Vino al vino

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17 novembre 2011

Give them a sense of place. A proposito di Nebbiolo e del “sapore e atmosfera di un posto” by Nelle Nuvole

Ho ricevuto da Nelle Nuvole, una lettrice che ogni tanto mi manda le sue riflessioni su vino e dintorni, una Signora che di vino sa non solo perché è impegnata a venderlo in giro per il mondo, ma perché lo apprezza, questa bella riflessione su un tema a me quanto mai gradito, il Nebbiolo ed il senso di origine che i migliori vini espressione di quest’uva grandissima rivelano.
Una riflessione sull’accezione del termine “nebbiolesco” nata nella mente di Nelle Nuvole, che come dice di sé è “cresciuta enologicamente con l’imprinting del Sangiovese”, dalla partecipazione alla bella manifestazione Vignaioli di Langa che si è svolta lo scorso week end a Roma.
Pubblico con grande piacere queste raffinate e sensibili parole dedicate ad un’uva (e ai vini che ne nascono) che sono davvero “anti-brand” per eccellenza. Buona lettura!

“Le vigne si stanno spogliando e la terra comincia a riposarsi. La fretta concitata vendemmiale è terminata e anche se in cantina c’è sempre molto da fare è il momento del ripensamento, l’atmosfera invita alla lentezza e all’approfondimento.
Per quanto mi riguarda ho approfittato di una pausa fra un viaggio e l’altro per regalarmi un’esperienza senza dubbio necessaria all’arricchimento del mio bagaglio conoscitivo. Da un po’ mi frullava per la testa il termine “nebbiolesco”, letto di recente in diverse note degustative riguardanti vini che di Nebbiolo non avevano nulla.
A naso mi sembrava di capire che la parola fosse usata per descrivere degli aspetti di austerità, reticenza nel donarsi, virilità tannica, sapidità. E anche di semplicità lineare, accompagnata però da complessità e persistenza. Insomma, vini che avevano nella lunghezza la loro impronta stilistica più che nella larghezza.
Essendo cresciuta enologicamente con l’imprinting del Sangiovese mi dava un poco fastidio che nella descrizione di vini con questa varietà si utilizzasse per definirli lo stile di un’altra. Come dire “una bella mora molto bionda”.
Così armata di curiosità e forte della mia scarsa esperienza sul campo “Nebbiolesco” mi sono intrufolata in Vignaioli di Langa, una manifestazione organizzata a Roma da Tiziana Gallo. Per un paio d’ore mi sono aggirata, ho degustato, chiesto, annuito, sorriso. Ho anche preso appunti che poi ho dimenticato in qualche stanza d’albergo. Meglio così, perché la mia intenzione principale non era di conoscere i singoli  produttori, bensì di capire un luogo e il suo vino.
Missione compiuta. Non ho incontrato prime donne, solo persone molto gentili, affaticate, emozionate. Nel caldo e nella romba crescente nelle sale del palazzo rinascimentale che ospitava l’evento mi sono venuti incontro produttori cortesi che  versavano qualcosa di cui sapevano la genesi e l’evoluzione.

Ho conosciuto Tiziana Gallo, una signora  appassionata, competente e molto disponibile. Soprattutto ho riscontrato una coerenza produttiva notevole. I Barolo 2007 in generale sono ancora infanti e anche i Barbaresco 2008 hanno bisogno di tempo per esprimersi al meglio. Gli stessi vini di annate precedenti mostravano solo in parte il loro valore e complessità. Però il vino “c’era” e anche il luogo.
Raramente nelle mie esperienze di manifestazioni ho recepito la verità delle definizione “sense of place” come in quest’occasione. Il prodotto di parcelle di vigna diverse, uomini e donne diversi, ma con un filo conduttore unico. Il Nebbiolo.
Le operazioni in cantina che mi hanno raccontato sono tutte di una semplicità disarmante, il legno utilizzato è per la maggior parte rovere di Slavonia e le botti di capacità medio-grande. Ma pure nei vini  affinati in barrique non c’era la preponderanza omologante del legno presente in tante altre denominazioni. I vini assaggiati erano fatti per accompagnare il cibo quotidiano o delle occasioni speciali, ma anche  bevuti a digiuno mi hanno fatto idealmente sedere ad una tavola imbandita e familiare.
Mi piace che ci sia questa compattezza, la capacità di ritrovare in una bottiglia bevuta anche agli antipodi della sua zona di produzione il sapore e l’atmosfera di un posto e della sua storia. Un abbraccio che afferra e ti riporta a casa, dovunque tu sia.
Si è parlato di riaffermare il Nebbiolo, di rilanciarlo come “marchio” sui mercati internazionali.  E non penso solo a questa varietà, ma anche a quella di casa mia, il Sangiovese tanto discusso e tutt’ora ondivago nella sua percezione.
Forse sarebbe il caso di puntare sulla capacità di regalare un sogno, di comunicare un luogo che nell’immaginario  di chi non c’è mai stato fisicamente riesca comunque a diventare “reale”. Senza tanti voli pindarici, idee sballate buttate lì solo per giustificare la spesa di una grande consulente. Il vino è un formidabile comunicatore ed aggregatore, basta non considerarlo un oggetto di marketing come tanti altri”.
Nelle Nuvole

 

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16 novembre 2011

Il marketing ha delle ragioni che il vino non sempre conosce…

A margine di una relazione presentata a Nebbiolo Grapes

La presentazione di un’accurata relazione, proposta nell’ambito del convegno internazionale Nebbiolo grapes che si è svolto a Stresa a fine ottobre, e precisamente durante la sessione marketing e comunicazione, ha ampiamente dimostrato, se mai ce ne fosse bisogno, quello che, parafrasando Blaise Pascal, ho cercato di sintetizzare nel titolo di questo post, ovvero che il marketing del vino ha delle ragioni che il vino, quantomeno una certa idea un po’ poetica del vino, non conosce. Non prevede, anzi considera estranee e quindi rifiuta.
Sto parlando della relazione molto stimolante e decisamente provocatoria, così almeno è stata avvertita da una buona parte del pubblico presente al convegno, presentata da Maurizio Di Robilant, della Robilant Associati, impresa di Brand Advisory che si presenta dicendo “il nostro Talento è quello di aiutare le Imprese a scoprire ed esprimere il loro Talento Grazie a questo approccio sosteniamo le Imprese nella costruzione di Marche uniche, solide e durature”. Questo perché “le aziende sono abituate a fare bene ma spesso si dimenticano di comunicare come bene lo fanno”.
Di Robilant nella sua relazione intitolata “Il Nebbiolo, un illustre semi-sconosciuto! Esiste una possibile strategia di valorizzazione?” è partito da una semplice constatazione: cosa accade quanto si chiede alla gente comune, non agli esperti, di nominare un nome di vitigno che conoscono?
Semplice, che si ottengono altri nomi di uva, tipo Sangiovese, Pinot grigio, Chardonnay, Cabernet, Sauvignon, Merlot ma non Nebbiolo, perché la gente sa poco del Nebbiolo ed il Piemonte produce con il Nebbiolo vini impegnativi ma un po’ da addetti ai lavori.
E qui Robilant ha cominciato a svolgere la sua analisi, che se impeccabile dal puro punto di vista del marketing, della semplificazione nella comunicazione pensata e rivolta ai non addetti ai lavori, è parsa debole, insostenibile (per alcuni ingenua, per altri irritante) a chi, generalmente “nebbiolodipendenti” in servizio permanente effettivo, assisteva al convegno.

