Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Enoriflessioni'

9 Maggio 2008

WineCreator, difficile dialogo tra enologi e giornalisti del vino

Confesso che mi aspettavo di più, visto il parterre di grandi nomi annunciati (anche se con qualche defezione dell’ultimo minuto o quasi, ad esempio quelle di Michel Rolland e Riccardo Cotarella tra gli enologi, di Robert Joseph, Bob Campbell, James Halliday tra i giornalisti) dalla prima edizione di Wine Creator (sito), primo international meeting o, per dirla in spagnolo “encuentro de autores de vino”, che si è svolto a metà aprile nella splendida antica cittadina di Ronda (vedi filmato), a nord di Malaga.
Non che non sia valsa la pena di volare per quasi tre giorni nel cuore di un’affascinante Andalusia tutta da scoprire, anzi, esserci è stato simpatico e mi ha consentito di incontrare vecchi amici, il mio editor di The World of Fine Wine Neil Beckett, l’editor di Decanter Guy Woodward, e poi l’ottimo Pierre Casamayor, Joshua Greene che avevo conosciuto solo dieci prima al Vinitaly, e poi Victor de la Serna, e Joel B. Payne con il quale avevo sinora avuto contatti solo via e-mail.
E’ stato divertente esserci a Ronda, anche per cogliere l’occasione di ribadire quello che penso sulla sua expertise e conoscenza dei vini italiani, e piemontesi, ad un personaggio al quale un bagno di umiltà non farebbe male, ovvero il celebre giornalista francese Michel Bettane - secondo il quale, volete ridere?, noi italiani sciocchi e oscurantisti avremmo “impedito” a Monsù Angelo Gaja di “migliorare” il Barbaresco, parlo del vino e della denominazione, non dell’interpretazione, molto personale, che ne dava il celebre produttore langhetto prima di declassare i suoi crus a Langhe Nebbiolo…
Vicende personali a parte, ma è stata una soddisfazione intervenire nel dibattito e dire direttamente nella sua lingua a Monsieur Bettane che è meglio che continui ad occuparsi, con indiscutibile competenza, dei vini di Bordeaux e che lasci che siamo noi italiani a decidere il destino e l’identità dei nostri vini più importanti, dal Barolo al Brunello di Montalcino, a rispettare le regole vigenti, senza modificare “creativamente” il gusto e lo stile dei nostri grandi vin de terroir, credo che WineCreator, come ho spiegato diffusamente in un ampio articolo (leggi qui) che ho pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S. (sito) sia riuscita solo a metà.
Eccellente l’intuizione, la pensata di mettere per due giorni a confronto, in diverse sessioni di dibattito, chi il vino lo progetta, contribuisce a crearlo, lo produce, ovvero i vignaioli ed i produttori ed i loro preziosi consulenti che con termine inglese siamo soliti definire winemaker, e chi il vino lo racconta, lo giudica, lo analizza, lo propone e ne canta le gesta al consumatore, ovvero la stampa specializzata.
Passando però dalla teoria, dall’idea, alla pratica, mi sembra che si sia messa un po’ troppa carne al fuoco, che gli argomenti di dibattito proposti nelle varie sessioni fossero così ampi ed impegnativi (vedi programma) che era davvero difficile impedire che il discorso diventasse un po’ troppo dispersivo e che si finisse a trattare di Massimi Sistemi, generalizzando.
Nessuna colpa del moderatore, l’ottimo Victor de la Serna, (leggi qui un suo commento) che si è destreggiato alla grande parlando in spagnolo, inglese, francese e regolando il “traffico” degli interventi previsti, né dei singoli intervenuti, che hanno cercato, chi con ottimi risultati, chi meno, di contribuire a sviluppare i temi di discussione proposti.
Il problema, a mio avviso, è consistito piuttosto in un’oggettiva difficoltà dei due mondi, i produttori di vino ed i winemaker da una parte ed i wine writers dall’altra, di dialogare, di mettersi l’uno in ascolto dell’altro.
Così siamo finiti con l’assistere ad una serie di relazioni, interventi, discorsi, alcuni interessanti e centrati, altri meno, alcuni preparati, altri come improvvisati all’impronta, e non, salvo rari momenti, a quell’incontro-confronto di esperienze e professionalità, a quell’intreccio di idee e visioni sul mondo del vino di oggi, che avrebbe dovuto essere il leit motiv di questo wine summit.
Bisognerà tenerne conto, nell’impostazione, nella scelta dei relatori, nell’organizzazione e nella scansione del lavoro, se davvero si vorrà ripetere questa esperienza comunque positiva, tra due anni, nel 2010…

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7 Maggio 2008

Produttori di Langa: che errore non partecipare ad Alba Wines Exhibition!

