Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Enoriflessioni'

9 marzo 2010

Ofelè fa el to mestee: sommesso consiglio alla Presidente della Regione Piemonte Bresso

SOS, urge consulente esperto di vini e di cose enologiche per la Presidente uscente e attuale candidata alle prossime elezioni della Regione Piemonte Mercedes Bresso!
Nonostante la sua piemontesità e torinesità – acquisita, perché è nata a Sanremo – la “Sciura Governatora” non riesce ad evitare gaffes e autogol, pericolosissime in campagna elettorale, ogni volta che si spinge a parlare di vino.
Ricorderete le polemiche, ne avevo accennato anch’io, lo scorso anno, qui, che avevano accompagnato la sua scelta di apparire, come testimonial, per le bollicine della Doc Alta Langa, un appoggio che voleva essere istituzionale e d’incoraggiamento per una delle più recenti denominazioni piemontesi, ma visto che questa denominazione era pressoché appannaggio esclusivo di una sola casa, la Fontanafredda, si erano oggettivamente trasformate in una pubblicità aziendale.
Oggi la Signora Bresso, recidiva, ci ricasca e come ci raccontava venerdì 5 marzo la Prima di Wine News, è finita con il proporre una cosa astrusa e totalmente inutile e priva di senso. Cosa ha suggerito difatti la Presidente dal nome… anti-Fiat?
Il candidato PD alla Regione dei gianduiotti e della bagna caoda se n’è uscita nientemeno che con “l’ideona”, nata chissà come, di “riunire sotto il nome “Piemonte” tutte le Doc e Docg della Regione, per avere più forza sul mercato e far conoscere il territorio all’estero. Occorre un nome unico – ha sostenuto – come a Bordeaux. Così avremo Piemonte Barbera, Piemonte Dolcetto…”.
Le prime reazioni, riportate dal sito Internet ilcinese, non sono state favorevoli, perché passi per il Piemonte più nome di vitigno (Dolcetto, Grignolino, Barbera), che già esiste, ma perché mai si dovrebbe abbinare il nome della regione a denominazioni prestigiose come Barolo, Barbaresco, Roero, Gattinara, Ghemme, oppure ad altre come Moscato d’Asti, Carema, Erbaluce di Caluso, Verduno Pelaverga, Ruché di Castagnole Monferrato, Malvasia di Castelnuovo Don Bosco, Loazzolo, Freisa di Chieri, ecc. ?
Non ci sono giustificazioni né di “marketing”, né identitarie, né di comunicazione, perché Barolo e Barbaresco, Barbera d’Asti o Barbera d’Alba, sono già sinonimo di Piemonte e non c’è motivo alcuno, visto che non v’è pericolo di confonderli con vini di altre regioni, di aggiungere nel nome l’indicazione di provenienza, il fatto che provengano dal Piemonte. Addirittura il parlare di Piemonte Barolo, Piemonte Barbaresco o Piemonte Moscato d’Asti, o per rispettare la par condicio, citando una denominazione tanto cara alla Presidente Bresso, di Piemonte Alta Langa, provocherebbe quella confusione che tutti, produttori e consumatori, vogliono evitare ad ogni costo.
Allora, visto che la gentile Signora Bresso dimostra di non sapere granché di vino, perché continua a volersene occupare in maniera improvvida? O se proprio vuole farlo, perché non si informa prima o si procura, a Torino, a Bra, o ad Alba, un enoico consulente?
Non se se esista, in piemontese, un’espressione analoga, ma perché non fare propria, magari facendosi spiegare l’esatto significato dal collega presidente della Lombardia Formigoni, la bella espressione milanese che dice “Ofelè fa el to mestee (ovvero panettiere – o meglio pasticciere, come mi hanno suggerito essere la dizione migliore – fa il tuo mestiere), limitandosi ad occuparsi delle cose che conosce, senza avventurarsi in materie a lei estranee?

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24 febbraio 2010

Elezioni del nuovo Consiglio del Consorzio del Brunello ormai alle porte: ecco i miei candidati

