la sequenza di politici che si sono avvicendati alla testa del Ministero dal dopoguerra, e figure non certo irresistibili come Diana, Mannino, De Castro, e, cosa mi tocca dire, Pecoraro Scanio e Alemanno! Sapete cosa vi dico? Che io, uomo di destra, non vedo l’ora (si fa per dire) che vada la sinistra al governo e che alle Politiche Agricola finisca un uomo capace di visioni e scelte coraggiose come Carlin Petrini!
Ma questo sinistro centro-sinistra avrebbe mai gli attributi per affidare al fondatore di Slow Food un simile incarico?

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7 settembre 2011

Caso Rosso di Montalcino: blog del vino sulla notizia o distratti?

In attesa di avere l’atteso responso sull’andamento dell’assemblea dei soci del Consorzio del Brunello in programma questo pomeriggio a Montalcino, sulla vicenda del Rosso di Montalcino, la cui sorte dovrebbe essere decisa, si registrano di parte degli organi di stampa via Web due diverse e inconciliabili letture sul ruolo avuto dai blog nell’informazione su questa vicenda.
La Prima di Wine News, sito Internet che notoriamente non ha grande simpatia per i blog (e per qualcuno in particolare…) nell’uscita di oggi pubblica un corsivo, il suo sms, dal titolo Blog power scrivendo testualmente: “Forse il clamore mediatico internazionale per la proposta modifica del disciplinare del Rosso di Montalcino è stato eccessivo, anche se si parla di una denominazione importante e prestigiosa come poche altre nel mondo, seppur, in questo caso di un vino “minore”.
Un clamore che, comunque, è segno della crescente importanza dei blog del vino, che, al di là di come si evolverà la questione (oggi il voto dei produttori di Montalcino), hanno animato e “influenzato” il dibattito in tutto il mondo. Uno strumento di cui i produttori italiani, nel bene e nel male, devono sempre più tener conto.
Un’occasione per capire meglio questo mondo è l’European Wine Blogger Conference, di scena dal 14 al 16 ottobre a Brescia, insieme alle bollicine del Franciacorta, con le più importanti voci del wine-blogging di tutto il mondo”. Di segno completamente opposto l’articolo a firma di Gianluca Atzeni, dal titolo Mercoledì rosso a Montalcino, pubblicato nell’edizione di oggi della news letter quotidiana Tre bicchieri diffusa dal Gambero rosso editore. Nell’articolo si legge questa osservazione assolutamente lunare: “La notizia (relativa all’ipotetico cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino – n.d.r.), un po’ snobbata in Italia, ha fatto immediatamente il giro del mondo (Decanter e Wine Spectator hanno scomodato le migliori penne) perché toccare Montalcino equivale a mettere le mani su uno dei simboli del Made in Italy”.
“Snobbata” in Italia la vicenda relativa al Rosso di Montalcino che Qualcuno vorrebbe cabernetizzare?
Alla faccia dello “snobbare”, con tutte le news e gli aggiornamenti dedicati alla vicenda da questo blog, da Intravino e da altri blog e siti Internet, flusso di notizie che ha indotto gli altri, gli stranieri, ad occuparsene, a partire dalla lettera appello ai produttori di Montalcino firmata dal master of wine Nicolas Belfrage, che questo blog è stato il primo a pubblicare, ben prima di qualsiasi altro blog e sito di lingua inglese.
La news letter Tre bicchieri ha dato la falsa notizia che Biondi Santi era favorevole al cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino e ha erroneamente inserito Emilia Nardi nel gruppo, accanto ai Frescobaldi, dei fautori del sì al cambiamento e non fa errata corrige?
Ma chiedere di riconoscere questo, ai “signori” del Gambero rosso, è pia illusione. Nel caso dei gamberisti, il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

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22 agosto 2011

Basta tajarin, finalmente arrivano i Big Mac a Cinzano di Santa Vittoria d’Alba!

Suvvia, finiamola con la polverosa e museale tradizione e apriamo i cuori al nuovo che avanza! E’ ora di smetterla, ogni volta che si viene in Langa, di ritrovarsi a mangiare i soliti, noiosissimi, tajarin, carne cruda all’albese, agnolotti al plin, brasato al Barolo, coniglio con peperoni, tonno di coniglio, bagna cauda, vitello tonnato, panna cotta, bunet e grissiti stirati a mano!

E’ giunta l’ora, anche nella terra del tartufo bianco e della nocciola tonda gentile, di aprirsi al gastronomicamente corretto, al cheeseburger, al chicken McNuggets, del CBO Smoky e del classico, inimitabile Big Mac per un felicissimo Happy Meal!
E’ proprio quello che hanno pensato a pochi chilometri da Alba, nella frazione Cinzano di Santa Vittoria d’Alba, resa famosa dall’ex storico stabilimento Cinzano, dove forse per essere in sintonia con la presenza, proprio al suo interno, di Diageo Operations Italy è uno dei più grandi impianti di imbottigliamento in Italia, nonché il sito produttivo più importante di Diageo nell’Europa Continentale, si sono detti: ma perché non aprire un bel Mc Donald’s?

