Vengono proprio a fagiolo questi tre giorni che, come ho anticipato (leggi qui) trascorrerò in Spagna, in Andalusia, per assistere al dipanarsi di idee e dibattiti sul vino, sul futuro del vino, vorrei dire sull’anima del vino (per riprendere il titolo del nuovo libro, che sto cominciando a leggere, di Massimo Donà, filosofo e jazzista fortunato autore della Filosofia del vino, Bompiani editore) che saranno il tema di WineCreator (sito).
Dopo tanto discutere e accapigliarci, su quanto è accaduto recentemente a Montalcino, ovvero sulla ben poco commendevole vicenda della scoperta dell’esistenza di un determinato numero di Brunello finiti nell’occhio del ciclone degli inquirenti perché, dicunt, “taroccati” a base di altre uve che non siano il canonico Sangiovese, comincio ad avere la sgradevole sensazione che sia stato vano o peggio ancora tempo perso scrivere quanto ho scritto.
Quando tra i primi, lo scorso 21 marzo, ho dato notizia dello scandalo che stava per esplodere, ed in seguito quando vi ho tenuto correntemente informato sullo state of the art delle indagini, sulle reazioni del mondo ilcinese e ho denunciato aporie, contraddizioni, incongruenze, stranezze, l’atteggiamento pompieresco di molti che si adoperano a minimizzare, sopire, attenuare, quasi a smentire quanto è successo, naturalmente attribuendo la colpa a quegli irresponsabili dei giornalisti, pardon ad alcuni giornalisti “terroristi mediatici” e a qualche produttore iper-purista, ero convinto di una cosa che, progressivamente, mi è apparsa come un’illusione.
Ero persuaso, in altre parole, che quanto è finalmente successo a Montalcino, lo scoperchiamento di un calderone velenoso che sobbolliva da troppo tempo e che in tanti, per anni, hanno fatto finta di non vedere, come se determinati vini non parlassero chiaramente, con i loro colori assurdi, i profumi stravaganti, un gusto che con il Sangiovese c’entra come i cavoli a merenda, fosse avvertito dalla stragrande maggioranza dei produttori onesti e perbene che compongono il tessuto produttivo di questo borgo la cui economia deve ormai moltissimo al vino e al turismo legato al vino, come un momento importante.
Come una svolta epocale, come una grande occasione per fare chiarezza, per distinguere il grano dal loglio, gli onesti dai cialtroni e furbetti, per rendere giustizia al lavoro di chi in questi anni, mentre una minoranza si ingegnava ad interpretare il Brunello secondo personali interessi e secondo proprio uso e consumo, a stravolgerlo, tirarlo per la giacchetta, interpretarlo con bizzarra creatività, teneva duro e difendeva l’identità di un vino, di una denominazione prestigiosa, di un borgo che è diventato in tutto il mondo sinonimo di vino di grande qualità.
Ero persuaso che quel blocco importante, lo ripeto, la stragrande maggioranza, di aziende che hanno rispettato i disciplinari, che non hanno modernizzato il vino a suon di Merlot o chissà che e hanno continuato a produrre vini onesti, rispettosi del territorio di origine, veri, dignitosi, profumati di Sangiovese e messaggeri di Montalcino nel mondo, avrebbe accolto quanto accaduto, lo ripeto, la rivelazione di una pratica diffusa e indecorosa, di un tradimento consumato ai danni di Montalcino, dei produttori seri e soprattutto dei consumatori, che quando comprano Brunello hanno diritto ad avere Brunello e non un Sant’Antimo o un Super Tuscan, con sollievo.
E si sarebbero adoperati, quando finalmente la giustizia mostrava di poter trionfare, perché si voltasse pagina, si cambiassero sistemi e il mondo produttivo del Brunello, dalle singole aziende al Consorzio, scegliesse la strada della trasparenza, della chiarezza, delle mani pulite, del rispetto delle regole.
Più i giorni passano e più mi sono accorto – e a farmene accorgere hanno contribuito anche strani messaggi trasversali che mi sono arrivati anche da amici produttori seri, onesti, che da questa operazione verità non hanno nulla da temere, che mi hanno invitato a lasciar perdere, a lasciare fare alla giustizia, a non scrivere più di quanto stava accadendo, oppure di limitarmi a parlare dei buoni vini di Montalcino (che sono tanti, peccato ce ne siano anche di indegni e di fasulli) – che quanto accaduto i produttori di Montalcino, salvo rarissime eccezioni, non la vedano come un’occasione di riscatto, ma come un maledetto fastidio.
Qualcosa che se non fosse scoppiato, se non fosse venuto alla ribalta, se i giornali non ne avessero scritto, le televisioni non ne avessero parlato, magari anche generalizzando e facendo confusione, sarebbe stato decisamente meglio.
E non perché, come qualcuno dice, temono che lo scandalo scoppiato rischi di danneggiare la specchiata (ma poi tanto specchiata evidentemente non era…) immagine di Montalcino e di creare confusione e indurre la gente a dubitare del Brunello in toto, cosa che nessuno ha mai invitato a fare, ripetendo anzi che mai come ora Montalcino ed il Brunello debbano essere sostenuti e si debba credere in loro.