Pensavo fosse superfluo, tanto la cosa è ovvia e ritenevo acquisita e incontestabile, ribadire la centralità e l’indispensabilità di Alba Wines Exhibition, l’annuale manifestazione, organizzata dall’Unione Produttori Vini Albesi, con il braccio operativo-organizzativo dell’agenzia Wellcom, che da 13 anni permette alla stampa specializzata italiana ed internazionale di convenire per alcuni giorni ad Alba per un assaggio meditato delle nuove annate dei tre vini base Nebbiolo di Langa: Roero, Barbaresco e Barolo.
Mi sembrava pletorico ripetere, per quante volte l’ho già ribadito, scrivendone, parlandone in pubblico, anche in terra toscana, favorendo una sorta di virtuoso passaparola ai colleghi della stampa internazionale, che questa è la manifestazione numero uno non solo in Piemonte ma dell’Italia tutta, quella che ci consente di degustare, nelle migliori condizioni possibili, con calma, seduti, serviti dai bravi sommelier A.I.S., disponendo di diverse ore di tempo a disposizione, con la modalità degustazione alla cieca, un massiccio, significativo, importante numero di vini delle nuove annate che Dio e Bacco mandano anno dopo anno in terra.
Chiedetelo ai colleghi che, come me, hanno da anni la fortuna ed il privilegio di essere invitati e di trascorrere alcuni giorni, ospiti dell’Unione Produttori Vini Albesi e dei produttori che credendo in questa manifestazione, nella sua efficacia, validità e serietà, ne rendono possibile lo svolgimento. Non c’è altra vetrina a noi riservata, in Italia, né Benvenuto Brunello, né Anteprime del Chianti Classico, del Vino Nobile di Montepulciano, dell’Amarone della Valpolicella, ecc. ecc. dove chi voglia farsi un’idea complessiva del valore delle nuove annate, delle stilistiche dominanti, delle diversificazioni dei vini in base ai terroir (elemento fondante e fondamentale in vini come Barbaresco e Barolo), possa avere a disposizione un campione di vini così ampio.
Eppure, spiace doverlo fare rilevare, a fronte di una qualità costante della manifestazione, di una sua crescita continua, che comprende anche le degustazioni pomeridiane e la possibilità di fare visita alle aziende che partecipano ad Alba Wines e mettono in degustazione, mettendosi in gioco alla pari degli altri, famosi o meno famosi, ricchi e potenti o emergenti, i loro vini, da alcuni anni si sta verificando un fenomeno preoccupante e deteriore.
Parlo del disimpegnarsi di un numero crescente di aziende significative, che decidono, per varie motivazioni, alcune oggettive, tipo non avere ancora imbottigliato i vini dell’annata che sarà tema delle degustazioni (quest’anno il 2005 per il Barbaresco ed il Roero, ed il 2004 per il Barolo), oppure diciamo così soggettive e personali, dotate di fondamento oppure meno, di non partecipare e di non mettere i loro vini in degustazione.
Questa scelta, piaccia o meno, costituisce un oggettivo impoverimento della manifestazione, che resta importante, anche se deprivata della presenza di vini noti e talvolta mediatici, ma che viene in qualche modo minacciata, nella sua essenza, dal non vedere molte aziende significative non scendere in campo e offrire il loro contributo ad una vetrina che è interesse di tutti, nessuno escluso, abbia a perpetuarsi ed essere la più rappresentativa e onnicomprensiva possibile anche in futuro.
Questo con il contributo, la collaborazione ed il co-protagonismo di tutti, perché è il messaggio dei grandi vini base Nebbiolo di Langa che deve passare, della loro grandezza e nobilitate, non dell’essere superstar, protagonista e numero uno (due o tre) di qualcuno in particolare.
Registro pertanto con disappunto e sincero dispiacere che quest’anno, è un elenco ovviamente incompleto, tentato alla volée e senza alcuna pretesa di essere esaustivo, mancano all’appello le seguenti aziende:
Azelia
Boglietti
Borgogno
Bruno Giacosa
Camerano
Cappellano
Castello di Neive
Ceretto
Cigliuti
Clerico
Conterno Fantino
Corino
Elio Altare
Elio Grasso
Gaja
Giacomo Conterno
Giuseppe Mascarello
Paolo Scavino
Piero Busso
Roberto Voerzio
Schiavenza
Sobrino
Varaldo

A tutti loro, vorrei chiedere, per favore, di riconsiderare la loro posizione, di non chiamarsi fuori, di non sentirsi estranei e non toccati da questa manifestazione che è e vuole essere una vetrina collettiva dei vini base Nebbiolo prodotti nella Langa albese, di crederci invece, e dare un contributo, importante, alla sua possibilità di avere un futuro anche nei prossimi anni.
E’ nell’interesse di tutti, nessuno escluso, mantenerla in vita, migliorarla, renderla sempre più vitale, non progressivamente soffocarla con un’indifferenza non solo egoista, ma miope e colpevole.

 

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27 Aprile 2008

Per capire Brunellopoli riguardatevi Mondovino

Voglio offrirvi una possibile chiave di lettura per capire quello che sta faticosamente, ma inesorabilmente, venendo alla ribalta a Montalcino, ovvero l’affermarsi, il legittimarsi, l’imporsi di un certo modo di fare il vino, ma che dico il vino, parlo del Brunello di Montalcino, che della tradizione, della storia, dell’identità del vino, delle regole, perdonatemi il francesismo, se ne frega altamente.
Una “filosofia” del vino commerciale, interventista, modernizzatrice, che nell’alibi del cosiddetto “mercato” trova tutte le giustificazioni al proprio modus operandi, e che se deve rendere il vino più appealing, perché piaccia a chi deve piacere, alla stampa che conta, ai consumatori più inesperti, agli importatori, non ha esitazioni di sorta.
Bene, per capire quello che è successo, a Montalcino, ma purtroppo in tante altre zone di produzione, in Italia e all’estero, basta rivedersi, come ho fatto io ieri pomeriggio, il film documentario, di denuncia e soprattutto di testimonianza, Mondovino di Johathan Nossiter (sito).
In questo film, presentato al Festival di Cannes del 2004, c’era già tutto, il racconto della “lotta spietata tra chi vuole difendere l’identità millenaria del vino e di chi rincorre il mercato mondiale”, l’ostinazione di chi difende un’idea del vino come manifestazione della cultura di un popolo, dell’orgoglio e di una dignità contadina, vigneronne e paysanne, l’arroganza di chi in nome dei soldi, del potere, del primato dell’economia, intende normalizzare la multisecolare civiltà del vino in nome di una globalizzazione che è solo appiattimento, morte della diversità, del gusto.
In questo documentario ci sono tutti, i resistenti, coloro che non si arrendono, che testimoniano un antico savoir faire, un garbo, uno stile, che si chiedono, come fa Battista Colombu “perché non dobbiamo campare anche oggi dignitosamente?”, che credono che esprimere un’identità nei vini equivale ad affermare un’identità e una libertà dei cittadini, il diritto di esistere di un mondo colorato e a più dimensioni, e gli eroi negativi coloro che vorrebbero, nel nome del business, imporre un pensiero unico, la dittatura di un gusto legittimato dal parere e dai punteggi di un guru (o presunto tale) americano.
Per capire quello che è accaduto a Montalcino vi invito a riflettere su quello che uno dei personaggi in assoluto più ridicoli di questa commedie humaine messa in scena con intelligenza da Nossiter, ovvero il responsabile dell’ufficio europeo di Wine Spectator, James Suckling, divertito e fiero di essere tutto vestito griffato, come riconoscimento per quello che la sua rivista e lui avrebbero fatto per il vino toscano, afferma parlando dei cosiddetti Super Tuscan.
Suckling dice: “loro sono andati oltre. Lascia stare le regole, lascia perdere. Quel che conta è fare il migliore vino con tutto quello che posso”.
E’ la folle illusione, il dettato autoassolutorio, la giustificazione ed il credo che hanno guidato non solo chi a Bolgheri o in altre zone della Toscana ha creato vini di assoluta invenzione, senza radici, senza storia (e con un respiro corto e una carenza di progettualità sempre più evidenti), ma anche di chi, a Montalcino, ha pensato, male, nell’indifferenza di troppi, che il Brunello potesse essere trattato come un Super Tuscan qualsiasi, modernizzato, interpretato, plasmato secondo il personale gusto e gli interessi di bottega, sconciato, ridotto ad essere un vino senz’anima, il cui fantasma ingombrante aleggia ormai, come un incubo, e come una condanna, sull’immagine, sulla credibilità, sul destino, del più nobile e prestigioso di Toscana.
Guardatevi di nuovo Mondovino ed il mio sgomento, guardando certe facce, ascoltando certi discorsi, non potrà che essere anche il vostro…

