La manovra, ben congegnata, è già partita.
Mi sembra di sentirli già i discorsi di qualche furbetto, magari amico o sodale dei “furbetti del vigneto e della cantina” che hanno taroccato – e non certo a partire dall’annata 2003 – il Brunello interpretandolo, con creativa libertà, secondo estro e comodo, con il pretesto di seguire l’orientamento del “mercato”, dei consumatori e le predilezioni di larga parte della stampa specializzata, tanto “bischera” da prendere per grande, mentre era solo vergognoso, un “Brunello” corretto a Cabernet o Merlot. O chissà con quali altre uve. “Avete visto – dicevano già nei corridoi dei Vinitaly, nei conversari con giornalisti amici e magari diranno domani e mercoledì nel corso dell’incontro, o “tavolo tecnico”, com’è stato definito, organizzato per iniziativa dell’assessore provinciale all’agricoltura e presidente dell’Enoteca Italiana di Siena Galletti e di una riunione a porte chiuse promossa dal Consorzio - cosa succede ad essere eccessivamente rigidi, a tenere fede ad un disciplinare vecchio stile che ci costringe a lavorare solo con il Sangiovese? Succede che poi per colpa di vivaisti non meticolosi, che ti danno le barbatelle sbagliate, di una distrazione, di un vigneto dove il Sangiovese conviveva, perché ci va d’accordo, con altre uve destinate al Sant’Antimo e di un eccesso di controlli, di tutta questa burocrazia che ci rompe i corbelli, finiamo per fare la figura dei sofisticatori!”.
Ma allora, continuano questi immaginari, ma non troppo, manipolatori del consenso, quelli che tanto si danno da fare per dare la colpa di tutto quello che è successo ad un fantomatico produttore “purista” del Brunello, di cui magari non si riesce a capire cosa gli passi per la testa, a qualche giornalista o blogger in cerca di notorietà e non alle cose che loro, e altri, hanno combinato, “vale davvero la pena continuare ad insistere con questa formula del Sangiovese in purezza che alla fine crea tanti casini, e non sarebbe invece il caso, come ci chiede il mercato, di cambiare qualcosa, di essere più elastici?”
Frase detta pur essendo consapevoli, come ha ricordato di recente il presidente del Consorzio del Brunello Marone Cinzano, che il disciplinare che prevede l’uso di Sangiovese al 100% per fare il Brunello resta così, “che non si debba modificare è una decisione votata dalla stragrande maggioranza dei produttori”.
Cari amici del Brunello di Montalcino, cari produttori che in questi anni, anche di fronte ad episodi di taroccamento spudorato e senza vergogna che per non vederli bisognava essere non solo ciechi, ma sordi, muti e vagamente rimbambiti, per non dire altro, non avete ceduto, avete tenuto duro, avete rispettato il dettato di un modo di produrre il Brunello che la storia e poi voi vi siete dati, convinti che il Sangiovese a Montalcino dia risultati unici, splendidi e inimitabili, state bene attenti, perché il pacco, la solenne fregatura, seppure ben infiocchettata, presentata con sapiente furbizia, è in agguato.
Non contenti di aver visto sbugiardata una “filosofia” del far vino perché chiudere gli occhi non era più possibile, coloro che per anni si sono ritenuti intoccabili e si ritenevano più furbi degli altri, liberi di fare e disfare, per cercare di far apparire meno grave (che tale è) il loro ridurre il disciplinare e l’identità del Brunello ad un giochino personale, cosa stanno cercando di fare ora?
Niente di strano, una tipica pratica italiana, cambiare le leggi perché i reati compiuti vengano in qualche modo derubricati o appaiano più lievi. La “propostona”, già bell’e confezionata, è quella di adeguare, anzi aggiornare e rendere più moderno e adatto alle esigenze di oggi, il disciplinare e di prevedere un “Brunello stil novo” ancora più a misura di americani, pardon di yankees, che sono ben altra cosa dagli americani che amano e rispettano il vero Brunello e non ne desiderano una bolgherizzazione o californizzazione (già peraltro strisciante, basta vedere la quantità di legno nuovo da barrique che molti si ostinano ad utilizzare in affinamento).