Non c’è già una bella teoria di “bellissimi” capannoni, di insediamenti industriali, di centri commerciali, a rendere ancora più “suggestivo” il paesaggio, a svecchiare quell’immagine falsamente rustica e campestre che si ostina a mostrare ancora, sulle colline circostanti, anacronistici vigneti e magari, in lontananza, il Castello di Santa Vittoria?
Forza bella gente, largo ai tempi nuovi e così, come documentano queste foto, a Cinzano di Santa Vittoria sta per aprire un moderno Mc Donald’s tra i capannoni sulla statale dove, magari con la benedizione dell’ex ministro e oggi governatore del Veneto, Luca Zaia, verrà servito un bel Big Mac alla carne cruda (magari di provenienza brasileira) o un bel tajarin, però con la variante al mango o una torta, non di nocciole, ma con il burro di arachidi. Così, a pochi chilometri dall’Eataly di Monticello (strada statale Alba-Bra) e solo a qualcuno di più da Bra, dove quei pazzi sognatori di Slow Food si ostinano ancora a parlare di “cibo buono e di qualità proveniente da produzioni che rispettano l’ambiente, tutelano la biodiversità e riconoscono la giusta remunerazione ai produttori”, e parlano di produzione alimentare in regime di sostenibilità, avremo, finalmente, era ora!, il doppio arco dorato e la sua concezione moderna, rapida, senza inutili perdite di tempo e stupide romanticherie e arcaiche fantasie, del cibo e del nutrirsi.

Ovviamente con l’indispensabile semaforo verde dei geometri, che parlano di “una bella realtà per Santa Vittoria, la fase attuale (B) prevede un investimento di 4,5 milioni di euro circa, la costruzione del Bennet ammontava a circa 20 milioni di euro, a cui si aggiungevano altri 2,8 a favore della viabilità e opere annesse.
Sarà anche realizzata una nuova rotonda di servizio per agevolare lo scorrimento del traffico. Questo sarà un polo commerciale enorme, che si realizza in tre fasi successive, la fase A ha riguardato il nuovo Bennet, la B è questa con la costruzione di Decathlon, McDonald’s e Bricocenter. A queste seguirà la fase C, nel 2012, su cui non si hanno ancora notizie precise”.
Ed è questo moderno che avanza, e spazza via la vecchia e anacronistica civiltà contadina e porta il rinnovamento, proprio come aveva già fatto nel cuore dei vigneti del Barolo a Serralunga d’Alba, “l’ecomostro”, pardon, il Boscareto resort, che ci conforta e ci fa sperare che con il definitivo trionfo del cemento sul verde, anche quello delle vigne, vivremo e vivranno soprattutto i nostri figli e quelli che verranno dopo di noi, un mondo migliore…

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3 agosto 2011

Nell’Ontario niente vini per i tender se non highly reviewed…

Penso non fossi il solo ad essere persuaso che l’epoca sciocca dove i ristoratori, gli enotecari e gli importatori e soprattutto i consumatori erano portati ad acquistare un vino solo se “stellato” e “pluribicchierato” e corredato dal giudizio molto positivo, possibilmente da 90 e più centesimi in su, di qualche pseudo guru fosse superata e consegnata all’archivio delle cose stupide da dimenticare.
Credo fosse opinione convinta che il point-score system, che le ipotetiche graduatorie di merito basate sui punteggi ottenuti dai vini dalle varie guide, dal Parker o dal Wine Spectator di turno, avesse di fatto “drogato” il mercato e costituisse la più grossa truffa e presa in giro operata nei confronti del consumatore. Quello che, “cacciando la lira”, pardon l’euro, rende possibile l’esistenza “dell’industria” del vino, con tutti i suoi annessi e connessi.
Probabilmente ci eravamo illusi che questo modo di guardare al vino, ingessato, imbambolato e fasullo, figlio di un altro decennio e di un altro secolo, ed espressione di un’epoca e di un mondo del vino ancora non vitalizzati e scossi dall’informazione diffusa via Web, fosse finito. Contrordine amici miei, la stupidità e la pigrizia mentale fanno ancora testo.
Come ci racconta in questo post il produttore maremmano, nonché wine blogger, Gianpaolo Paglia sul suo blog aziendale, in Canada, nell’Ontario, per partecipare ad un nuovo tender (una sorta di appalto per la fornitura di vini a mercati sottoposti ancora al regime del monopolio) del monopolio dello Stato canadese, l‘LCBO, i produttori hanno ricevuto queste testuali, precise indicazioni: “This tender is entirely focused on accolades, scores, and reviews as the Buyers are looking for highly reviewed or established wines with great values in all price bands. Wines without strong accolades will not succeed in this tender so we ask that you suggest wines that have strong scores and medals”.
Il che significa che “questo tender é interamente focalizzato su vini che hanno ricevuto riconoscimenti, punteggi e recensioni e quindi i buyer stanno cercando vini che hanno ricevuto alti punteggi e valutazioni in ogni fascia di prezzo. I vini senza queste caratteristiche non verranno presi in considerazione e vi suggeriamo pertanto di segnalare vini che hanno avuto alti punteggi e medaglie”.
O come ha commentato efficacemente Paglia, “se non hai ricevuto premi, medaglie, punteggi alti dai vari guru del vino, é inutile che ti candidi, verrai scartato”.

