Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Enoriflessioni'

31 agosto 2010

Crisi nel mondo del vino? Per il ministro Galan non se ne parla nemmeno..

Deve disporre di un osservatorio del tutto particolare e privilegiato, di informazioni riservate e certe, il nuovo ministro delle Politiche agricole e forestali Giancarlo Galan, quello che ha preso il posto del “propagandista del Prosecco”, lasciandogli la presidenza della Regione Veneto, per giudicare come vadano le cose nel mondo del vino.
Mentre quei “disfattisti” dei giornalisti parlano – leggete qui – di crisi, di “trend a ribasso dei consumi interni”, del passaggio da ”mezzo bicchiere a testa di vino contro i due bicchieri consumati negli anni Settanta”, di prospettive per il 2015 di calo dei consumi “sotto la soglia dei 40 litri pro-capite, con un calo di circa il 70% rispetto agli anni Settanta”, oppure, leggete ancora qui – di crisi economica che “pesa sui mercati”, di “19 cantine sociali del Sud Piemonte che hanno lanciato un clamoroso Sos rivolto ai politici” e chiedono “aiuti alla «rottamazione» di oltre 200 mila ettolitri di vini delle precedenti vendemmie, soprattutto barbera e dolcetti, ancora conservati nelle vasche”, per togliere “spazio alla speculazione al ribasso che sta deprimendo le quotazioni”, e parlano espressamente, in Piemonte, non in Sicilia!, di “distillazione di crisi”, il responsabile dell’agricoltura italiana invita tutti alla calma.
E dopo essersi preoccupato della crisi del pomodoro italiano, con apposite riunioni promosse dal Ministero, in una sorprendente intervista rilasciata ad Egle Pagano e pubblicata, qui, dal sito Internet Wine News, non solo contrappone una sorprendente tranquillità ai (più che giustificati) allarmismi, ma fa chiaramente capire che il Governo non ha intenzione di intervenire, di aiutare un settore che è veramente (e non a parole) in difficoltà.
Alla domanda “il Governo come pensa di intervenire?”, Galan risponde papale papale: “Ho fatto il presidente della Regione Veneto per 15 anni e non ho mai sentito gli albergatori e i commercianti di Venezia dire che le cose andavano bene. Così è, a mio giudizio, per i produttori di vino. Non nego che anche in questo comparto ci siano delle difficoltà, ma non esageriamo! Se c’è un settore che è cresciuto e ha avuto successo sui mercati internazionali, è proprio quello del vino. Prima di lamentarci aspettiamo almeno la fine della vendemmia!”. Come se da qui ad un paio di mesi, come per miracolo, i problemi possano magicamente risolversi…
E alla domanda se non si stia pensando a forme di “sostegno” per il settore vitivinicolo, richieste da più parti, una replica molto secca: “Sono gli agricoltori a dover cambiare: devono abbandonare queste produzioni di base e lasciarle ad altri. Faccio un esempio. Vent’anni fa sui Colli Euganei si facevano dei vini impresentabili. Negli ultimi anni, invece, le aziende si sono convertite alla qualità e oggi fanno prodotti di ottimo livello che non hanno problemi sul mercato”.
E dopo aver fatto un po’ di prevedibile propaganda nordista stile Lega (ma non era berlusconiano e del PDL?) ricordando in tema di “vendemmia verde” finanziata dall’Ocm che “se le risorse sono gestite dalle Regioni – se in Veneto il piano ha funzionato e in Basilicata no, per esempio – il Governo può farci poco. C’è un milione di euro che le regioni non hanno speso, è vero. Io, come Veneto, non avrei mai lasciato andare via un euro, non avrei dormito la notte. C’è qualcuno, invece, che nonostante tutto, la notte dorme sonni tranquilli”, alla domanda secca dell’intervistatrice “il Governo non ha in agenda, quindi, nessun provvedimento per rilanciare il vino italiano?” come risponde il prode Galan?
In maniera scoraggiante: “Ma via! In un settore dove siamo arrivati a vendere i future sui vini fatti bene, basta lamentarsi!”.
Benissimo non cedere al catastrofismo e invitare la filiera del vino a reagire e non aspettarsi miracoli sotto forma di contributi governativi (del tutto improbabili con questi chiari di luna…) e trovare in sé strategie e risorse per reagire e rimediare ai tanti stupidi errori compiuti per superficialità ed errori clamorosi di valutazione negli ultimi vent’anni, ma siamo sicuri, di fronte ai tanti chiarissimi e innegabili segnali di crisi strutturale, che al timone del Ministero delle Politiche Agricole ci sia la persona giusta?
Quella in grado di capire la situazione e di offrire, come controparte politica, idee e soluzioni valide? Non è di certo negando l’esistenza della crisi e invitando a non lamentarsi che la crisi potrà essere superata o esorcizzata…

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27 agosto 2010

Le prospettive del mercato russo del vino secondo la wine writer Eleonora Scholes

A fine luglio ho avuto il piacere di avere una collega straniera che stimo molto, Eleonora Scholes, (visita qui il suo sito Internet, scritto in russo ed in inglese), tra i partecipanti ad un wine tour che ho avuto il piacere di coordinare, legato alla manifestazione Rosati in terra di rosati che si è svolta in Puglia, per l’organizzazione dell’associazione Buona Puglia.
Eleonora, che è russa di nascita, ha marito inglese e vive in Italia (complimenti per il tuo italiano Eleonora!) collabora ad alcune delle maggiori riviste di vino russe, Vinnaya Karta, Enoteka, Gastronom & Gastronom Profy, Drinktime, Simple wine news, scrive su riviste ucraine e del Kazakistan, e in inglese su Decanter, The World of Fine Wine, Wine Business International, sul blog collettivo Entaste.
Inoltre ha collaborato curando la parte relativa alla Russia al Pocket Wine Book di Hugh Johnson e partecipa spesso alle degustazioni del Grand Jury Européen e a concorsi enologici internazionali.
Ho chiesto ad Eleonora di darmi alcune impressioni sui vini pugliesi che ha avuto modo di degustare e soprattutto di raccontare quale sia oggi, in Russia, la scena del vino e quali le prospettive e le possibilità per i vini italiani.
Le sue risposte, e le sue analisi, davvero molto interessanti e sempre meditate, le potete leggere in questa ampia intervista, che ho pubblicato, qui sul sito Internet dell’A.I.S.
Buona lettura

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24 agosto 2010

Basta barrique: Giampaolo Paglia racconta i perché di una decisione “storica”