Quest’anno la mia discesa a Montalcino per Benvenuto Brunello non è stata interessante solo per gli assaggi, come ho già detto di non esaltante generale riscontro, sul Brunello dell’annata 2005, e su quello, di caratura decisamente superiore, del millesimo 2004, ma anche per una serie di incontri, già annunciati qui, con una serie di personalità del mondo produttivo ilcinese.
Alcune, come Franco Biondi Santi, che sono andato a trovare lunedì mattina prima di fare rientro a Bergamo, con cui ho il privilegio di avere una lunga consuetudine, altre, invece, con le quali in passato diciamo che non ho avuto occasioni per poter dialogare, con spirito libero e con la massima apertura mentale.
Il tema di questi incontri, come quello che ho avuto sabato mattina con il cavalier Ezio Rivella, che mi ha dato la sua piena disponibilità ad un nuovo incontro pubblico, dopo il dibattito sul Brunello del 3 ottobre 2008, è stato uno solo: cosa sia possibile fare, tutti insieme, produttori, comunicatori del vino, istituzioni, mondo del mercato (enoteche e ristoratori) per dare una mano a Messer Brunello a risollevarsi dalla situazione, non felicissima, in cui si trova oggi non solo per la congiuntura economica internazionale che penalizza i vini collocati nella fascia medio alta di prezzo, ma per quello che è successo a Montalcino a partire dall’aprile 2008, da quando scoppiò lo scandalo universalmente noto come Brunellopoli o Brunellogate.
Non vanno bene le cose oggi, e non solo perché i mercati sono tiepidi e la domanda molto tranquilla, ma perché l’immagine, il prestigio, quell’aura di vino mito che aveva favorito il successo travolgente del Brunello negli ultimi 15 anni, si sono incrinati e molti consumatori non sembrano guardare più al grande Sangiovese di Montalcino come a quel must imperdibile che non poteva mancare in ogni cantina degna di questo nome.
C’è tanto da fare per recuperare la situazione e quello che attende il mondo produttivo ilcinese è una vera e propria rifondazione, parola che è più volte corsa nei colloqui avuti con i miei interlocutori, tra cui uno dei massimi esponenti della Banfi, con cui ho proficuamente trascorso cinque ore domenica, parlando di mille cose, visitando la cantina con la nuova ala che ospita 24 tini “compositi” messi a punto con un nuovo sistema di cui conto di parlare presto, e cercando di chiarirci, cosa che forse avremmo dovuto fare anche prima, le nostre rispettive idee sull’universo brunellesco.
Una rifondazione che potrebbe e io dico dovrebbe essere favorita da una importantissima scadenza che attende Montalcino a breve, ovvero la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Consiglio che poi dovrà eleggere il proprio Presidente.
Singolare e non piacevole l’impressione che ho ricavato trattando questo tema con svariati personaggi incontrati, l’idea che la scadenza non sia poi così tanto importante, che sia ancora lontana nel tempo (mentre manca un mese) e che il problema riguardi altri.
Sbagliano, perché larga parte del futuro di questo grandissimo vino, italiano e toscano, dipende dall’oculatezza, dalla ragionevolezza, dalla lungimiranza delle scelte che si faranno in questa occasione, scelte che dovrebbero, a mio avviso, essere fatte secondo una logica assolutamente nuova, di buon senso e improntata ad un assoluto spirito di servizio, che non veda più le nomine decise, con il bilancino, secondo il “Manuale Cencelli” applicato al panorama ilcinese, oppure secondo i desiderata di alcune grandi case o i diktat delle organizzazioni sindacali e di categoria. Che dovrebbero limitarsi ad esprimere un loro parere, e basta.
Ora Montalcino, il Brunello, il Consorzio hanno bisogno di aria nuova e nuovi atteggiamenti, semplicemente della disponibilità di persone, serie, rappresentative, autorevoli, preparate, competenti, meglio se native di Montalcino, pronte a mettersi in gioco, a collaborare, a darsi da fare, su un programma di lavoro condiviso e concreto, senza fronzoli, ché tante sono le cose da decidere ed i problemi da provare a risolvere, per fare l’esclusivo interesse della comunità ilcinese e del vino che ne è simbolo.
Un gruppo di persone che dica pubblicamente, al più presto, questo blog (che a Montalcino viene attentamente letto, soppesato e discusso) si dichiara sin d’ora disponibile ad ospitare i loro pronunciamenti, di volersi candidare per far parte del Consiglio di Amministrazione del costituendo nuovo Consorzio – che ovviamente dovrà anche darsi un nuovo direttore, non potendo essere quello attuale l’uomo per tutte le stagioni e tutte le circostanze – e di impegnarsi a prendere decisioni che aiutino il Brunello a risollevarsi, a tornare a splendere, ad essere davvero quel vino importante al quale tutto il mondo, oggi magari con qualche perplessità, guarda.
Come ho già detto, voglio offrire un mio disinteressato contributo a questa operazione che si annuncia difficile, ma che potrebbe esserlo decisamente meno se si entrasse nell’ordine di idee che ho appena descritto, ovvero spirito di servizio, buona volontà, buon senso e tanta concretezza, e nessuna logica di schieramento, facendo i nomi di una rosa di persone che a mio avviso potrebbero entrare – una decina massimo bastano per essere operativi nelle decisioni – nel Consiglio di amministrazioni. E tra le quali scegliere il Presidente operativo, mentre intelligenza e buon gusto richiedono che Presidente onorario, per acclamazione, e per chiari meriti, venga eletto Franco Biondi Santi, il Grande Patriarca e galantuomo del Brunello.
E’ un elenco lungamente meditato, frutto dei confronti avuti, ma soprattutto figlio di una mia approfondita riflessione, nel quale non troverete persone che pure stimo, ma giudico per vari motivi inadatte a far parte di un Consiglio di Amministrazione coeso, concreto, operativo come quello che ho in mente, parlo di Francesco Leanza, di Gianfranco Soldera, di Giulio Salvioni, oppure di svariati ilcinesi arrivati da fuori che hanno portato spesso quel pizzico di imprenditorialità, di concretezza che talvolta fa difetto al mondo ilcinese.
Sono nomi, quelli che mi accingo a fare, scelti perché a diverso livello, con diversi gradi di professionalità, differenti storie e competenze, penso possano dare un contributo importante, solido, decisivo, al nuovo Consorzio per fare le scelte, decidere le strategie, imboccare le strade più adatte per il momento.
Come buona educazione richiede, prima le signore, scelte non certo per rispettare una sorta di “quota rosa”:
Caterina Carli
Donatella Cinelli Colombini
Silvia Nardi
Paola Gloder
Elisabetta Gnudi.
Quindi gli uomini:
Edoardo Virano
Fabrizio Bindocci
Giancarlo Pacenti
Andrea Machetti
Roberto Guerrini
Giuseppe Gorelli
Paolo Bartolommei
Andrea Costanti
Carlo Lisini Baldi
Paolo Bianchini
Luciano Ciolfi.
Come si sarà notato non ho voluto assolutamente mettere accanto ai nomi delle persone quello delle aziende in cui operano, volendo in questo senso esprimere il convincimento che queste persone dovranno dimenticare di agire in Consorzio come responsabili o operatori nell’azienda X o Y, e agire a titolo assolutamente personale, e non ho inserito nella mia personalissima, ma lo ripeto, lungamente meditata, rosa dei miei candidati, con la sola eccezione di Roberto Guerrini, il nome di persone, magari degnissime, che hanno fatto parte del Consiglio del Consorzio uscente, o di esponenti di aziende, magari molto importanti per l’economia ilcinese, che hanno tradizionalmente fatto parte del Consorzio e pesato nelle decisioni prese.

