Give them a sense of place. A proposito di Nebbiolo e del “sapore e atmosfera di un posto” by Nelle Nuvole

Ho ricevuto da Nelle Nuvole, una lettrice che ogni tanto mi manda le sue riflessioni su vino e dintorni, una Signora che di vino sa non solo perché è impegnata a venderlo in giro per il mondo, ma perché lo apprezza, questa bella riflessione su un tema a me quanto mai gradito, il Nebbiolo ed il senso di origine che i migliori vini espressione di quest’uva grandissima rivelano.
Una riflessione sull’accezione del termine “nebbiolesco” nata nella mente di Nelle Nuvole, che come dice di sé è “cresciuta enologicamente con l’imprinting del Sangiovese”, dalla partecipazione alla bella manifestazione Vignaioli di Langa che si è svolta lo scorso week end a Roma.
Pubblico con grande piacere queste raffinate e sensibili parole dedicate ad un’uva (e ai vini che ne nascono) che sono davvero “anti-brand” per eccellenza. Buona lettura!
“Le vigne si stanno spogliando e la terra comincia a riposarsi. La fretta concitata vendemmiale è terminata e anche se in cantina c’è sempre molto da fare è il momento del ripensamento, l’atmosfera invita alla lentezza e all’approfondimento.
Per quanto mi riguarda ho approfittato di una pausa fra un viaggio e l’altro per regalarmi un’esperienza senza dubbio necessaria all’arricchimento del mio bagaglio conoscitivo. Da un po’ mi frullava per la testa il termine “nebbiolesco”, letto di recente in diverse note degustative riguardanti vini che di Nebbiolo non avevano nulla.
A naso mi sembrava di capire che la parola fosse usata per descrivere degli aspetti di austerità, reticenza nel donarsi, virilità tannica, sapidità. E anche di semplicità lineare, accompagnata però da complessità e persistenza. Insomma, vini che avevano nella lunghezza la loro impronta stilistica più che nella larghezza.
Essendo cresciuta enologicamente con l’imprinting del Sangiovese mi dava un poco fastidio che nella descrizione di vini con questa varietà si utilizzasse per definirli lo stile di un’altra. Come dire “una bella mora molto bionda”.
Così armata di curiosità e forte della mia scarsa esperienza sul campo “Nebbiolesco” mi sono intrufolata in Vignaioli di Langa, una manifestazione organizzata a Roma da Tiziana Gallo. Per un paio d’ore mi sono aggirata, ho degustato, chiesto, annuito, sorriso. Ho anche preso appunti che poi ho dimenticato in qualche stanza d’albergo. Meglio così, perché la mia intenzione principale non era di conoscere i singoli produttori, bensì di capire un luogo e il suo vino.
Missione compiuta. Non ho incontrato prime donne, solo persone molto gentili, affaticate, emozionate. Nel caldo e nella romba crescente nelle sale del palazzo rinascimentale che ospitava l’evento mi sono venuti incontro produttori cortesi che versavano qualcosa di cui sapevano la genesi e l’evoluzione.

Ho conosciuto Tiziana Gallo, una signora appassionata, competente e molto disponibile. Soprattutto ho riscontrato una coerenza produttiva notevole. I Barolo 2007 in generale sono ancora infanti e anche i Barbaresco 2008 hanno bisogno di tempo per esprimersi al meglio. Gli stessi vini di annate precedenti mostravano solo in parte il loro valore e complessità. Però il vino “c’era” e anche il luogo.
Raramente nelle mie esperienze di manifestazioni ho recepito la verità delle definizione “sense of place” come in quest’occasione. Il prodotto di parcelle di vigna diverse, uomini e donne diversi, ma con un filo conduttore unico. Il Nebbiolo.
Le operazioni in cantina che mi hanno raccontato sono tutte di una semplicità disarmante, il legno utilizzato è per la maggior parte rovere di Slavonia e le botti di capacità medio-grande. Ma pure nei vini affinati in barrique non c’era la preponderanza omologante del legno presente in tante altre denominazioni. I vini assaggiati erano fatti per accompagnare il cibo quotidiano o delle occasioni speciali, ma anche bevuti a digiuno mi hanno fatto idealmente sedere ad una tavola imbandita e familiare.
Mi piace che ci sia questa compattezza, la capacità di ritrovare in una bottiglia bevuta anche agli antipodi della sua zona di produzione il sapore e l’atmosfera di un posto e della sua storia. Un abbraccio che afferra e ti riporta a casa, dovunque tu sia.
Si è parlato di riaffermare il Nebbiolo, di rilanciarlo come “marchio” sui mercati internazionali. E non penso solo a questa varietà, ma anche a quella di casa mia, il Sangiovese tanto discusso e tutt’ora ondivago nella sua percezione.
Forse sarebbe il caso di puntare sulla capacità di regalare un sogno, di comunicare un luogo che nell’immaginario di chi non c’è mai stato fisicamente riesca comunque a diventare “reale”. Senza tanti voli pindarici, idee sballate buttate lì solo per giustificare la spesa di una grande consulente. Il vino è un formidabile comunicatore ed aggregatore, basta non considerarlo un oggetto di marketing come tanti altri”.
Nelle Nuvole








Brolio, Francesco Ricasoli ed il Casalferro
In altre parole il giornalista Usa ripete la favoletta bella, che si é letta recentemente anche in un articolo dedicato a Brolio pubblicato in Italia, del “Merlot puro che si é “sangiovesizzato”, del Merlot che grazie al terroir di Brolio non sa di Merlot come a Bordeaux o in California, perché, come si legge sul sito aziendale, “Siamo tra le poche realtà del Chianti Classico capaci di produrre vini dalla personalità molto diversa tra loro all’interno di un unico territorio. Il merito è delle sue molteplici sfaccettature che ci permettono di declinare in modi molto differenti le caratteristiche di un particolare vitigno e la sua predisposizione alla qualità. E’ un concetto antico: i latini dicevano “genius loci”, oggi parliamo di “terroir”.

Sommelier italiani si fanno onore all’estero e testimoniano la capacità di A.I.S. di preparare ottimi professionisti.



Ricordate i Super Tuscan, coccolati da tutti, guide dei vini in primis, e addirittura definiti, “la punta più avanzata del vino italiano” da Lamberto Frescobaldi, responsabile del settore viticolo ed enologico della celebre storica azienda toscana, secondo il quale –
Possibile, mi dico io, che tutte le annate che Bacco manda in terra finiscano inevitabilmente per diventare con la benedizione della Coldiretti e dell’Assoenologi, secondo una visuale non so se solo buonista oppure anche miope, l’annata memorabile, anzi, l’annata del secolo nei resoconti di certa stampa piuttosto compiacente e un po’ pressappochista?

In primis il 