La sua conclusione non può che essere amara: “capite perché esistono ancora, e sono sempre affollati di partecipanti, i vari Concours International de…, International Wine Competition…, per non parlare dei vari guru internazionali, sempre vezzeggiati dall’industria del vino?”. Allora, con questo sistema bacato che resiste ancora in Canada, in buona parte negli States, e anche nella parte più provinciale del mondo del vino italico, vuol dire che i Suckling, i Parker ed i loro emuli finiranno per trovare ancora “trippa per gatti” e avranno ancora ragione di esistere? Oh my God!
Come cantava Cat Stevens: “Oh, baby, baby, it’s a wild world”…

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24 giugno 2011

Una condanna delle bollicine italiane senza appello: Scatti di gusto getta il sasso e nasconde la mano

C’è sempre da imparare nel mondo del vino. Anche in quel settore un po’ particolare che è l’informazione sui frutti di Bacco proposta nel segno della modernità e della democrazia, della possibilità per ognuno di dire la propria, mediante siti e blog sul Web. E lo dice uno che è dodici anni, non dodici giorni, che è attivo sul Web e che può pertanto parlare con un pizzico di esperienza e cum grano salis.
L’ultimo approdo, per ora, è quello di una cosiddetta informazione che definirei “getta il sasso e nascondi la mano”, oppure “spara nel mucchio”, rappresentato, e faccio nomi e cognomi consapevole che così facendo finirò con il regalare cinque minuti di notorietà ad un sito Internet di cui francamente non si avevano avuto grandi segnali di vita, da un post, a firma di Paolo Trimani (della celebre dinastia dei vinai in Roma dal 1821 http://www.trimani.com/contatti.asp) pubblicato su Scatti di gusto, post che potete leggere qui.
L’articolo, se così lo vogliamo definire, ci racconta la cronistoria “di un assaggio che non leggerete mai”, una degustazione di “5 metodo classico e 6 Franciacorta” (come se anche i Franciacorta non fossero metodo classico…) che il team del sito ha organizzato, ma la cui cronaca ed i cui esiti ha rinunciato a raccontare (salvo pubblicare questo “articolo”).
Il tutto perché, dicono, “dopo 11 campioni abbiamo rinunciato! Imbarazzante faticoso e inutile proseguire. Pubblicare una serie di stroncature non avrebbe senso, non ci piace distruggere per il solo gusto di creare una notizia negativa. In certi casi meglio tacere e provare a riflettere”. Non ci dicono come siano andate le cose, quali vini non siano piaciuti e perché, si limitano a riferirci che “abbiamo trovato solo bolle morte e siamo rimasti a guardarci sconsolati. Il problema fondamentale a questo punto è: noi o loro? Siamo inguaribili snob capricciosi noi di SdV o si tratta di bottiglie di scarso valore? La nostra ipotesi di lavoro privilegia chiaramente la seconda soluzione del dilemma ma senza preconcetti”.  Alla faccia!…
E poi, in un crescendo nemmeno di cattiveria o di perfidia, direi piuttosto di cattiva informazione, di informazione generica e liquidatoria, eccoli, con la giusta dose di boria, riferirci che “i profumi sono standardizzati dalle lavorazioni di cantina con l’immancabile bronchenolo di certe liqueur troppo abbondanti”, che “la batteria dei Franciacorta era sconfortante, tanti tecnicismi e poca zona d’origine (terroir è termine che non si può proprio usare!)”.
Giusto sottolineare e condannare, come fanno, “la fantasiosa confusione che regna nell’enologia nostrana raggiunge livelli di vertice quando i vini hanno le bolle ma non sempre con risultati apprezzabili. Pensare che si possa spumantizzare qualsiasi uva in qualsiasi zona è una pericolosa illusione che sono solo i consumatori a pagare. Alcune zone d’Italia e alcune uve tradizionali semplicemente non sono adatte alla spumantizzazione, quasi nessuna in effetti”.
Anche se questa frase, subito dopo aver parlato della Franciacorta, fa quasi ritenere che i soloni di Scatti di gusto si riferiscano anche a questa zona ritenendola non adatta alla produzione di metodo classico…
Assolutamente assurdo, sbagliato, non corrispondente a qualsivoglia corretto concetto d’informazione, soprattutto se si considera che l’articolo è corredato da fotografie che fanno chiaramente capire quali siano alcuni dei Franciacorta degustati, dire “Nomi non ne faremo ma vi garantiamo che abbiamo stappato il gotha, solo un paio di outsider a inizio carriera spumantistica ma già affermati e celebrati coi loro classici”.