Con queste persone, e con il sostegno fattivo, operoso, appassionato di tutti gli altri soci del Consorzio, penso che il Brunello di Montalcino potrà imboccare la strada giusta, compiere decisioni importanti e difficili.
Ad esempio quello di ridurre la produzione di Brunello, di dare vita ad una nuova denominazione che potrebbe prendere il nome di Montalcino (nel quale dovrebbero confluire tutti i vini, con base ampelografica diversa, che non siano Brunello di Montalcino e Rosso di Montalcino, che dovrebbero continuare ad essere prodotti con il solo Sangiovese locale), che potrebbe immaginare una vetrina diversa e più degna, che non sia il Circo Barnum di Benvenuto Brunello ospitato nella costosissima tensostruttura nella Fortezza, per la presentazione agli operatori e agli appassionati delle nuove annate, scegliere un nuovo direttore – manager, decidere quell’opera seria di comunicazione che in questi anni è clamorosamente mancata.
Tanta carne (della gustosa fiorentina di prima scelta) al fuoco, tale da richiedere per reggerla al meglio un grande Brunello, un Brunello vero, serio, importante, all’altezza del proprio blasone…

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23 febbraio 2010

Ancora a proposito del Brunello Poggio alle Mura 2005 di Banfi

Ho già espresso, in questo sintetico commento pubblicato al volo sabato pomeriggio al termine della seconda, faticosa, giornata di degustazioni, la mia sorpresa per la più che convincente performance offerta dal Brunello Poggio alle Mura 2005 del Castello Banfi.
La stessa onestà intellettuale che mi portava, nel recente passato a dover esprimere con chiarezza, basandomi unicamente sul riscontro dei miei assaggi e su una certa esperienza maturata in 25 anni, il mio dissenso ed il mio assoluto non gradimento per quel tipo di Brunello, di cui Banfi è stata, insieme a svariate altre aziende, una dei portabandiera, mi porta oggi a riconoscere e dire chiaramente, apertis verbis, che questo vino mi è piaciuto, senza se né ma.
Con questo non voglio dire che sia in assoluto tra i migliori 2005 da me degustati, come dice, apertis verbis, il mio caro amico Roberto Giuliani, in questo commento pubblicato sul sito Internet LaVINIum, perché di 2005 migliori ne ho sicuramente trovati, dai già citati Gianni Brunello e Gorelli Le Potazzine, ai vini di Fonterenza, Costanti, Querce Bettina, Paradiso di Frassina, Pian dell’Orino, che ho avuto modo di degustare in altra sede, presso l’Enoteca Osticcio di Francesca e Tullio Scrivani.
Voglio piuttosto sottolineare, visto che non credo proprio di avere cambiato gusto, dato che i vini che mi piacevano ieri continuano a piacermi e quelli che mi dispiacevano non mi convincono tuttora, la piacevole novità di un vino, prodotto in quantitativi importanti, da un’azienda leader e simbolo, che sceglie con chiarezza di parlare con l’inconfondibile voce di Montalcino. Un vino giocato sulla piacevolezza e sull’equilibrio, non di grandissima sostanza, cosa che manca del resto in tanti, anzi troppi, 2005, la cui presenza sul mercato sono persuaso costituisca una lieta novella per tutto il mondo del vino ilcinese, perché mostra chiaramente come a Montalcino si sia finalmente deciso di tornare a produrre vini che abbiano un chiaro e riconoscibile timbro territoriale.
Vini che puntano a proporre ad un pubblico ampio com’è quello degli acquirenti internazionali dei vini prodotti dall’azienda proprietà dei fratelli Mariani il carattere distintivo, la freschezza, l’eleganza, del Sangiovese che cresce in questo magnifico borgo del vino.
Penso proprio che tutti debbano rallegrarsi per questo segnale importante, forte e chiaro, su cui riflettere, che arriva da Montalcino. E felicitarci che cose stravaganti ed eterogenee non siano venute alla ribalta – e lo venivano, eccome, sino al 2008, quando a Benvenuto Brunello degustavamo l’annata 2003 – nei due giorni della manifestazione ilcinese, e che i colori dei vini siano stati, solo con qualche piccola eccezione (ci sono sempre talebani e irriducibili della concentrazione e della potenza ricercata ad ogni costo) in linea con quello che ci si deve attendere da un vino Sangiovese 100%.
E prendere atto con soddisfazione che Castello Banfi abbia deciso, con una svolta tecnica e strategica, di proporre un vino che può correttamente figurare accanto ad altri più blasonati, accanto a vini che la strada della nitida matrice territoriale l’hanno imboccata da sempre.
Una buona novella. Di quelle che farebbero davvero venire voglia, se la metafora non è troppo ardita, di “uccidere il vitello grasso per festeggiare il ritorno del figliol prodigo” o forse, visto che di Brunello e di Montalcino stiamo parlando, un bel cinghiale, da gustare abbinato a quello che, con poche eccezioni chiantigiane a parte, resta il più grande e nobile Sangiovese del mondo, un grande vino, che merita un presente ed un futuro importante e di riuscire scacciare una volta per sempre le nubi che hanno rischiato di oscurarne l’immagine, la credibilità, il prestigio…