Di Robilant ha ricordato che “su un TOTALE di circa 5000 ha vitati a Nebbiolo (con 7 DOCG e 14 DOC) 3900 ha “perdono” l’Identità a favore delle Denominazioni mentre il rimanente migliaio ettari in cui è citato il nome di vitigno Colline Novaresi,Canavese, Langhe, Nebbiolo d’Alba e quel poco che non rientra nelle DOC non sembra capace di valorizzarsi…”.
E’ proprio in quel “perdere l’identità”, che a Robilant appariva tale con la rinuncia all’indicazione del vitigno in etichetta ed il ruolo fondamentale attribuito al nome della denominazione, il non troppo sottile discrimine, l’equivoco, perché quello che appariva allo studioso di marketing perdita di identita varietale, è invece, ovviamente per chi il Nebbiolo conosce, una fondamentale valorizzazione territoriale sull’esempio di quel modello francese che è stata ed è tuttora la stella polare di riferimento per il sistema delle denominazioni del vino italiane.
Di Robilant si è allora chiesto cosa fare di fronte a questa poca conoscenza e identità confusa del Nebbiolo: in primo luogo ha concluso che “Si potrebbe decidere che, in termini di marketing, è una BATTAGLIA PERSA Le denominazioni sono più forti e meglio reputate e quindi lasciamo che il Nebbiolo si “dissolva” in esse!”.

Oppure, a suo dire, “si potrebbe ri-valorizzare il vitigno per creare una PIATTAFORMA “NEBBIOLO” per i mercati esteri che premiano l’offerta varietale”. E dove è tutto da dimostrare che l’offerta di un Nebbiolo varietale potrebbe essere premiante. Secondo Di Robilant, “questa “mossa” permetterebbe, nel tempo, di puntare a fare del NEBBIOLO quello che oggi è il PINOT NOIR nel mondo!”.

Osservazione fatta non ricordando, purtroppo, che i grandi Pinot noir francesi sono conosciuti nel mondo non in quanto Pinot noir, ma con il nome delle loro piccole e a volte minuscole denominazioni, tipo Gevrey Chambertin, Vosne Romanée, Pommard, Volnay, Nuits Saint Georges, per citarne solo alcune delle più prestigiose.
Secondo Di Robilant e secondo la sua analisi impeccabile dal punto di vista del marketing ma un po’ lontana dalle ragioni speciali che rendono i vini base Nebbiolo unici e non riconducibili a ragionamenti adatti per  altri vini, “Si potrebbe lavorare su una vinificazione diversa da quella tradizionale per creare UN NUOVO “NEBBIOLO” più accessibile in termini di gusto, beva e costo, ma ricco di un immaginario legato a “territori” più blasonati”.

E questo “nuovo Nebbiolo potrebbe avere un suo disciplinare, un suo nome e una sua marca prodotto, da condividere con tutti i produttori Piemontesi creando un consorzio capace di promuoverlo in Italia e nel Mondo…”.
Per fare capire a cosa pensasse Di Robilant ha fatto l’esempio di due case history, quelle del Novello e del Galestro, (vini o scomparsi o decisamente in calo di popolarità oggi), suggerendo addirittura una serie di nomi con i quali il nuovo Nebbiolo potrebbe presentarsi: “Potremmo chiamarlo: col nome trecentesco NUBIOLA, col nome descrittivo di LE NEBBIE, con un nomignolo come NEBBIOLINO, o semplicemente NIBULA… Potremmo infine creare una denominazione NEBBIOLO PIEMONTE DOC”.
In effetti una Doc Piemonte già esiste, e con tante indicazioni di vitigno tra cui, per fortuna, non figura il Nebbiolo, ma non credo proprio che un Piemonte Nebbiolo Doc sarebbe l’arma vincente per conquistare il mondo e convertire i più riottosi alla causa del Nebbiolo.
Questo nemmeno se il testimonial scelto per lanciare la novella denominazione fosse il celeberrimo produttore di Barbaresco proposto ad effetto da Di Robilant in conclusione del suo intervento.

Come non concludere dunque che, pur con tutto il rispetto per il lavoro, impeccabile dal suo punto di vista, realizzato da un personaggio prestigioso e di grande preparazione come Maurizio Di Robilant, conoscitore come pochi dei legami tra forza del brand e appeal del vino, le “ricette” proposte da questi esperti restano pura accademia e sono di fatti difficilmente realizzabili, quantomeno nel caso di vini “anti-brand” per loro natura come quelli espressione di un vitigno eroico e anarchico, un’uva da veri conoscitori come il Nebbiolo?