Non vedono l’ora che questa storia finisca, che qualche inguaribile romantico, qualche irriducibile rompic….i, la smetta di scriverne, perché pensano ad una sola, ben poco poetica cosa, ovvero che continuando a scrivere di Montalcino, di quanto accaduto, delle assurdità che ci vengono raccontate, del tentativo ormai chiarissimo in atto di ridurre il tutto ad una faccenduola di pochi ettari, ad un errore del vivaista, a questioni di carte e di ben poca sostanza, si possa rovinare il loro legittimo, sacrosanto, intoccabile business.
Non quello delle singole aziende che, mi spiace per loro, anzi, mi dispiace per le tante persone che ci lavorano, sono finite nell’occhio del ciclone e hanno visto le cantine e le produzioni di Brunello 2003 poste sotto sequestro, ma quello, globale, cospicuo, di un’economia ilcinese che conta ogni anno su una marea di visite in questa deliziosa località e comprende le piccole e medie aziende produttrici, le enoteche, i bar, i ristoranti, gli alberghi, gli affittacamere, gli agriturismi, i bed & breakfast, insomma quell’insieme che va a comporre il commercio e l’economia che si basa sul Brunello a Montalcino. E che si basa sia sui vini veri, sia su vini diciamo fatti così così…
E’ loro interesse, proprio mentre con l’approssimarsi di maggio dovrebbero ricominciare ad arrivare a Montalcino i turisti del vino provenienti da tutto il mondo, anche quelli del turismo mordi e fuggi e restano magari solo un’ora nel villaggio, mangiano un panino e comprano due bottiglie per ricordo, che questa vicenda si smonti, che non se ne parli più e che magari si ritorni al tranquillo tran tran di prima, dove l’esistenza dei Brunello taroccati era chiara anche ai bambini, ma dove il Brunello vero poteva benissimo coesistere con il Brunello furbo, perché tanto il Brunello tirava, si vendeva, muoveva un giro di denaro importante.
Per questo motivo, perché continuare a menarla con l’esigenza di difendere il vero Brunello, di non toccare il disciplinare, di preservare la purezza, l’identità, l’unicità di questo vino che solo dei nostalgici, dei polverosi parrucconi, degli stupidi idealisti (quorum ego), si affannano a pensare debba essere solo di Sangiovese composto?
Basta parlare, basta scrivere, lasciamo che i nuovi maghi della comunicazione ingaggiati, a furor di popolo (e con una procedura che sarebbe interessante capire, scelti tra altre soluzioni oppure nominati coram populo e d’imperio? E con quale impegno di spesa per i consorziati? – domande oziose alle quali giustamente non sarà mai data risposta…), dal Consorzio diffondano, come pifferai magici, la lieta novella di un Brunello rilucente, virtuoso, a prova di controllo, splendente, mediaticamente perfetto. Di un villaggio dove tutto va bene, é sempre andato bene, madama la marchesa…
Di fronte a questa consapevolezza, essendo persuaso che a sostenere una battaglia di principio e di idee, di testimonianza, quando tu vai in avanscoperta e i diretti interessati dietro ti voltano le spalle e si occupano di tutto tranne che proteggerti e darti manforte e pensano piuttosto agli schei che alla giustizia, si faccia solo una figura ridicola, come diciamo a Milano, da pirla più che da Don Chisciotte idealisti, ho deciso che a meno di clamorose notizie, di eventi di fondamentale importanza, di svolte, di quella che con sintesi giornalistica è stata definita Brunellopoli non scriverò per un bel pezzo.
Saranno contenti i prudenti per natura, i pompieri, i giustificazionisti, i minimizzatori, i venditori di fumo, quelli per i quali “suvvia, cosa è mai successo?”, e sarà contento il mondo produttivo ilcinese che liberato dalle fastidiose punture (da zanzara) inviate dal sottoscritto e da pochi altri ingenui come me, potranno tranquillamente, in attesa che la giustizia faccia il proprio corso, che le indagini appurino definitivamente colpe, responsabilità, frodi, dedicarsi ai loro affari, vendere vino, curare il business.
Facciano pure, poco importa che il sottoscritto sia leggermente deluso, per non dire nauseato, dal loro un po’ pilatesco modo di fare, da un atteggiamento diffuso (avete notato come non un solo produttore si sia avventurato ad intervenire nell’articolato dibattito che si è sviluppato su questo blog e altrove?) che, non se la prendano, ricorda quello delle scimmiette che non parlano, non vedono, non sentono oppure assistono agli eventi come se non li riguardassero.
Ma, mi chiedo, saranno contenti i consumatori, i clienti privati, i ristoratori, gli enotecari, gli importatori e distributori, che credendo nei loro vini e acquistandoli, e contribuendo a costruire la leggenda del Brunello ed il benessere diffuso di Montalcino e delle singole aziende, pretendono, e l’hanno detto con forza, chiarezza, una svolta, un cambio di passo, correttezza, rispetto delle regole, trasparenza e ai quali invece arriva il messaggio che in fondo non è successo niente, e con forte accento toscano viene ripetuto “chi ha avuto, ha avuto, ha avuto: chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammoce ‘o passato, simmo ‘e Napule, paisá”?
Scritto da Franco Ziliani alle 19:31, in Enoriflessioni
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