Nel pieno della pausa agostana, quando anche le attività via Web (comprese quelle di molti siti Internet e blog) se ne vanno in vacanza, uno dei produttori di vino italiani più attivi sulla Rete, con una sua apprezzata attività di wine blogger che si è distinto proponendo problemi di carattere generale legati al vino (l’inutilità dell’Ice, le commissioni di degustazione delle Camere di Commercio da rifondare, l’eccessivo parlare di vino, ecc.) e non solo parlando dei propri vini e della propria azienda, sto parlando di Gianpaolo Paglia, alias Poggio Argentiera, ha lanciato sul suo blog una vera e propria bombettina.
Con un post dal titolo facilissimo da capire e quanto mai emblematico, basta barriques, ha annunciato una svolta non certo da poco.
Se non è una “rinuncia a Satana”, poco ci manca, perché anche se Paglia ha scelto i toni bassi e dice “nessuna sconfessione del passato, nessun ripudio; molto semplicemente si evolve, personalmente e come azienda”, informandoci di aver rinunciato alla barrique per i Morellino di Scansano, “perché non ci piaceva più quello stile di vino, specialmente abbinato al Sangiovese, al Ciliegiolo”, ha, di fatto, deciso un cambiamento epocale, di quelli da ricordare.
Soprattutto allorché annota che, “in sostanza, in questi ultimi 10/15 anni è cambiato il mondo del vino, e sopratutto sono cambiati i miei (nostri) gusti..”.
Cosa ho fatto dunque, prendendo atto che questo di Paglia è il secondo addio alla barrique che registro (con grande gioia, non lo nascondo…) dopo quello, di cui ho parlato qui recentemente, pronunciato in Valle d’Aosta alla cantina Di Barrò, da Elvira Stefania Rini e Andrea Barmaz?
Ho contattato Paglia e gli ho chiesto di spiegarmi e soprattutto di spiegare a voi lettori di Vino al Vino, i motivi profondi della sua scelta, la sua svolta, in cosa consista il cambiamento di stile e di gusto personale di cui parla nel suo post.
Ne è scaturita una lunga e credo molto interessante conversazione, che ho il grande piacere di sottoporre alla vostra attenzione. E ai vostri, come sempre benvenuti, commenti. Buona lettura!

Paglia, com’è maturata la sua scelta, annunciata sul suo blog in un post dal titolo che più chiaro non si può, “basta barrique”, – leggete qui – di rinunciare ad utilizzare i piccoli fusti di rovere francese per buona parte dei vini prodotti in azienda, soprattutto per i Morellino?
E’ l’approdo naturale di un percorso mio personale e aziendale. Con il tempo mi sono reso conto di non apprezzare più quel tipo di espressione che dà al vino il legno piccolo, specialmente per il Sangiovese.

Da quanto tempo pensava che era venuto il momento di cambiare e voltare pagina?
Come tutte le cose che nascono dal nostro interno, c’é una fase cosciente, dove si prende atto di quello che pensiamo e desideriamo, ed una fase incosciente, dove si forma la volontà, ma non è ancora chiaramente manifestata.
Per la prima fase, almeno un paio di anni, per la seconda non saprei, sicuramente qualcosa di più. Di sicuro ci sono stati momenti che hanno contribuito alla mia crescita personale. Uno di questi è senz’altro la mia frequentazione di persone del mondo del vino che mi hanno aperto degli orizzonti più ampi.
Ho intrapreso un percorso di studio dei vini, qualificandomi con l’Advanced Certificate del W.S.E.T. (Wine and Spirits Education Trust), che continuerò in inverno con il corso di Diploma.
Inoltre da più di una anno una mia società e diventata distributrice e rappresentante di vini per la provincia di Grosseto, con dei mandati importanti come Sarzi Amadé e Les Caves de Pyrène.
Insomma, più si conosce e si frequenta il vino, più si diviene esigenti anche rispetto ai propri vini.

Si è trattata di una scelta di gusto del produttore – lei ha scritto “sono cambiati i miei (nostri) gusti” – o è stato anche un modo lucido e realistico di tenere conto degli orientamenti di larga parte dei consumatori, che, pare, si siano stufati di vini al profumo e gusto di legno?
Anche qui è difficile differenziare. L’attività commerciale è legata indissolubilmente alla produzione agricola, senza di essa non esisterebbe ed è al tempo stesso motore e giudice implacabile delle nostre attività. Tendo a non fidarmi di chi proclama di fare vino senza scopi commerciali. Tutt’al più ci può essere la consapevolezza che è difficile avere successo commerciale senza amare il proprio lavoro e apprezzare il suo frutto.



Lei ha detto “non ci piaceva più quello stile di vino, specialmente abbinato al Sangiovese, al Ciliegiolo”: vuole farmi capire meglio quali aspetti, in quei vini fatti utilizzando la barrique, non la convincevano più, non soddisfacevano il suo gusto?

C’e’ in alcuni vini prodotti con le barriques un eccesso di dolcezza, che può essere visto anche in chiave positiva, ma che per me è un fattore stancante del palato. Si tende a perdere complessità e sfumature a favore di una certa cremosità del gusto, ed in generale credo sia più difficile far emergere il carattere di vitigni come il Sangiovese e il Ciliegiolo, dove una certa spigolosità e nerbo sono alla base della loro identità. In più c’é il fattore bevibilità: mi sono stancato dei vini troppo invadenti.

Perché ritiene che, almeno secondo il suo gusto, la barrique non vada (più) bene per il Morellino, ma funziona ancora bene per le varietà internazionali? Non so se continueremo in futuro ad usarla per il nostro unico vino fatto a base di uve internazionali (il Finisterre, a base di Cabernet Franc, Syrah, Alicante), ma certo se c’é un senso nell’uso della barrique, questo sembra esserci maggiormente quando collegato all’uso di certe varietà.
Faremo delle sperimentazioni e vedremo i risultati e poi prenderemo delle decisioni.

Ha deciso di rinunciare alla barrique per una scelta legata al suo gusto: con questo vuole dirci che i vini devono piacere e convincere fino in fondo soprattutto chi li produce?
Sono totalmente d’accordo con lei, ma allora cosa replica a tanti suoi colleghi che continuano a dire, anche oggi, che i vini devono corrispondere agli orientamenti del mercato e dei consumatori?
Io dico che fare vini che piacciono a chi li fa ha molto più senso commerciale che provare a interpretare i gusti del mercato. La mia sensazione é che tendiamo a sottovalutare chi i vini li acquista e li beve, un po’ per mancanza di conoscenza, un po’, forse soprattutto, per nostra mancanza di coraggio.
Ci sono vini che ci paiono buonissimi, ma che consideriamo “difficili” per il mercato, salvo poi verificare che il mercato è apertissimo ai vini buoni, veri, comunicativi.
Questo lo vedo tutti i giorni, soprattutto da quando, oltre che produrre, mi sono messo anche a commercializzare altri vini.