Fino alla conclusione liquidatoria che chiude il pezzo: “San mercato non può giustificare operazioni speculative che ricordano la peggior finanza creativa, sono convinto che al vino italiano serva un severo esame di coscienza e gli spumanti senza storia possono essere un ottimo inizio. Personalmente sarò ancora più esigente del solito con i prodotti da valutare, prevedo quindi una bella sfoltita alla selezione di bollicine da offrire alla mia clientela. Bolle morte? No, grazie!”.
Io non so come replicheranno i produttori della Franciacorta ed il Consorzio che ne tutela gli interessi ed il buon nome, ad un attacco così indiscriminato, scomposto, privo di logica. Non sono un avvocato, e di solito le comunicazioni un po’ “intimidatorie” dagli avvocati di qualche grossa azienda e le minacce di procedere in tal senso sono io a riceverle e non le mando di certo, se ci siano gli estremi per una querela per diffamazione. Sicuramente questo articolo, che si limita a sparare nel mucchio, che assegna alla Franciacorta e ai Franciacorta Docg la patente di inaffidabili, ma si rifiuta, pilatescamente e con scarsa prova di coraggio, di fare nomi (anche se almeno un paio di vini dalle foto li riconoscerebbe anche un non vedente…), offre un’immagine assurdamente e qualunquisticamente negativa di questa zona di produzione che proprio quest’anno festeggia il proprio mezzo secolo di vita.
E finisce oggettivamente con il danneggiare non tanto la credibilità della Franciacorta (credibilità che non può essere scalfita dall’attacco dello Scatti di gusto di turno), ma la credibilità di chi scrive cose del genere. Ed in questo modo.
Pertanto anche se condivido la prevedibile “inca……a” dei franciacortini e magari la loro volontà di replicare a tono e nelle sedi più giuste ad un attacco tanto indiscriminato e forsennato (legittimo criticare i vini se non piacciono, ma facendo i nomi di vini e aziende, e spiegando perché e cosa non sia piaciuto, e assumendosi le proprie responsabilità), alla fine penso non valga nemmeno prendersela tanto.
Un simile modo di fare informazione genera sicuramente scatti, ma solo di disgusto…

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19 maggio 2011

A Montalcino invocano la chirurgia estetica per cambiare i disciplinari

Così parlò il professore…
Non ci sarebbe molto da aggiungere a quello che ha già scritto l’amico Antonio Tomacelli oggi, in questo ottimo post, che sottoscrivo in toto, su Intravino: ancora una volta a Montalcino stanno preparando un trabocchetto, stanno tentando in tutti i modi, avvalendosi dei verbosi discorsi del professore di turno, di cambiare l’identità dei vini, base Sangiovese, locali. Cominciando dal Rosso di Montalcino, per poi arrivare al Brunello.
Lo fanno, scrive Tomacelli, cercando di “convincere i soci che la “signora Brunello” ha bisogno di qualche ritocchino per ringiovanire, anzi di un vero e proprio trucco: aggiungere al disciplinare del Brunello i vitigni migliorativi. Sento già le contestazioni levarsi: “La variazione e l’aggiunta del cabernet riguarderà soltanto il Rosso di Montalcino”.
Al netto delle relazioni del prof. Mattiacci e delle buone intenzioni del Consiglio, la verità è una soltanto: il Consorzio vuole la classica legge ad personam che giustifichi la presenza dei filari di cabernet proibiti dalla legge e che nessuno ha ancora espiantato.
Ora, con la scusa del rilancio del Rosso di Montalcino, quei filari diventeranno legali e nessuno sarà in grado di capire se verranno utilizzati o meno. Il rosso, insomma, è il cavallo di troia che metterà a tacere i produttori contrari al Brunello taroccato e renderà impossibili i controlli, altro che le storielle sui trucchi e la ginnastica della vecchia signora”.
Poi basterebbe leggere quello che il professore di fiducia del Consorzio Brunello, ordinario alla Sapienza di Roma, dove dirige anche un Centro Ricerca sul Territorio, Turismo e Ambiente, ha rilasciato, leggete qui, al blog Percorsi di vino, che ha pubblicato, senza eccepire alcunché, quello che il curatore del libro “Io e Brunello”, biografia imprenditoriale ed enologica di Ezio Rivella, presidente del Consorzio ha affermato.
Ad esempio rispondendo alla domanda, “come ha interpretato lo scandalo di Brunellopoli?”, alla quale ha risposto: “Personalmente mi sono indignato e sentito ferito, sia come italiano che come persona che conosce e vuole bene a Montalcino, per come lo scandalo è venuto fuori e per come i media se ne sono occupati. E’ stato un “infortunio” che secondo me in Francia non si sarebbe mai verificato.
Premesso che le leggi vanno rispettate, e il disciplinare è certo una legge, un paese come l’Italia, che ha nel vino di qualità la prima voce nella bilancia dei pagamenti internazionali, migliaia di famiglie che vi lavorano, e che ha la fortuna di avere alcuni brand internazionali come il Brunello o l’Amarone, avrebbe dovuto agire diversamente e non sulle prime pagine di una rivista. Soprattutto non si doveva far uscire questa notizia durante il “Vinitaly”, momento di massima esposizione mediatica del vino italiano.
Chi ha fatto questo porta su sé, a mio avviso, un marchio negativo. La Francia avrebbe avuto più rispetto per se stessa, rispetto che in Italia non abbiamo, visto che non si guarda in faccia a nessuno, arrivando all’autolesionismo puro. Comunque dalla ricerche che stiamo conducendo si evince con assoluta chiarezza che Brunellopoli non ha lasciato segno alcuno sull’immagine e considerazione di Montalcino”.
Aspetta e spera trovare qualche parola di condanna nei confronti di quei “furbetti”, vogliamo chiamarli così?, che hanno (secondo il professore probabilmente no) liberamente interpretato il disciplinare di produzione! Allora, visto che lunedì 23 e mercoledì 25 i soci del Consorzio del Brunello saranno chiamati in audizione per ascoltare lo “studio di marketing e la definizione delle strategie produttive per il Brunello di Montalcino e per il Rosso di Montalcino” preparate dal professor Mattiacci, anche se è lunga, verbosa, noiosa, vi invito a leggervi qui di seguito, integralmente la Lettera ai Produttori di Montalcino che il consulente del Consorzio ha inviato alle aziende.
E decidete voi se si possa prenderla sul serio, con quelle metafore da Nip & Tuck, già giustamente sbeffeggiate da Intravino.
E traete voi le vostre conclusioni se a Montalcino vogliano veramente voltare la pagina o con un rapido intervento di chirurgia enologica vogliano invece continuare con la solita spudoratezza, e rendere il Rosso ed il Brunello di Montalcino vini come tutti gli altri. Come un banale e superato Super Tuscan…