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17 febbraio 2010

Alla ricerca dell’eldorado del vino: dal nostro inviato speciale nel Far East

Ricevo e pubblico con grande piacere questa prima testimonianza, inviata da Bangkok, di un amico italiano, da anni attivo e capace operatore sui mercati esteri, che ci invierà, quando ne avrà tempo e voglia, proprie espressioni ed esperienze sull’andamento del vino, ed in particolare di quello italiano, in quell’angolo di mondo molto speciale che è il Far East, l’estremo Oriente.
Sono sicuro saranno osservazioni, le sue, che ci aiuteranno a capire meglio quale idea del vino abbiano in quelle terre lontane… Buona lettura!

“Caro Franco sono settimane che cerco di dare i natali a questa lettera, promessa sin da quando, prima di partire, mi sono proposto come il tuo braccio armato del vino italiano in Asia. In tre mesi ho macinato 30 mila miglia, 15 pagine di passaporto e tante notti in alberghi sconosciuti.
Ma questa sera sono a casa, finalmente a Bangkok, dove il caldo mi veste d’ansia e la luce metallica del tubo catodico lancia un riflesso maligno sullo schermo del portatile.
Premessa fondamentale, quello che ti scrivo è il frutto di una riflessione personale, di un percorso appena cominciato, del benefico sollievo di un bicchiere di Passerina con le bolle, di un amica, e una produttrice che ammiro, abbandonato sul tavolo della cucina.
Questa sera vorrei parlarti di Thailandia, il paese che per i prossimi mesi, forse anni mi ospiterà e che dal primo giorno mi stupisce, commuove, irrita. Questo Paese è da sempre meta di turisti che ne scoprono le spiagge e le bellezze, qualche volta se le comperano e le riportano in Italia per mostrarle ai genitori, qualche volta ne abusano, quasi sempre se le scopano nelle camere degli alberghi di lusso ma spesso anche nelle bettole per 300 baht.
Bangkok è una città dal traffico tormentato, dove ristoranti improvvisati spuntano come funghi a partire dalle quattro del pomeriggio sui marciapiedi sgarruppati e nutrono una folla di impiegati e commesse, banchieri e poveracci , che per solo 20 minuti al giorno, si siedono sugli stessi sgabelli godendo dello stesso piacere per pochi centesimi. Una sveltina con happy ending.
Bangkok è la terra promessa per i gourmet, sapori dolci si armonizzano all’intenso sapore di scalogno e lime, non serve cercare troppo per trovare in una pignatta calda, fumante dell’aroma acre e dolce di una Tom Kha Gun dove il latte di cocco fa da clandestino al sapore irritante del lemongrass.  Ho trovato il mio angolo di paradiso in un ristorante, un buco nel muro, in Thong Lo, che fa una Pad Thai da libidine, e ormai da qualche settimana mi permettono di portare il mio bicchiere e una bottiglia di vino. Questa sera ho aperto Dr. Burklin Wolf Riesling 2001.
La Thailandia ospita per quanto mi è dato di vedere, il numero più alto di ristoranti italiani per densità di popolazione che abbia mai visto. Questo immenso numero di ristoranti tricolori soddisfa la clientela più diversificata, ma soprattutto una popolazione locale che vende nel cibo italiano il non plus ultra di style e bella vita.
So di fare torto a tanti nominando solo due ristoranti qui a Bangkok che portano in ambasciata l’alto valore della cucina italiana.  Uno è il ristorante la Scala, dove Maurizio sa interpretare l’essenza della semplicità della cucina italiana, senza compromessi. Il ristorante la Scala si trova in uno degli alberghi più belli di Bangkok il Sokhuthai, la cornice perfetta ( per chi se lo puo’ permettere), per un soggiorno nella capitale.
Il secondo è la Bottega di Luca. Luca ha aperto solo da un anno il suo ristorante in soi 49 e ha avuto il coraggio di scegliere per la sua cantina solo grandi vini di nicchia, facendo dell’educazione del vino, una missione personale. Nella sua cantina potresti bere il Timorasso di Valter Massa, come lo Chardonnay di Les Cretes, da Roberto Voerzio,  a Faro Palari. Per tentare di vendere questi vini ai thailandesi ci vuole non solo coraggio, ma tanto carisma.
Il grande limite per lo sviluppo di un vero e proprio mercato del vino in  Thailandia è la tassazione proibitiva, dove un vino venduto dal produttore a 3 euro arriva anche a costare 30 euro nella carta di un albergo blasonato. Questa tassazione violenta, forza gli operatori del settore a per così dire “ trovare un compromesso”, che permetta ai vini importati di essere competitivi.
Ci sono diversi bravi importatori, soprattutto per i vini italiani ne ho incontrati diversi, da alcuni ho potuto comprare, da altri non me lo potevo permettere, prezzi  proibitivi per chi play by the book.
