Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Enoriflessioni'

16 Aprile 2008

WineCreator: enologi e giornalisti a confronto per due giorni in Spagna

Ottima idea quella del Gruppo Peñín, società di comunicazione spagnola che edita la celebre Guida Peñín e la rivista Sibaritas, quella di chiamare per due giorni a confronto chi il vino produce, o contribuisce, con la sua expertise tecnica, a produrlo, ovvero gli enologi o wine maker e chi invece vino è chiamato a comunicarlo e talora a giudicarlo, ovvero i giornalisti, critici e scrittori del vino o wine writer.
Da questa idea di un confronto e di uno scambio di idee produttivo è nato il progetto WineCreator, che si è tradotto nell’organizzazione di un simposio internazionale, denominato appunto WineCreator (vedi sito), in programma venerdì 18 e sabato 19 a Ronda vicino a Malaga in Andalusia.
Per due giorni, nel corso di sei sessioni, di cui l’ultima, concepita in forma di tavola rotonda, ci si chiederà, come recita il sottotitolo del seminario, se la qualità sia nemica della diversità nel vino, e si discuterà di tecniche di vinificazione, se ci sia posto ancora per la creatività in un mondo, anche quello del vino, dove i segni della globalizzazione sono sempre più evidenti, se si possano ancora produrre vini dotati di chiare peculiarità o se le specificità debbano essere sacrificate sull’altare del mercato. E del business, che è la prima legge che regola l’industria del vino.
Si discuterà, come si è detto, di stili nel vino, di “tecniche di produzione, del ruolo e dello spazio del terroir nella realizzazione di un grande vino, se si possa “progettare” un vino a partire dall’impostazione e dalla gestione del vigneto, se le tecniche di vinificazione influire e condizionare la personalità di un vino, e poi quale influenza e quale diverso peso possano avere nel mondo del vino di oggi concetti e patrimoni quali tradizione, cultura e innovazione e se esista un punto d’incontro, di dialogo o di sintesi, tra concetti apparentemente distanti e inconciliabili quali tradizione e innovazione.
Una presentazione completa di tanto wine summit, al quale chi scrive è stato invitato a partecipare, in questa cronaca dettagliata, con i personaggi di scena (Michel Rolland, Denis Dubourdieu, Jean-Claude Berrouet enologo di Château Petrus dal 1963 al 2007, Paul Draper, Alvaro Palacios, Peter Sisseck, Dirk Van Der Niepoort, ma anche Carlo Ferrini e Riccardo Cotarella tra i tecnici e Michel Bettane, Pierre Casamayor, Joshua Greene, David Schildknecht, José Peñín della Guía Peñín e Víctor de la Serna di El Mundo, Joel B. Payne e altri tra cui il co-curatore della Guida dell’Espresso Ernesto Gentili) nell’articolo (leggi qui) pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S.
Il resoconto di quanto emergerà dai due giorni (più gli incontri informali tra partecipanti che ci saranno già nel pomeriggio – serata di giovedì 17) la prossima settimana su Vino al Vino.

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11 Aprile 2008

Montalcino: vogliamo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità!

Ma avete letto e avete colto l’importanza del commento postato questo pomeriggio da una persona informata dei fatti, da una addetta ai lavori, una enotecaria, che ci racconta e come ho accertato è pronta a testimoniarlo, che la bufera che stava per abbattersi su Montalcino e su alcune aziende era già nota alle stesse aziende, e ad alcuni importatori esteri, già a febbraio, prima di Benvenuto Brunello?
L’enotecaria ha scritto: “solo per fare un po’ di luce su chi ha parlato per primo,quando e cosa ha guadagnato. Io ho un enoteca che lavora anche con l’estero; agli inizi di Febbraio degli importatori sia tedeschi che francesi erano già al corrente che non avrebbero ricevuto il Brunello ed il motivo per cui ciò avveniva,glielo avevano comunicato le aziende stesse.
Ovviamente è cominciata subito da parte loro una diffidenza nei confronti di ciò che era toscano, trasformatasi poi in derisione quando si sono accorti che noi italiani eravamo tenuti all’oscuro di quanto stava accadendo sul nostro territorio.
Il Sig. Ziliani ha dato la notizia in modo garbato e non allarmistico solo quaranta giorni dopo quanto raccontato togliendoci dall’imbarazzo generato dalla nostra ignoranza della cosa ,dovuta all’omertà di quelle stesse aziende che avevano ritenuto opportuno divulgare il problema fuori dai confini nazionali
”.
Bene, se queste notizie erano già note alle aziende da almeno un paio di mesi, come faranno, come qualcuno sta cercando di fare, ad attribuire la colpa, trattandolo come un visionario, un inventore, un divulgatore di cose false e tendenziose, un allarmista, un “terrorista mediatico”, a chi si è limitato a raccontare quello che stava accadendo e che era già accaduto?
E perché mai i diretti interessati non hanno tempestivamente informato i loro clienti, le enoteche, di questo “problemino” che li riguardava e di cui erano chiaramente a conoscenza?
Signori di Montalcino, produttori, responsabili ad ogni livello del Consorzio, vogliamo smetterla di diffondere leggende e versioni fumose che fanno acqua da ogni parte, e di raccontare, finalmente, la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?    