Cosa pensa di due categorie di suoi colleghi produttori, quelli che hanno deciso di rinunciare alla barrique, o quantomeno di utilizzare solo fusti di terzo, quarto passaggio, o di più, solo perché la crisi economica li induce a risparmiare e a non comprare altre costose barrique nuove, e quelli che invece continuano, imperterriti ed impermeabili ad ogni dubbio, convinti che non si possano produrre vini importanti senza il ricorso al carato?
Penso che ognuno deve essere libero di fare le scelte che ritiene più opportune per lui e la sua azienda. Sarà il mercato a dare un giudizio su questi vini e sarà il produttore che sarà chiamato ad interpretarlo. L’importante è avere l’onestà intellettuale di farlo, proprio per il bene della propria azienda. Bisogna farsi una domanda semplice: mi piacciono i miei vini? Se fossi un cliente li comprerei assiduamente? Li bevo volentieri a casa, in famiglia, tra amici?
Dalla risposta, sincera, a queste domande dipende il futuro, anche economico, di una azienda di vino.

Come cambierà ora il suo Morellino, il celebre Capatosta in particolare, con l’utilizzo di fermentini troncoconici e di botti da 10 ettolitri di Garbellotto? Quali elementi prevarranno rispetto al passato e quali elementi vuole portare maggiormente in evidenza?
Già lo possiamo vedere dall’annata 2009, al momento in affinamento, e anche in parte dalla 2008, dove l’uso del legno piccolo è più misurato.
Bisogna dire che il cambiamento non è soltanto a livello dell’affinamento, ma anche in vigna, dove siamo in conversione al biologico e dove stiamo lavorando con meno ossessione verso le basse produzioni per ceppo e più verso l’equilibrio della pianta, e  in cantina, dove cerchiamo più di privilegiare la semplicità delle operazioni, con macerazioni meno lunghe ed estrattive del passato.
Stiamo anche verificando che l’uso di meno solfiti in cantina non è pregiudizievole della qualità, ma sembra al contrario favorire la “distensione” dei vini e una loro espressione più pulita e naturale.
Insomma, ci sono molte cose in atto oltre alla scelta dei legni. E’ una presa di coscienza che un cambiamento era inevitabile e un metodo di lavoro che ci sembra più in sintonia con i nostri gusti.
Per di più siamo molto felici perché i vini così fatti ci piacciono di più, hanno maggiore eleganza e al tempo stesso maggiore semplicità e bevibilità. Insomma, secondo me sono più buoni, sono vini che mi bevo più volentieri.

Lei vende molto all’estero e ascolta attentamente, anche attraverso il suo blog, le opinioni della clientela e degli appassionati. Come hanno reagito sinora importatori, ristoratori e semplici cultori di Bacco alla sua decisione, che tra l’altro ha scelto di annunciare un po’ in sordina, complice la pausa agostana?
In realtà il post di cui lei parla è nato un po’ così all’improvviso, un giorno che camminando vicino alla rimessa attrezzi ho visto quella pila di baggioli vuoti (supporti per barriques) che mi ha impressionato, e forse mi ha fatto materialmente rendere conto del cambiamento.
Non ho effettivamente comunicato in altro modo a clienti e appassionati, tranne quei pochi che seguono il mio blog, e non ho intenzione di fare di questa scelta una leva di marketing. Mi sembrerebbe lo stesso errore, a posizioni inverse, di coloro che qualche anno fa scrivevano con orgoglio che i loro vini erano “barricati”.
Credo che le scelte tecniche possano essere discusse in modo pragmatico e laico, senza farne delle questioni di interesse primario. A parlare deve essere soprattutto il vino.

Tentando un esame retrospettivo, quali sono stati a suo avviso, in questi ultimi vent’anni, i pregi, i vantaggi tecnici portati dall’uso diffuso della barrique e quali sono stati i problemi che ha causato al vino italiano? Pesandoli sulla bilancia, sono stati più i pro o i contro?
Credo che l’uso della barrique sia stata una forma di riscatto da un passato enologico spesso grigio e triste, almeno per gran parte dell’Italia del vino. E’ stata un po’ come  il bisogno di affermare che nel vino italiano si era girata una pagina, e che il futuro sarebbe stato fatto di vini importanti, senza complessi di inferiorità con i cugini d’oltralpe, in grado di attrarre interesse del pubblico internazionale e di rifondare un enologia fatta di tecnologia, buone pratiche, bei vigneti, cantine supertecnologiche e scintillanti, enologi di grido.
In fin dei conti lo ritengo un passaggio dovuto per chi, come molti di noi, non può rifarsi ad un passato enologico glorioso e ben sperimentato. E’, se vogliamo, un difetto di gioventù del vino italiano, una malattia infantile che deve essere presa, vissuta e dalla quale si deve guarire prima di girare la prossima pagina.
Nel complesso credo che ci siano stati più lati positivi, a condizione di assumere il giusto atteggiamento critico verso questo fenomeno. E’ innegabile che l’immagine dei vini italiani nel loro complesso (senza parlare di quelle poche oasi che pure esistevano) sia cresciuta enormemente negli anni 80 e 90 anche proprio grazie ai vari Tignanello, Sassicaia, ecc., che sono stati un po’ gli emblemi del rinascimento italiano del vino e tutti vini pensati e compiuti con l’uso del legno piccolo.
Passato il periodo giovanile, ora è il momento della maturità, delle scelte consapevoli, delle distinzioni e del lavoro di sostanza sul territorio.
Certo non posso parlare per gli altri, ma questi vent’anni sono serviti anche a me per capire meglio il vino, la sua storia, i suoi terroirs, e per definirmi come persona (si invecchia, ahimè, ma si matura anche) e come conoscitore di vino e dei vini.
Insomma, molto banalmente, anche il mio gusto si è evoluto, così come quello del pubblico che prima era molto più semplice e facilmente impressionabile dal “peso” di un vino, piuttosto che dalle sfumature.

Pensa che la sua decisione farà proseliti e ritiene che un numero crescente di produttori, in Maremma e altrove, “ripudieranno” la barrique, o quantomeno l’uso eccessivo o abnorme che ne è stato fatto, per provare a produrre vini più “food friendly” e maggiormente dalla parte del consumatore?
Ho la sensazione che nel futuro vedremo dei cambiamenti, non per causa mia s’intende,  ma perché i tempi sono maturi. La critica non è più schierata compattamente (anche se lei mi obietterà giustamente che “alcuni” non hanno mai fatto parte di questa schiera) verso vinoni scuri e concentrati, con legno a go gò. Anzi, sembra muoversi nella direzione opposta.
E poi perché la gente si sta accorgendo che di certi vini in fin dei conti si parla molto, ma li si beve molto meno.