L’import dei vini italiani in Thailandia rappresenta il 24% dei vini importati per un totale di 1.300.000 bottiglie, ma  la cosa “sorprendente “ è che il valore medio per bottiglia è di 29 baht ( 64 centesimi). I dati sono confermati dall’ufficio della dogana scaricabili dal sito competente del governo.
Ci sono diversi bravi giornalisti, il Bangkok Post ha una colonna il venerdì tenuta da un Belga, pioniere d’Asia, con una passione viscerale e sincera per il vino. Ho conosciuto Jaques “ Chateau d’O” leggendo un suo articolo sul Duca Enrico dei fratelli Tasca d’Almerita. E’ un bravo giornalista , direi la  referenza qui in Thailandia. Da allora abbiamo bevuto diverse bottiglie assieme, la più memorabile, per la nostalgia di quelli che ci hanno lasciato, Blanc Fume de Pouilly 2005 Didier Degueneau, comperata a 2500 baht. Singapore la mia prossima meta. Buonanotte da Bangkok ! Rico”.

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15 febbraio 2010

Intendimenti alla vigilia di Benvenuto Brunello


Si è aperta questa mattina, a San Gimignano, la settimana delle Anteprime delle varie Docg toscane e quest’anno, a causa di problemi familiari, più importanti di qualsiasi degustazione, dovrò giocoforza rinunciare alle prime tre, Vernaccia S.G., Chianti Classico e Vino Nobile di Montepulciano, per raggiungere Montalcino, per il Benvenuto Brunello, giovedì sera o venerdì mattina.
A Montalcino sarà sicuramente interessante verificare il livello dell’annata 2005 e gli orientamenti stilistici dei produttori ilcinesi, già apparsi chiari, lo scorso anno, dopo l’annus horribilis, con gli assaggi dei vini della sopravvalutata annata 2004.
Sarà una bella occasione, quella dei tre giorni che mi accingo a trascorrere nel borgo del Brunello, giorni che potrebbero essere ben più numerosi, nel corso del 2010, se andrà in porto un progetto che sto mettendo a fuoco, per rivedere alcuni produttori che hanno tenuto alta la bandiera del Sangiovese durante questo biennio tribolato, e per assaggiare il risultato del loro lavoro e capire, anche parlando con loro, che aria tiri.
Ma, cosa credo importante, incontrerò non solo i produttori di cui ho parlato diffusamente più volte su questo blog e su The World of Fine Wine, ma per essere coerente con quanto più volte ho scritto, ovvero la ferma convinzione che Montalcino ed il suo Brunello possano riprendersi da questo momento di grande difficoltà con il contributo di tutti i produttori, nessuno escluso, mi sono adoperato affinché mi fosse possibile incontrare anche produttori con cui non sono stato in questi anni particolarmente in confidenza e che a Montalcino contano molto – che dico, contano moltissimo – per scambiare con loro e civilmente (magari in maniera anche simpatica) qualche opinione.
In altre parole per capire come immaginino di procedere e come potrà delinearsi, anche grazie alla loro opera, che reputo indispensabile, quello che io auspico da tempo, ovvero un futuro in cui ogni soggetto produttivo faccia la propria parte in favore di un vino speciale, che io amo, che ha fatto sognare mezzo mondo e che ora, dopo quanto è accaduto e che nessuno può dimenticare, deve convincere il mondo intero. Senza se e senza ma, con le carte in regola, con il contributo di ogni soggetto produttivo, ognuno impegnato per quanto è disposto a fare.
Incontri che farò nel prossimo fine settimana a Montalcino con il preciso obiettivo di fare bene, come giornalista indipendente e curioso, attento a dialogare con tutti e raccogliere contributi utili da chiunque, il mio lavoro e contribuire onestamente ed in maniera disinteressata, da appassionato di Montalcino e del suo Brunello, a delineare una nuova e più positiva stagione per il vino ilcinese e a dare una mano ad aiutarlo a riprendersi dalla situazione, non favorevole e critica, in cui versa. E non certo per colpa mia o di chi si è limitato, da cronista, a raccontare l’accaduto…
Questi incontri, cui mi accingo con la maggiore apertura mentale e onestà intellettuale possibile e con grande curiosità, e che solo ora, finalmente direi, si rendono possibili, sono persuaso mi forniranno il giusto background per poter esprimere con piena cognizione di causa il mio punto di vista sulle questioni importanti che riguardano il prossimo futuro di Montalcino e del Brunello, dalla nomina del nuovo Consiglio di amministrazione a quella del nuovo Presidente del Consorzio.
E per riuscire a raccontare meglio, ai miei lettori, quale siano la situazione e le prospettive di questo celeberrimo borgo del vino toscano, sinonimo di vino italiano di qualità in tutto l’universo mondo.