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10 Aprile 2008

Anche Joan Gómez Pallarès, blogger spagnolo, in difesa del Brunello

Mentre qui in Italia coloro che hanno sollevato la questione del Brunello “riveduto e corretto” vengono sorprendentemente trattati, da qualcuno che dovrebbe invece dir loro grazie, da “terroristi mediatici” (leggi qui: ne riparleremo), all’estero cresce ogni giorno il numero dei commentatori, seri e autorevoli, che scendono apertamente in campo in difesa del vero Brunello e contro ogni ipotesi di modifica del disciplinare che consenta, anche a chi eventualmente in passato l’avesse già fatto, di produrre Brunello non solo con il Sangiovese, ma con altre uve. Ad esempio quel Cabernet, quel Merlot, quel Syrah o altro, che nelle vigne di parecchi produttori di Montalcino sono presenti, visto che sarebbero ufficialmente destinati alla produzione dei Sant’Antimo Doc.
L’ultimo a parlare apertamente in difesa del Brunello fatto solo con il Sangiovese è il mio caro amico catalano, professore di filologia latina all’Università di Barcellona e wine blogger, Joan Gómez Pallarès, che in un post (leggi qui) pubblicato sul suo ottimo blog De Vinis cibisque (vedi), oltre a raccontare quanto sta succedendo a Montalcino fa questa acuta osservazione: “¿Estrategia? Se monta un gran escándalo público a base de falsificaciones pilladas in fraganti, se airea convenientemente justo antes (¡qué casualidad!) de Vinitaly (la feria más importante del vino en Italia) y los voceros de turno (ya desenmascarados por Franco) salen de inmediato para defender que el camino es cambiar el reglamento y permitir la presencia de otras cepas en los vinos de la DOCG. Es evidente que no quieren perder el nombre de la marca y del prestigio del Brunello di Montalcino. ¡Pero lo quieren para vender vinos que no son Brunello”.
Credo proprio che sarà molto difficile far passare per irresponsabili, per esponenti del “terrorismo mediatico”, per disinformati, provocatori, per perditempo che hanno montato una notizia inesistente di un reato che non é mai stato commesso (é questa la linea che sembra passare dalla riunione dei produttori che si é tenuta ieri), tutti questi giornalisti, wine blogger, wine writer, che sono seri e fanno opinione nei loro Paesi e possono influenzare l’orientamento del consumatore.
Ci pensi bene qualcuno se ha intenzione di preparare, destinata soprattutto al sottoscritto, una “polpetta avvelenata”. C’è una comunità internazionale di scrittori del vino che è pronta ad insorgere nel caso a Montalcino succedessero cose strane, non solo se cambiassero inopinatamente il disciplinare di produzione, ma se presentassero il conto di quanto è successo non ai disonesti che hanno fatto strame delle regole, della dignità e della correttezza, ma a coloro che, facendo il loro mestiere di giornalisti, e distinguendo accuratamentetra il nostro Brunello e le inchieste sui vini al veleno”, senza alcun tipo di accostamento “fatto in maniera molto, molto scorretta”, hanno dato la notizia di qualcosa che è successo, perché le inchieste della Procura di Siena, l’azione della Guardia di Finanza, non se le sono inventate, e non hanno assolutamente il potere di guidarle, il sottoscritto o altri.
Prima di parlare di “terrorismo mediatico” a proposito della stampa libera e indipendente, che non guarda in faccia ai poteri più o meno occulti, ma direi piuttosto molto dichiarati ed evidenti, che chiedano il conto ai disonesti e ai cialtroni, ai quali del Brunello di Montalcino non gliene frega nulla e di una denonimazione, che è un bene comune, che hanno considerato come cosa loro!
Una cosa é certa: io a farmi tacciare da “terrorista mediatico” non sono disponibile e non resterò in silenzio di fronte a comportamenti volti a mettermi la museruola o ridurmi al silenzio…

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True Brunello: Wine & Spirits indaga sull’anima del Sangiovese a Montalcino

Alle incredibili facce di bronzo che dicono già, che diranno ancora, che ripeteranno, tanto qualcuno sarà felice di abboccare, che la questione dei Brunello di Montalcino non conformi, poi denominata Brunellopoli, è solo un’invenzione di un produttore incosciente (di cui mi onoro di essere amico, ma che escludo, come fa pure l’amico Roberto Giuliani - vedi - abbia fatto “la spia” come qualche calunniatore dice abbia invece fatto) e di qualche giornalista-blogger irresponsabile, che andrebbe seriamente punito e ricondotto al silenzio, così impara a non rompere le scatole ai manovratori, suggerisco di uscire dall’orticello di casa, dove fioriscono i gonzi che possono tranquillamente abbindolare, e di leggere quello che sulla vicenda stanno scrivendo fior di giornali in giro per il mondo.
Questi nemici della verità potrebbero ad esempio cominciare dall’articolo Fraudulent Brunellos? Shocking! che il critico del New York Times, Eric Asimov, ha pubblicato (leggi) sul proprio blog The Pour, per poi continuare con il post che uno dei più importanti wine blogger degli States, Alder Yarrow, ha pubblicato (leggi qui) sul celebre blog Vinography, poi approdare al post che un cultore di vini italiani, il senior editor and italian wine critic della celebre rivista Wine & Spirits (sito), Wolfgang M. Weber, ha dedicato alla vicenda sul suo ottimo blog Spume (leggi).
In questo post Weber ci fornisce il link ad un estratto di un ampio articolo, intitolato True Brunello The future of Tuscany signature Sangiovese, che il wine writer David Lynch ha pubblicato sulla bella rivista diretta da quel Joshua Greene che ho avuto il piacere di accompagnare al Vinitaly, per il tramite del comune amico Jeremy Parzen (mio compagno d’avventura nel wine blog VinoWirevedi) a degustare i Barolo e Barbaresco veri di due produttori di assoluta qualità come Cavallotto e Rizzi.
Nell’anticipazione, che tutti potete leggere (qui) si leggono affermazioni molto chiare, che lascio volutamente in inglese, come quella di Maurizio Castelli, grande enologo ed interprete del Sangiovese, di cui testualmente si dice “Maurizio Castelli is among those who believe that there is rampant “correcting” going on in Montalcino” e che poi afferma “It may be syrah or cabernet grown here, or sangiovese or something else from outside the area, but it is happening,” he said. “It is easy to taste Montalcino wines where it is very clear they are not all sangiovese“.
Oppure di un produttore serio come Roberto Guerrini, proprietario dell’azienda Fuligni, secondo il quale “Sangiovese is not sweet and it’s not black.
The difficulty with this grape is that it’s either great or it’s nothing. In other parts of Tuscany, producers have always blended other varieties to add color or body. But blending is difficult. It may be five percent of merlot added to a base of sangiovese, but the effect is like 40 percent“.
L’articolo riporta poi il punto di vista del presidente del Consorzio del Brunello, il conte Francesco Marone Cinzano, “I think we’re just at the point now where we know enough about sangiovese to take the next step forward in the evolution of the appellation” Marone Cinzano said. Having to walk the political tightrope as the Consorzio president, he was cryptic in addressing the issue of adulterated wines, choosing the neither–confirm–nor–deny route. “There is a healthy group, on which I am relying, who wants the real sangiovese,” he said, and left it at that.

Incoscienti, provocatori, nemici di Montalcino, personaggi in cerca di popolarità anche loro, come vengono additati come capri espiatori il produttore, serio, di Montalcino che dicono avrebbe dato il fuoco alla miccia, nonché il sottoscritto, che invece si é limitato a ricordare per l’ennesima volta quello che chiunque da anni poteva scoprire nel bicchiere, oppure persone che, soprattutto parlando con un giornalista straniero e avendo a cuore le sorti del vero Brunello, hanno ricordato delle evidenze che solo i miopi, i pompieri, i giustificazionisti, coloro che preferiscono dedicarsi al gioco delle tre scimmiette, facevano e fanno finta di non vedere?
In attesa di relazionarvi ulteriormente sull’ottimo articolo di David Lynch, nonché su quello che altri wine writer esteri con cui sono in contatto, tutti indignati dal “taroccamento del Brunello” e tutti contrari ad ogni incongrua ipotesi di modifica del Sangiovese con apertura ai vitigni esteri, stanno scrivendo, voglio ribadire una convinzione.
Oportet ut scandala eveniant, dicevano i latini, ovvero è opportuno e salutare che gli scandali scoppino. Facciamo in modo che questo scandalo finalmente scoppiato, perché non si poteva più andare avanti facendo finta che tutto fosse in regola, quando palesemente non lo era, sia una grande occasione di chiarezza, una purificazione, un punto fermo da cui ripartire per rendere il Brunello di Montalcino ancora più grande.
Perché autentico, unico, inimitabile, patrimonio fortissimo di un territorio che nel Sangiovese grosso che si trasforma in Brunello si riconosce e non certo nei Cabernet, nei Merlot o nei Syrah. Si chiamino Sant’Antimo Doc o Super Tuscan Igt Toscana.