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25 Aprile 2008

Elmundovino.com sull’affaire Brunello di Montalcino

Esemplare, splendido articolo de mi hernano y amigo Juancho Asenjo, appassionato, competente conoscitore dei vini italiani (Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino in particolare) dedicato alla vicenda “Brunellopoli”.
Lo potete leggere, con il titolo di “¿ES FALSO, ES VERDADERO? La imagen del brunello, bajo sospecha”, leggete qui, sull’ottimo sito Internet spagnolo Elmundovino (sito).
Quante analisi del genere avrei voluto leggere da giornalisti italiani e residenti in Italia e invece, salvo rarissime eccezioni, non mi è capitato di leggere!
Hai perfettamente ragione, caro Juancho, quando scrivi “
Queremos transparencia y la verdad; la exigimos”, ovvero “desideriamo trasparenza e verità: la esigiamo” e quando ricordi un’evidenza solare, ovvero che “Una persona que compra una botella que lleva escrita la palabra Brunello di Montalcino en su etiqueta tiene el derecho a beber un brunello 100% sangiovese y no un ‘Super Tuscan’ o cualquier cosa distinta. Hay que preservar su identidad y los derechos del consumidor deben prevalecer sobre los gustos y los intereses del bodeguero de turno”.
Il che tradotto dalla bellissima lingua di Miguel de Cervantes Saavedra e di Pedro Calderon de la Barca (La vida es sueño) significa che “una persona che compra una bottiglia che riporta scritto in etichetta Brunello di Montalcino ha il diritto di bere un Brunello 100% Sangiovese e non un Super Tuscan o qualsiasi altra cosa. Bisogna preservare la sua identità ed i diritti del consumatore devono prevalere sopra i gusti e gli interessi del produttore di turno”.
Parole sacrosante, che è bello sentire ripetere da un bravo, coscienzioso e onesto giornalista spagnolo come Juancho, innamorato del Sangiovese e del Brunello, ma di quello vero…

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23 Aprile 2008

Ho spiegato Brunellopoli ai lettori del NYT, dice Kelablu

Avrei voluto tenere la cosa per me, come una soddisfazione, che tale è stata, da condividere con la famiglia e con gli amici più cari, perché non capita tutti i giorni di essere citati e di vedere riportato quello che dici non sulla Gazzetta di Roccacannuccia ma sul più celebre e influente quotidiano del mondo.
Questo in un articolo che tratta di cose che conosco e di cui mi sono lungamente occupato, l’affaire dei Brunello di Montalcino “non conformi” e scrivendo le quali mi sono sentito solo o incompreso, mentre cercavo solo di fare il mio mestiere di giornalista, di dare le notizie e commentare, aiutando la gente a capire.
Però, di fronte ad un titolo così esplicito - “Franco Ziliani cerca di spiegare Brunellopoli ai lettori del New York Times” - leggi - che un amico come Massimo Bernardi, sul suo ottimo blog Kelablu (Gambero rosso editore), mi ha dedicato e di fronte al quale non mi verrebbe altro da rispondere se non un “troppa grazia, Sant’Antonio!”, non posso proprio tacere e sono felice di rendere partecipi anche i lettori di Vino al Vino dell’accaduto.
La notizia è semplice, in un ampio articolo (leggi qui)  intitolato “Bolt from the Blue” on a Tuscan Red”, che potremmo tradurre Fulmini a ciel sereno in un Rosso toscano, ben scritto da una documentatissima e puntuale Elisabetta Povoledo, della redazione romana del New York Times, con la quale lunedì ho avuto un lungo colloquio telefonico, è stato dedicato ampio spazio al punto di vista di chi scrive, alle mie opinioni su quello che in modo un po’ sbrigativo definiamo “Brunellopoli”, ai comportamenti stravaganti che alcuni, rispettiamo il condizionale anche se i bicchieri parlano e parlavano da anni, bastava guardarli, annusarli, gustarli con onestà intellettuale, avrebbero tenuto nel produrre il loro grande rosso base Sangiovese.
Non so se davvero io sia riuscito a “spiegare Brunellopoli ai lettori del New York Times”, come dice Massimo, ho solo espresso, come sono sempre solito fare, un franco parere, assumendomi le mie responsabilità, non nascondendomi dietro ad un dito, non indulgendo come tanti altri colleghi al gioco delle tre scimmiette che non vedono non sentono e soprattutto non parlano e scrivono, su una triste vicenda.
Ho già scritto, su VinoWire, il blog in inglese cui ho dato vita da qualche tempo con l’amico Jeremy Parzen (grazie anche a lui per l’altro titolo da incorniciare – vediZiliani in the New York Times ) che considero quanto avvenuto triste, ma sono persuaso che poiché Oportet ut scandala eveniant (leggi) da questa pagina triste si possa ripartire e alla grande per rilanciare il Brunello, che incidenti a parte resta il formidabile vino che amiamo e che rispettiamo.
E che vorremmo sempre più grande, autentico, profumato di Sangiovese e di territorio. L’importante è essere chiari, trasparenti, non negare l’evidenza dei fatti, riconoscere di avere sbagliato e creare le condizioni perché questi errori non si ripetano. Tutto qui.
Un solo dubbio mi frulla in testa, ma non mi rovina la gioia per questa oggettiva soddisfazione professionale: ma come si concilia il fatto che il New York Times mi intervisti e mi citi ampiamente, con le sparate di qualche minus habens italico che sosteneva che dicevo “cazzate” e che mi ero inventato tutto?