Cambiando discorso, come vede, da produttore, la situazione odierna del Morellino di Scansano? Di che salute godono i vini e la denominazione? Quali sono i problemi più urgenti da affrontare e risolvere?
La situazione del Morellino non è diversa da quella di molte DOC o DOCG italiane che hanno avuto un certo successo. C’e’ una stratificazione della qualità abbastanza accentuata, con alcune aziende, spesso quelle più storiche e locali, al top, molta mediocrità, e una buona fetta di vini pessimi fatti dagli imbottigliatori di professione o da chi cavalca il successo di un nome senza troppi scrupoli, senza investire nulla sul territorio, e perché qualcuno glielo permette.
Le aziende, anche nomi importanti e significativi, venute da fuori Maremma non sembrano aver dato impulso o contributi significativi alla DOCG, né dal punto di vista del mercato, né da quello della riflessione e dell’elaborazione di strategie produttive e di promozione.
Purtroppo questa è stata una mia grande delusione a livello personale. Nel complesso è una zona con buone potenzialità, che non sono solamente limitate al Morellino (penso all’Amiata del Montecucco, e alle zone bellissime e poco valorizzate intorno a Pitigliano), ma che é alla ricerca dell’identità. Purtroppo l’identità non nasce da sola, non viene dal genio di uno o due produttori in stato di grazia, ma è il frutto di una lunga opera complessiva di riflessione, di conoscenza del territorio, di lavoro comune.
Qui siamo ancora all’anno zero o quasi. Non si è fatto nulla per la conoscenza del territorio: parlo di zonazioni, studio di varietà e cloni, ecc. Non si è fatto nulla in tema di promozione verso l’estero.
Non si è fatto nulla in tema di regole e disciplinari, ancora retaggio degli anni 70, scritti in italiano ambiguo, che dicono tutto e nulla e non servono a niente. Sono regole che sembrano scritte da azzeccagarbugli, piene di un linguaggio burocratese buono solo per ostacolare chi fa bene, ma con buchi cosi’ grandi da lasciar passare chi produce male o peggio.

E come vede il futuro?
Io credo che il futuro sarà di chi avrà il coraggio di fare tabula rasa e partire dai fondamentali: conosco il mio territorio? conosco le mie varietà? i metodi di vinificazione? i metodi di coltivazione?
I disciplinari devono definire con maggior precisione le zone vocate, e cancellare quelle non vocate, mettendo anche in campo delle agevolazioni per spiantare tutte quelle vigne che si trovano in zone pessime e non vocate e al contempo affidarsi meno ai pali e paletti messi con l’illusione di controllare il mercato.
Le commissioni di degustazione delle Camere di Commercio non possono bocciare i Sangiovese perché hanno poco colore e farne passare altri neri come la pece. Se non si investe in conoscenza è impossibile andare a raccontare al mondo chi siamo.

Non vorrei chiederle del Consorzio, conoscendo i suoi rapporti, non sempre “facili” con l’ente consortile: ma ci sono novità che la riguardano?
Per quanto riguarda il Consorzio del Morellino qualcosa sta cambiando. Io ne uscii quasi 5 anni fa, quando ormai il Consorzio era ridotto ad un luogo di scontro di poteri, completamente bloccato nelle sue finalità più alte, ovvero di essere luogo di incontro dei produttori, di stimolo alla riflessione sul nostro vino, di motore della promozione.
Da quando uno degli attori più importanti di quello scontro, la Cantina Cooperativa del Morellino, é uscito dal Consorzio, qualcosa sembra essersi sbloccato. Il Presidente mi ha chiesto di rientrare nella compagine e di contribuire al cambiamento, che adesso si avverte inevitabile e non più procrastinabile.
Ed io ho accettato con la condizione che si mettano alla guida dello stesso delle persone giovani, appassionate, pulite, e che soprattutto sono lì perché interessate al vino e non alla politica. Il Consorzio deve essere una casa di tutti, e soprattutto una casa di vetro.
Preciso che non sono intenzionato a candidarmi o farmi candidare per nessuna carica, e che darò il mio piccolo contributo solo alle condizioni di cui sopra.

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23 agosto 2010

E’ arrivato anche il Tavernello (frizzante) in vetro: la sfida si fa sempre più dura

Produttori di vino tradizionali che vi avvinate con molta preoccupazione alla cauta ripresa autunnale e che avete iniziato, o vi apprestate a farlo, le prime operazioni vendemmiali per i vini bianchi, vi siete accorti – i consumatori sicuramente l’hanno già fatto dato il ricorrere deli spot pubblicitari televisivi – che uno dei vostri più formidabili competitor, il leader del tetra brik e bag in box, la Caviro, produttrice del Tavernello, ha deciso di sfidarvi sul vostro stesso campo?
Non le bastava di vendere camionate e camionate di vino in cartone, anzi, di essere, come dichiara “il quarto vino più venduto nel mondo ed il primo in Italia”, puntando sul prezzo molto conveniente e sul claim “100% vino italiano, vino genuino per tutti i giorni”, oggi questa super aggressiva Cooperativa Agricola che riunisce viticoltori su tutto il territorio italiano e qualcosa come 34 cantine sociali situate in tutta Italia, dopo l’esperienza maturata con i pintoni da un litro e mezzo, viene a sfidarvi con due vini proposti nella bottiglia di vetro da 0,75.
Due Tavernello frizzante, disponibili nelle versioni bianco e rosato, che lanciano “la sfida del frizzante“, con il passaggio, “necessario”, affermano, “all’elegante bottiglia di vetro 0,75 che rimane il contenitore ideale per il confezionamento dei vini frizzanti”.
Certo il linguaggio scelto per presentarli, ovvero “due referenze, bianco e rosato, frutto della selezione delle migliori uve italiane, sapientemente sottoposte a frizzantatura”, continua a fare un po’ inorridire noi, voi, puristi del vino, che non confessereste nemmeno sotto tortura di avere, almeno una volta nella vita, comprato una confezione di Tavernello.
Ma con quello spot televisivo, ed il richiamo alla “freschezza”, al “moderato contenuto alcolico”, al “bouquet fine e fruttato”, ed il consiglio ad utilizzarli come aperitivo, anche se, dicono, “si abbinano splendidamente a piatti a base di pesce e pasta con sughi delicati”, e lo spot dove si allude chiaramente al passaggio al vetro – “prova anche tu il gusto nuovo di Tavernello frizzante, fresco, profumato, buono…. da stappare”, temo che rischino di apparire molto appealing non solo per il consumatore che non si è mai fatto problemi ad acquistare vino in tetra brik, ma anche per una fetta di eno-appassionati che o per la crisi economica, o per la curiosità, o per una forma di divertito possibilismo – why not? – potrebbero essere tentati di provare questo Tavernello in veste un po’ più seria…
Insomma, con l’arrivo di settembre la sfida del mercato del vino si fa sempre più dura…

N.B. da leggere domani, su Vino al Vino, un’interessante intervista. Si parla di barrique, e di come si possono produrre ottimi vini facendone a meno…

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18 agosto 2010

Vini rosati in screwcap (tappo a vite): why not?