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9 novembre 2011

Nebbiolo grapes 2011: nessuna rivelazione ma sempre un appuntamento imperdibile

Ad uso e consumo di quei “fratelli” colpiti come me da “nebbiolodipendenza” che si fossero chiesti come mai non abbia ancora scritto dell’andamento dell’edizione 2011 del convegno internazionale Nebbiolo Grapes, la cui quarta edizione si è svolta a fine ottobre a Stresa a far seguito a le tre precedenti edizioni, Sondrio 2004, Alba 2006, ancora Sondrio 2009, voglio dire che non mi sono dimenticato di scriverne. Solo che l’ho fatto altrove.
E come ho scritto considero quella di Stresa, la prima edizione a parte, la più bella e riuscita delle quattro edizioni di Nebbiolo grapes, il convegno internazionale sul Nebbiolo che per noi “nebbiolodipendenti” è un appuntamento imprescindibile e di culto, che ad ogni edizione richiama “legioni” (per modo di dire, perché l’affluenza non è mai eccessiva ed è sempre ordinata e a misura di vero appassionato), da tutto il mondo.
Onore al merito al Consorzio tutela Nebbioli Alto Piemonte che ha avuto la sana “incoscienza” di prendere il timone dell’organizzazione e alla sua presidente, la grintosa e volitiva Lorella Zoppis Antoniolo, una cui le sfide, anche le più difficili, non dispiacciono proprio, perché l’edizione 2011, sarà stata la meravigliosa, rilassante, fascinosa, elegante cornice di Stresa, saranno state le sedi (da happy few) che hanno accolto lo svolgimento dei lavori, il Grand Hotel Des Iles Borromées ed il Regina Palace Hotel, sarà soprattutto il resto, ovvero i contenuti e l’atmosfera, è stata veramente impeccabile e immune (e se lo dice un “rompino” come me potete crederci) da critiche.
Questo detto, in attesa di proporvi presto, dopo il Gattinara 2005 di Franchino ed il Bramaterra 2007 di Antoniotto proposto ieri, altre chicche degustate nei miei circa tre giorni di permanenza nella fascinosa località lacustre, vi segnalo dove potete leggere i miei resoconti sul convegno scientifico.
Il primo, dedicato alla sessione viticola-enologica, qui.
Il secondo, imperniato sulla della sessione marketing e comunicazione, qui. Entrambi sul rinnovato sito Internet dell’A.I.S, le cui news letter periodiche potete ricevere seguendo le istruzioni che trovate qui.

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31 ottobre 2011

Solo gli americani possono credere alla favola di un Merlot… Chiantificato! Anzi, “sangiovesizzato”…

Brolio, Francesco Ricasoli ed il Casalferro
Istruttiva la storia che il wine blogger statunitense W. Blake Gray, sul suo blog The Gray Report http://blog.wblakegray.com/ dedica – leggete qui – rimandando ad una trattazione più vasta pubblicata sul sito Wine Review Online – leggete qui – ad un noto produttore toscano, il barone Francesco Ricasoli, erede del celebre “barone di ferro” codificatore delle regole del Chianti.
Parlando di un Merlot, il Casalferro, “tre bicchieri” Vini d’Italia 2012, prodotto dal barone Ricasoli in terra chiantigiana Gray annota che “One of the more interesting wines on the market, this is a single-vineyard, 100% Merlot that doesn’t list the grape variety anywhere on the bottle”.
Pensiero che ricalca sostanzialmente l’opinione dell’azienda che definisce il vino “il prodotto finale di un’evoluzione iniziata negli anni Novanta, quando Francesco Ricasoli prende in mano l’azienda dando impulso al suo moderno percorso di ricerca. Questo vino dà ragione a chi pensa che la massima espressione del terroir si ha quando la tipicità varietale assume proprietà del tutto nuove, impossibili da replicare in altri luoghi con le stesse caratteristiche”.
Gray ci riferisce quanto gli hanno raccontato i responsabili dell’azienda, ovvero che stanno “rethinking the style of wine away from super-Tuscans toward the sort of food-friendly, lively wines that made people fall in love with the wines in the first place.
Ricasoli is in the process of switching from barriques to 500-liter oak tonneaus, to give a lighter touch of oak to the wines. “We make wines for drinking,” says technical director Marco Cerqua.  “If we smell chocolate or coffee, it’s not good.  We would like cherry.  We would like freshness”.
In altre parole che stanno ripensando lo stile dei loro Super Tuscan liberandoli dalla camicia di forza dell’eccesso del legno e dei suoi aromi di tostatura, rendendoli più adatti al cibo e più vini da bere e meno da guide.
E Gray aggiunge che “One fascinating thing to emerge from the process of reinvention — and especially from being liberated from over-oaking — is a single-vineyard Merlot called Casalferro.  The corporate owners wanted Merlot for use in super-Tuscan blends, but Cerqua soon discovered that Merlot planted in Brolio doesn’t taste like the variety does in Bordeaux or California”.
In altre parole il giornalista Usa ripete la favoletta bella, che si é letta recentemente anche in un articolo dedicato a Brolio pubblicato in Italia, del “Merlot puro che si é “sangiovesizzato”, del Merlot che grazie al terroir di Brolio non sa di Merlot come a Bordeaux o in California, perché, come si legge sul sito aziendale, “Siamo tra le poche realtà del Chianti Classico capaci di produrre vini dalla personalità molto diversa tra loro all’interno di un unico territorio. Il merito è delle sue molteplici sfaccettature che ci permettono di declinare in modi molto differenti le caratteristiche di un particolare vitigno e  la sua predisposizione alla qualità. E’ un concetto antico: i latini dicevano “genius loci”, oggi parliamo di “terroir”.
Il wine writer americano riferisce che Baron Francesco Ricasoli says, “We are not selling varietal wines. We are selling terroir wines. If people buy this because they want Merlot, they will be disappointed.”
Il che tradotto sta a dire che il barone nega di produrre vini varietali, ma vini di terroir, anche se usa il Merlot piuttosto che il Sangiovese. Secondo Gray “That’s most likely true: the aromas of cherry with some herbaceousness might fit on Bordeaux’s Right Bank, but the mouthfeel is unique: the fine acidity of Chianti with the gentle tannins of Merlot.
The flavors are mostly of cherry, with some cherry tobacco notes, and that acidity allows you to drink it with foods you would never imagine opening Merlot with”. Esalta cioé il matrimonio perfettamente riuscito, a suo dire, tra l’acidità del Chianti ed i tannini gentili del Merlot.
E per concludere con le parole del produttore, “This is Merlot, but it’s speaking the language of Brolio,” Ricasoli says. It’s a positive example of internationalization providing not a generic wine that could come from anywhere, but a great new type of wine that we hadn’t previously imagined. It’s a strong argument for terroir over grape variety.”.
Ovvero si tratta di Merlot, ma parla il linguaggio della tenuta di Brolio e sarebbe quasi un Merlot chiantizzato. Per il collega americano si tratta di un “positivo esempio di internazionalizzazione che si traduce non in un vino generico che potrebbe arrivare da ovunque, ma di un “grande nuovo tipo di vino che non avremmo mai immaginato”.