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Per Andrea Costanti, storico produttore di Brunello, ora e sempre Sangiovese!

Qualche giorno fa, dopo aver assistito alla trasmissione Terra del TG 5 dedicata anche alle note vicende che vedono protagonisti Montalcino ed il suo Brunello, avevo espresso la mia forte perplessità (leggi qui) per una dichiarazione rilasciata nel corso della puntata da un notissimo produttore, Andrea Costanti, della storica azienda Conti Costanti, che aveva definito come effettuata “solo a scopo migliorativo della qualità” l’aggiunta di altre uve che alcuni produttori avrebbero effettuato per il proprio Brunello.
Prendo atto, con grande piacere perché vivaddio! questo assurdo silenzio dei produttori si sta progressivamente rompendo, che Andrea Costanti desidera precisare meglio il proprio pensiero, con questo intervento che sono felice di pubblicare. Un intervento, per chi vuole capire, di una chiarezza direi quasi abbagliante.
Se altri produttori volessero dire la loro, farsi sentire, esprimersi, (siamo in un Paese libero e democratico e tutti i produttori di Montalcino dovrebbero poter parlare e sentire l’esigenza morale di parlare e di commentare quanto sta accadendo senza temere nulla…) sarò ben lieto di ospitare i loro contributi su questo blog.
f.z.

La parola ora ad Andrea Costanti
“Signor Ziliani Le rispondo dopo aver visto la registrazione del mio intervento alla trasmissione Terra; le riporto di seguito, andando a memoria, quello che era il contenuto integrale della mia intervista e sono sicuro che, come da sua richiesta, ciò chiarirà ampiamente il mio pensiero in proposito.
Partendo dalla frase contestata, dopo aver premesso che la mia azienda produce Brunello usando il 100% di Sangiovese, ho detto che se alcuni produttori hanno usato uve diverse lo hanno fatto, dal loro punto di vista, con intento migliorativo.
Ho anche detto però che chi lo ha fatto ha trasgredito la regola che è alla base del Disciplinare di Produzione, cioè che il Brunello si produce nel territorio di Montalcino con il Sangiovese in purezza; questo nel rispetto di una regola che i produttori stessi si sono dati, ed ho anche dichiarato che se ci sono Brunello con percentuali variabili di Merlot, Cabernet o altri vitigni, non sono Brunello moderni bensì vini non in regola con il Disciplinare di Produzione.
Dal punto di vista dei media ritengo però che sia disinformativo, e qui ho citato la copertina dell’Espresso con Velenitaly, accomunare le indagini in corso a Montalcino a frodi alimentari con rischio di nocumento per la salute del consumatore.
Come Lei mi da atto, sono esponente di una delle più antiche famiglie di Montalcino, i miei antenati sono stati fra i primi a produrre Brunello. Fin dal 1983, che è stata la mia prima vendemmia, sono stato fedele alla tradizione, e ritengo che ciò debba essere un vanto e non una zavorra, visto che il Brunello è diventato grande con il Sangiovese.
Nel pieno rispetto della tradizione pertanto ho cercato di fare vini sempre migliori, soprattutto con un severo lavoro nei miei vigneti a 4-500 metri di altitudine,dove peraltro abbiamo oggi a disposizione cloni di Sangiovese sempre più selezionati.
Ho dimostrato di non essere chiuso alle innovazioni che potessero portare, sempre nel rispetto del Sangiovese in purezza, ad un miglioramento del vino, e Le voglio ricordare che sono stato l’ultimo presidente del Consorzio del Brunello a modificare il Disciplinare di Produzione con l’abbassamento a due anni del periodo di permanenza obbligatoria in legno e l’introduzione di un affinamento in bottiglia, pratica dalla quale è scaturito un indubbio miglioramento qualitativo del prodotto dalla fine degli anni ‘90 ad oggi.
Ho sempre pensato che dietro ad un grande vino, che deve imporre la sua la moda e non subirla, ci debba essere un grande territorio; a Montalcino abbiamo la fortuna di averlo, con un vitigno come il Sangiovese capace di esprimerne la grandezza e la unicità.
Perciò se si dovesse in futuro arrivare ad una votazione, come ho detto nell’intervista il voto della mia azienda sarà per il mantenimento del 100% di Sangiovese.
L’intervista non è andata in onda in versione integrale, e La ringrazio, oltre che per le positive attestazioni personali sulla mia figura di produttore,per avermi dato l’opportunità di una spiegazione: sono sicuro di averle chiarito il mio modo di lavorare ed il mio pensiero, che può essere stato travisato; del resto produttori come me e come l’amico Patrizio Cencioni sono molto più a loro agio nei vigneti o in cantina piuttosto che di fronte ad una telecamera. Cordiali saluti Andrea Costanti

 

 

