Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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24 Febbraio 2008

Felicità, un bicchiere di vino…

Certo che nel mondo del vino succedono le cose più stravaganti. Venerdì mattina, mentre arrancavo lungo i tornanti secchi della degustazione dei Brunello di Montalcino 2003, mi chiama un amico enologo. Con una voce divertita mi chiede a bruciapelo “Franco, ma hai deciso di cambiare mestiere?”. Vagamente infastidito, soprattutto perché i vini di Montalcino mi stavano facendo girare niente male i corbelli, gli rispondo a muso duro “ma sei scemo, cosa stai dicendo?”.
La risposta é di quelle che non sai se possano far ridere o piangere, tanto sono bislacche e lunari. “Sai, a Roma ho sentito insistentemente dire che stai curando l’immagine di Albano Carrisi”.
A parte il fatto che qualcuno, magari una simpatica amica p.r., dovrebbe spiegarmi in cosa consista curare l’immagine, e considerato che di immagine non riesco nemmeno a curare la mia, pagherei un tot per sapere chi sia quell’emerita testa di… che possa essersi inventato una cosa tanto strampalata e assurda.
Mettermi a curare l’immagine io, che delle p.r., del marketing, della diplomazia, della ruffianeria che ti porta a salutare tutti (anche quelli che ti stanno sulle scatole) con simpatia, a tenere buoni rapporti con chiunque, a sorridere e fingere che quella persona ti stia tanto a cuore, ho la massima e scoperta disistima?
Certo, Albano Carrisi, mister “felicità, un bicchiere di vino con un panino” o “nostalgia canaglia”, l’ho conosciuto, come tanti del mondo del vino, sono stato due volte nella sua masseria a Cellino San Marco nell’amatissimo Salento, ci ho parlato, anche discusso, in merito ad un antico (e naufragato) progetto che doveva portare ad un’azione comune dei produttori di vino salentini. Ma tutto qui, niente di più e non ho contatti con lui, se non quelli che chiunque può avere vedendolo cantare con voce spiegata in televisione, da anni.
Ma si può sapere come possa nascere questa voce “dal sen fuggita”, che il sottoscritto, che se qualcosa sa fare é scrivere, decida di sputtanarsi e fare come tanti “colleghi” a mettere a curare pubbliche relazioni, a fare uffici stampa, ad occuparsi dell’immagine di un produttore che non é nemmeno lontanamente tra quelli che con i loro vini mi mandano in solluchero?
Strana cosa il mondo del vino italiano, con i suoi nani, giganti e ballerine, una cosa sempre più da Circo Togni (con il massimo rispetto per i circensi e la loro antica nobile tradizione), dove possono nascere, alimentati chissà da chi e perché, enogossip imbecilli e privi di senso come questi…

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21 Febbraio 2008

Quando la realtà supera la fantasia. Buffet nouvelle vague per il Chianti Classico

