Le Antiche sere: sorprendente pesce di lago a Lesina
Devo ringraziare pubblicamente di molte cose i cari amici Marika Maggi e Se
rgio Grasso (nella fotografia sotto), animatori di quella bellissima realtà che è la Tenuta La Marchesa posta in agro di Lucera.
In primo luogo di avermi consentito di trascorrere un’intera giornata insieme a loro, visitando la loro azienda agricola ed i vigneti splendidamente e meticolosamente curati da Sergio, in occasione della mia recente trasferta pugliese.Poi di avermi fatto degustare e nuovamente apprezzare moltissimo i loro vini, da quell’assoluto must dei rosati della Puglia settentrionale che è il Melograno, da uve Nero di Troia e Montepulciano (segnatevi il prezzo: 3,50 euro più Iva), al simpatico bianco Quadrello, agli ormai collaudati Nero di Troia Nerone e Donna Lucia ad un gustoso Cacc’e Mmitte che quando uscirà in autunno (3000 bottiglie e 7 euro di costo) reintrodurrà questo mitico vino di Lucera nell’ambito dei vini che esistono veramente e non di cui si leggono unicamente notizie sui libri.
Devo poi ancora dire loro grazie per avermi fatto apprezzare il fascino discreto di Lucera (dove ho avuto la fortuna di soggiornare in un posto splendido come Palazzo Cavalli), ma anche, perché si sa che tutti i salmi finiscono in gloria, per avermi fatto apprezzare la ricca offerta della cucina locale.
Dapprima nel corso di un buon pranzo al simpatico ristorante pizzeria Dal VII Apostolo di Borgo S. Giusto di Lucera, responsabili anche di un buffet straripante di cose buone preparato il giorno dopo alla Marchesa in occasione dell’arrivo di un gruppo di sommelier dell’A.I.S. Umbria, ma poi, dopo una visita-degustazione, di cui parlerò prossimamente, alla sorprendente cantina spumantistica D’Arapri di San Severo, regno di Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore (da cui l’acronimo “d’Araprì”), per avermi condotto, percorsi 47 km da Lucera e 30 da San Severo, in una località di cui, confesso, non conoscevo l’esistenza.
Parlo del borgo di Lesina, affacciato su un bacino lacustre, il lago di Lesina, situato tra il Tavoliere e il promontorio del Gargano, lungo circa 22 km e largo mediamente 2,4 km, con una superficie pari a 51,4 km². Il nono lago italiano ed il secondo dell’Italia meridionale, originato in parte dall’accumulo alloctono di sedimenti lacustri provenienti dai fiumi situati a monte del bacino e in parte dall’accumulo autoctono di depositi lacustri provenienti dai margini dello stesso lago.
Una laguna che spero di avere occasione di poter visitare con più tempo a disposizione e non guardandolo di sera come ho fatto, che mediante due canali, l’Acquarotta e lo Schiapparo, che comunica col Mare Adriatico, da cui è separato dalla duna del Bosco Isola, con numerosi torrenti che assicurano al lago un discreto apporto d’acqua dolce e lo rendono popolato di pesci, soprattutto di anguille.
Perché vi parlo di Lesina e della sua laguna? Perché in questa località, nella zona del Lungolago, in via Pietro Micca, ho scoperto, grazie a Marika e Sergio, un piccolo ristorante di quelli che meritano assolutamente di essere segnalati.
Che altri hanno giustamente e doverosamente già scoperto ed elogiato, ma dove avendo ottimamente cenato la sera del 4 giugno, sento anch’io il piacere di proporre all’attenzione dei lettori.

Sto parlando de Le Antiche Sere, regno di Lucia e Nazario Biscotti, creato nel 1999, come racconta il sito Internet del locale, “con l’intento di riproporre con passione l’arte del buon mangiare attraverso piatti tradizionali rivisitati in maniera innovativa, ma essenziale, nelle alchimie della propria terra”.
La cucina è ispirata alla tradizione culinaria del posto, “con delle incursioni in quella del vicino Gargano”, si basa su materie prime di provenienza locale, e gioca su una moderata “innovazione con accostamenti inusuali ma mai esasperati, frutto di una attenta ricerca e di una lunga esperienza”.