In soffitta, come un polveroso portato del passato, la regola, teoricamente accettata da tutti, secondo la quale il Brunello si può produrre solo da uve Sangiovese in purezza coltivate (è bene precisarlo, la Maremma non è poi così lontana…) nel territorio di Montalcino, e semaforo verde ad una new wave del Brunello dove i produttori potranno produrre Brunello in maniera più libera, elastica e creativa, à la Rivella, utilizzando una quota (5, 10% e poi chi misurerà se sarà davvero 10 e non 30%?), di altre uve foreste, i soliti Cabernet, Merlot, Syrah, Petit Verdot (speriamo che nell’ansia riformatrice non prevedano anche Montepulciano, Nero d’Avola, Negroamaro o Primitivo….).
Naturalmente, ecco il discorso da sirene ammalianti dei furbetti del vigneto, “chi vorrà continuare a produrre Brunello di Montalcino con sole uve Sangiovese in purezza potrà farlo”, saranno poi il consumatore ed il mercato a decidere se premiare lo stile tradizionale (quello che ha contribuito a costruire la leggenda del Brunello) o quello moderno.
Messo in questa maniera, infiocchettato con furbizia, questo discorso, che sembra ragionevole, ma non lo é affatto, rischia di mettere in crisi le certezze di tanti. Perché impedire a chi vuole produrre il Brunello al Merlot di farlo quando si può invece continuare a farlo con il solo Sangiovese?
Per il semplice motivo, bisognerebbe rispondere a quei teorici dell’innovazione furba, che a Montalcino se non credi più di tanto nel Sangiovese (ma allora perché non trasferirsi armi e bagagli a Bolgheri o in Sicilia?), e se non ti va di produrre Brunello e Rosso di Montalcino come storia, identità, buon senso, tradizione e dignità prevedono, puoi sempre ripiegare – accidenti, senza poter riportare in etichetta quel nome, Brunello, che tira così tanto… - sul produrre Sant’Antimo, dove ci si può sbizzarrire con tutti i vitigni foresti possibili. Anche se poi, per quanto tu li possa battezzare con nomi altisonanti latini, è alquanto difficile vendere i Sant’Antimo Doc allo stesso prezzo del Brunello Docg…
Cari produttori di Montalcino che parteciperete alla riunione di domani indetta dall’assessore provinciale e a quella, ben più importante, a porte chiuse, di mercoledì voluta dal presidente del Consorzio di tutela del Brunello Francesco Marone Cinzano - “dobbiamo guardare al futuro e costruirlo con convinzione. Da questa vicenda usciremo rafforzati” - non fatevi infinocchiare da questi discorsi falso liberisti o da chi agita lo spettro della cassa integrazione e dei licenziamenti quasi a dire se toccano noi dopo vedrete cosa succede e Montalcino andrà in miseria. Un po’ come se dicessero, con un sottinteso non tanto sottinteso, è meglio che ci lasciate in pace…
Se vorrete tirare fuori il Brunello da questo “ginepraio” in cui si trova ora e dove non è finito per puro caso, o per le smanie di protagonismo di qualche giornalista o per la voglia di giovare alla causa di Montalcino di qualche fantomatico produttore, non dovete fare altro, in attesa che la giustizia faccia il suo corso e condanni chi effettivamente ha compiuto dei reati, che fare pulizia e trasparenza al vostro interno e inaugurare una stagione del rigore, verso voi stessi, verso il Brunello, a tutela del consumatore che paga fior di soldini per i vostri vini, una politica che non potrà altro che giovare.
Basta chiudere gli occhi, come avete purtroppo fatto per anni, limitandovi a mormorare, davanti ai vini sospetti, basta tollerare furbate di ogni tipo, e tutte le cariche, ad ogni livello, del Consorzio, che è l’organismo che vi rappresenta, pretendete, mettetelo a verbale, dichiaratelo alla stampa, fatevi sentire!, che finiscano solo a persone di specchiata e riconosciuta moralità, super partes, al di sopra di ogni sospetto, scelte da voi e non imposte da chissà quale potere.