Per dirla con le parole del barone Ricasoli, Francesco ahimé e non Bettino, “This Merlot has been Chiantified,” ed il wine writer Gray è d’accordo tanto che si augura “If only we could Chiantify more wines in this world.  That’s just one more argument for the feudal system”, che molti altri vini nel mondo possano essere “chiantificati” come questo..
Pur con tutto il rispetto per le opinioni del collega from Usa mi permetto, conoscendo un po’ meglio di lui la storia del vino italiano e toscano, di pensarla diversamente, perché anche se piantato nel cuore del Chianti Classico un Merlot resta sempre un Merlot e non un Chianti Classico, e tantomeno si “sangiovesizza” (un miracolo che magari qualche produttore si augurava si verificasse a Montalcino piantando Merlot e utilizzandone un po’, ovviamente sempre per sbaglio, nel suo Brunello…).
Tanto più se si considera che sino a prova contraria la mente enologica, il gran winemaker consulente di Brolio, è sempre baffetto Carlo Ferrini, “inspired by the Bordeaux tradition”, come si legge in questo articolo celebrativo, uno che il Merlot lo metterebbe anche nel caffè se potesse e che il Sangiovese ama un po’ alla sua maniera come lo amano i Rivella e altri enologi portabandiera del gusto internazionale attivi in terra toscana.
Ovviamente Merlot messo anche nel caffé solo per compiacere le richieste dei “nuovi mercati”, dei “nuovi consumatori” che le asperità del Sangiovese (e la sua eleganza scabra) non sono, ci dicono, sempre in condizione di capire…
Incredibile l’abilità dialettica (eufemismo) di cui danno mostra certi personaggi che affollano il panorama, decisamente marketing oriented, del vino chiantigiano. Un tempo predicavano che il Chianti dovesse ricorrere ai “vitigni migliorativi” internazionali per diventare migliore e oggi che dispongono del miglior Sangiovese in tutte le sue sfumature, magari anche grazie ad accurate selezioni clonali e massali aziendali, recitano la favoletta, ad uso e consumo degli americani più ingenui, del Merlot “sangiovesizzato” al gusto di Chianti.
Ma come diavolo si può prendere sul serio persone così?

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Grande evento Franciacorta l’8 e 9 novembre a Varsavia:

leggete qui


 

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28 ottobre 2011

Sommelier A.I.S. a San Francisco: intervista a Mauro Cirilli

Sommelier italiani si fanno onore all’estero e testimoniano la capacità di A.I.S. di preparare ottimi professionisti.
Ne dà ennesima conferma, con le risposte intelligenti che ha dato alle mie domande, Mauro Cirilli, sommelier AIS dal ’98, residente a San Francisco da dieci anni, dove opera nei ristoranti Perbacco e Barbacco eno-trattoria, nonché delegato di San Francisco per la North America Sommelier Association.
Risposte che potete leggere in un’ampia intervista, dove si parla dell’andamento del vino italiano negli States, di servizio di vino al bicchiere e della formula del bring your own bottle di crisi economica, dei vini italiani che sono più richiesti e quelli che lo sono meno, pubblicata sul rinnovato sito Internet dell’A.I.S.
Un piccolo estratto, con la risposta di Cirilli alla mia domanda sulla percezione del vino italiano negli States, alla quale il sommelier ha risposto: “L’immagine è positiva, non possiamo dire diversamente, ma c’è ancora tanto da fare. Dobbiamo essere dei professionisti in tutti i settori, partendo dalla produzione, passando alla distribuzione e finendo con la presentazione finale al cliente.
I produttori devono credere e lavorare sempre per un prodotto il più possibile connesso con il territorio di provenienza. Gli importatori devono capire il mercato, nei diversi Stati, adattarsi, diversificando la selezione e con estrema attenzione ai prezzi. Per chi compra e presenta i vini italiani, il sommelier come figura principale, deve essere preparato e predisposto a presentare vini di zone meno conosciute”.

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24 ottobre 2011

Il Web 2.0 fa e farà sempre più rima con Verdicchio. Impressioni a caldo dopo un convegno a Casalfarneto

Per ora non sarà altro, visto il poco tempo a disposizione intercorso dal mio ritorno dalle Marche e i tempi di uscita del blog, che un flash questo post, ma ci tenevo a dire subito, a caldo, che il dibattito dall’accattivante titolo di Verdicchio 2.0, incontro nato per studiare delle nuove e moderne possibilità di promozione del Verdicchio ai tempi del Web 2.0., svoltosi sabato 22 presso le cantine Casalfarneto di Serra de’ Conti in provincia di Ancona, è stato un vero successo.
Organizzato perfettamente dalla simpatica famiglia Togni, una potenza nel campo delle acque minerali, degli “spumanti”, ovvero Rocca dei Forti, e da qualche tempo anche nel campo dei vini di qualità con Casalfarneto, con la regia di quell’eminenza grigia del vino marchigiano che è Alberto “Richelieu” Mazzoni, e la preziosa di un gruppo di giovani entusiasti collaboratori che si sono occupati delle p.r. e della comunicazione (voglio citare, uno per tutti, un solo nome, quello della giovane, deliziosa e bravissima Elisabetta Stacchiotti), l’incontro, che si è svolto alla presenza di un centinaio di persone (mi piace citare Dino Porfiri, enologo di lungo corso, oltre che ultimo presidente di quella splendida cosa che è stata Assivip, e poi di Giancarlo Sagramola, vice presidente e Assessore all’Agricoltura della Provincia di Ancona, nonché del Sindaco di Serra de’ Conti Arduino Tassi oltre che di funzionari della Regione Marche) è andato davvero bene.
E ha proposto, per merito degli intervenuti, che ben moderati dal saggio Giorgio dell’Orefice del Sole 24 ore Agricole http://www.agrisole.it/ sono stati Alberto Mazzoni : Direttore IMT http://www.albertomazzoni.it/Home.aspx Luigi Bellucci : Tigullio vino http://www.tigulliovino.it/ Andrea Petrini: Percorsi di vino http://percorsidivino.blogspot.com/ Monica Pisciella : Wineup http://www.wineup.it/ Vincenzo Reda artista e blogger http://www.vincenzoreda.it/ nonché il sottoscritto, molti spunti di dibattito sul ruolo dell’informazione sul vino via Web e sul suo carattere innovativo e di rottura, sull’interazione tra professionalità e spontaneismo nello scrivere di vino, sulla figura del blogger e sul suo ruolo, sul rapporto con i lettori/consumatori e con le aziende produttrici, sulla fondamentale importanza dei contenuti, che vedrò di sviluppare nei prossimi giorni.
E poi, com’era inevitabile e fondamentale, si è finiti per cantare le lodi e innalzare una sorta di Te Deum profano a Messer Verdicchio, alla sua centralità nel passato, nel presente e ancor più nel futuro del vino marchigiano, alla sua straordinaria duttilità che lo porta ad esprimere livelli di eccellenza sia sotto forma di bollicine metodo classico (ne parlerò nei prossimi giorni su Lemillebolleblog, che vi invito a leggere e visitare come questo blog) sia soprattutto come vini bianchi fermi di varia natura e stile, sia come passito da fine pasto o da meditazione.
E ad un sistema produttivo forte e vitale, che nel Verdicchio trova fondamento e salde radici, che vede interagire in maniera mirabile piccole aziende agricole, spesso simbolo e faro, una rete di validissime cantine cooperative, e grandi aziende private, che producono tutte Verdicchio (dei Castelli di Jesi, ma non dimentichiamoci anche il fratello o cugino di Matelica), di diversificata personalità.