Non avrei mai immaginato, dopo la mia uscita-boutade subito dopo l’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 2004 a Verona quando mi chiedevo (leggi) se fosse stata inaugurata, visto il buffet “bulgaro” che era stato proposto alla stampa, l’era del pauperismo risparmioso, che la realtà avrebbe superato la mia, seppur fervida, fantasia. Invece, sceso in Toscana per la settimana delle anteprime e sbarcato a Firenze martedì 19 per l’affollatissima Chianti Classico Collection, allestita con grande sfarzo nell’ex Stazione Leopolda sita nella zona di Porta a Prato dall’efficientissimo Consorzio del Chianti Classico, io, come tanti altri giornalisti che affollavano lo scenografico salone dove un efficiente team di sommelier dell’equipe A.I.S. Toscana ci proponeva la marea di vini in degustazione, mi sono trovato di fronte ad una sorpresa.
Non la “schiscetta” con le provviste di fortuna portate da casa, ma al momento tradizionalmente riservato al buffet e alla ricreazione degli stomaci, dopo tanto vino, tanti tannini, alcol ingurgitati (anche quando si sputa per tentare di salvare la pelle, ad una vera e propria merenda al sacco, un elegantissima sporta di velluto nero, (vedi la foto sopra concessa dall’amico Roberto Giuliani) recante la scritta “Chianti Classico Collection” ed il marchio del Gallo nero, che prima di poter essere da noi riciclata per il trasporto di due bottiglie (di Chianti ovviamente) conteneva la nostra “pappa” per pranzo.
Due panini, uno dei quali intelligentemente farcito con una tipica materia prima chiantigiana, il salmone affumicato, l’altro con del burro tartufato e del salume, un pacchettino di mandorle salate, un altro con del formaggio grana indistinto, uno con dei biscottini e due cioccolatini con liquore. E c’est fini signori belli…
Non voglio discutere le buoni intenzioni di chi ha avuto questa geniale pensata, ovvero evitare le code e l’assalto al buffet degli anni precedenti, quando la pausa tra la prima e la seconda serie di assaggi era rappresentata da salumi e formaggi, pane, una zuppa calda e dei dolci, ed evitare di farci perdere tempo per concentrarci sulle degustazioni mediante il doppio panino e le razioncine da pic nic dell’oratorio.
Resta il fatto che il Consorzio del Chianti Classico e la sua presidenza, così attenti all’immagine, al blasone, al prestigio, avrebbero potuto risparmiarci, come ho detto a muso duro a Marco Pallanti, scontrandomi con la sua aperta perplessità e con la sua espressione offesa (offeso lui?), questa provincialata triste.
Che forse ci avrà fatto risparmiare tempo e avrà fatto risparmiare loro denaro (anche se in verità dicono il contrario) rispetto a quanto spendevano per il buffet, ma al potente (e ricco) Consorzio chiantigiano non ha certo fatto fare un figurone.
Trovata originale, spiritosa, desangagé, ma sempre una grande provincialata, che avremmo potuto accettare, senza offesa, dal Consorzio del Valcalepio, ma che vedendo protagonista un marchio, prestigioso, noto in tutto il mondo, al quale fanno capo aziende di un certo blasone, storia e stile, lascia, oggettivamente sconcertati.
E non solo quell’inguaribile rompicoglioni, bastian contrario e incontentabile (oltreché abbuffone, come ora dirà qualche bischero) del sottoscritto, ma un sacco di giornalisti e invitati che, bastava guardare le loro facce sconcertate, sono rimasti sorpresi da questa trovata nouvelle vague.
E che naturalmente faranno i superiori e lasceranno a quel cattivo, sporco e spudorato del sottoscritto, farsi portavoce anche della loro sorpresa, e, almeno del mio caso, della mia offesa e sdegno. Perché essere trattati così da un Consorzio, quando si viene invitati e si è lì a lavorare nel loro interesse, è, beh, lasciamo perdere…

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31 Gennaio 2008

Alle Anteprime toscane con schiscetta e sacco a pelo?

Avvertenza: questo post è assolutamente corporativo, personale, riservato alla carovana (stavo scrivendo caravanserraglio) dei giornalisti italiani ed esteri (mi sa che devo tradurlo anche in inglese) che sono invitati alle varie manifestazioni dedicate alla presentazione in anteprima delle nuove annate dei vini che vanno in commercio che si svolgono dal Piemonte alla Campania alle isole. E non interesserà assolutamente alla stragrande maggioranza dei lettori di questo blog.
Voglio comunque, perché la cosa mi é rimasta diciamo sullo stomaco, porre una semplice domanda: siamo arrivati all’epoca della schiscetta (traduco per i non milanesi e lombardi: gavetta) e del sacco a pelo?
A giudicare dal buffet bulgaro, così poverello e tristo (non triste), così dimesso, con una sola persona incaricata costretta a cantare e portare la croce, ad affannarsi davanti a torme di (giustamente) affamati, che è stato proposto agli addetti ai lavori invitati a degustare gli Amarone della Valpolicella 2004 in occasione dell’Anteprima veronese di sabato 26 gennaio (leggi), accingendoci a scendere in Toscana per la settimana del Chianti Classico, del Vino Nobile di Montepulciano e del Brunello (e ancora prima della Vernaccia di San Gimignano) dobbiamo concludere che da Verona sia partita una nouvelle vague pauperista?
Dobbiamo prevedere che invece della consueta squisita, avvolgente e golosa ospitalità, espletata in ogni momento delle tre manifestazioni, con calore e simpatia, ci troveremo di fronte a tavole poco imbandite e a notti (fredde) sotto i ponti?
Insomma, visto come a Verona si è pensato di rifocillare (si fa per dire) coloro che stavano facendo il tour de force dell’assaggio (più o meno meditato: c’era anche gente che si è trovata in piedi, perché i posti disponibili erano inferiori al numero degli accreditati: davvero geniale …) di 70 Amarone della Valpolicella, nel partire per San Gimignano - Firenze – Montepulciano – Montalcino dovremo portarci dietro il sacco a pelo per rendere un po’ meno dure le notti all’addiaccio, e una schiscetta con dentro qualcosa preparato provvidenzialmente a casa (degli spaghetti avanzati, quattro polpette…) perché non si sa mai e magari qualche pacchettino di crackers, di biscotti o, per tornare all’epica delle centomila gavette di ghiaccio di bedeschiana memoria, qualche galletta o della carne secca salata?
Tanto per sapere, tanto per regolarci, perché con gli italici Consorzi, con rispetto parlando, non si è mai certi di nulla…