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8 Aprile 2008

Produttori di Montalcino, occhio ai “pacchi”! Modesti consigli per uscire dal ginepraio

La manovra, ben congegnata, è già partita.
Mi sembra di sentirli già i discorsi di qualche furbetto, magari amico o sodale dei “furbetti del vigneto e della cantina” che hanno taroccato – e non certo a partire dall’annata 2003 – il Brunello interpretandolo, con creativa libertà, secondo estro e comodo, con il pretesto di seguire l’orientamento del “mercato”, dei consumatori e le predilezioni di larga parte della stampa specializzata, tanto “bischera” da prendere per grande, mentre era solo vergognoso, un “Brunello” corretto a Cabernet o Merlot. O chissà con quali altre uve. “Avete visto – dicevano già nei corridoi dei Vinitaly, nei conversari con giornalisti amici e magari diranno domani e mercoledì nel corso dell’incontro, o “tavolo tecnico”, com’è stato definito, organizzato per iniziativa dell’assessore provinciale all’agricoltura e presidente dell’Enoteca Italiana di Siena Galletti e di una riunione a porte chiuse promossa dal Consorzio - cosa succede ad essere eccessivamente rigidi, a tenere fede ad un disciplinare vecchio stile che ci costringe a lavorare solo con il Sangiovese? Succede che poi per colpa di vivaisti non meticolosi, che ti danno le barbatelle sbagliate, di una distrazione, di un vigneto dove il Sangiovese conviveva, perché ci va d’accordo, con altre uve destinate al Sant’Antimo e di un eccesso di controlli, di tutta questa burocrazia che ci rompe i corbelli, finiamo per fare la figura dei sofisticatori!”.
Ma allora, continuano questi immaginari, ma non troppo, manipolatori del consenso, quelli che tanto si danno da fare per dare la colpa di tutto quello che è successo ad un fantomatico produttore “purista” del Brunello, di cui magari non si riesce a capire cosa gli passi per la testa, a qualche giornalista o blogger in cerca di notorietà e non alle cose che loro, e altri, hanno combinato, “vale davvero la pena continuare ad insistere con questa formula del Sangiovese in purezza che alla fine crea tanti casini, e non sarebbe invece il caso, come ci chiede il mercato, di cambiare qualcosa, di essere più elastici?
Frase detta pur essendo consapevoli, come ha ricordato di recente il presidente del Consorzio del Brunello Marone Cinzano, che il disciplinare che prevede l’uso di Sangiovese al 100% per fare il Brunello resta così, “che non si debba modificare è una decisione votata dalla stragrande maggioranza dei produttori”.
Cari amici del Brunello di Montalcino, cari produttori che in questi anni, anche di fronte ad episodi di taroccamento spudorato e senza vergogna che per non vederli bisognava essere non solo ciechi, ma sordi, muti e vagamente rimbambiti, per non dire altro, non avete ceduto, avete tenuto duro, avete rispettato il dettato di un modo di produrre il Brunello che la storia e poi voi vi siete dati, convinti che il Sangiovese a Montalcino dia risultati unici, splendidi e inimitabili, state bene attenti, perché il pacco, la solenne fregatura, seppure ben infiocchettata, presentata con sapiente furbizia, è in agguato.
Non contenti di aver visto sbugiardata una “filosofia” del far vino perché chiudere gli occhi non era più possibile, coloro che per anni si sono ritenuti intoccabili e si ritenevano più furbi degli altri, liberi di fare e disfare, per cercare di far apparire meno grave (che tale è) il loro ridurre il disciplinare e l’identità del Brunello ad un giochino personale, cosa stanno cercando di fare ora?
Niente di strano, una tipica pratica italiana, cambiare le leggi perché i reati compiuti vengano in qualche modo derubricati o appaiano più lievi. La “propostona”, già bell’e confezionata, è quella di adeguare, anzi aggiornare e rendere più moderno e adatto alle esigenze di oggi, il disciplinare e di prevedere un “Brunello stil novo” ancora più a misura di americani, pardon di yankees, che sono ben altra cosa dagli americani che amano e rispettano il vero Brunello e non ne desiderano una bolgherizzazione o californizzazione (già peraltro strisciante, basta vedere la quantità di legno nuovo da barrique che molti si ostinano ad utilizzare in affinamento).
In soffitta, come un polveroso portato del passato, la regola, teoricamente accettata da tutti, secondo la quale il Brunello si può produrre solo da uve Sangiovese in purezza coltivate (è bene precisarlo, la Maremma non è poi così lontana…) nel territorio di Montalcino, e semaforo verde ad una new wave del Brunello dove i produttori potranno produrre Brunello in maniera più libera, elastica e creativa, à la Rivella, utilizzando una quota (5, 10% e poi chi misurerà se sarà davvero 10 e non 30%?), di altre uve foreste, i soliti Cabernet, Merlot, Syrah, Petit Verdot (speriamo che nell’ansia riformatrice non prevedano anche Montepulciano, Nero d’Avola, Negroamaro o Primitivo….). Naturalmente, ecco il discorso da sirene ammalianti dei furbetti del vigneto, “chi vorrà continuare a produrre Brunello di Montalcino con sole uve Sangiovese in purezza potrà farlo”, saranno poi il consumatore ed il mercato a decidere se premiare lo stile tradizionale (quello che ha contribuito a costruire la leggenda del Brunello) o quello moderno.
Messo in questa maniera, infiocchettato con furbizia, questo discorso, che sembra ragionevole, ma non lo é affatto, rischia di mettere in crisi le certezze di tanti. Perché impedire a chi vuole produrre il Brunello al Merlot di farlo quando si può invece continuare a farlo con il solo Sangiovese?