Se non lo capiranno da soli che è cosa buona e giusta, di grande dignità, dare le dimissioni in attesa che le indagini facciano il loro corso, pretendete che i membri del Consiglio di amministrazione del Consorzio finiti, con le aziende nelle quali hanno incarichi di responsabilità, nell’occhio del ciclone delle indagini, diano le dimissioni. In caso contrario minacciate voi di uscirvene dal Consorzio e fate sapere pubblicamente di questa vostra risoluzione.
Naturalmente, inutile dirlo, il disciplinare che sancisce la produzione del Brunello e del Rosso di Montalcino con il solo Sangiovese di Montalcino non va toccato, a meno che si raccolga una folle, incongrua maggioranza di persone che pubblicamente, mettendoci la loro faccia, propongano di modificarlo, però spiegando chiaramente in base a quali motivazioni di ordine ampelografico, enologico, viticolo, agronomico, propongano una tale modifica. Come ha poi proposto, con grande lucidità e chiarezza, un lettore di questo blog, ”per sbloccare la situazione e dare certezze ai consumatori, la Guardia di Finanza, la Repressione Frodi ed i Nas facciano campionature casuali su tutti i prodotti presenti in tutte le aziende sotto la dizione “Brunello di Montalcino annata…….” o “Vino atto a divenire Brunello di Montalcino……” e li porteranno ad analizzare” nei laboratori che offrano le maggiori garanzie”. 
Inoltre, come ho già scritto, il Consorzio dovrà dare incarico ai professori Attilio Scienza e Mario Fregoni di svolgere un lavoro di studio e ricerca sistematico alla luce delle dichiarazioni rilasciate in questi giorni (leggi e leggi ancora) sulla possibilità di capire mediante analisi chimiche dettagliate se dentro una bottiglia di vino c’è qualcosa di anomalo.
I campioni risultati non in regola verranno declassati a IGT e le aziende non potranno produrre e commercializzare Brunello per X anni, a seconda del numero delle infrazioni rilevate. Infine i legali rappresentanti delle aziende condannate verranno inibiti a rivestire cariche nei consorzi di tutela o nelle associazioni di produttori. “Tutti i costi di queste operazioni verranno sostenuti con le multe elevate”. Regole chiare, un’operazione chiarezza, non certo, come ha scritto mr. Suckling, una “caccia alle streghe“.
Se i produttori di Montalcino faranno così e mostreranno una chiara volontà di ricominciare da capo, partendo da una base di qualità diffusa che tocca larga parte del comparto produttivo, senza compiacenze, clemenze, giustificazioni, senza debolezze, facendo pulizia al loro interno e decidendo di operare nel nome del Brunello e del Sangiovese, e se sapranno comunicarlo con trasparenza al mondo, sono certo che non dovranno temere quanto è successo e riconquisteranno, con gli interessi, quella credibilità che solo l’opera di qualche furbetto – perché i vini taroccati non se li sono inventati i magistrati, la Guardia di Finanza, o chissà chi, ma sono anni che finiscono in bottiglia, vengono presentati in anteprima a Benvenuto Brunello, commercializzati in tutto il mondo – ha intaccato.
In caso contrario, se accetteranno, per quieto vivere, per pavidità e calcolo, perché condizionati da poteri forti, di cambiare il disciplinare di produzione, e non sapranno fare scudo attorno al Brunello e ai valori che lo rendono unico, non si meraviglino se il mondo, i consumatori, finiranno con il voltare loro le spalle.
Per salvaguardare la credibilità, il mito, la leggenda del vino creato da Ferruccio Biondi Santi, servono solo chiarezza, rigore, serietà e la dimostrazione, con i fatti e non solo a parole, di voler davvero voltare pagina. Per amore del Brunello. Per amore di Montalcino.
Scritto da Franco Ziliani alle 0:10, in Enoriflessioni
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