Ieri ho lanciato sul sito Internet dell’A.I.S. , qui, una modesta proposta: perché i produttori di vini rosati non decidono di utilizzare per la tappatura dei loro vini il tappo a vite o screw cap,  invece del tradizionale tappo di sughero o, come fanno alcuni, l’orribile tappo in silicone?
Non sarebbe forse un modo di lanciare un segnale chiaro al consumatore, di essere dichiaratamente dalla sua parte (niente più rischi di sentori di tappo) e di comunicarlo? E voi, cosa ne pensate?

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9 luglio 2010

E’ il momento dell’esperienza: dopo Rivella al Consorzio del Brunello, la Viglierchio a Saiagricola

Non leggo regolarmente, nemmeno la versione on line, la rivista Civiltà del Bere per cui è normale che determinate notizie di “eno-mercato”, ovvero di entrare e uscite o trattative in corso di personaggi che sapevi impegnati, con ruoli vari, in un’azienda ma poi te li ritrovi in un’altra, magari concorrente, mi sfuggano.
Ho pertanto appreso solo ieri, casualmente, parlando con un amico e ho poi trovato conferma cercando in Rete e leggendo qui, alla notizia secondo la quale una persona che conosco, e apprezzo, da diversi anni, Giuseppina Viglierchio, oltre 20 anni di lavoro in Banfi (dove oggi opera come direttore generale suo nipote Enrico), già presidente di Vigne Regali, l’azienda piemontese del gruppo Banfi e past president delle Donne del Vino, aveva iniziato, da un mese, una nuova impegnativa avventura.
E dopo aver lasciato la campana Feudi di San Gregorio, dove era responsabile commerciale da qualche anno, reduce dalla partecipazione al progetto Arcipelago dei Fratelli Muratori, era approdata in una grande società come la Saiagricola, chiamata dal direttore generale Guido Sodano.
Dal primo giugno, secondo la volontà del nipote del Cardinale Angelo Sodano, la Viglierchio, originaria del Piemonte dove la sua famiglia possedeva la Bruzzone di Strevi, é diventata direttore commerciale, marketing e comunicazione.
Questo mentre nell’ambito della stessa ristrutturazione il celebre winemaker Riccardo Cotarella ha ricevuto l’incarico di coordinare “i progetti enologici e viticoli del gruppo, che comprende Fattoria del Cerro a Montepulciano, La Poderina a Montalcino, Còlpetrone a in Umbria, Villetta di Monterufoli, in Val di Cornia, Arbiola a San Marzano Oliveto (Asti).
Insomma un variegato mondo, che comprende tanti altri prodotti agricoli oltre al vino, come riso, frutta, ecc”.
Sorvolo sulla scelta di Cotarella, che mi sembra un classico déja vu, un espediente che anche altri produttori in giro per l’Italia, gente che evidentemente crede ancora nei miracoli e che Riccardo sia ancora il Re Mida di un tempo, hanno adottato (penso ad un’azienda come Leone De Castris nel cuore del Salento dove con l’arrivo del Michel Rolland italiano sono puntualmente arrivati Merlot e Petit Verdot…), per concentrarmi sull’incarico alla Viglierchio.
Nulla da dire, la signora è una seria professionista e una persona indubbiamente capace, dotata di stile e di carattere.
Se la si collega però ad un’altra scelta, quella di eleggere come nuovo Presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino il 77enne cavalier Ezio Rivella, non si può non rimanere colpiti del fatto che due grandi realtà del vino italiano, un Consorzio molto importante e una società che rappresenta l’impresa di investimento in agricoltura del Gruppo Fondiaria SAI Assicurazioni, abbiano pensato, in questa difficile fase, di fare appello all’esperienza di personaggi di lungo corso.
E non abbiano chiamato, ad esempio, giovani manager rampanti, bocconiani, professionisti reduci da esperienze in altri campi. Hanno chiamato Rivella al capezzale del Consorzio del Brunello, incaricandolo di rianimarlo, di dare fiducia a tutto l’ambiente ilcinese, insomma di fare il miracolo (e, incredibilmente, da quello che mi raccontano, il cavaliere si sta muovendo bene e sta veramente facendo un lavoro di gruppo) e la Signora Viglierchio ad occuparsi nientemeno che della direzione commerciale, del marketing e della comunicazione.
Un impegno che farebbe tremare i polsi ad un quarantenne, ma che si pensa possa ottimamente affrontare, forte della sua pluridecennale esperienza di lavoro, una Donna del Vino esperta come la Signora. Domanda: ma è rivolgendosi ai sessanta-settantenni che il mondo del vino italiano, le grandi aziende del vino italiano, pensano di delineare valide strategie per il loro futuro?
Non mi sembra: oggi la parola d’ordine non é “largo ai giovani”, ma che gli esperti ci aiutino…

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1 luglio 2010

Volete portarvi il vino da casa: no problem!

La formula del Byob, Bring your own bottle, è proponibile anche in Italia?

Singolare (e intelligente) iniziativa, a Londra, di un gruppo dei migliori ristoranti cittadini (anche alcuni stellati Michelin) per fronteggiare la crisi economica che mette in fuga molti clienti.
Porte aperte, ancora di più se si sottoscrive un abbonamento al BYO Wine Clubvisitare qui il sito Internet – lanciato proprio in giugno con l’obiettivo di arrivare a cento adesioni entro la fine dell’anno, ai clienti che adottano la formula, già diffusa negli States, del “BYOB (Bring Your Own Bottle)”, ovvero persone che scelgono, pagando un moderato diritto di tappo, (un contributo che si riconosce al ristorante per il mancato guadagno della vendita di proprio vino), di bersi nel ristorante prediletto bottiglie di vino portate da casa, provenienti dalla propria personale cantina.
Come ha commentato l’autorevole wine writer Tom Cannavan, editor del sito Internet Wine Pages, “BYO (Bring Your Own) is about people who are serious food and wine lovers but who recognize that they can’t go to a restaurant where the food costs £50 (about $75) a person and afford a bottle of wine,” ovvero viene incontro alle esigenze degli appassionati, di cibo e di vino, che vogliono continuare ad andare al ristorante senza svenarsi.
Questo perché a Londra è prassi comune, racconta l’articolo, che una bottiglia che in un wine store costa 75 sterline possa essere proposta a 225 sulla carta dei vini di molti ristoranti.
Bellissima cosa questa iniziativa, cui dedica un ampio articolo Robert Booth sul Guardian – leggetelo qui – ed evviva il consumo di vino personale mentre si gusta la cucina dello chef prediletto, ma non sarebbe più facile, per fare tornare i clienti, ridurre i ricarichi folli sui vini e proporre una politica di prezzi più ragionevole?
Spostandosi da Londra e pensando ai casi nostri, una domanda nasce spontanea: ma nell’Enotria tellus, in Italia, una cosa del genere, andare nel ristorante (anche stellato, perché no?) che più ci piace, scegliendo già noi, nella nostra cantina, che vino berremo sui piatti del nostro chef prediletto, sarebbe possibile?
Cosa ne pensano i consumatori, e soprattutto la ristorazione nostrana, dell’ipotesi di un club del PLTB (portati la tua bottiglia) o del PITVDC (portati il tuo vino da casa)?
Quanto sarebbero disposti i clienti a pagare come diritto di tappo, per concedersi il piacere di farsi stappare con tutti i crismi da un bravo sommelier le bottiglie del cuore lasciate per anni ad affinarsi in cantina, e quanto eventualmente pretenderebbero i ristoratori per concedere alla clientela questo ulteriore servizio?