Lettera ai Produttori di Montalcino
“Cari amici, siamo alle porte di un periodo importante che vedrà il Consorzio impegnato in alcune importanti decisioni per il futuro di Montalcino. Dato che mi onoro di essere coinvolto in prima persona, per fornire supporto d’idee e conoscenze, ritengo opportuno – prima di incontrarci personalmente – chiarire alcuni termini del mio pensiero, che nasce anche sulla base di alcune ricerche e analisi che stiamo conducendo in queste settimane.
Vi chiedo quindi la pazienza di leggere queste poche pagine di riflessioni. che avrò poi il piacere di condividere e dibattere con voi nel corso dei prossimi incontri che avremo presso il Consorzio, e che sono la base delle proposte che ho in animo di definire. Inizio con un po’ di storia.
Nel 2006, anno in cui conducemmo, come Università di Siena, il primo studio sullo stato e prospettive di mercato delle produzioni montalcinesi, richiamai un rischio, che vedevo alle porte, così esprimendolo: “attenzione che il giocattolo si rompe!”.

II giocattolo-Montalcino era prezioso e, giova ricordarlo oggi, nasceva da un’irripetibile combinazione di elementi, sia interni che esterni a Montalcino: la rivoluzione del vino dei primi anni novanta, che trasformò il vissuto collettivo del prodotto da bene povero a protagonista essenziale di stili di vita edonistici e benestanti;
l’inizio della nuova globalizzazione. aperto dalla caduta del Muro di Berlino e dalla nascita della World Trade Organization, che avviò in numerosi paesi poveri la generazione di milioni di nuovi ricchi e di una consistente classe borghese medio/alta -espressioni, entrambe, dei consumi affluenti cui il vino di prestigio appartiene;
l’esistenza, in Montalcino, di un mix potenziale unico, dato dalla compresenza di un global leader di reputazione e immagine -Biondi Santi- di un’impresa nata “a tavolino” per essere un global player -Banfi- di un ricco tessuto di altre aziende (non ancora imprese) capaci di fare qualità, dotate di voglia di emergere e investire; la convergenza continua su Montalcino – siamo già in tempi più vicini a Noi – di grandi e piccoli nomi del jet set italiano e internazionale, che accendono i riflettori mondiali su questo paese, un tempo area rurale disagiata (le buste-paga di molti di voi, ne portavano il segno).
La combinazione di tutti questi elementi -che fecero da detonatore alle capacita esplosive di un prodotto, il Brunello, dalle qualità superiori- produsse un giocattolo di tutto rispetto:
prodotto/brand di punta dell’enologia italiana;
voluminoso export spontaneo di Brunello (le vendite all’estero erano spesso frutto di visite di buyer stranieri non indotte da azioni commerciali pressanti delle aziende);
prezzi super-premium (le ridotte quantità a fronte di una domanda sostenuta, portavano in alto i prezzi -senza che questo significasse posizionamento di brand aziendali però, se non in rari casi);
meta turistica di riferimento (un paese di scarsi tremila abitanti –cresciuti proprio grazie al successo del vino- che ospita flussi pari a mille volte la propria popolazione!);
natalità imprenditoriale straordinaria e crescita di molte micro-aziende in realtà maggiormente strutturate; incremento dei valori patrimoniali dei terreni agricoli (per anni l’ettaro vitato di Montalcino esibiva un valore di scambio fra i più elevati in Europa);
capacità di attrazione di risorse umane qualificate (quanti manager delle aziende montalcinesi vengono da altre aree italiane e da altri paesi?). II giocattolo e ancora cosi?
Funziona ancora? Sì e no. Sappiamo che nel mezzo c’e stata una crisi economica gravissima e profondissima (e ben lungi dall’aver esaurito i propri effetti di lungo termine, non dimentichiamolo mai), c’e stata la vicenda di Brunellopoli. c’e stato 1′incremento della produzione e la caduta dei prezzi, c’è una diffusa condizione di sofferenza finanziaria, c’è una qualità dei pagamenti ricevuti dai clienti che va sempre peggiorando. eccetera. Ciononostante “i prezzi del Brunello stanno risalendo”, qualcuno, correttamente, fa notare. “La domanda ha ricominciato a tirare” si dice a proposito di qualche mercato estero. “Io non ho mai problemi a vendere tutto il mio prodotto” sostengono in molti.
Bene. Benissimo. Consentitemi qui, per chiarire appieno il mio pensiero, un irriverente {e un per maschilista, mi scuso con le signore) parallelo. Montalcino (e il Brunello) ai tempi d’oro è come una bellissima e formosa ragazza ventenne: tutti la vogliono, la gente si gira a guardarla per la strada. A lei non serve nemmeno un filo di trucco per esser bella, nemmeno un tacco per attrarre.