Per il semplice motivo, bisognerebbe rispondere a quei teorici dell’innovazione furba, che a Montalcino se non credi più di tanto nel Sangiovese (ma allora perché non trasferirsi armi e bagagli a Bolgheri o in Sicilia?), e se non ti va di produrre Brunello e Rosso di Montalcino come storia, identità, buon senso, tradizione e dignità prevedono, puoi sempre ripiegare – accidenti, senza poter riportare in etichetta quel nome, Brunello, che tira così tanto… - sul produrre Sant’Antimo, dove ci si può sbizzarrire con tutti i vitigni foresti possibili. Anche se poi, per quanto tu li possa battezzare con nomi altisonanti latini, è alquanto difficile vendere i Sant’Antimo Doc allo stesso prezzo del Brunello Docg…
Cari produttori di Montalcino che parteciperete alla riunione di domani indetta dall’assessore provinciale e a quella, ben più importante, a porte chiuse, di mercoledì voluta dal presidente del Consorzio di tutela del Brunello Francesco Marone Cinzano - “dobbiamo guardare al futuro e costruirlo con convinzione. Da questa vicenda usciremo rafforzati” - non fatevi infinocchiare da questi discorsi falso liberisti o da chi agita lo spettro della cassa integrazione e dei licenziamenti quasi a dire se toccano noi dopo vedrete cosa succede e Montalcino andrà in miseria. Un po’ come se dicessero, con un sottinteso non tanto sottinteso, è meglio che ci lasciate in pace…
Se vorrete tirare fuori il Brunello da questo “ginepraio” in cui si trova ora e dove non è finito per puro caso, o per le smanie di protagonismo di qualche giornalista o per la voglia di giovare alla causa di Montalcino di qualche fantomatico produttore, non dovete fare altro, in attesa che la giustizia faccia il suo corso e condanni chi effettivamente ha compiuto dei reati, che fare pulizia e trasparenza al vostro interno e inaugurare una stagione del rigore, verso voi stessi, verso il Brunello, a tutela del consumatore che paga fior di soldini per i vostri vini, una politica che non potrà altro che giovare.
Basta chiudere gli occhi, come avete purtroppo fatto per anni, limitandovi a mormorare, davanti ai vini sospetti, basta tollerare furbate di ogni tipo, e tutte le cariche, ad ogni livello, del Consorzio, che è l’organismo che vi rappresenta, pretendete, mettetelo a verbale, dichiaratelo alla stampa, fatevi sentire!, che finiscano solo a persone di specchiata e riconosciuta moralità, super partes, al di sopra di ogni sospetto, scelte da voi e non imposte da chissà quale potere.
Se non lo capiranno da soli che è cosa buona e giusta, di grande dignità, dare le dimissioni in attesa che le indagini facciano il loro corso, pretendete che i membri del Consiglio di amministrazione del Consorzio finiti, con le aziende nelle quali hanno incarichi di responsabilità, nell’occhio del ciclone delle indagini, diano le dimissioni. In caso contrario minacciate voi di uscirvene dal Consorzio e fate sapere pubblicamente di questa vostra risoluzione.
Naturalmente, inutile dirlo, il disciplinare che sancisce la produzione del Brunello e del Rosso di Montalcino con il solo Sangiovese di Montalcino non va toccato, a meno che si raccolga una folle, incongrua maggioranza di persone che pubblicamente, mettendoci la loro faccia, propongano di modificarlo, però spiegando chiaramente in base a quali motivazioni di ordine ampelografico, enologico, viticolo, agronomico, propongano una tale modifica. Come ha poi proposto, con grande lucidità e chiarezza, un lettore di questo blog, ”per sbloccare la situazione e dare certezze ai consumatori, la Guardia di Finanza, la Repressione Frodi ed i Nas facciano campionature casuali su tutti i prodotti presenti in tutte le aziende sotto la dizione “Brunello di Montalcino annata…….” o “Vino atto a divenire Brunello di Montalcino……” e li porteranno ad analizzare” nei laboratori che offrano le maggiori garanzie”.
Inoltre, come ho già scritto, il Consorzio dovrà dare incarico ai professori Attilio Scienza e Mario Fregoni di svolgere un lavoro di studio e ricerca sistematico alla luce delle dichiarazioni rilasciate in questi giorni (leggi e leggi ancora) sulla possibilità di capire mediante analisi chimiche dettagliate se dentro una bottiglia di vino c’è qualcosa di anomalo.
I campioni risultati non in regola verranno declassati a IGT e le aziende non potranno produrre e commercializzare Brunello per X anni, a seconda del numero delle infrazioni rilevate. Infine i legali rappresentanti delle aziende condannate verranno inibiti a rivestire cariche nei consorzi di tutela o nelle associazioni di produttori. “Tutti i costi di queste operazioni verranno sostenuti con le multe elevate”. Regole chiare, un’operazione chiarezza, non certo, come ha scritto mr. Suckling, una “caccia alle streghe“.
Se i produttori di Montalcino faranno così e mostreranno una chiara volontà di ricominciare da capo, partendo da una base di qualità diffusa che tocca larga parte del comparto produttivo, senza compiacenze, clemenze, giustificazioni, senza debolezze, facendo pulizia al loro interno e decidendo di operare nel nome del Brunello e del Sangiovese, e se sapranno comunicarlo con trasparenza al mondo, sono certo che non dovranno temere quanto è successo e riconquisteranno, con gli interessi, quella credibilità che solo l’opera di qualche furbetto – perché i vini taroccati non se li sono inventati i magistrati, la Guardia di Finanza, o chissà chi, ma sono anni che finiscono in bottiglia, vengono presentati in anteprima a Benvenuto Brunello, commercializzati in tutto il mondo – ha intaccato.
In caso contrario, se accetteranno, per quieto vivere, per pavidità e calcolo, perché condizionati da poteri forti, di cambiare il disciplinare di produzione, e non sapranno fare scudo attorno al Brunello e ai valori che lo rendono unico, non si meraviglino se il mondo, i consumatori, finiranno con il voltare loro le spalle.
Per salvaguardare la credibilità, il mito, la leggenda del vino creato da Ferruccio Biondi Santi, servono solo chiarezza, rigore, serietà e la dimostrazione, con i fatti e non solo a parole, di voler davvero voltare pagina. Per amore del Brunello. Per amore di Montalcino.