Due altre domande per concludere: come giudicano i produttori italiani l’ipotesi di questa eventuale estensione del BYOB chez nous?
E a quali scenette teatrali ci troveremmo di fronte, al ristorante, se l’eventuale bottiglia portata da casa rivelasse, una volta aperta, problemi di tappo?
E’ opportuno portarsi una bottiglia di riserva o si deve entrare nell’ordine di idee che nel caso si palesasse un dannatissimo goût de bouchon, ci si dovrà rassegnare ad ordinare come minimo il “vino della casa” o a scegliere, nella carta dei vini, il vino dal ricarico più onesto?

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30 giugno 2010

Vino della casa? Me lo faccio, ma adottando un vigneto…

Intelligente iniziativa di un gruppo di agriturismi valtellinesi

E’ sempre un grande piacere per me tornare in terra di Valtellina e stupirmi ogni volta, come la prima volta, per i “miracoli” che quella uva suprema che è la Chiavennasca, alias Nebbiolo, fa in quello scenario, quasi irreale, di vigneti terrazzati, di viticoltura eroica che delinea e conserva il paesaggio, di pendenze, di situazioni sempre al limite, dove la passione, l’attaccamento al territorio, prevale sulla ragione e su valutazioni puramente commerciali.
Perché sono salito, era ancora maggio, in terra di Valtellina, in quel paese, a me caro, Ardenno, perché lì hanno sede le Cantine Innocenti del grande affinatore di formaggi (Bitto e Casera) e proprietario anche di una ben fornita enoteca e bottega di cose buone che è l’amico Fabrizio Innocenti?
Perché Pietro Poletti, direttore della Cantina Cooperativa di Villa e Bianzone, mi aveva invitato (e io avevo esteso l’invito ad un’altra amica, grande appassionata ed esperta di vini, la sommelier tiranese Elia Bolandrini, che potrebbe diventare, forse, il nuovo delegato A.I.S. di Sondrio) a fare un’esperienza molto particolare. Direi di più, speciale.
Un invito a degustare dei Nebbiolo valtellinesi, ma non vini pensati, com’è caratteristica di larga parte dei Nebbiolo di montagna di questa zona, per durare nel tempo, magari dopo un paziente affinamento in legno (grande, non la barrique che “uccide” i Nebbiolo o li rende altra cosa), ma Nebbiolo giovanissimi, figli nientemeno che dell’annata più recente, 2009.
Un incontro che si è tenuto in un posto di grande fascino, che visitavo per la prima volta, l’agriturismo Le Case dei Baff di Ardenno Masino, proprietà di una famiglia di ispirati ristoratori come i Cerasa.

“Location” scelta da Poletti non casualmente, ma per sottolineare il carattere speciale dell’iniziativa che voleva farmi conoscere, ovvero la scelta di una serie di agriturismi, tra cui Case dei Baff, di “adottare” dei vigneti per produrre il proprio “vino della casa”.
Vini che potenzialmente potrebbero diventare tutti come minimo dei Rosso di Valtellina Doc o addirittura dei Valtellina Superiore Docg, se i produttori decidessero, seguendo le prescrizioni del disciplinare, di proseguire l’affinamento e di invecchiarli.
Quale il ruolo della Cantina Cooperativa di Villa di Tirano in questa operazione? Di supporto tecnico, enologico, seguendo il vigneto in tutte le sue fasi fenologiche e curando tutte le fasi della vinificazione dei vini prodotti in vigneti, va ricordato, che variano da un minimo di 1500 metri quadrati (quello da cui nasce il potenziale Valtellina Superiore Valgella di Chiara Poletti) ad un massimo di 10 mila metri, come nel caso del vigneto posto a qualche centinaia di metri di distanza dalle Case dei Baff.
All’iniziativa avevano aderito, oltre al già citato locale di Ardenno Masino, l’agriturismo Prà l’Ottavi di Renata Vanoni a Gordona (4000 metri quadrati di vigna), la Baita del Gufo di Piodaro Grosotto di Giovannina Pini (4500 metri), l’azienda agricola di Ester Masolini di Camportaccio in Val Chiavenna (8000 metri), l’azienda agricola agriturismo La Campagnola dei fratelli Masolini a Gordona (4500 metri), l’azienda agricola Donchi- Agriturismo Al Vecchio Torchio di Teglio (2000 metri), nonché la già citata azienda agricola di Chiara Poletti, figlia di Pietro.

Bellissima l’iniziativa, e molto intelligente il supporto offerto dalla Cantina di Villa di Tirano, ma come ho trovato i vini espressione di vigneti, molti quelli già in là con gli anni, dislocati tra Ardenno, Teglio, Bianzone, Tressenda e Villa di Tirano?
A dire il vero sorprendentemente buoni, già godibili, espressivi, ovviamente freschi, ricchi di nerbo, con acidità importanti, ma non aggressive, vini salati, essenziali, petrosi, eppure dotati di una bella succosità di frutto come il v.a.d. (ovvero vino atto a divenire) Rosso di Valtellina di Cà dei Baff, oppure come il v.a.d. Rosso di Valtellina della Baita del Gufo, dotato di una bellissima struttura tannica, di una consistenza ampia e carnosa.
Vini dotati di una nitida componente terrosa e minerale come il v.a.d. Valtellina Superiore del Vecchio Torchio, o dotati di un naso fitto e complesso, di una grande rotondità, come il v.a.d. Valtellina Superiore di Ester Masolini.
Vini, nessuno escluso, tutt’altro che da “vignaioli della domenica”, e nient’affatto “dilettanteschi” o senza pretese, ma che avrebbero piena dignità di bottiglia, che meriterebbero di essere proposti non solo nel contesto piacevolissimo, vivo, allegro, non impegnativo, di un agriturismo, dove al vino è chiesto soprattutto di accompagnare ed esaltare la golosità, la pienezza dei piatti tipici valtellinesi (con quella bella acidità che spinge (molto pronunciata nel potenziale Valtellina superiore Valgella dei fratelli Masolini, dalla struttura più delicata), e che riesce a sgrassare, ad alleggerire, a rilanciare la saporosità e la ricchezza delle preparazioni.
Vini profumati di Nebbiolo, vini che raccontano la verità, essenziale e scabra, della viticoltura di montagna, vini che si fanno bere senza problemi eppure regalano emozioni.
E’ anche questa, con i vini “della casa” prodotti adottando un vigneto, con gli agriturismi che ragionano e volano alto, che hanno progettualità e una scoperta voglia di fare bene, la Valtellina che adoro!