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1 Gennaio 2008

Sarkozy a Roma: Dolcetto o sorbetto?

La notizia era di quelle perfette per la fase natalizia o di fine anno quando i giornali “benedicono” l’arrivo di queste nugae, bazzecole, piccole cose senza importanza che pure consentono di riempire, in assenza di notizie vere, le pagine.
Sarko, ovvero il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, in visita in Italia e fresco di battage mediatico dopo la scoperta della sua liaison amoureuse con la bellissima ex mannequin e ora raffinata cantautrice Carla Bruni, ha scelto di mangiare e soprattutto bere à l’italienne nel corso del pranzo, in un notissimo locale molto alla moda, che ha fatto seguito alla sua visita al Papa.
Sollecitato da un post (leggi) del come sempre acuto Fiorenzo Sartore, blogger spiritoso e mai banale e amaro quando serve (leggi), ho cercato anch’io di capire se l’uomo che è tombé amoureux della deliziosa autrice di Quelqu’un m’a dit (vedi e senti), avesse, a seconda dei resoconti che ho trovato su Internet:
a) bevuto Dolcetto e vino bianco di Orvieto;
b) bevuto Dolcetto d’Alba e Orvieto bianco;
c) bevuto Dolcetto (d’Alba o generico) su un menu composto da
prosciutto e mozzarella di bufala, fritti vegetali alla romana come antipasto quindi tagliatelle al ragù seguite da una cotoletta alla bolognese;
d) come affermava in una cronaca (leggi qui) il quotidiano romano Il Tempo, Sarkozy avesse, inopinatamente “optato per il Dolcetto d’Alba per accompagnare il sorbetto di frutta”.
Prima di commentare qualsiasi cosa, ma pronto a perdonare a Sarko anche la peggiore nefandezza enologica, anche se avesse scelto un merlottone toscano superconcentrato, oppure il terribile “Barbaresco” del rinoceronte - Nicolas è per me in pieno e perfetto état de grâce visto che ha avuto il buongusto e la chance di scegliere (o farsi scegliere, perché no?) come nuova compagna la charmante Carla - ho cercato di documentarmi.
Non posso però ancora affermare con assoluta certezza se Nicolas abbia ordinato il Dolcetto in abbinamento al sorbetto di frutta o se l’abbia correttamente scelto (o gliel’abbiano consigliato, piuttosto) in abbinamento ai piatti che ha ordinato.
Propendendo, visto che è solo Il Tempo ad ipotizzare, ma senza battere ciglio, segno che il cronista di vino non capisce un tubo, l’orribile abbinamento Dolcetto – sorbetto (che propongo di utilizzare in occasione del prossimo Halloween invece dell’abusato dolcetto – scherzetto), per la seconda ipotesi, dico non solo bravo bravissimo a Monsieur le Président e al suo entourage, ma voglio spendere due parole in più.
In primis consiglierei gli amici Claudio Rosso e Claudio Salaris, presidente e direttore del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe Roero (che ha giurisdizione anche sui vari Dolcetto albesi) di studiare rapidamente un’iniziativa per premiare Sarko di questa scelta - sicuramente dettata anche dal momento particolare che Sarko vive e dove sta gustando tutta la douceur de vivre, the sweetness of life -
del più popolare, gustoso e allegro dei vini di Langa.
E addirittura, tramite Ambasciata francese, ambasciatore italiano a Parigi e corpo diplomatico schierato per l’occasione, di proporre a Sarkozy (l’uomo é spiritoso, aperto, molto moderno) un ruolo di “testimonial” del celebre vino piemontese.
Se invece fosse stata vera la prima ipotesi, il Dolcetto sul sorbetto, sarebbe solo l’ennesima dimostrazione di come il nome Dolcetto tragga in inganno i non esperti e faccia pensare che si tratti di un vino dolce, cosa che non é assolutamente vera. Ma vallo a dire ai tanti che ancora pensano, sbagliando di grosso, perché non sono esperti di vino, perché il nome Dolcetto (che è quello del vitigno) è simpatico ma può portare fuori strada, che si tratti di un vino dolce, mentre dolce è solo l’uva a piena maturazione!
Mi sorge un dubbio atroce: avranno mica avuto ragione gli “illuminati pasdaran” che hanno preteso lo status di Docg per il Dolcetto di Dogliani ad avere chiamato Dogliani tout court, senza indicazione di vitigno, quel loro vino che con il Dolcetto in verità ha davvero ben poco a che spartire?…