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7 Aprile 2008

Paolo Marchi sul caso Brunello: perché mai cambiare il disciplinare?

Sull’ultimo numero, di oggi (vedi) della news letter di Identità Golose (sito) Paolo Marchi, un giornalista che non si può certo dire sia un mio amico, ma di cui ieri avevo già segnalato una lucida riflessione pubblicata su Il Giornale, ovvero “purtroppo però per i produttori, la sola maniera perché certi articoli, giusti o sbagliati che siano, non escano non è l’omertà a valle di chi scrive ma l’onestà a monte di chi vinifica e imbottiglia”, ha pubblicato questo testo che credo valga la pena di leggere.
Un’analisi che mi trova assolutamente d’accordo e che si rivolge idealmente ai furbetti che stanno cogliendo e coglieranno l’occasione di quello che è successo, e delle scorciatoie prese e scoperte, per lanciare distrattamente ma non troppo una proposta indecente: “ma allora perché non aggiornare il disciplinare e lasciare libero ognuno di regolarsi come vuole?”. Un bel paio di ciufoli! Sarebbe come dare ragione a chi ha fatto strame della legge e ha preso per il naso i colleghi che l’hanno rispettata e sarebbe una trovata tecnicamente ed enologicamente, checché ne possa pensare il cavalier Rivella, il teorico del Syrah nel Barolo, totalmente priva di senso.
Il testo di Marchi dice: “Al Vinitaly 2008, che si conclude oggi, tanti hanno cercato di concentrarsi sul protagonista assoluto di una fiera che in Italia non ha pari (e nemmeno dispari, viste le distanze dalla concorrenza): il vino, precisato perché si è più volte rischiato di scordarselo tra Brunelli in odore di taroccamento, scandali al veleno e vino al lampone.
Tra l’altro mi è parsa un’edizione che ha funzionato meglio, a iniziare dal traffico e dai parcheggi anche se la tendenza, tra i padiglioni e gli stand, a ridurre tutto a un circo è sempre più marcata. Visto gli scandali, si è rivelato profetico quel produttore che ha ricreato nel suo spazio una sorta di nursery, dove i magnum hanno preso il posto dei bebè. Non saremmo ai morti, 19, del metanolista Ciravegna, ma è come se il vino italiano fosse lo stesso tornato all’anno zero.
Oggi le notizie viaggiano nel mondo a una velocità ben maggiore rispetto a vent’anni fa e fanno specie quei cantinieri che se la prendono con i giornalisti, scordandosi che i cronisti scrivono, mica vinificano, imbottigliano o cos’altro.
Il vero e unico modo perché una brutta nuova non esca è non commettere reati perché, per quanti prezzolati e conniventi possano esistere, ci sarà sempre chi, per onestà, calcolo o ignoranza (uno stupido fa più danni di una bomba atomica perché imprevedibile), la tira fuori.
Se ne sono scritte tante e se ne scriveranno a lungo tante altre, ma tre cose mi hanno colpito. La prima riguarda la possibilità che il Brunello cambi disciplinare e perda la sua purezza, intendo quella in botte perché l’altra è già macchiata. Magari se ne parlerà pure domani a Montalcino nella riunione degli associati al consorzio, in fondo se ne discute già in giro, vedi ad esempio Francesco Arrigoni sul Corriere della Sera di ieri
- che registra l’esistenza di un partito degli aperturisti sull’ipotesi di cambio di disciplinare  leggi qui ndr- E, in tal senso, c’è chi ricorda il caso del Chianti che ora può anche essere un Sangiovese in purezza e prima no. Purtroppo però per l’immagine e per il fatturato del vino italiano, entrambi a rischio contrazione, c’è un punto ben diverso tra le due bandiere di Toscana. Il Chianti, un uvaggio, si è riformato perché era ormai in crisi evidente e non lo comprava più nessuno (è una provocazione, non aveva comunque più fascino).
Al contrario, il Brunello godeva di ottima salute fino a dieci giorni fa e ha sempre fatto del Sangiovese in purezza, il suo Sangiovese, un motivo di orgoglio e di diversità. Come si può raccontare in giro che potrebbe non essere più così senza sputtanarsi? E’ tosta. Immagino che ci sarà chi proporrà un margine di altre uve, tipo un 10% di Merlot o Cabernet a mo’ di cuscinetto, per chi volesse usufruirne, liberi i tradizionalisti di non schiodarsi da un pieno 100%.
Sarebbe un secondo scandalo se attuato a breve giro di posta, un darla vinta ai furbi perché il Chianti ha cambiato al termine di un lungo dibattito, mentre in questo caso sarebbe la magistratura a dettare il disciplinare. Non è esattamente la stessa cosa. Secondo punto: ma con tutto lo spazio che c’è in Toscana, i brunellisti che volevano in catalogo un supertuscan, non potevano produrli tre colline più in là? Certo che no. Montalcino è un nome magico e va sfruttato come si fa con i maiali: fino in fondo. E poi, con tutte le varietà che uno si ritrova tra i filari e in cantina, la tentazione di tagliare prima o poi nasce, senza contare che vale di più un ettaro a Brunello/Sangiovese, vero o finto che sia, che uno a Syrah o Cabernet. Parliamo di pochi ettari che ballano, l’uno per cento, ma a me viene difficile credere che cantine che sono corazzate imprenditoriale facciano la spesa da vivaisti pasticcioni e hanno enologi altrettanto disattenti.
Ultimo punto: i pm che a Siena indagano, invece di sequestrare centinaia di migliaia di bottiglie solo in base a dichiarazioni catastali difformi, per quanto importante sia il punto, potevano anche analizzare dei campioni e vedere se per davvero dalla teoria si è passati alla pratica. E in questo caso bastonare.
I francesi avrebbero fatto così. E poi nascosto tutto o, più probabilmente, non avrebbero nemmeno iniziato a indagare. Ma ogni popolo ha il suo Dna e nel nostro c’è anche l’auto-lesionismo, oltre alla convinzione che la furbizia sia da preferire all’intelligenza
”. Impeccabile ragionamento.
A proposito di controlli, interessante leggere, sullo stesso sito istituzionale che pubblica le uscite di Rivella (vedi), due riflessioni, una del professor Attilio Scienza (leggi) e una del professor Mario Fregoni (leggi) sulle analisi chimiche più aggiornate e dettagliate che consentono di capire veramente cosa c’è dietro una bottiglia e se c’è qualcosa di anomalo.
Proposta: perché al Consorzio del Brunello di Montalcino (sito dove ovviamente di quello che accade in questi giorni a Montalcino non appare traccia: evviva la trasparenza, evviva la comunicazione!) non convocano con urgenza i due studiosi e danno loro incarico di un’analisi sistematica (sarebbero soldi spesi bene) dei Brunello, ma non solo l’annata 2003, perché certe pratiche disinvolte sono cominciate ben prima, di tutti gli associati?

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Velenitaly: cui prodest? Riflessioni su un Espresso corretto al veleno