Alcuni capaci di lasciarti letteralmente di sasso, ammirato e soggiogato, com’è capitato a me venerdì di fronte a due strepitosissimi Cuprese targati 2001 e 1991 della Cantina Colonnara Viticultori in Cupramontana, come recita l’esatta dizione che compare sul sito Internet appena rinnovato. E da visitare.
Il dibattito e la “convivenza” con loro da venerdì alla serata di sabato con il gruppo dei partecipanti mi ha portato ad apprezzare e scoprire ancora di più alcuni relatori, voglio citare in particolare Andrea Petrini di Percorsi di vino, che ho trovato ancora più acuto ed intelligente di quanto rivelassero i suoi post, e la simpaticissima Monica Pisciella di Wine Up, che nonostante la sua pericolosissima Iphone-dipendenza ed il vizio di postare su Twitter ogni respiro, ha sciorinato un intervento e ragionamenti, nei discorsi fatti in giro per le terre del Verdicchio e poi sabato sera a cena al Fortino Napoleonico, (ma il mio vertice culinario è stato, segnatevi l’indirizzo, vi sto facendo un regalo, al ristorante Da Rosina di Monte Roberto, a pochi chilometri da Cupramontana, dove sono stato a pranzo gustando un’esemplare gustosa, pulita cucina di pesce, opera del cuoco Andrea Bonvecchi), di grande lucidità, testimonianza di una padronanza del discorso marketing e comunicazione via Web che mi ha colpito.
Sono stati due giorni, che hanno visto anche una bella degustazione di una ventina di vini, Verdicchio, Rosso Conero, Lacrima di Morro d’Alba che si è svolta presso la bella e ospitale Enoteca Regionale di Jesi, dove al nostro gruppo si è aggiunta anche la giornalista anconetana Stefania Zolotti, di assoluta piacevolezza.
Trascorsi in una terra che mi sa frequenterò spesso nel 2012 e al quale mi legano tantissime cose, dai ricordi di vacanze da bambino, 45 anni fa a Civitanova Marche, all’essere questo blog ospitato dalla Simplicissimus blog farm del marchigiano Antonio Tombolini, all’amore per i luoghi, la cucina, le persone, per le opere di marchigiani illustri quali Rossini e Leopardi, sino ad una Verdicchio folgorazione che voglio sempre più sviluppare.
Come ha scritto un’altra giornalista anconetana, Chiara Giacobelli, in un bel libro, (Newton Compton editore) di cui vi consiglio la lettura, ci sono 101 cose da fare nelle Marche almeno una volta nella vita. E io mi sentirei di aggiungerne molte altre, enoiche e non, ancora…

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20 ottobre 2011

Un moscerino, la Drosophila Suzukii, colpisce i frutteti e minaccia i vigneti del Nord Est