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8 Dicembre 2007

Se vi piace, chiamatelo Oscar: Monsù Farinetti batte ancora un colpo

Il sabato, anche se festivo o da ponte di Sant’Ambroeus come questo, è proprio il mio giorno da Oscar! Tranquilli, non mi hanno (ancora) premiato per qualche interpretazione e non ho deciso di darmi al cinema piuttosto che all’ippica come qualcuno mi ha suggerito. Molto più semplicemente, così com’è accaduto anche sabato scorso, anche oggi mi si è materializzato all’improvviso il Farinetti.
Questa volta non con un intervento su questo blog, a commentare, come un normale lettore, la notizia, (leggi) da me data in anteprima (anche se qualche distratto - vedi - ha fatto finta di non sapere) del suo acquisto, sto parlando del patron di Eataly, della celebre e storica azienda Giacomo Borgogno di Barolo.
Questa volta Oscar F. mi ha ancora una volta favorevolmente stupito (prego gli stupidotti che hanno affermato che in questo modo accetto anch’io la logica dei tarallucci e vino di scatenarsi e di reiterare pure le loro inutili sciocchezze) manifestandosi via voce questa mattina con una telefonata dove, bando alle ciance, mi ha detto “allora Ziliani quando ci incontriamo?”.
Devo confessare, per onestà intellettuale, che stavo giusto chiedendomi che fine avesse fatto Oscar e se il suo intervento sul blog dove mi diceva testualmente “Spero di conoscerla. Magari davanti ad una fetta di salame, incominciamo a discutere da qui” non fosse stato solo un brillantissimo modo di fare bella figura e di mostrarsi come un imprenditore illuminato dal volto umano.
Honny soit qui mail y pense! Detto fatto O.F., grazie ai suoi potenti mezzi e ad una tecnologia post Unieuro, ha letto nei miei malfidati pensieri e addirittura da un numero di cellulare riconoscibile e memorizzabile mi ha subito chiamato per fugare perplessità e arrière pensées e dare seguito alle promesse fatte via blog.
Vorrei accompagnarla in visita ad Eataly” mi ha detto – anche se forse sarebbe meglio che la mia prima volta al maxi enogastrostore torinese avvenisse in totale solitudine o accompagnato al massimo da qualche fidato lettore della “colonna” torinese – con una semplicità ed un modo diretto di comunicare, da imprenditore che sa quello che vuole ed è abituato a trattare con i Grandi Papaveri della Coop, con il lider maximo di Slow Food, con Sindaci e Governatori (non solo della Chiocciola) che mi è decisamente piaciuto.
Per questo motivo, sperando, se possibile prima di Natale ma non settimana prossima - che per me tra impegni di scrittura e una trasferta di due giorni a Londra (Barbaresco 2004 wine tasting da me organizzato con gli amici di The World of Fine Wine - sito Internet - con forse anche un’appendice Franciacorta-Prosecco) sarà un vero tour de force – di poter accogliere il suo invito e di incontrarci, a Torino o altrove.
Dato il feeling, ovverosia il parlarci chiaro senza nasconderci dietro ad un dito, che si è stabilito tra noi, voglio dedicare ad Oscar, sostenitore dell’assioma secondo il quale “non c’è altra strada che il marketing della verità” un ricordo spero divertente. Visto che siamo quasi coetanei, lui del 1954 (leggi) io del 1956, sono certo che Farinetti, che di televisione se n’intende di sicuro visto che ne ha vendute a carrettate, ricorderà un celebre Oscar televisivo.
Parlo, anche se è finito nel dimenticatoio delle mille cose della televisione commerciale più ruspante ed emergente, di
Oscar, il Super Telegattone, presenza fissa del programma musicale SuperClassifica Show che dal 1981 al 1985 è andato in onda ogni domenica all’ora di pranzo su Canale 5.
Oscar ballava sull’immagine delle rotative di TV Sorrisi e Canzoni mentre annunciava le new entry. La voce ufficiale di questa classifica settimanale era quella del Dj Super X, un volto ottenuto con una palla da discoteca con cuffie e microfono, mentre in studio il conduttore era (do you remember? leggi) Maurizio Seymandi che ostentando un clamoroso evidente parrucchino si occupava delle interviste o di presentare video e curiosità.
Con la voce del celebre imitatore Franco Rosi (sito) Oscar cantava una famosissima sigla il cui testo (ineffabile) si chiudeva con la frase “Se vi piace chiamatemi Oscar” (leggi e ascolta).
Con “quei baffi all’insù ù ù ù ù”, come diceva la canzone, e con quel suo modo sornione e pelpato di fare Farinetti non è forse il Super Telegattone dell’odierno panorama enogastronomico italico? Allora se vi piace chiamatelo Oscar!