Chiavennasca: una foto di Giacomo Negri

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29 giugno 2010

Alla scoperta dei tesori enoici della Daunia, con i vini della Cantina La Marchesa

C’è un’altra Puglia del vino, che sto imparando ad apprezzare e mi riprometto di conoscere ancora meglio in futuro, e che è più appartata, meno nota e meno frequentata rispetto ai luoghi canonici, e ormai affermati, del vino pugliese.
Il Salento ad esempio, o l’area del Primitivo di Manduria (e di quella, più appartata, del Primitivo di Gioia del Colle), o quella di Castel del Monte, oppure l’enclave di Gravina in Puglia dove gli amici D’Agostino, di Botromagno, non si accontentano più di fare un grande bianco, e ottimi rosati, ma prendono sempre più la misura sui rossi.
O infine quella, che sta lentamente tornando a farsi notare come merita, della Valle d’Itria, con i bianchi che un’azienda esemplare come I Pastini, del grande enologo bianchista Lino Carparelli, sta proponendo. E non sto parlando solo del Rampone, il (Fiano) Minutolo per eccellenza, ma anche della Verdeca Faraone e del Bianco d’Alessano Cupa.
E’ una Puglia un po’ fuori dai normali itinerari eno-turistici, posta in un’area dove pure la tradizione del vino è antica, ma ha sempre seguito logiche più quantitative che qualitative, tradotte in denominazioni, tipo San Severo, Ortanova, Rosso di Cerignola, o la Doc bi-provinciale Rosso di Barletta, che non sono mai state particolari esempi di quella volontà di migliorare le cose, di fare bene che nelle altre province pugliesi, quelle di Lecce, Brindisi, Taranto, Bari, si è progressivamente messo in evidenza.

Marika Maggi e Sergio Grasso

Eppure in provincia di Foggia, ché di questa provincia sto parlando, buone cose nel tempo hanno cominciato ad emergere, a cominciare dalla cantina D’Alfonso del Sordo, enologicamente “presidiata” in passato da Severino Garofano e oggi da Luigi Moio, per continuare con quel trio di indomiti, strepitosi difensori del metodo classico (a me chiamarlo “spumante” fa venire l’orticaria) che sono Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore, i “moschettieri” della cantina D’Araprì di San Severo. Dove ho avuto la fortuna di fare una splendida degustazione di bollicine nobili, e di cui conto di scrivere molto presto.
E poi, ne ho scritto seriamente, considerandola una cantina da prendere in considerazione nonostante sia “solo” quella di un grande cuoco e ristoratore, la cantina, ad Orsara di Puglia, di Peppe Zullo, vignaiolo “dilettante” ma di sicuro talento.
Negli ultimi tempi sono fortunatamente venute alla ribalta altre cantine molto interessanti in provincia di Foggia, cantine che hanno “sposato” la causa della qualità e che lavorano in vigna con ben altro criterio (e soprattutto altre rese) rispetto ai tendoni superproduttivi della zona. Penso a nomi quali Tenuta Fujanera, Alberto Longo, Antica Enotria, Torre Quarto, e sono certo che tracciando questo memorandum, che non ha alcuna pretesa di essere esaustivo, mi sto dimenticando qualche altro valido produttore.

Dall’edizione dello scorso anno di Radici Festival dei vitigni autoctoni e successivamente da un wine tour fatto con alcuni colleghi wine writer internazionali a fine 2009, mi è capitato di imbattermi in un’altra interessantissima realtà produttiva dei cui vini, soprattutto quelli base Uva di Troia, ho già scritto, molto favorevolmente, qui, così convinto del loro valore che ho voluto addirittura inserirne uno in una degustazione dedicata a grandi rossi del Sud da vitigni autoctoni condotta per l’Onav, qualche tempo fa, a Milano.
Sto parlando e sono certo che non mi farà in alcun modo velo l’amicizia che mi lega ormai a Marika Maggi e Sergio Grasso, che ne sono gli artefici, della Cantina La Marchesa posta in agro di Lucera.
Una cantina che già apprezzavo molto e che ora apprezzo di più avendo avuto la fortuna, ché tale la considero, di visitarla durante la mia ultima trasferta pugliese, trascorrendo quasi un’intera giornata tra degustazioni, visite ai vigneti, (anche in trattore, con Sergio), convivialità travolgenti, e momenti (ad esempio questa splendida cena) tesi a farmi conoscere altre realtà vive ed operose della zona.

Ho trovato un’azienda vitale, molto giovane come storia e giovane di idee, forte di vigneti, tre ettari iniziali intorno al corpo aziendale, cui ne sono stati poi aggiunti progressivamente altri sei, (le prime vigne hanno circa vent’anni, altre sono di 13 anni, le più recenti di sei) condotti splendidamente sotto il controllo di Sergio, che pur continuando ad essere impegnato con la coltura del frumento (e avendo abbandonato da tempo anche l’attività orticola, non più redditizia) dedica speciali cure e una passione crescente alla propria attività di vignaiolo.
Tanto che se quando comincia a raccontarti dell’Uva di Troia, della sua vigorosità e dei problemi di acinellatura, della necessità di controllarla con una potatura a mano ragionata, perché “la vigna non conosce domenica o giorni di festa”, per poi mostrarti, in vigna, le differenze, di foglie e grappoli, con il Montepulciano, l’Aglianico, il Bombino, oppure con la Falanghina, che ha una partenza e una maturazione più anticipata rispetto agli autoctoni, non finirebbe mai tale é la sua passione.
Questo anche se la storia della Cantina La Marchesa, la sua presenza come marchio autoctono sul mercato, è recente, con un primo imbottigliamento nel 2007, mentre prima le uve venivano conferite ad una cantina cooperativa della zona, e l’obiettivo è di crescere, progressivamente, arrivando a regime con dieci, dodici ettari in produzione.
Si respira un’aria “giusta” in questa azienda, con il perfetto completarsi tra Sergio e Marika, il primo quasi timido, con quella sua aria e quella sua voce “alla Troisi”, con la sua passionaccia per la campagna, la terra, di cui conoscere e sviscerare ogni segreto, e lei, esuberante, piena di energia, sempre pronta a muoversi, ad andare in giro, in Italia e ultimamente anche all’estero (è reduce da una missione a Chicago) come ambasciatrice dell’azienda e dei suoi vini, come intelligente promoter presso la ristorazione, le enoteche, la stampa.