L’allarme lanciato dal blog dei Saggi bevitori
Devo fare ammenda per aver lasciato trascorrere un bel mesetto prima di essermi accorto e quindi di decidermi a segnalarvi questo meritorio e importante post pubblicato dal bravo Alessandro Carlassare, un grande appassionato di vino che risiede nella zona di Conegliano e dintorni che è tra i responsabili dell’associazione culturale no profit denominata Circolo dei Saggi Bevitori, e che è il vivace e mai banale animatore del suo wine blog. Cosa ha fatto Alessandro?
Ci ha parlato del grande pericolo rappresentato dalla Drosophila Suzukii, conosciuta anche come moscerino dei piccoli frutti, ovvero “un parassita polifago che attacca le specie frutticole”.
Nel suo articolo che mi era colpevolmente sfuggito Carlassare lanciava un vero e proprio allarme: “Originario del sud-est Asiatico il parassita si è propagato solo nel 2007-2008 nel nord America (ma in compenso i notevoli danni causati e la velocità di diffusione hanno messo in grande allerta i coltivatori) mentre in Europa ne è stato riscontrata la presenza per la prima volta nel 2009, e nel 2010 si è potuto assistere ai primi veri attacchi in massa sui piccoli frutti e su drupacee (lamponi more, mirtilli, ciliegie, ecc.) Il problema nei frutti rossi è già serio, ma sembrava essere inesistente in viticultura, ma purtroppo così non è: già l’anno scorso si sono registrati attacchi sporadici e limitatissimi sulla vite, ma quest’anno le prime aggressioni di massa hanno fatto comparsa tanto in Trentino ed in alto Adige quanto in Veneto, ma sono certo che anche in altre regioni si comincia a riscontrare la presenza di tale parassita”.
E aggiungeva poi: “io stesso, come scritto ieri, ho avuto modo di vedere dell’uva aggredita (in cui erano state depositate delle uova) e solo grazie alla descrizioni di quanto visto a due carissimi amici (e bravissimi produttori, nonché sagaci interpreti di quanto loro  descritto) Andrea Miotto e Mario Pojer, ho potuto apprendere cosa mi ero ritrovato a vedere. Per farvi comprendere la possibile gravità che potrebbe comportare la diffusione di quest’insetto vi bastino due dati: in campo frutta si sono registrati attacchi che hanno comportato la perdita dell’80% dell’intero raccolto o in taluni casi la perdita totale, e sapere che tale insetto ha una capacita  riproduttiva di 10-13 generazioni all’anno, con la deposizioni di 400 uova per singola femmina. (la quale deposita 2-3 uova per singolo frutto).
Capirete che velocità di propagazione e numero di frutti aggrediti possono dare risultanze spaventose, inoltre sembra alquanto complicato, in forza di quei 13 cicli riproduttivi prima scritti, adottare un’efficace soluzione a base insetticidi, così come danno risultati insignificanti trappole ed altro”.
Una decina di giorni fa, l’11 ottobre, Carlassare è tornato a suonare la carica con un nuovo post, questo, dove oltre ad esprimere stupore per il fatto che nessuno o quasi avesse raccolto il suo grido d’allarme, ha voluto saperne di più, sentendo il parere, come è capitato a me sabato scorso a Brescia, durante l’European Wine blogger Conference, di Mario Pojer, “uomo che conosce molto bene la vigna ed il cui buon utilizzo di materia grigia non è secondo a nessuno”.
Con l’aiuto dello stesso Mario e di molti suoi colleghi (intesi come vignaiuoli) Carlassare ha contattato ricercatori e ricercatrici di mezz’Italia, ricevendo risposte che nelle loro ovvietà sono a dir poco preoccupanti… queste la media delle risposte:
“Domanda: In realtà quanto dobbiamo preoccuparci di questa Drosophila Suzukii?
Risposta: domanda difficilissima, proprio perché l’argomento non lo conosciamo bene non appartenendoci: è la prima volta che attacca in modo così aperto ed evidente sull’uva, e se le cose quest’anno sono andate bene è anche grazie ad una vendemmia precoce e non condizionata dalla pioggia. certo prima di dormire sonni tranquilli sarebbe meglio interessarsi. Domanda: Questo lo capisco, ma, ad esempio, se quest’anno ci fossero state piogge battenti e vendemmie in tempi classici cosa si sarebbe potuto registrare?
Risposta: Chi lo sa… in talune zone si potrebbe ipotizzare una perdita totale del raccolto, di certo vini da uve sovramaturate non se ne sarebbero raccolte da nessuna parte..
Domanda: Ma se la situazione è così grave perché non se ne parla?
Risposta: Semplice: politica e baroni mal volentieri vogliono creare allarme per una cosa che non si conosce, men che meno “disturbare” l’opinione pubblica. Se volete che se ne parli dovete darvi da fare voi che fate comunicazione “non istituzionale”: blog, forum, eccetera..”
E Carlassare aggiunge: “Questo è quanto ho raccolto (di media): alcuni ricercatori mi hanno detto che non vale la pena di perdere più di tanto tempo, e che  la situazione viene sopravalutata, altri (la stragrande grande maggioranza) che è meglio essere giustamente preoccupati, infine alcuni mi hanno presentato uno scenario catastrofico, stile Titanic quando l’ingegnere Tomas Andrews comunica al capitano ed agli ufficiali che la nave non si sarebbe assolutamente salvata”.
Nel frattempo cosa è successo? E’ accaduto che in Trentino la questione, relativamente ai piccoli frutti di bosco, è diventata vera e propria emergenza, e come si può leggere qui, “La Giunta provinciale di Trento ha deciso di integrare, con un finanziamento di 2.800.000 Euro, il fondo rischi, gestito da Cooperfidi, per la prestazione di garanzie a favore delle imprese zootecniche che vengono a trovarsi in difficoltà in conseguenza di crisi di mercato, finanziarie o commerciali.
Il fondo verrà destinato anche a supporto del comparto dei piccoli frutti (40 milioni di euro il fatturato annuo del comparto), nell’interesse delle aziende colpite dal “flagello” della Drosophila suzukii, il moscerino dei piccoli frutti che rischia di mettere in ginocchio uno dei settori di eccellenza del Trentino e che si va ora estendendo anche alla viticoltura.
A lanciare l’allarme sulla pericolosità dell’insetto è lo stesso assessore all’agricoltura Tiziano Mellarini: “E’ a rischio l’intero settore dei piccoli frutti, e per questo l’Istituto agrario di San Michele si sta impegnando nell’individuare, assieme ad altri centri di ricerca, eventuali principi attivi capaci di contrastarne la diffusione.
Accanto all’intervento attraverso Cooperfidi, ci stiamo parallelamente muovendo, di concerto con il Codipra, anche sul terreno della difesa passiva con l’obiettivo di studiare nuove forme assicurative specifiche per il settore”.
Presso la Fondazione E.Mach la Drosophila suzukii, per la quale sono state promosse campagne di monitoraggio in campo, è diventata da alcuni mesi una priorità nei programmi di ricerca, e se c’è una possibilità di trovare un’arma efficace contro l’insetto è da San Michele che può arrivare una soluzione”.
Del problema si è occupato in un articolo pubblicato sabato 15 ottobre il quotidiano di Trento L’Adige, scrivendo: “Il moscerino Drosophila Suzukii rischia di mettere in ginocchio la produzione trentina di piccoli frutti, uno dei settori di eccellenza dell’agricoltura provinciale.
In tutte le zone di raccolta, dalla Valsugana alla Valle del Chiese all’alta Val di Non, si lamentano gravi riduzioni nella produzione, fino a punte del 40%. In carico ai produttori sono ormai stimati danni per oltre 2 milioni di euro, mentre le organizzazioni produttive perdono dai 500 ai 600 mila euro, per un totale che si avvicina ai 3 milioni.
La Provincia ha quindi deciso di intervenire attraverso Cooperfidi e Codipra per sostenere gli agricoltori colpiti. Nei vigneti i danni si cominciano a vedere in Alto Adige, soprattutto per le uve Schiava e Traminer.
«La patologia sta intaccando anche la viticoltura – afferma Mellarini – sarebbe un danno ..enorme». La Fondazione Mach a San Michele, che lavora per trovare una soluzione, è stata chiamata a rappresentare l’Italia in sede Eppo a Parigi per definire lo studio di impatto dell’insetto su scala europea e mediterranea”.
Ora, anche se in ritardo, spero di aver contributo non tanto a fare dell’allarmismo, ma a richiamare l’attenzione, proprio come intendeva fare Carlassare, su questo potenziale grande pericolo anche per il mondo del vino, di cui si parla anche in Alto Adige.
E intrecciamo le dita perché i ricercatori sappiano trovare la soluzione giusta per tempo!

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12 ottobre 2011

Che triste parabola per i Super Tuscan: ridotti a contorno da sfilata i vini che non si fila più nessuno!