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27 gennaio 2010

E’ morto Giovanni Rosso, viticultore a Serralunga d’Alba

Devo purtroppo segnalare un’altra triste notizia proveniente dal mondo del vino. Lunedì sera dopo una lunga malattia è scomparso Giovanni Rosso, viticultore e creatore all’inizio degli anni Ottanta a Serralunga d’Alba dell’azienda agricola, produttrice di eccellenti Barolo e altri vini che porta il suo nome.
Una persona schiva, Giovanni Rosso, che ha dedicato al lavoro e alla famiglia la propria vita, uno di quei personaggi che formano il tessuto connettivo e l’anima di larga parte del mondo del vino di Langa.
Al caro amico Davide, che dal 2001 ha affiancato il padre nella conduzione dell’azienda e alla sua mamma, esprimo, anche a nome dei lettori di Vino al Vino, le più sentite condoglianze e la partecipazione al loro immenso dolore in questo tristissimo momento.

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19 gennaio 2010

American wine writers: per fortuna non sono tutti come Suckling!

No che non sono tutti come Giacomino Suckling, i wine writers americani, e non tutti, come fa imperterrito lui sul suo blog ospitato sul sito di Wine Spectator, quando proponendo le sue “wine predictions for 2010”, arriva a scrivere papale papale, dimostrando di non aver capito un tubo, o di atteggiarsi a finto tonto o peggio, che nel 2010, “Tuscany will be embroiled in another wine witch hunt with the magistrate of Siena along the lines of a similar debacle in Montalcino over the past two years”, ovvero che “la Toscana rimarrà invischiata in un’altra caccia alle streghe condotta dai magistrati di Siena sulla falsariga di quella condotta con insuccesso a Montalcino negli ultimi due anni”!
Per fortuna per un Suckling che prima di Natale si cimentava con successo nell’esercizio caro a larghissima parte della critica italiana e internazionale, ovvero reggere la coda a Gaja e celebrarlo come fa un funzionario di corte nei confronti del sovrano, emergono sempre più, su quegli organi di vera e propria contro-informazione che sono siti Internet e blog, voci indipendenti che il vino, anche il vino italiano, dimostrano di saperlo giudicare senza riflessi pavloviani e condizionamenti, con grande onestà intellettuale e gusto.
Così, oltre a già molte volte da me citati Jeremy Parzen, con il suo blog Do Bianchi, o Alfonso Acevola con On the wine trail in Italy, l’American wine scene della critica mostra sempre più di smarcarsi dai consueti stilemi che hanno avuto in Wine Spectator e nel Wine Advocate le gazzette ufficiali, e che hanno avuto come momento di celebrazione massimo il premio come “miglior vino del mondo” nella classifica dei Top 100 di Wine Spectator del 2006 dato al Brunello di Montalcino Tenuta Nuova 2001 di Casanova di Neri.
Oggi su un sito sempre più importante come Snooth, il mio amico Gregory Dal Piaz non ha alcun problema a proporre in una sua autoironica, lieve e spiritosa classifica dei suoi migliori vini del 2009 il Barolo Vigna Santa Caterina 2004 di Guido Porro, prezzo sullo scaffale 31,99 &, quale “one of the year’s best buys”, inserendo poi nella sezione Nebbiolo vini come Bruno Giacosa Barbaresco Santo Stefano 2004, Poderi Oddero Barolo Bussia Soprana Vigna Mondoca 2004, Comm. G.B. Burlotto Barolo Cannubi 2004 e Barbaresco Santo Stefano Castello di Neive 2004.
Ultimo esempio di questo atteggiamento libero e open minded, sul  sempre più interessante Palate press, the online wine magazine, due tasting notes opera di Evan Dawson pubblicati uno via l’altro.
Dapprima, leggetela qui, una prova assaggio di un Barolo di Cavallotto, la riserva Bricco Boschis Vigna San Giuseppe del 2000, di cui senza peraltro entusiasmarsi scrive “Not as elegant as I had expected, but perhaps understandable given the vintage. Very perfumy, with stewed fruits and tar leading from nose to palate. A twinge of crowbar would keep the blind taster in Piedmont, as would the tannins, which are still choppy and aggressive. Needs time 75 $”, dicendo cioé che il vino é meno elegante rispetto alle aspettative, data la vendemmia (ma come, non giudica come Suckling il 2000 “the vintage of the century”?), ma riconoscendo, grazie ai tannini, alle note di “catrame” o goudron, il tipico carattere piemontese. Poi, solo il giorno dopo, passando dal Barolo al Barbaresco, un Barbaresco pari annata, ancora 2000, il Rabajà di Bruno Rocca, costo 150 dollari contro i 75 del Barolo di Cavallotto, vino super coccolato dalle varie guide e dalla stampa enologicamente corretta, lo stesso Dawson osserva: “Hedonistic but hardly recognizable as Nebbiolo. The nose evokes some of the hot vintages in the southern Rhone, with fig cake and jam. Dense, with rich and chocolate-covered fruit. The finish is halted by a wall of drying tannins that clearly need to settle in. Needs time, and it needs a consumer who doesn’t care too much for a wine’s sense of place. Just please me, baby!”.
In altre parole riconoscendo il carattere “edonistico, ma difficilmente individuabile come Barolo, con note al naso che evocano gli aromi tipici delle annate calde del “southern Rhone”, e con un “finale bloccato da un muro di tannini asciutti”.
Un vino, così scrive, che “ha bisogno di un consumatore che non ricerchi il senso dell’origine del vino”, che lo beva senza porsi il problema se abbia un aroma nebbioloso ed un gout de terroir che fa inconfondibilmente pensare alle Langhe come genius loci di questo vino.
E bravo Dawson, e no che non tutti i wine writer americani, quando scrivono di vini italiani, ragionano (parola un po’ impegnativa…) come Giacomino Suckling!  Deo gratias…