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21 Aprile 2008

Brunello di Montalcino “non conformi”: così la pensa Carlo Ferrini

Una grande moratoria, un colpo di spugna, oppure un intervento politico dall’alto, che blocchi e azzeri tutto, nel superiore interesse del Paese, visto che il Brunello di Montalcino è uno dei simboli del made in Italy e salvaguardarne le sorti è fondamentale, è la proposta, che lascio ai voi giudicare, di Carlo Ferrini, notissimo agronomo ed enologo consulente (anche di aziende di Montalcino), per uscire dal cul de sac, dalla situazione pericolosa in cui si è venuto a trovare la celeberrima Docg toscana.
Ho raccolto le opinioni di Ferrini, alla presenza di Ernesto Gentili, co-curatore della guida dei vini dell’Espresso, che ne è testimone, in Spagna a Ronda, in Andalusia, nel corso dei lavori del wine summit internazionale Wine Creator cui tutti e tre siamo stati invitati, loro due come relatori, io come semplice giornalista, presente come tanti altri colleghi esteri, dagli editor di The World of Fine Wine e di Decanter Neil Beckett e Guy Woodward a John Salvi, Fernando Melo, Alan Tardi, Eleonora Scholes, ecc. ecc.
Anche se avevo detto che sulla situazione di Montalcino per un bel po’, a meno di clamorose novità non avrei più scritto per un pezzo, avendo l’opportunità di incontrare Ferrini, di poter parlare tranquillamente con lui tra una fetta di jamon iberico de bellota o Patanegra e una serie di tapas, non potevo (avrei fatto violenza alla mia anima di giornalista, magari solo “blogger aspirante giornalista”, con 25 anni di esperienza, come ha annotato qualche minus habens in giro per siti e forum) non chiedere a Ferrini un commento su quanto è accaduto a Montalcino, sulle prospettive, su come si possa uscire, nella maniera più indolore, da questa situazione che rischia oggettivamente di danneggiare l’intero comparto produttivo ilcinese.
Quello che mi ha dichiarato Ferrini, quello che ho deciso di pubblicare (non tutto perché alcune sono osservazioni molto pesanti che preferisco tenere in stand by, anche se è tutto segnato e tutto, lo ripeto, è stato espresso alla presenza di un testimone) è qualcosa che farà sicuramente riflettere e che mi limiterò a riportare senza alcun commento da parte mia, riferendomi a fare esclusivamente cronaca, mentre prima di esprimere altre opinioni sulla vicenda Brunello dovrà passarmi l’incazzatura, ebbene sì, e la delusione che taluni atteggiamenti (rileggetemi qui per capire meglio) di svariate persone e dell’insieme del mondo produttivo di Montalcino, dove pensavo e probabilmente mi sbagliavo di avere degli amici, mi hanno causato.
Sulla ben nota vicenda dei vini “non conformi al disciplinare di produzione” Ferrini, ripeto, persona informata dei fatti, non ha avuto difficoltà ad ammettere che qualcosa di vero ci fosse, che alcuni vini potessero non essere in regola, per vigneti dove il Sangiovese conviveva “more uxorio” con altre uve, o altre irregolarità, ma si trattava di “roba di poco conto che poteva essere risolta internamente senza clamori”.
Per Ferrini, che mi ha fatto osservare che una cosa del genere in Francia non sarebbe successa, che alla stampa non sarebbero arrivate le notizie che sono arrivate e che la stampa si sarebbe comportata diversamente, tutto è nato a causa di un produttore (Ferrini ha fatto anche il nome, ma io preferisco non riportarlo) che avrebbe più volte inviato lettere anonime alla Procura di Siena e che oggi, secondo quanto consta a Ferrini, figurerebbe addirittura come consulente della Procura di Siena, insieme a due persone, due importanti ricercatori che collaborano con la sua azienda, e ad un noto enologo, che non ha consulenze a Montalcino, nello sviluppo delle indagini.
Fare in modo che questo caso finisse alla Magistratura è stato, opinione di Ferrini, un clamoroso errore, qualcosa di assurdo che rende molto difficile, se non impossibile, uscire da questa vicenda, che potrebbe avere effetti deflagranti.
Secondo l’enologo toscano, consulente tra l’altro dell’azienda Casanova di Neri, destinataria, mi ha confermato Ferrini, di un avviso di garanzia per irregolarità varie, di poca entità, commesse, sarebbero coinvolte qualcosa come ben 90 aziende e quindi ben pochi possono ergersi a puristi, scandalizzarsi, gridare all’untore, perché sono tanti i vini che a rigore di legge non sono perfettamente in regola e tante le corresponsabilità. E a livelli diversi.
Per Ferrini, il caso Brunello è un caso che coinvolge un po’ tutte le denominazioni di origine italiane, che hanno tutte fior di problemi e scheletri nell’armadio. Da questa ondata d’indignazione, da questa alzata di scudi dei puristi nei confronti degli “impuri” tutto il mondo del vino italiano e toscano avrebbe solo da perderci, perché nel mondo sono ormai molti i segnali che parlano di una sorta di diffidenza, di paura (immotivata) nei confronti del Brunello dovuta al gran clamore mediatico che questa vicenda ha suscitato.
Ferrini da anni, e dice di averlo più volte sostenuto, era apertamente favorevole ad un cambio del disciplinare del Brunello, dettato più da ragioni personali di gusto, che da serie motivazioni tecniche, perché l’enologo, appassionatissimo dei grandi vini di Bordeaux, che vengono generalmente realizzati con il concorso, il mix calibrato di più uve, non crede nei vini monovarietali e pensa che possano ottenere risultati meno importanti dei vini ottenuti da un assemblaggio ragionato.
Pur essendo stato lungamente favorevole alla modifica del disciplinare (per la cronaca nel corso dei lavori di Wine Creator si sono espressi a favore di un suo aggiornamento anche il più noto giornalista francese, Michel Bettane e qualche altro collega estero, che evidentemente non apprezzano più di tanto il Sangiovese o credo nel potere magico delle uve bordolesi), Ferrini oggi è risolutamente contrario ad una sua modifica e giudica un errore clamoroso (in verità ha utilizzato un’espressione molto più colorita) proporlo in questa situazione.
Come si può uscire dunque, nella maniera meno dolorosa possibile, da questa situazione? Carlo Ferrini configura come ipotetici o un intervento d’autorità, dall’alto, un intervento chiaramente politico che prenda sotto tutela il Brunello, come prezioso bene del made in Italy (e della nostra economia legata al vino e al turismo del vino), e congeli, non so bene come e con quale effetti, l’inchiesta in corso e riconduca tutta la discussione in atto ad un discorso puramente interno, risolto tra le mura del Consorzio, ad una faccenda relativa al mondo produttivo e agli associati, senza che la stampa venga in alcun modo coinvolta.
Su questa ipotesi, fantascientifica, avrei tanto da dire, ma, come ho premesso, mi taccio, anche se con enorme fatica.
La seconda ipotesi, anche a proposito della quale non dirò niente, consiste in una sorta di grande moratoria – condono – indulto, che conceda a tutte le aziende produttrici di vini “non conformi” al disciplinare vigente del Brunello di Montalcino, un tempo ragionevole (un anno o due) per rimettersi in regola, operando in vigna o in cantina, a seconda dei casi e delle responsabilità.
Ovviamente i vini non in regola, già in bottiglia o da imbottigliare, verranno declassati, chi ha sbagliato pagherà, senza che nessuno venga linciato, messo alla berlina, criminalizzato. Questo, in sintesi, il punto di vista, significativo, autorevole, di uno dei più noti e mediatici wine maker italiani, di un enologo attivo in Toscana e a Montalcino, di un personaggio (lo ribadisco, di persona umanamente molto più simpatico di come pensassi, come simpatico, anzi un signore, è sempre stato con me anche Riccardo Cotarella, che ha sempre rispettato le mie critiche fatte ai suoi vini, non certo alla persona) che nel mondo del vino italiano di oggi è sicuramente un protagonista di peso.
Nel riferirvelo, conformemente a quello che Ferrini mi ha dichiarato, penso di aver fatto, come sono certo di aver sempre fatto scrivendo della vicenda del Brunello di Montalcino, il mio dovere di giornalista.
A voi, cari lettori di Vino al Vino, la facoltà, se lo vorrete, di giudicarle, di dire, con correttezza mi raccomando, rispettando come faccio io l’opinione di Ferrini, cosa ne pensate.