Dieci anni dopo, la nostra amica è ancora bella, bellissima. ma (se ne accorge solo lei) inizia a leggere qualche lievissimo segno del tempo. Deve decidere, lo sa, sul da farsi: non fare nulla, o iniziare a modificare il proprio stile di vita? Andiamo ancora dieci anni avanti: se la ragazza non avrà fatto nulla e avrà subito passivamente il passare degli anni. senza modificare in nulla il proprio stile di vita, sarà una bella donna ma un po’ sfiorita, della quale tutti diranno frasi del tipo “ti ricordi che schianto che era da giovane?” considerandola una delle tante piacenti signore che ci sono in ogni posto.
Per tornare a qualcosa che somigli ai fasti della gioventù, ci sarà solo la strada di operazioni drastiche, chirurgia e similari -e non sarà comunque la stessa cosa. Se, viceversa, la nostra amica sarà andata in palestra, avrà curato la propria alimentazione, comprato creme eccetera, il risultato sarà molto differente e la bella signora quarantenne sarà ancora vivo oggetto del desiderio (e dell’invidia) delle persone che la circondano. Avrà mantenuta inalterata la forza della propria bellezza, adeguandola al tempo che è passato, e arricchendosi in fascino.
Credo che il senso ultimo del mio ragionamento sia ben chiaro al lettore: penso che Montalcino oggi debba avere il coraggio di riconoscersi nella condizione dei trent’anni e decidere cosa fare. Se voi produttori pensate che va tutto bene cosi, che tutto sommato la crisi è un fenomeno passeggero, che quei fattori positivi prima richiamati sono i primi segnali di un certo ritorno alle condizioni pre-crisi, che il Brunello è talmente desiderabile, apprezzato e forte che si vende da sé, che cedere un poco (poco?) sul prezzo è soltanto un piccolo scotto da pagare ai tempi che sono cambiati, e via dicendo … se voi produttori pensate questo, opzione del tutto legittima per carità, a mio avviso mettete Montalcino nelle condizioni della trentenne che si appresta, a quarant’anni. a diventare una delle numerosissime (ex)belle ragazze che popolano il mondo, Non una qualsiasi, magari, ma una delle tantissime. Questa la luce nella quale, personalmente, leggo tutto ciò che concerne Montalcino: il Brunello, il Rosso, il dibattito sul Disciplinare e via dicendo. A me sembra -posso, e spero di, sbagliare- che il confronto in seno alla vostra comunità somigli talvolta a quello fra guelfi e ghibellini: tradizionalisti e innovatori, piccoli produttori e grandi imprese e via discorrendo.
II tutto mi appare talvolta condito da alcuni protagonismi, esterni alla vostra comunità, che certamente agiscono con le migliori intenzioni, ma che purtroppo non fanno altro che diminuire la visibilità dell’orizzonte. lo penso, e anzi, sono convinto fortemente, che invece per Montalcino sia tempo di cambiare stile di vita, lo penso -non ho timore a sembrare retorico- che voi avete la responsabilità di lasciare a chi verrà dopo di voi un valore maggiore di quello che avete ricevuto, non minore.
Io penso che Montalcino possa e debba rimanere un unicum nel mondo del vino, quella bellissima quarantenne che aggiorna il proprio fascino al tempo che passa e che proprio per questo ha valore e successo. lo penso che voi, produttori di Montalcino, dobbiate cambiare rotta, e mostrare al mondo del vino che avete il coraggio, la forza e la chiarezza d’idee per farlo, perché ci avete pensato su, perche vi siete confrontati per mesi anche a muso duro, perché ci avete sofferto sopra, ma reputate giusto farlo e quindi lo fate. Mi scuso per la lunghezza di questa mia lettera, ma ritenevo opportuno informarvi tutti, sia quelli che incontrerò personalmente. che gli altri, della mia idea di fondo sulla situazione. Un’idea, questa, sulla quale stiamo costruendo un progetto d’azione. Coi migliori saluti Alberto Mattiacci”.

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No senza esitazioni al boicottaggio del Riesling dell’Oltrepò in Germania!