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16 gennaio 2010

Linea Verde parla di Brunello intervistando Gianfranco Soldera (Case Basse)

Domenica scorsa, 10 gennaio, la popolare trasmissione di Rai Uno Linea Verde ha dedicato un’intera puntata – vedere qui il sommario – alla bellissima Val d’Orcia.
Tra i vari argomenti trattati nel corso del programma condotto da Massimiliano Ossini, anche Montalcino ed il suo Brunello e non, come magari ci si sarebbe aspettati, il vino di casa, l’Orcia Doc.
Questo aspetto a parte, due le cose sorprendenti, che si possono apprezzare, visionando, qui, la registrazione del programma, come ho potuto fare anch’io solo oggi: il fatto che l’interlocutore scelto per parlare di Brunello non sia stata nessuna delle grandi aziende che in passate presenze ilcinesi di Linea Verde erano state interpellate, bensì il personaggio più appartato (e non molto amato…) di Montalcino, ovvero Gianfranco Soldera, produttore di nicchia e di qualità eccelsa con la sua azienda agricola Case Basse.
Di scena, come pure sua moglie, curatrice di uno splendido giardino, verso verso il 35esimo minuto di registrazione.
Il secondo fatto sorprendente é che nel testo di presentazione del programma di domenica scorsa, visibile sul sito Internet della trasmissione, stia testualmente scritto: “Il fiore all’occhiello della produzione di questa zona è il Brunello di Montalcino. Visiteremo una delle aziende più famose e soprattutto virtuose, che ha sempre usato esclusivamente il vitigno sangiovese per produrre il suo Brunello”.
Ma come, se questa azienda ha sempre “usato esclusivamente il vitigno Sangiovese”, ci sono forse state altre aziende che non l’hanno fatto?
E non basta, nel corso della puntata il conduttore rivolgendosi a Soldera, come potete ascoltare nel filmato dice: “il Brunello ultimamente è stato sotto la lente d’ingrandimento perché pochi produttori fortunatamente hanno utilizzato altri uvaggi, perché il disciplinare prevede 100% Sangiovese”, affermazione alla quale Soldera ha risposto affermando che “per fortuna la Guardia di Finanza, la Magistratura, la Repressione frodi hanno fatto un grande lavoro d’indagine e hanno trovato questi problemi grossi, perché sono stati milioni i litri di vino declassati, questo a vantaggio dei consumatori e dei produttori che hanno usato sempre solo Sangiovese come prevede la legge perché è questo che deve essere fatto”.
“Talebani”, nel sostenere queste cose e nel dare voce a quel “provocatore” di Soldera, anche quelli di Rai Uno?