Ricordate i Super Tuscan, coccolati da tutti, guide dei vini in primis, e addirittura definiti, “la punta più avanzata del vino italiano” da Lamberto Frescobaldi, responsabile del settore viticolo ed enologico della celebre storica azienda toscana, secondo il quale  – leggete qui -”le Igt hanno dato ad ognuno la possibilità di produrre i più grandi vini possibili” ?
In altre parole i vini dallo stile super liberista che se non fossero state inventati chissà quanto tempo ci sarebbe voluto per “costringere” le Doc/Docg a cambiare e a migliorarsi.
Finito il loro momento di massima auge e la loro parabola si è fatta sempre più malinconica e piena di rughe. Ad esaltarli ormai sono rimasti davvero in pochi e tra questi in prima fila un sito Internet che quando si tratta di mostrare di essere “dalla parte dei produttori” (come dice anche la grande quantità di banner aziendali che ospita) non si tira mai indietro.
Come si legge qui, ormai “l’avanguardia enologica” del vino toscano, o meglio del vino prodotto in terra di Toscana, perché di “toscano”, dal punto di vista del gusto e dell’identità non ha nulla, si è ridotto ad essere un “bene rifugio” dei nuovi ricchi dell’Est europeo, di Cina, Hong Kong e dintorni. Naturalmente presentato, ben infiocchettato, come “mercato dei “fine wines”, dei “vini “collectibles”, capaci di rappresentare sempre più chiaramente un approdo sicuro nell’ambito degli investimenti alternativi”. Vini presentati, con evidente tono celebrativo, e sempre “dalla parte del produttore” (e se provassero ad essere anche dalla parte del consumatore?) come in grado “di raggiungere, con disarmante continuità, il successo non solo nelle aste italiane ma anche in quelle internazionali da New York a Londra, da Singapore ad Hong Kong, rappresentando, senza se e senza ma, il vino del Bel Paese più noto fra i collezionisti di tutto il mondo”.
E a rendere più malinconico, da vero e proprio “viale del tramonto”, anche se al posto di grandi come Billy  (Samuel) Wilder, William Holden, Gloria Swanson ed Erich von Stroheim troviamo figurette pallide, questo declino di un genere che per quanto ne possano dire i vari marchesi Frescobaldi veramente “grande” non è mai stato, ecco, veicolata sempre dallo stesso sito Internet, un’altra “notizia”, quella – leggete qui – secondo cui “Il top della moda made in Italy incontra uno dei vini più internazionali della produzione italiane: l’Oreno 2008 dell’aretina Tenuta Sette Ponti è stato scelto per accompagnare il road-show organizzato da Prada, all’alba della quotazione in borsa del gruppo: la manifestazione ha toccato le più prestigiose location delle capitali mondiali della finanza: dall’hotel Grand Hyatt di Hong Kong al The Painters Hall di Londra, dal quartier generale di Prada a Milano alla sede Prada Usa a New York.
I 4 appuntamenti hanno visto la partecipazione del gotha della finanza mondiale, coinvolto in vista della quotazione del marchio italiano della moda, che hanno potuto così godere di un vero e proprio vino culto, pluripremiato dalla critica internazionale (è tra le etichette italiane più presenti in vetta alle classifiche stilate dalle maggiori riviste mondiali specializzate nel settore vinicolo)”.
Non conoscete questa “altra firma dell’eccellenza made in Italy”, non sapete chi e cosa siano Sette Ponti e l’Oreno? Suvvia “citti” non fate i bischeri!
La tenuta è quella di proprietà dell’imprenditore Antonio Moretti, “vignaiolo per passione” e molto amico, si dice, dell’editore di Wine Spectator, mr. Marvin Shanken, nonché del gruppo Prada, visto che  – leggete qui – non su Wine News, ma altrove, che Moretti “in società con l’amico d’infanzia Patrizio Bertelli, del gruppo Prada, Moretti ha acquisito anche i marchi Bonora e Carshoe, aziende che producono scarpe fatte a mano e su misura: tutto questo in nome della continua e strenua ricerca della qualità”. Ed il vino, che vi aspettavate?, il solito noioso, prevedibile, “toscano” come io sono juventino o milanista, mix di Merlot, Cabernet Sangiovese in salsa ferriniana…
Poveri Super Tuscan, come siete finiti male! Ridotti ad essere commodities da “gotha della finanza mondiale”, da contorni di sfilate di marchi italiani della moda, e nemmeno filati più di tanto dalle varie guide…
E ora chi glielo dice al marchese Lamberto Frescobaldi che per “i più grandi vini possibili” è ora di andare in pensione e che “sotto il vestito niente”?

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11 ottobre 2011

Annate dei vini: qualità ineccepibile ogni anno? Declassare è un tabù, in Francia invece…

Possibile, mi dico io, che tutte le annate che Bacco manda in terra finiscano inevitabilmente per diventare con la benedizione della Coldiretti e dell’Assoenologi, secondo una visuale non so se solo buonista oppure anche miope, l’annata memorabile, anzi, l’annata del secolo nei resoconti di certa stampa piuttosto compiacente e un po’ pressappochista?
Possibile che anche se si verificano condizioni di caldo tropicale come nel 2003 o annate super piovose, soprattutto in periodo vendemmiale, come il 2002, nessun Consorzio e soprattutto nessun produttore si sia sognato di fare una proposta semplice semplice, anche se impopolare e anti-economica, come declassare?
Nell’Italia del vino di oggi, in quella Italia molto provinciale che grida al sorpasso, in termini di vino esportato, dell’Italia sulla Francia (non tenendo conto che il sorpasso c’è stato, ma solo in termini di volume, mentre il valore economico medio del vino italiano esportato è decisamente più basso di quello francese: per la serie si sorpassa ma si svende), il declassamento delle annate non si usa più, è diventata una parola impronunciabile, un autentico tabù.
Evidentemente da trent’anni a questa parte tutte le annate evidentemente sono state grandi, se l’ultimo esempio che si ricordi di scelta responsabile di declassare un’annata di un grande vino risale al lontano, remoto 1972 quando in terra di Langa, reduce dalla memorabile annata 1971, si decise di non produrre, perché non all’altezza, il Barolo 1972.
Oggi invece, come alibi per produrre comunque, perché il mercato lo chiede, perché non si può rinunciare ad uscire con un’annata, perché la posta in gioco, da un punto di vista puramente economico, non dell’immagine, è altissima, si è tirata fuori, un po’ dal cappello del mago, la “cultura”, che io chiamerei piuttosto alibi o pretesto, delle piccole annate, perfetto riflesso di quel falso egualitarismo buonista, di quella anti-meritocrazia che regna in Italia da almeno trent’anni, figlia di un “sessantottismo” ormai un po’ irrancidito.
Nessuno, o quasi, nel nostro amato Paese, dove ovviamente quello delle dimissioni è un concetto sconosciuto, si sogna di declassare nulla anche nelle annate mediocri o cattive.
In Francia invece discorsi del genere non dico che siano all’ordine del giorno, la tirannia del dollaro o dell’euro vale anche lì, ma sono contemplati nelle discussioni che s’intrecciano sui blog del vino e soprattutto sono previsti nei disciplinari di produzione…