Non sono un novellino di primo pelo da non capire che l’antica regola del giornalismo secondo la quale uno scoop, una notizia sparata in prima pagina a titoli di scatola aiuta a vendere vale anche oggi, ai tempi di Internet e dell’informazione diffusa, cui contribuiscono, eccome se contribuiscono, anche i blog.
Eppure, di fronte alla copertina dell’ultimo numero dell’Espresso che strilla “Velenitaly,” seguita dal cappello che recita “una clamorosa sofisticazione: 70 milioni di litri di vino prodotto con sostanze tossiche. E poi il pane della camorra e l’olio finto italiano. Ma anche le truffe sul Brunello, il Chianti e il Passito”, doppiata, a pagina 40, da un altro titolone, “Benvenuti a Velenitaly. Concimi, sostanze cancerogene, acqua, zucchero, acido muriatico e solo un quinto di mosto. Con questo miscuglio sono stati prodotti 70 milioni di litri di vino a basso costo. Venduti in tutta Italia”, sono rimasto, per non dire altro, di sasso. Difendo ovviamente il sacrosanto diritto dei giornalisti dell’Espresso, come di qualsiasi altro giornale, sito Internet o blog, di riportare le notizie di cui si dispone, di fare quello che è il dovere di ogni giornalista degno di questo nome, eppure, di fronte a questa copertina, a questi titoli da terrorismo dell’informazione più che ad effetto, che lanciano e fungono da cappello introduttivo ad un articolo su un’inchiesta relativa ad un caso criminale di sofisticazione di un qualcosa che è difficile continuare a considerare vino, e ad un altro articolo, dal titolo “Nel Brunello c’è il tranello” dove si parla del caso Montalcino, del “celebre vino fatto con altre uve” per poi finire a parlare di altri episodi di alterazione e taroccamento, non posso dire che altro che “no, non ci sto” e che questo modo di fare giornalismo e informazione mi fa orrore e paura.
Qui ci si trova ad un modo di fare cronaca dove ad “iniettare il veleno nel vino”, a danneggiare oggettivamente l’immagine la credibilità (invero un po’ traballante) del vino italiano è il settimanale che questo titolo, per fare uno scoop, per vendere qualche copia di più, con l’effetto temporale ben calcolato della coincidenza con il Vinitaly, l’ha sparato.
Con un effetto confusione, nei confronti del consumatore normale, del lettore dell’Espresso, che non è detto che s’intenda di disciplinari di produzione, di uvaggi, di norme che regolano la produzione di vino, e della quantità di italiani che sono stati raggiunti dall’effetto tam tam di questa inchiesta con il botto, il settimanale ha oggettivamente lasciato passare, consapevolmente o meno, il messaggio che il vino, si tratti di vino economico venduto in bottiglia o in tetrabrik, oppure di vino importante, costoso, blasonato, venduto nelle enoteche e stappato con ogni cura nei ristoranti stellati, sia qualcosa di cui non ci si possa fidare, perché “sofisticato”, mischiato con “sostanze cancerogene”, acqua e veleni vari.
Cosa che non è assolutamente vera, come al Gruppo Editoriale L’Espresso Spa - presidente onorario Carlo Caracciolo, presidente del Consiglio di Amministrazione Carlo De Benedetti – dovrebbero sapere, visto che editano oltre che una guida dei ristoranti anche una Guida dei vini.
Eppure, nonostante ciò in questo numero 14 del 10 aprile, che tra l’altro ospita a pagina 218 un’advertising della casa siciliana Cusumano (chissà come saranno contenti dell’investimento…) dall’Espresso, non da un piccolo blog, parte un messaggio dirompente, confuso, pasticcione, che finisce con l’equiparare il vino al veleno.
Perché questo sia successo e in questo momento, che non solo ha visto la coincidenza con il Vinitaly, ma l’imminenza, poco più di una settimana, delle elezioni politiche, è un mistero, indagare sul quale sarebbe esercizio da dietrologi e da studiosi di fantascienza. Ad un ragionamento razionale un’operazione del genere avrebbe un “senso” solo se il pacchetto di maggioranza del Gruppo Editoriale L’Espresso fosse detenuto da un grande gruppo multinazionale produttore di birra oppure da qualche potentato economico francese riconducibile a qualche potentato del vino francese o del Nuovo Mondo. Sarebbe interessante indagare se esistano parentele e vicinanze di personaggi di questo Gruppo Editoriale con uomini politici o gruppi economici francesi di primo piano… C’é chi si é spinto ad interrogarsi sull’esistenza di un ipotetico complotto (leggi).
Gli unici, il vino francese (viste le sue difficoltà anche peggiori delle nostre) ed il vino from Australia, Cile, California, che oggettivamente possono trarre vantaggio da questa palata di fango, di ignominia, di “informazione” disinvolta, pasticciona e crea caos che l’Espresso ha lanciato con il suo “Velenitaly”.
Un titolo urlato in faccia ai tanti produttori seri italiani che non sono sfiorati nemmeno minimamente né dalle questioni sporche inerenti la sofisticazione e la commercializzazione di una sostanza che non si può definire “vino” né tantomeno dalla vicenda Brunellopoli che riguarda pochi furbetti del vigneto e della cantina molto abili nelle pubbliche relazioni.
E’ questa stragrande maggioranza silenziosa e giustamente “incazzata” di viticoltori e produttori perbene, che lavorano e cercano di fare qualità, con ambizioni e possibilità diverse, di vendere e diffondere una corretta immagine del vino italiano nel mondo, che dovrebbe oggi, attraverso un’azione congiunta delle varie organizzazioni del vino, dalla Federvini alla Unione Italiana Vini alla Federdoc alle tante altre di cui non è facile tenere il conto, chiedere conto a chi con l’alibi di fare “informazione” ha finito invece con lo spaventare e disorientare il consumatore e danneggiare la credibilità, soprattutto all’estero, del vino italiano. Ha perfettamente ragione di essere indignato, anzi “incazzato”, il presidente di Veronafiere Castelletti (vedi video).
Un Espresso corretto al veleno, come riconoscono (vedi qui) i due curatori della guida dei vini dell’Espresso Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili e come ha coraggiosamente commentato, sul suo blog (vedi) il direttore delle Guide dell’Espresso Enzo Vizzari, che è impossibile mandare giù. E tollerare.