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16 Aprile 2008

Montalcino: il Don Chisciotte toglie il disturbo

Vengono proprio a fagiolo questi tre giorni che, come ho anticipato (leggi qui) trascorrerò in Spagna, in Andalusia, per assistere al dipanarsi di idee e dibattiti sul vino, sul futuro del vino, vorrei dire sull’anima del vino (per riprendere il titolo del nuovo libro, che sto cominciando a leggere, di Massimo Donà, filosofo e jazzista fortunato autore della Filosofia del vino, Bompiani editore) che saranno il tema di WineCreator (sito).
Dopo tanto discutere e accapigliarci, su quanto è accaduto recentemente a Montalcino, ovvero sulla ben poco commendevole vicenda della scoperta dell’esistenza di un determinato numero di Brunello finiti nell’occhio del ciclone degli inquirenti perché, dicunt, “taroccati” a base di altre uve che non siano il canonico Sangiovese, comincio ad avere la sgradevole sensazione che sia stato vano o peggio ancora tempo perso scrivere quanto ho scritto.
Quando tra i primi, lo scorso 21 marzo, ho dato notizia dello scandalo che stava per esplodere, ed in seguito quando vi ho tenuto correntemente informato sullo state of the art delle indagini, sulle reazioni del mondo ilcinese e ho denunciato aporie, contraddizioni, incongruenze, stranezze, l’atteggiamento pompieresco di molti che si adoperano a minimizzare, sopire, attenuare, quasi a smentire quanto è successo, naturalmente attribuendo la colpa a quegli irresponsabili dei giornalisti, pardon ad alcuni giornalisti “terroristi mediatici” e a qualche produttore iper-purista, ero convinto di una cosa che, progressivamente, mi è apparsa come un’illusione.
Ero persuaso, in altre parole, che quanto è finalmente successo a Montalcino, lo scoperchiamento di un calderone velenoso che sobbolliva da troppo tempo e che in tanti, per anni, hanno fatto finta di non vedere, come se determinati vini non parlassero chiaramente, con i loro colori assurdi, i profumi stravaganti, un gusto che con il Sangiovese c’entra come i cavoli a merenda, fosse avvertito dalla stragrande maggioranza dei produttori onesti e perbene che compongono il tessuto produttivo di questo borgo la cui economia deve ormai moltissimo al vino e al turismo legato al vino, come un momento importante.
Come una svolta epocale, come una grande occasione per fare chiarezza, per distinguere il grano dal loglio, gli onesti dai cialtroni e furbetti, per rendere giustizia al lavoro di chi in questi anni, mentre una minoranza si ingegnava ad interpretare il Brunello secondo personali interessi e secondo proprio uso e consumo, a stravolgerlo, tirarlo per la giacchetta, interpretarlo con bizzarra creatività, teneva duro e difendeva l’identità di un vino, di una denominazione prestigiosa, di un borgo che è diventato in tutto il mondo sinonimo di vino di grande qualità.
Ero persuaso che quel blocco importante, lo ripeto, la stragrande maggioranza, di aziende che hanno rispettato i disciplinari, che non hanno modernizzato il vino a suon di Merlot o chissà che e hanno continuato a produrre vini onesti, rispettosi del territorio di origine, veri, dignitosi, profumati di Sangiovese e messaggeri di Montalcino nel mondo, avrebbe accolto quanto accaduto, lo ripeto, la rivelazione di una pratica diffusa e indecorosa, di un tradimento consumato ai danni di Montalcino, dei produttori seri e soprattutto dei consumatori, che quando comprano Brunello hanno diritto ad avere Brunello e non un Sant’Antimo o un Super Tuscan, con sollievo.
E si sarebbero adoperati, quando finalmente la giustizia mostrava di poter trionfare, perché si voltasse pagina, si cambiassero sistemi e il mondo produttivo del Brunello, dalle singole aziende al Consorzio, scegliesse la strada della trasparenza, della chiarezza, delle mani pulite, del rispetto delle regole.
Più i giorni passano e più mi sono accorto – e a farmene accorgere hanno contribuito anche strani messaggi trasversali che mi sono arrivati anche da amici produttori seri, onesti, che da questa operazione verità non hanno nulla da temere, che mi hanno invitato a lasciar perdere, a lasciare fare alla giustizia, a non scrivere più di quanto stava accadendo, oppure di limitarmi a parlare dei buoni vini di Montalcino (che sono tanti, peccato ce ne siano anche di indegni e di fasulli) – che quanto accaduto i produttori di Montalcino, salvo rarissime eccezioni, non la vedano come un’occasione di riscatto, ma come un maledetto fastidio.
Qualcosa che se non fosse scoppiato, se non fosse venuto alla ribalta, se i giornali non ne avessero scritto, le televisioni non ne avessero parlato, magari anche generalizzando e facendo confusione, sarebbe stato decisamente meglio.
E non perché, come qualcuno dice, temono che lo scandalo scoppiato rischi di danneggiare la specchiata (ma poi tanto specchiata evidentemente non era…) immagine di Montalcino e di creare confusione e indurre la gente a dubitare del Brunello in toto, cosa che nessuno ha mai invitato a fare, ripetendo anzi che mai come ora Montalcino ed il Brunello debbano essere sostenuti e si debba credere in loro.