Non ci credete? Beh, vi consiglio allora di andarvi a leggere questo articolo, pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S., dove oltre a stigmatizzare la “logica” da “todos caballeros” per le annate dei vini italiani, do conto di un doppio post dedicato all’argomento “annate mediocri da declassare” scritto da uno dei wine blogger più autorevoli e seguiti di lingua francese, il franco-belga Hervé Lalau.
Blogger (e soprattutto serio giornalista) che sul suo blog Chroniques vineuses, in due testi tutti da leggere e meditare, che potete leggere qui e poi ancora qui, si chiede: “non si dovrebbero declassare talune AOC nelle cattive annate? Retrocederle, sospenderle per non screditarne il prestigio? Sento già le proteste di scontento di tutti quelli che dispongono di un pezzetto di vigna nelle zone di produzione e per i quali una simile proposta equivale ad un crimine di lesa maestà.
Ma io mi metto nei panni del consumatore che pensa di avere diritto alla stessa garanzia di qualità rappresentata dall’AOC in etichetta, quale che sia l’annata. Non sono io a dire che l’AOC rappresenta un segno di qualità, è l’Inao-Q. Q come qualità”.
E ancora: “Perché la Doc diventa una sorta di diritto acquisito non revocabile?”: secondo Hervé Lalau “il consumatore non deve abbassare le proprie esigenze qualitative per un motivo o per l’altro. Non deve essere considerato come una variabile che può essere aggiustata.
Egli ha diritto alla qualità che gli viene “venduta” dalla denominazione d’origine, perché da tempo gli viene recitato che questa simbolizza una differenza e una superiorità nei confronti dei vini che non sono AOC”. Articolo che si chiude con la constatazione che la sua idea di sospendere una AOC in caso di cattiva annata non è poi così stupida. Perché nell’AOC Château Chalon, nel Jura, dove si producono celebrati Vin Jaune base Savagnin, come si può leggere dal Décret dell’appellation, “une commission, comprenant des vignerons et des membres de l’Inao décide de l’attribution ou non de la mention au niveau de toute l’aire”.
In altre parole una commissione composta da vignaioli e membri dell’Inao decide in merito all’attribuzione o meno dell’AOC nell’intera area”.
E in Italia, dove ad esempio in un posto come Montalcino si continuano ad assegnare giudizi di 4 o 5 stelle ad annate che strepitose ed eccezionali non sono (a proposito: ma a chi serve e che autorevolezza ha ancora questo tipo di valutazione voluta e difesa da quel Consorzio del Brunello che è riuscito nell’impresa di dare quattro stelle al 2003 ?) qualcosa del genere deve per forza essere un’utopia?

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10 ottobre 2011

Congresso A.I.S. Lecce: le principali notizie date nel live blogging

E’ stata una bella esperienza seguire, in una Lecce più bella e affascinante che mai, lo svolgimento del 45° Congresso di quell’Associazione Italiana Sommeliers, la principale delle associazioni della sommellerie italiana, di cui mi onoro di essere collaboratore da diversi anni. E per la quale curo le news e la rassegna stampa del rinnovato sito Internet, oltre ad avere collaborato, sino alla sua chiusura, alla rivista De Vinis. Che, forse, potrebbe presto tornare in una versione on line.
Bella esperienza da un punto di vista professionale, ma soprattutto, consentitemelo, dal punto di vista umano, perché mi ha consentito di apprezzare una volta di più la calda ospitalità del Salento e dei salentini, l’efficienza (quasi teutonica!) del team di A.I.S. Puglia, che ha organizzato splendidamente, nel migliore dei modi, il Congresso, e di ritrovare vecchi amici e incontrarne di nuovi, che (riscaldandomi il cuore e riempiendomi, consentitemelo, di soddisfazione) mi hanno manifestato il loro apprezzamento per la mia collaborazione con A.I.S e mi hanno fatto sentire, una volta di più, anche se sono e resto solo un collaboratore esterno, senza incarichi ufficiali, parte della “famiglia A.I.S.”.
Seguire il congresso è stata anche l’occasione per ridare vita, e curare, al blog del Congresso A.I.S., che continuerà a seguire “live blogging” i momenti più importanti della vita dell’Associazione (appuntamento lunedì 14 novembre da Milano per la finale del Premio Franciacorta, concorso che premia il miglior Sommelier d’Italia) e cercare di rendere, attraverso una serie di post, l’atmosfera di quello che stava accadendo e informare circa le notizie più importanti prese.
Ho pensato dunque di segnalare anche su Vino al vino, mediante il link ai post, alcuni degli articoli principali.
In primis il testo integrale della relazione pronunciata dal Presidente Maietta al Congresso, l’annuncio delle location dove si svolgeranno le prossime edizioni del Congresso, dal 2012 al 2015, quindi le prime impressioni su un’emozionante degustazione verticale di quell’autentico fuoriclasse dell’enologia pugliese che è il Graticciaia della Agricole Vallone.
A proseguire la cronaca di un ottimo convegno sul tema “Le giovani generazioni e l’alcol. Oltre i soliti luoghi comuni” e quella di un orgoglioso/grintoso intervento pronunciato nel corso dell’Assemblea nazionale dal presidente dell’A.I.S. Antonello Maietta.
Infine, a riprendere e supportare quello che avevo già sostenuto in questo post, ovvero che la Regione Puglia può contare, per la tutela e promozione del proprio ricco sistema agroalimentare su un eccellente amministratore (e uomo di pensiero), l’assessore Dario Stefàno, il resoconto del suo intervento pronunciato a braccio in occasione del convegno sopra citato.
E poi, per concludere con un sorriso, l’annuncio di un’idea di ipotetico (e spassoso) wine reality show venuta a quel geniaccio della televisione che è Gianni Ippoliti, con il quale ho avuto un simpaticissimo incontro, prodromo, credo, di altri. Se questo progetto prenderà veramente piede e si concretizzerà…
Perché anche questo, tanto calore, tanto amore per il vino, tanta umanità (e altro…) è stato il fantastico 45° Congresso A.I.S. di Lecce.

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