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6 Aprile 2008

A proposito di “ignoranza”: doverosa precisazione al commento di un lettore

Caro Bencini, ho letto con piacere il suo arguto commento e la sua simpatica divagazione di carattere filologico sulla parola “ignoranza” e sulla sua accezione nella terra di Dante.
Mi sono divertito a leggerla e la prego di salutarmi tanto la ‘su mamma e di ringraziarla per il gentile e sintetico giudizio nei miei confronti, ma devo farle notare che con una certa dose di malizia lei mi attribuisce cose che rispedisco al mittente, perché non mi riguardano né mi toccano.
Non godo, come lei scrive, “della vista delle macerie del mondo del vino italiano”, prendo solo atto con piacere, anche se profondamente rattristato nel vedere il Brunello messo alla berlina, che qualcuno, le autorità competenti, si sono decise finalmente a guardare in un bicchiere (quello del Brunello, ma tanti altri sono altrettanto “sporchi”) dove da anni, accanto ad una maggioranza di vini veri, rispettosi delle leggi, erano fioriti, osannati da una stampa “specializzata” (a dire bischerate) non si sa bene se ottusa o collusa, fior di vini che con il Brunello non avevano e non hanno nulla a che fare.
Non mi accanisco affatto “contro certi produttori, solo in quanto sono grandi ed affermati, indipendentemente da qualunque azione o prodotto essi in effetti facciano”, perché ci sono fior di aziende grandi, le faccio due nomi a Montalcino, Il Poggione e Col d’Orcia, che abbinano quantità a qualità e fanno ottime cose e di cui spesso ho scritto.
Se poi dei grossi nomi, come quelli ormai noti a tutti, sono finiti nell’occhio del ciclone, non è per colpa mia, ma a causa di comportamenti che evidentemente, secondo quanto vanno accertando gli inquirenti, non erano poi tanto specchiati.
La sorpresa, nei confronti di tre di quei quattro nomi, è molto relativa, perché sono anni che i loro Brunello di Montalcino, assaggiati alla cieca, apparivano a me e ad altri colleghi difficilmente comprensibili e molto “originali”.
So bene che i piccoli produttori di nicchia, quelli che per me rappresentano l’onore, la bandiera e l’identità del Brunello, hanno bisogno anche dei grandi marchi, “delle aziende più grandi (che garantiscono il presidio sui mercati)”.
Se però queste grandi aziende non rispettano le regole, come appare da quanto questa inchiesta ci sta sinora dicendo, il loro effetto positivo finisce e i piccoli produttori, dalla cui parte io sono sempre stato e il cui lavoro cerco di salvaguardare con i miei articoli, hanno il dovere di prendere risolutamente le distanze da loro e di badare a percorrere la loro strada. Anche se con le difficoltà dovute ai loro mezzi limitati, ma con la forza e la verità dei loro vini. Veri.
Lei pertanto sbaglia, ma di grosso, quando afferma che “ignoranza è nella volontà di ingannare tanti appassionati del vino facendo credere loro che tutto questo letame gettato sulle aziende leader del vino italiano possa far del bene ai piccoli produttori”. Sbaglia perché io non “getto letame” su nulla, ma mi limito a fare informazione, ad uso dei consumatori, a tutela dell’immagine del Brunello di Montalcino e dei tanti produttori veri che ne salvaguardano la storia, l’identità, la credibilità.
Oggi un collega giornalista che non si può proprio dire sia mio amico, anzi, Paolo Marchi, ha scritto in una cronaca dal Vinitaly pubblicata su Il Giornale queste parole: “Purtroppo però per i produttori, la sola maniera perché certi articoli, giusti o sbagliati che siano, non escano non è l’omertà a valle di chi scrive ma l’onestà a monte di chi vinifica e imbottiglia”.
Non saprei aggiungere una parola di più a questa osservazione che sottoscrivo e alla quale pubblicamente plaudo.
Sbaglia infine, gentile Bencini, quando scrive che “il Brunello di Montalcino e gli uomini che a Montalcino vivono e lavorano sono gettati nella polvere, accomunati (ignorantemente) ad acidi muriatici e altre nefandezze”.
Non sono stato certo io ad accomunare in maniera becera, scandalistica, pericolosa, il Brunello “taroccato” alle cronache, molto preoccupanti, relative ad episodi di sofisticazione.
E’ stato l’Espresso (leggi qui), con articoli e soprattutto una copertina che giudico allucinante e dannosissima e contro la quale mi auguro il vino italiano riesca a fare un fronte unito, promuovendo una causa per danni contro il settimanale.
Perché un conto è raccontare, com’era mio dovere, cosa stava accadendo a Montalcino, e un conto, come ha fatto l’Espresso con quella copertina, fare del terrorismo dell’informazione che oggettivamente danneggia l’intero vino italiano e getta ombre pesanti sulla sua credibilità, invero un po’ zoppicante, dato il ripetersi di scandali che lo riguardano. Anche se per evitare che qualcuno si senta legittimato a gettare il “mostro vino” in prima pagina e a metterlo alla berlina, basterebbe, “l’onestà a monte di chi vinifica e imbottiglia”.
Se questa onestà ci fosse stata, se non si arrangiassero i vini nelle cantine, se il vino fosse sempre lo specchio dell’annata, del terroir, del vitigno, della denominazione, se la stampa avesse avuto il coraggio di denunciare certe scorciatoie diffuse, non ci troveremmo di fronte a “Brunellopoli” e ad un titolo, “Velenitaly” che offende e ferisce ogni persona che ami davvero il vino italiano.

Testo integrale del commento del lettore Paolo Bencini

”La parola “ignoranza” in Toscana ha un’accezione molto più complessa di quella normalmente utilizzata nella lingua italiana. Non ha solo il significato di inesperienza, mancanza di istruzione ma anche quello di cattiveria, stupidità e malafede. Dalle nostre parti dare dell’ignorante a qualcuno significa tutto questo in un sol colpo ed in effetti questi significati sono spessissimo intimamente legati tra loro. Ignoranza è fingere di non sapere che il vino è un prodotto del tutto legato al mantenimento di un’alta immagine e reputazione sui mercati internazionali.
Ignoranza è non tener conto che per potere esistere i piccoli produttori di nicchia necessitano di un effettivo mercato mondiale del vino italiano, da Tokyo a Londra, da Firenze a Los Angeles, dove accanto ai marchi delle aziende più grandi (che garantiscono il presidio sui mercati) c’è spazio per l’immensa varietà della cultura del vino del nostro paese.
Ignoranza è la malignità nell’accanirsi contro certi produttori, solo in quanto sono grandi ed affermati, indipendentemente da qualunque azione o prodotto essi in effetti facciano. Ignoranza è la stoltezza nel godere della vista delle macerie del mondo del vino italiano, dove il Brunello di Montalcino e gli uomini che a Montalcino vivono e lavorano, sono gettati nella polvere, accomunati (ignorantemente) ad acidi muriatici e altre nefandezze.
Ignoranza è nella volontà di ingannare tanti appassionati del vino facendo credere loro che tutto questo letame gettato sulle aziende leader del vino italiano possa far del bene ai piccoli produttori.
Ieri, a mia mamma che mi chiedeva cos’era tutto questo trambusto sui vari “Velenitaly”, ho letto un paio dei suoi articoli e lei mi ha detto “certo che l’è proprio ignorante codesto Ziliani”. Ha ragione”.

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5 Aprile 2008

Brunellopoli impazza, ma continuiamo a credere nel Brunello, in quello vero!