Un appello al Ministro delle Politiche Agricole Romano

Dobbiamo essere profondamente grati al neo ministro delle Politiche Agricole Saverio Romano, per aver scelto nientemeno che l’Oltrepò Pavese come meta di una delle prime visite compiute a realtà del mondo vitivinicolo italiano all’inizio del proprio mandato.
Nel corso di questa visita, di cui hanno scritto celebri testate come Turismo in Oltrepò e addirittura Voghera news, i viticoltori oltrepadani hanno potuto manifestare il loro senso di inadeguatezza, e chiedere “meno burocrazia e più attenzione da parte delle istituzioni”, e per bocca del presidente del Consorzio dell’Oltrepò Pavese Paolo Massone hanno potuto chiedere a chiare lettere “un dialogo forte con Roma: qui c’è la terza Denominazione viticola italiana per numero di ettari, stiamo innovando e abbiamo bisogno di istituzioni attente”.
La visita in Oltrepò, nel corso della quale, visitando la mega cantina sociale Terre d’Oltrepò (nata dalla fusione tra Cantina sociale di Broni e Cantina Sociale di Casteggio) il Ministro ha confessato “vedo qui un mondo rurale che mi piace e mi è affine.
Chi lavora con la vostra passione va sostenuto sulla via della qualità e anche dell’export. L’Italia del vino dev’essere unita come siete voi, perché in Oriente o negli Stati Uniti non sanno nemmeno dove sia la Lombardia, figuriamoci micro zone.
Negli Usa c’è un consumo di vino pro capite ancora molto basso, voi avete numeri e qualità per competere, facendo però massa critica. L’altra sfida è la Cina, dove i francesi sono ancora più riconosciuti”, è però stata la grande occasione per una vera e propria rivelazione dai risvolti preoccupanti e assolutamente inquietanti.
Né è stato artefice il direttore di Terre d’Oltrepò Livio Cagnoni che ricordando al Ministro che “le nostre aziende hanno bisogno di meno burocrazia e più risorse per promuoversi ed emergere” ha invitato il ministro a non dimenticare “l’incartamento per difendere le vendite del nostro Riesling in Germania. Bisogna fare pressing per evitare che scattino strani e ingiusti protezionismi”.
Pare difatti che in Germania il mondo vinicolo, terribilmente preoccupato dalla pericolosissima concorrenza rappresentata dal Riesling (in larga parte Italico, o Welschriesling) proveniente dalla fertile terra d’Oltrepò, abbiano in animo, o abbiano addirittura già attivato inauditi provvedimenti protezionistici e ostruzionismi commerciali per impedire che il meraviglioso, inimitabile Riesling oltrepadano possa invadere il mercato tedesco e mettere in ginocchio i viticoltori della Mosella, della Rheingau, del Pfalz e del Rheinhessen.
Augurandoci che il novello ministro, seppur siciliano e non padano o oltrepadano, sappia difendere in ogni sede con le unghie e con i denti, anche a Bruxelles se necessario, i diritti del Riesling d’Oltrepò e la sua possibilità di affermarsi quale vino di suprema qualità nel mondo, esprimo voti che il ministro possa occuparsi presto anche delle sorti dei Syrah siciliani, dei Pinot nero altoatesini, dei Cabernet di Bolgheri bloccati da inaudite misure protezionistiche messe in atto dalle potenti lobby dell’industria del vino in Australia, Borgogna e a Bordeaux.
Nessuno deve illudersi di poter frenare il luminoso e trionfale cammino del vino italiano di qualità nel mondo, perbacco!

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12 aprile 2011

Il successo del Prosecco? Merito del “modello industriale”: così parlò il professor Cordero di Montezemolo…


Ho già detto chiaramente di come diffidi dalle teorie tutte massimi sistemi e ben poco realismo dei cosiddetti “grandi cervelli” del vino italiano. Di quei professoroni universitari, che magari possono vantare cognomi blasonati e curricula da direttore accademici di scuole di economia e docenze di finanza strategica di Master per aziende vitivinicole, che propongono, incredibilmente venendo presi sul serio, le loro ricette per risolvere crisi e problemi vari.
Penso sia chiarissimo, avendolo espresso qui, che non sono assolutamente d’accordo con quello che propone il professor Stefano Cordero di Montezemolo come “soluzione” per ridurre il numero di etichette di marchi sul mercato.
Ora mi tocca dire che non solo il professore propone idee che immediatamente suscitano il dissenso, ma che a volte nel suo “entusiasta”  (diciamo così) modo di manifestarsi rischia di dire cose non solo contestabili, ma che lo stesso mondo del vino non potrebbe assolutamente accettare.
Sul tema, che ho già trattato qui, del già tanto strombazzato “sorpasso” del Prosecco sullo Champagne o come ha scritto qualcuno de “l’annoso derby del vino con la Francia” (come se trattare seriamente di vino richiedesse l’uso di termini e metafore sportive) il mitico professore, come si può leggere in un articolo de Il Giornale, si è dimostrato non solo quasi più entusiasta dei Manzato e degli Zaia, ma ha espresso un giudizio che mi auguro venga respinto in toto dai pur industriosi uomini del vino della Marca Trevigiana.
Per il cattedratico. nel 2012 il Prosecco potrebbe superare in termini di quantità delle esportazioni lo Champagne, ma la ragione di questo exploit, nel pensiero del parente dell’ex presidente di Confindustria, appare ben poco legata a motivazioni di carattere agricolo, vitivinicolo, enoico.
Il professore applaude l’exploit dei prosecchisti con un linguaggio e con motivazione che andrebbero molto meglio se usata per commentare l’exploit di un fabbricante di auto, beni di consumo, elettrodomestici.
A suo avviso, difatti, “Il segreto del Prosecco, oltre alla sua piacevolezza da happy hour e alle tante occasioni d’uso, sta nel modello industriale. I produttori investono poco sulla terra, acquistano l’uva e la trasformano, puntando sul controllo della distribuzione e sulla comunicazione”.
E così, cari viticoltori del Prosecco ecco bellamente liquidato il vostro lavoro in vigna, la capacità di trasformare l’uva Prosecco, anzi Glera, in vini facili da bere e da apprezzare, perché quello che conta è l’applicazione di un “modello industriale” dove i protagonisti, lo dice der Professor, “investono poco sulla terra”.
Questo perché il professore, che dovrebbe tenere Master per i futuri uomini (e donne) del vino pensa che il vino non si faccia affatto in vigna, non sia un prodotto della terra, l’espressione della verità di microcosmo chiamato terroir, ma sia unicamente un bel prodotto, “industriale” ovviamente, che si costruisce, si fabbrica, si riproduce in fabbrica.
Produttori di Conegliano Valdobbiadene, uomini e donne del Prosecco, Doc e Docg, non siete forse offesi dal modo a dir poco brutale, irriverente, prosaico con il quale codesto signore giudica il vostro lavoro?
Come avrebbe detto Totò: ma mi faccia il piacere!