Bello lo spirito, giuste le intenzioni, positivo e fiducioso il giusto, un vero ottimismo della volontà, l’atteggiamento, ma quel che poi conta sono i vini, davvero a misura di consumatore, pensati soprattutto per farsi bere e non per compiacere mode o stravaganti estetiche del gusto.
Confermo, in attesa che siano pronte le nuove annate, le mie valutazioni sui due rossi più ambiziosi a base Uva di Troia, Donna Cecilia e Nerone, ma voglio richiamare l’attenzione, anche sottolineando l’aspetto qualità prezzo, pressoché insuperabile, che consente ai ristoratori più intelligenti, quelli che fanno ricarichi favorisci-consumi, di proporli in carta sotto ai dieci euro, sul bianco da uve Bombino e un pizzico di Falanghina, il Quadrello (3,20 euro + Iva), e su un rosato di assoluto affidamento, da uve Nero di Troia e Montepulciano, come Il Melograno (3,50 euro + Iva).
Secco, essenziale, il primo, magari non esuberante da un punto di vista aromatico, ma estremamente nervoso, salato, diritto, equilibrato e di buona persistenza il bianco, tra i più interessanti rosati della scena della Puglia settentrionale il Melograno, colore cerasuolo scarico, riflessi di melograno, con un naso vivo, sapido, succoso, che richiama la fragola ed il ribes, una bella florealità, una nota nitidamente agrumata, fresco, incisivo, e poi asciutto, senza cedimenti a tentazioni di residui zuccherini, al gusto, dove si propone rotondo, godibile, con una calibrata fruttuosità e una bella polpa, un nerbo preciso, esaltato da una acidità calibrata, che lo rende estremamente piacevole, beverino quanto basta per accompagnare ed esaltare la ricchissima gamma dei piatti della cucina estiva di Puglia.

Legato com’é alle proprie radici, alla storia e alle migliori tradizioni del territorio lucerese, il team della Marchesa (ritratto qui sopra con un altro dauno Doc, Peppe Zullo) non poteva però limitarsi a lavorare in termini di Igt Daunia, ma doveva, prima o poi, confrontarsi, dandone una propria personale interpretazione, con la Doc territoriale per eccellenza, quel Cacc’e Mmitte di Lucera, anticamente prodotto nei palmenti, che per anni è stato solo un nome suggestivo di vino elencato nei libri di enologia o nelle storie del vino.
Molto complesso il disciplinare del vino, tanto che comprende, accanto all’Uva di Troia, che è prevalente, anche Montepulciano, Sangiovese, Malvasia nera Trebbiano, Bombino bianco, Malvasia e fors’anche Falanghina. Alla Marchesa hanno pensato (insieme all’enologo consulente Mauro Cappabianca) ad una versione molto personale, caratterizzata da una forte e prevalente quota di Uva di Troia e Montepulciano.
Per fine anno usciranno le prime 3000 bottiglie di questo vino e dal mio primo assaggio credo proprio che l’obiettivo di fare un vino classico, ma con la freschezza e la vitalità di oggi, sia pienamente riuscito.
Splendido il colore, un rubino violaceo brillante e luminoso, suadente la dolcezza succosa dei profumi, la profondità e l’ampia tessitura, con note di ribes, mora, lampone, accenni selvatici, di sottobosco, liquirizia, prugna, ciliegia selvatica, macchia mediterranea, accenni “catramosi” che si rincorrono e vanno a comporre, ben distinti, ma ben fusi, un insieme intrigante.
Perfettamente coerente, in linea con le premesse aromatiche, il gusto, con una calibrata succosità e morbidezza del frutto, ma vivo, “croccante” senza alcun eccesso di surmaturazione, una presenza tannica precisa ma non aggressiva, ben sostenuta, una persistenza lunga e viva, piena di sale.
Un Cacc’è Mmitte di Lucera di grande eleganza (che verrà proposto a 7 euro più Iva) che, ne sono persuaso, ricollocherà questo vino antico nella mappa dei vini di cui non solo si leggono citazioni sui libri, ma con i quali ci si confronta, bevendoli, gustandoli, scoprendone la personalità ed i pregi sorso dopo sorso…

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28 giugno 2010

Rappresentanti: anello debole nel commercio del vino? Una provocazione di Intravino

Mi chiedo se sia sfuggita, o se sia solo questione di tempo e prima o poi verrà sicuramente colta sino in fondo, la portata esplosiva della riflessione, proposta sul wine blog Intravino dall’enotecaro blogger genovese Fiorenzo Sartore che dopo aver trattato (ne abbiamo parlato in una precedente uscita di questa rassegna stampa) del prezzo sorgente, se n’è uscito interrogandosi, senza nascondersi dietro ad un dito, sul ruolo, nel mercato del vino italiano di oggi, dei rappresentanti. Degli agenti di commercio.
Ha cominciato il suo intervento al fulmicotone definendoli “un anello determinante della filiera. Gli agenti di commercio sono un gruppo di persone che, fino a mezz’ora fa, era l’architrave della comunicazione enoica – l’essenza stessa della vendita. Gli uomini che facevano il fatturato, che come sappiamo tutti è la vera ragione di vita per l’umanità. Intendiamoci: lo sono ancora, pure in questo istante”, ma poi ha proseguito insinuando una sensazione: “eppure avverto una vibrazione nella forza. C’è uno scricchiolio, come di cedimento progressivo.
La mia posizione privilegiata mi fa vedere cose che gli agenti non vedono. Io vedo, ogni minuto che passa, aziende che twittano. Produttori che bloggano. E sapete una cosa? Tutto questo mondo è ignoto agli agenti di commercio. Sembra che un’onda invisibile li tenga alla larga, oppure che istintivamente loro stessi avvertano le devastanti potenzialità disintermedianti delle conversazioni in rete. Ecco perché non li ritrovo tra i commentatori di blog, non li vedo partecipare a barcamp o forum. E se lo fanno, stanno nascosti. Proprio loro che hanno fatto della comunicazione un mestiere”.
La chiusura è fulminante: “oggi i rappresentanti sono un anello determinante nella catena commerciale. Ma domani potrebbero diventare l’anello debole. Oppure già lo sono?”.
E voi che ne dite, quale importanza hanno oggi i rappresentanti non solo da un punto di vista puramente commerciale (di loro credo le aziende non possano tuttora fare a meno) ma soprattutto dal punto di vista del discorso sul vino, della comunicazione sul vino, della rappresentazione, ma sì, definiamola pure così, che del vino viene fatta oggi? Ai tempi di Internet, dei blog, della comunicazione istantanea e veloce, del passa parola che scorre anche via Web.
Agenti di commercio, rappresentanti, ma anche ristoratori, enotecari, distributori, produttori di vino, perché non ci fate capire, qui, come la pensate in merito? 

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