Non vedono l’ora che questa storia finisca, che qualche inguaribile romantico, qualche irriducibile rompic….i, la smetta di scriverne, perché pensano ad una sola, ben poco poetica cosa, ovvero che continuando a scrivere di Montalcino, di quanto accaduto, delle assurdità che ci vengono raccontate, del tentativo ormai chiarissimo in atto di ridurre il tutto ad una faccenduola di pochi ettari, ad un errore del vivaista, a questioni di carte e di ben poca sostanza, si possa rovinare il loro legittimo, sacrosanto, intoccabile business.
Non quello delle singole aziende che, mi spiace per loro, anzi, mi dispiace per le tante persone che ci lavorano, sono finite nell’occhio del ciclone e hanno visto le cantine e le produzioni di Brunello 2003 poste sotto sequestro, ma quello, globale, cospicuo, di un’economia ilcinese che conta ogni anno su una marea di visite in questa deliziosa località e comprende le piccole e medie aziende produttrici, le enoteche, i bar, i ristoranti, gli alberghi, gli affittacamere, gli agriturismi, i bed & breakfast, insomma quell’insieme che va a comporre il commercio e l’economia che si basa sul Brunello a Montalcino. E che si basa sia sui vini veri, sia su vini diciamo fatti così così…
E’ loro interesse, proprio mentre con l’approssimarsi di maggio dovrebbero ricominciare ad arrivare a Montalcino i turisti del vino provenienti da tutto il mondo, anche quelli del turismo mordi e fuggi e restano magari solo un’ora nel villaggio, mangiano un panino e comprano due bottiglie per ricordo, che questa vicenda si smonti, che non se ne parli più e che magari si ritorni al tranquillo tran tran di prima, dove l’esistenza dei Brunello taroccati era chiara anche ai bambini, ma dove il Brunello vero poteva benissimo coesistere con il Brunello furbo, perché tanto il Brunello tirava, si vendeva, muoveva un giro di denaro importante.
Per questo motivo, perché continuare a menarla con l’esigenza di difendere il vero Brunello, di non toccare il disciplinare, di preservare la purezza, l’identità, l’unicità di questo vino che solo dei nostalgici, dei polverosi parrucconi, degli stupidi idealisti (quorum ego), si affannano a pensare debba essere solo di Sangiovese composto?
Basta parlare, basta scrivere, lasciamo che i nuovi maghi della comunicazione ingaggiati, a furor di popolo (e con una procedura che sarebbe interessante capire, scelti tra altre soluzioni oppure nominati coram populo e d’imperio? E con quale impegno di spesa per i consorziati? – domande oziose alle quali giustamente non sarà mai data risposta…), dal Consorzio diffondano, come pifferai magici, la lieta novella di un Brunello rilucente, virtuoso, a prova di controllo, splendente, mediaticamente perfetto. Di un villaggio dove tutto va bene, é sempre andato bene, madama la marchesa…
Di fronte a questa consapevolezza, essendo persuaso che a sostenere una battaglia di principio e di idee, di testimonianza, quando tu vai in avanscoperta e i diretti interessati dietro ti voltano le spalle e si occupano di tutto tranne che proteggerti e darti manforte e pensano piuttosto agli schei che alla giustizia, si faccia solo una figura ridicola, come diciamo a Milano, da pirla più che da Don Chisciotte idealisti, ho deciso che a meno di clamorose notizie, di eventi di fondamentale importanza, di svolte, di quella che con sintesi giornalistica è stata definita Brunellopoli non scriverò per un bel pezzo.
Saranno contenti i prudenti per natura, i pompieri, i giustificazionisti, i minimizzatori, i venditori di fumo, quelli per i quali “suvvia, cosa è mai successo?”, e sarà contento il mondo produttivo ilcinese che liberato dalle fastidiose punture (da zanzara) inviate dal sottoscritto e da pochi altri ingenui come me, potranno tranquillamente, in attesa che la giustizia faccia il proprio corso, che le indagini appurino definitivamente colpe, responsabilità, frodi, dedicarsi ai loro affari, vendere vino, curare il business.
Facciano pure, poco importa che il sottoscritto sia leggermente deluso, per non dire nauseato, dal loro un po’ pilatesco modo di fare, da un atteggiamento diffuso (avete notato come non un solo produttore si sia avventurato ad intervenire nell’articolato dibattito che si è sviluppato su questo blog e altrove?) che, non se la prendano, ricorda quello delle scimmiette che non parlano, non vedono, non sentono oppure assistono agli eventi come se non li riguardassero.
Ma, mi chiedo, saranno contenti i consumatori, i clienti privati, i ristoratori, gli enotecari, gli importatori e distributori, che credendo nei loro vini e acquistandoli, e contribuendo a costruire la leggenda del Brunello ed il benessere diffuso di Montalcino e delle singole aziende, pretendono, e l’hanno detto con forza, chiarezza, una svolta, un cambio di passo, correttezza, rispetto delle regole, trasparenza e ai quali invece arriva il messaggio che in fondo non è successo niente, e con forte accento toscano viene ripetuto “chi ha avuto, ha avuto, ha avuto: chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammoce ‘o passato, simmo ‘e Napule, paisá”?