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31 marzo 2011

A volte ritornano… Emilio Pedron ancora Presidente del Consorzio Vini Valpolicella

Incredibile ma vero, la Valpolicella proprio come un giallo ben collaudato.
Con un autentico coup de théâtre quello che si pensava non sarebbe mai successo puntualmente si verifica e nelle elezioni per l rinnovo delle cariche sociali per il Consorzio Tutela Vini Valpolicella dal “cappello del mago” i produttori della Valpolicella hanno tirato fuori il “colpo di genio”.
Termina il proprio mandato (a lui il mio saluto ed il mio plauso per il proprio operato) Luca Sartori, che è stato un eccellente presidente (leggete qui un’intervista che mi aveva concesso lo scorso anno dove aveva affermato “non si può negare che ci sia stato un eccesso di fiducia nelle possibilità di un mercato che, comunque sia, ha sempre un proprio limite”) in una difficilissima fase in cui si trattava di rimettere in carreggiata, dopo anni di eccessi e di evidenti, clamorosi errori strategici, la zona, riportando il buon senso e la misura a dominare.
E al suo posto, per la serie a volte ritornano (ahimé…), e quanto ritornano lo fanno tornando letteralmente “sul luogo del delitto”, indovinate chi è stato scelto?
Nientemeno che un “nome nuovo”, l’ineffabile Emilio Pedron (nella foto) per anni amministratore delegato del più importante e potente Gruppo vinicolo italiano, il Gruppo Italiano Vini, qualche tempo fa incaricato dalla Federazione trentina della Cooperazione di proporre un piano di rilancio del vino trentino, piano peraltro non accolto favorevolmente da una parte del mondo produttivo locale e dal mondo politico, che quando si era dimesso nel febbraio 2010 dal GIV, a 65 anni, aveva detto di farlo ritenendo “opportuno, se non necessario, favorire un ricambio, anche generazionale, al vertice del Gruppo”.
Ricambio che non viene evidentemente ritenuto utile alla testa del Consorzio, dove fa ritorno l’uomo che ha favorito più di qualunque altro l’assurda amaronizzazione forzata che ha portato a gonfiare la produzione di Amarone della Valpolicella a dismisura, ben oltre la capacità di assorbimento di questo prodotto, che doveva essere un gioiello e non la locomotiva della zona, da parte dei vari mercati.
Per quanto il neo presidente dichiari che “il lavoro svolto nel primo anno di attività ha dato buoni risultati.  Per questo il mio ritorno deve avere lo scopo di proseguire e consolidare il successo raggiunto da questa denominazione ed è con questo spirito che affronto il nuovo impegno che ho assunto nei confronti del Consorzio e del territorio”, non si può non essere seriamente preoccupati, perché è difficile pensare che a 66 anni le persone e le loro idee possano cambiare, per il ritorno di Pedron.
Soprattutto ricordando come, dopo la sua precedente presidenza, si siano resi necessari urgenti “interventi di gestione dell’offerta, che hanno portato prima a limitare la percentuale delle uve a riposo e poi alla storica decisione di bloccare i nuovi impianti.
Anche in questo caso si è trattato di una visione previdente della situazione, che a fronte della richiesta sostenuta dei mercati interno e internazionale degli ultimi anni ha preferito preservare la redditività della produzione e in prospettiva il buon equilibrio tra offerta e domanda”.
Quello che penso dell’uomo, della sua azione negli anni della sua presidenza del Consorzio Valpolicella l’ho già espresso a chiare lettere qui.
E non posso che confermarlo, anche se mi auguro che questa volta i produttori della Valpolicella presenti nel nuovo Consiglio di amministrazione del Consorzio e quelli che osserveranno dall’esterno, come consociati, l’azione dell’organismo consortile, sappiano essere responsabili e non consentano a nessuno, nemmeno ad un “grande vecchio” di ritorno, di prendere decisioni che possano in seguito rivelarsi non adatte a favorire un armonico sviluppo di questa splendida, importantissima zona vinicola veneta.

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