Rientro da due giorni intensi al Vinitaly, trascorsi anche in buona parte nello stand della Toscana, parlando con i produttori di Brunello di Montalcino, nessuno dei quali mi ha guardato storto o mi ha rimproverato di aver scritto quello che ho scritto e che riscriverei. L’unica reazione che registro finora è l’aver perso una collaborazione ad un giornale su cui scrivevo da quasi vent’anni, perché l’editore della rivista, un editore un po’ speciale, bontà sua dichiara che “è al fianco delle imprese che – non deve essere dimenticato – hanno contribuito ad affermare il made in Italy enologico nel mondo” – peccato che queste imprese qualcosa di strano l’hanno fatto altrimenti non gli avrebbero bloccato la vendita del Brunello.
Dalla folta rappresentanza del mondo del vino di Montalcino presente a Verona ho raccolto solo testimonianze di sostegno ed il chiaro invito a contribuire a distinguere il grano dal loglio, a sottolineare che nonostante l’imperversare di “Brunellopoli” il Brunello di Montalcino merita il più ampio rispetto, come pure il lavoro della stragrande maggioranza dei suoi produttori. Che sono persone per bene e che rispettano la legge, l’identità e lo spirito del loro grande vino, la storia, la tradizione, la possibilità di avere un futuro del Brunello.
Oggi la risposta più importante che può  e deve dare il consumatore, di fronte a tanto fango che schizza, è continuare a credere nel Brunello, ad acquistare, stappare, mettere in cantina i tanti buoni vini, e ce ne sono perbacco!, che a Montalcino sono stati e continuano e continueranno ad essere prodotti.
Anche se qualche bischero, come chiamarlo diversamente, in questi anni, ha cercato di tirare il Brunello per la giacchetta, ad interpretarlo secondo interessi e convenienza, con la complicità, posso dirlo?, con la connivenza di larga parte della stampa specializzata e delle guide, che di fronte a certi vini incredibili non ha avuto le palle (ma diciamolo!) di parlare, di gridare allo scandalo, di dire no. Ma che i vinoni riveduti e (s)corretti ha invece portato in palmo di mano, sostenuto e corretto.
Quando si scriverà la storia di Brunellopoli sul banco degli imputati non dovranno essere portati solo i taroccatori, quelli che, guarda caso, si sono trovati loro malgrado, colpa dei vivaisti o del destino cinico e baro, del Cabernet e del Merlot e del Syrah nei vigneti di Sangiovese destinati al Brunello, quelli che tornati dalle vacanze dal Salento non si sono portati solo delle buone paste di mandorla, ma qualche indirizzo utile e qualche contatto da utilizzare sotto vendemmia o dopo, ma anche i pavidi ed i furbetti che hanno disonorato, con il loro silenzio, la loro miopia, la loro oggettiva complicità, il mestiere di giornalista.
Che consiste nel raccontare le cose, nel dire quello che si pensa, quello che si sa. Senza guardare in faccia a nessuno, a cognomi blasonati, a potentati economico – pubblicitari.
In attesa di raccontarvi meglio le mie impressioni dai due giorni a Montalcino, i tanti vini buoni assaggiati (sei nomi su tutti: Brunello di Montalcino 2003 di Piero Palmucci Poggio di Sotto e Brunello di Montalcino 2003 di Giulio Salvioni, due assolute garanzie; Brunello di Montalcino 2003 de Il Colle, una conferma, Barolo Monprivato riserva Cà d’Morissio 2001 di Giuseppe Mascarello, Pignol 1997 di Bressan, una piccola azienda friulana che considero un’autentica rivelazione, Barolo Vignolo riserva 2001 di Cavallotto), voglio lanciarvi questo pressante invito a credere nel Brunello.
Se su qualche vino avete dei dubbi, o ve li hanno fatti venire, ignoratelo, e andate sul sicuro e premiate ancora di più, scegliendo i loro vini, premiando il loro lavoro, l’aver tenuto dritta la barra, anche nella bufera, dei tanti produttori di Montalcino che fanno il loro dovere, che onorano il nome del Brunello e hanno bisogno di essere sostenuti ancora di più solo ora, quando Brunellopoli impazza e a qualcuno potrebbe venire l’insana tentazione di concludere che il Brunello non è più credibile.
Lo è invece, e credibili sono i produttori che ne rappresentano il tessuto connettivo, la forza, il passato, il presente ed il futuro.
Evviva il Brunello, quello vero, e al diavolo i cialtroni che hanno cercato di farne strame, che ne hanno sporcato il nome e che oggi è giusto, se la Giustizia italiana li condannerà al termine di regolari processi, non mediatici, ma veri, che paghino. 
Vi segnalo alcuni interessanti articoli sulla vicenda pubblicati in questi giorni, sul Corriere Fiorentino (costola toscana del Corriere della Sera – leggi), sul Corriere della Sera (qui), sull’Espresso (qui), sul blog di Massimo Bernardi Kela blu (leggi), sul TgCom di Mediaset (vedi), ma anche oltre Oceano, su Wine Spectator (qui), nonché sul seguitissimo autorevole blog del critico del New York Times Eric Asimov, The Pour, che ricostruendo la vicenda (leggi) attribuisce a qualcuno e a qualche blog, in italiano (vedi) e in inglese (vedi) qualche merito, l’aver avuto il coraggio di parlare per primo e di dire le cose come stanno. Piccole grandi soddisfazioni professionali, che arrivano from Usa, mentre magari tanti colleghi qui in Italia, difensori iperciliosi degli intoccabili potenti, e impegnatissimi a fare i pompieri, i ridimensionatori, i giustificazionisti, ti fanno passare come un pazzo furioso e un incosciente. Sopravviveremo anche a questo…

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1 Aprile 2008

Al Vinitaly, si necesse est, ma senza trionfalismi per favore…

E’ cominciata la settimana che, come da 42 anni a questa parte (per chi scrive da circa 25 anni), ci porta all’appuntamento veronese del Vinitaly.
Anche se scarsamente persuasi dell’utilità di andarci e piuttosto rassegnati (perché la rassegna che si tiene nella città di Giulietta è molto più simile ad una kermesse, ad una sagra di paese, che ad un salone del vino come lo sono Vinexpo a Bordeaux, la London Wine Trade Fair, la Prowein…), immancabilmente ci andremo.
Per salutare gli amici, per incontrare persone con cui si é contatto via mail, per far vedere che anche noi ci siamo, per dare il nostro piccolo contributo alla celebrazione del festoso rito laico che é questa annuale vetrina del vino italiano, per scambiare biglietti da visita e anche per degustare qualche vino, anche se le condizioni per assaggiare sono tutt’altro che quelle ideali.
Andiamoci dunque a Verona, ma come ho cercato di spiegare qui (leggi), in questo articolo pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S., quest’anno cerchiamo di andarci senza trionfalismi, con un pizzico di sobrietà, perché al di là di quello che affermano apologeti e velinari, per il vino italiano il momento, come dimostra lo scandalo che è scoppiato a Montalcino nel mondo del Brunello, che scandalo resta, anche se pompieri e giustificazionisti di ogni tipo, anche autorevoli (vedi) stanno cercando di sminuirne la portata e di ridimensionarlo, non è proprio magico e da festeggiamenti.
Sarebbe piuttosto il momento delle riflessioni, anche sui tanti errori fatti, delle analisi e dei ripensamenti, anche se conoscendo i miei polli, ovvero il circo Barnum del vino (che comprende tutti: produttori, tecnici, giornalisti, importatori, distributori, ecc.), sono scettico sul fatto che chi ha sbagliato sia davvero chiamato a pagare e faccia mea culpa…

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