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WineCreator: enologi e giornalisti a confronto per due giorni in Spagna

Ottima idea quella del Gruppo Peñín, società di comunicazione spagnola che edita la celebre Guida Peñín e la rivista Sibaritas, quella di chiamare per due giorni a confronto chi il vino produce, o contribuisce, con la sua expertise tecnica, a produrlo, ovvero gli enologi o wine maker e chi invece vino è chiamato a comunicarlo e talora a giudicarlo, ovvero i giornalisti, critici e scrittori del vino o wine writer.
Da questa idea di un confronto e di uno scambio di idee produttivo è nato il progetto WineCreator, che si è tradotto nell’organizzazione di un simposio internazionale, denominato appunto WineCreator (vedi sito), in programma venerdì 18 e sabato 19 a Ronda vicino a Malaga in Andalusia.
Per due giorni, nel corso di sei sessioni, di cui l’ultima, concepita in forma di tavola rotonda, ci si chiederà, come recita il sottotitolo del seminario, se la qualità sia nemica della diversità nel vino, e si discuterà di tecniche di vinificazione, se ci sia posto ancora per la creatività in un mondo, anche quello del vino, dove i segni della globalizzazione sono sempre più evidenti, se si possano ancora produrre vini dotati di chiare peculiarità o se le specificità debbano essere sacrificate sull’altare del mercato. E del business, che è la prima legge che regola l’industria del vino.
Si discuterà, come si è detto, di stili nel vino, di “tecniche di produzione, del ruolo e dello spazio del terroir nella realizzazione di un grande vino, se si possa “progettare” un vino a partire dall’impostazione e dalla gestione del vigneto, se le tecniche di vinificazione influire e condizionare la personalità di un vino, e poi quale influenza e quale diverso peso possano avere nel mondo del vino di oggi concetti e patrimoni quali tradizione, cultura e innovazione e se esista un punto d’incontro, di dialogo o di sintesi, tra concetti apparentemente distanti e inconciliabili quali tradizione e innovazione.
Una presentazione completa di tanto wine summit, al quale chi scrive è stato invitato a partecipare, in questa cronaca dettagliata, con i personaggi di scena (Michel Rolland, Denis Dubourdieu, Jean-Claude Berrouet enologo di Château Petrus dal 1963 al 2007, Paul Draper, Alvaro Palacios, Peter Sisseck, Dirk Van Der Niepoort, ma anche Carlo Ferrini e Riccardo Cotarella tra i tecnici e Michel Bettane, Pierre Casamayor, Joshua Greene, David Schildknecht, José Peñín della Guía Peñín e Víctor de la Serna di El Mundo, Joel B. Payne e altri tra cui il co-curatore della Guida dell’Espresso Ernesto Gentili) nell’articolo (leggi qui) pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S.
Il resoconto di quanto emergerà dai due giorni (più gli incontri informali tra partecipanti che ci saranno già nel pomeriggio – serata di giovedì 17) la prossima settimana su Vino al Vino.

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11 Aprile 2008

Montalcino: vogliamo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità!

Ma avete letto e avete colto l’importanza del commento postato questo pomeriggio da una persona informata dei fatti, da una addetta ai lavori, una enotecaria, che ci racconta e come ho accertato è pronta a testimoniarlo, che la bufera che stava per abbattersi su Montalcino e su alcune aziende era già nota alle stesse aziende, e ad alcuni importatori esteri, già a febbraio, prima di Benvenuto Brunello?
L’enotecaria ha scritto: “solo per fare un po’ di luce su chi ha parlato per primo,quando e cosa ha guadagnato. Io ho un enoteca che lavora anche con l’estero; agli inizi di Febbraio degli importatori sia tedeschi che francesi erano già al corrente che non avrebbero ricevuto il Brunello ed il motivo per cui ciò avveniva,glielo avevano comunicato le aziende stesse.
Ovviamente è cominciata subito da parte loro una diffidenza nei confronti di ciò che era toscano, trasformatasi poi in derisione quando si sono accorti che noi italiani eravamo tenuti all’oscuro di quanto stava accadendo sul nostro territorio.
Il Sig. Ziliani ha dato la notizia in modo garbato e non allarmistico solo quaranta giorni dopo quanto raccontato togliendoci dall’imbarazzo generato dalla nostra ignoranza della cosa ,dovuta all’omertà di quelle stesse aziende che avevano ritenuto opportuno divulgare il problema fuori dai confini nazionali
”.
Bene, se queste notizie erano già note alle aziende da almeno un paio di mesi, come faranno, come qualcuno sta cercando di fare, ad attribuire la colpa, trattandolo come un visionario, un inventore, un divulgatore di cose false e tendenziose, un allarmista, un “terrorista mediatico”, a chi si è limitato a raccontare quello che stava accadendo e che era già accaduto?
E perché mai i diretti interessati non hanno tempestivamente informato i loro clienti, le enoteche, di questo “problemino” che li riguardava e di cui erano chiaramente a conoscenza?
Signori di Montalcino, produttori, responsabili ad ogni livello del Consorzio, vogliamo smetterla di diffondere leggende e versioni fumose che fanno acqua da ogni parte, e di raccontare, finalmente, la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?    

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