Vista la collocazione del locale è ovvio che protagonista sia il pesce, l’anguilla, oltre a cefali, bottarga, crugnaletti.
E diverse, gustosissime cose marinar-lacustri sono arrivate sulla tavola a cura di Nazario, assente, la sera della nostra visita, la moglie Lucia, abbinate, per apprezzarli nuovamente ancora, nel momento della verità, dell’abbinamento ai piatti e della beva, non semplicemente della degustazione, al Quadrello e al Melograno.
Scelta mia, perché la cantina del ristorante, curata da Nazario, propone una ricca scelta regionale e non solo in grado di soddisfare tutte le esigenze. Cose semplice fresche e stuzzicanti per partire, un’insalatina di pane con alici su letto di salicornia (un erba molto simile all’asparago selvatico che cresce spontanea lungo le spiagge e ha un pronunciato “sapore di mare”), quindi un cefalo proposto in due modi, in carpaccio ancora su salicornia e con ricotta, salsa di agrumi e pompelmo, in una preparazione davvero inconsueta e simpatica.
A seguire ancora pesce, acquadelle gratinate al forno e in carpione, buonissime e un delicatissimo filetto di mormora avvolto in zucchina e cipolla di Zapponeta, dei rugosi e consistenti maltagliati (fatti in casa) con impasto di rape, cefalo di laguna e pomodorini, e infine, prima del dolce, che non mi sono segnato, una splendida, morbidissima-croccante anguilla al forno, un bocconcino, una nuvola, saporita senza nessuna ombra di grasso, da bis, su letto di verdure.
Anguille, mi diceva Nazario, che ho incontrato poi con Lucia a Monopoli la sera della premiazione di Radici, che vengono proposte in diversi modi, ad esempio la minestra, con patate e lampascioni selvatici.
Come non consigliarvi, se passate da queste parti (non il lunedì, giorno di chiusura – tel. 0882 991942 e-mail) di fare una visita?


Non poteva finire meglio, come si suol dire in gloria, ovvero a tavola, la mia cinque giorni madrilena trascorsa tra degustazioni, crapule “tapasiane” y alegria.
Appena entrati ci si trova in una vera e propria taverna con tavolini quadrati molto spartani, sedie di legno, a vista vecchi fusti con i nomi dei vini gallegos, reti tese da una parete all’altro, il tutto in stile molto bistrot o osteria vera, dove il menu, scritto a mano, ti viene presentato su una caratteristica tavoletta di legno rotonda (ma volendo esistono anche traduzioni in più lingue, compreso l’italiano), ed i vini, oltre che disponibili in bottiglia, in una valida selezione, con ricarichi onesti, sono disponibili anche a bicchiere, o meglio in tazza, dove vengono versati da bottiglie portate al tavolo e proposti il Ribeiro, il Godello, i Mencia a 1,50 a tazza, mentre i vini base Treixadura o Albariño li pagherete 2,25 euro.
Divertendomi allo spettacolo di un’atmosfera sana popolata via via da sempre più gente, molti giovani, e tanti ghiottoni che evidentemente questo posto conoscono e ci ritornano con piacere, bevendomi due tazze di un fresco, croccante Ribeiro e poi una di scattante Albariño, ho speso poco meno di 17 euro. Quello che avrei speso mangiando una banalissima pizza e una birra in una pizzeria italiana.
Riflessioni a proposito del consumo di vino nella ristorazione italiana
Un ottimo esempio, ne sono persuaso, avendo più volte
Lasciandolo in tal modo libero di portare al tavolo, spessissimo anche solo a bicchiere, perché tanto la découverte viene proposta anche ad altri tavoli, quel determinato vino che ha selezionato e scoperto (sempre più spesso ultimamente avviene con i Riesling, grande passione di Rocca) o quella bottiglia giudiziosamente maturata in cantina che ha raggiunto il suo culmine di maturazione e alla quale è giunta l’ora di tirare allegramente il collo. E di proporla dopo averla preventivamente versata in un ampio decanter a riprendersi dal lungo riposo in cantina e respirare.
L’ho già scritto e non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è ancora salvezza nelle 
Degustare un buon bicchiere di vino, osservando dalla terrazza delle
Il menu della tre giorni 