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13 dicembre 2009

Un nuovo decreto manda in pensione la Legge 164/92. Ed il Ministro Zaia dice che…

Impegnative dichiarazioni sul “caso Brunello”

Buona domenica, innanzitutto.
Anche oggi, 13 dicembre, Santa Lucia, sul sito del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali non si fa assolutamente menzione, come se la notizia non fosse importante e gli effetti dell’inchiesta in corso non si annunciassero deflagranti (credetemi, è molto ma molto peggio di com’erano andate le cose nella vicenda Brunellopoli…), dell’indagine della Guardia di Finanza relativa a vini Chianti Docg e Igt Toscana non conformi ai disciplinari, ovvero 10 milioni di litri di vino assemblati e miscelati immessi sul mercato con denominazioni di pregio.
Al Ministro Zaia e ai suoi collaboratori evidentemente quanto si sta scoprendo in Toscana e in altre regioni d’Italia ((in Abruzzo, Trentino, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna) non sembra cosa rilevante, impegnati come sono a “spezzare le reni” allo Champagne, televisivamente parlando, con il brindisi autarchico di fine anno a base di “spumante italiano”. Nonostante questo colossale impegno il Ministero ha però trovato il tempo di porre mano alla vecchia legge 164 del 1992, quella che prende il nome dall’ex ministro Giovanni Goria, dando vita ad un nuovo decreto legislativo di tutela delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche dei vini. Provvedimento, “che si incardina sulla tutela e sulla valorizzazione della qualità di un prodotto d’eccellenza del nostro Paese”, a proposito del quale, non sul sito del Ministero, ma sulla rivista telematica del Ministero, Agricoltura on line, si trova una notizia – leggete qui – dove accanto ad alcune anticipazioni sul decreto e sul suo spirito di adeguamento “alle profonde innovazioni introdotte dalla nuova Ocm vino”, si può trovare un commento del Ministro così impegnativo e così tranchant che non può di certo passare inosservato e che merita di essere sottolineato.
Osserva difatti Zaia che “questa nuova legge, presenta una novità di portata storica: sarà infatti un soggetto terzo a decidere sulla qualità dei vini, e non più i Consorzi. Se un provvedimento simile fosse stato varato tempo addietro, casi come quello del Brunello non sarebbero accaduti.
In questo modo invece saranno tutelati tutti quei produttori onesti che ogni giorno fanno il proprio lavoro con serietà e rispettando le regole. Le aziende interessate al provvedimento sono ben 265 mila. Dobbiamo evitare il ripetersi di scandali che vadano a intaccare l’immagine del vino italiano, simbolo del Made in Italy nel mondo”.
Lo ripeto, il Ministro delle Politiche Agricole del governo italiano in carica si è spinto ad affermare, testualmente, che “se un provvedimento simile fosse stato varato tempo addietro, casi come quello del Brunello non sarebbero accaduti”, attribuendo buona parte delle motivazioni dello scandalo al fatto che i controlli sui vini fossero effettuati dai Consorzi e non da un ente terzo certificatore.
Un’affermazione pesante e impegnativa, che unita all’auspicio, espresso in finale di commento, secondo il quale “dobbiamo evitare il ripetersi di scandali che vadano a intaccare l’immagine del vino italiano, simbolo del Made in Italy nel mondo” getta una luce abbagliante sulla vicenda di Montalcino e sul nuovo scandalo, vi assicuro, e non posso dire di più, molto più grave, e tale da rivelare l’esistenza di un vero e proprio sistema, basato sulla contraffazione e sul totale disprezzo delle regole, che ha colpito, in questo momento difficilissimo, il vino italiano.

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12 dicembre 2009

Scandalo del Chianti: aggiornamenti

Sempre per completezza e dovere dell’informazione vi fornisco alcuni elementi di aggiornamento sulla triste vicenda del nuovo scandalo che ha colpito il mondo del vino toscano.
Vi invito a leggere alcune cronache apparse qui, sul sito della Regione Toscana, poi su Gonews, sul sito Internet Winenews, qui, e infine sulla Nazione, qui.
Si presti particolare attenzione alle dichiarazioni del presidente del Consorzio del Chianti Nunzio Capurso, enologo responsabile di aziende appartenenti al Gruppo Italiano Vini, che si dice “molto preoccupato per l’immagine del vino toscano: speriamo che l’indagine della magistratura serva a fare pulizia sul mercato”.
Ma che contemporaneamente, con una sorta di equilibrismo verbale arriva a sostenere che il nuovo disciplinare “consente di stare sul mercato nel segno della tradizione”, nonostante ricordi che “abbiamo cambiato il disciplinare (di cui potete prendere visione qui ndr) in quanto dopo 40 anni i gusti sono cambiati. Il vino va orientato al gusto del consumatore che vuole maggior colore, più morbidezza, meno tannini, minor acidità”.
Ma di quale “tradizione” va parlando l’enologo Capurso quando si riferisce a vini più colorati, più morbidi, con minore tannino e minore acidità?
E non è forse nel nome di questo presunto “gusto del consumatore” (ma quale consumatore? Identikit, please…) da inseguire e compiacere, che si è arrivati, in questi anni, ad intervenire pesantemente su svariati vini toscani, con metodologie discutibili e “spregiudicate” che stanno suscitando l’interesse della Guardia di Finanza e della Magistratura?

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