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18 Novembre 2007

Errata corrige: moglie numero tre, non consorte bis

Devo fare doverosamente ammenda di una clamorosa e imperdonabile imprecisione in cui sono incorso recentemente.
Segnalando (vedi) che ora è un vero esperto ad occuparsi di vino sul Magazine del Corriere della Sera, scrivevo che il buon Gian Luca Moncalvi prendeva il posto di “una “firma” nota soprattutto per essere la seconda moglie di un tale che, dicono, sia un “esperto” di cucina e di ristorazione”.
Errore da cartellino rosso, perché la rubrichista giubilata non è la seconda moglie del goloso identitario (leggi) incline alla coprolalia - che (qui, uscita del 17 novembre) si sdilinquisce per l’affermazione di un intoccabile Chef secondo il quale “I blog stanno al giornalismo come la pedofilia all’amore” oppure che “una volta, prima dell’invenzione di Internet, i disperati che vivevano in solitudine venivano definiti sfigati, ora blogger”, facendo finta di non essere a suo volta blogger, oltre che Giornalista Professionista – bensì, la moglie numero tre.
Correzione che una volta appresa la “notizia” della mia topica, da reo confesso “criminale del pensiero” faccio rapidamente, ovviamente per completezza dell’informazione…

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13 Novembre 2007

Wine spectator fa lo strip tease: partito il countdown dei Top 100…

Siete pronti a ridere a crepapelle ma in fondo anche a lustrarvi un po’ gli occhi? Con Wine Spectator, il mitico, inarrivabile wine magazine (sito Internet) che influenza i gusti di tanti appassionati di vino statunitensi (e che di rimbalzo condiziona anche il modo di pensare il vino di tanti produttori e consumatori italiani) siamo entrati in una nuova era della comunicazione e del marketing del vino, l’era dell’informazione strip tease!
Avete presente, dai, siete tutti maggiorenni e vaccinati!, quegli spettacolini da night club dove - ci perdonino le gentili lettrici – la bella ragazza di turno si libera progressivamente, con calcolata e lasciva lentezza, con ammiccante sapienza, di tutti gli indumenti restando…come mamma l’ha fatta?
Bene, anche Wine Spectator, che il proprio pubblico lo conosce bene e sa come titillarne i gusti, ha pensato ad una sorta di spogliarello, uno strip tease vinoso, dove non ci si leva un pezzo alla volta, la gonna corta, la guepière, la calza autoreggente, il reggiseno ed il tanga, ma si rivelano, in un ben calcolato countdown, i nomi dei vini che vanno a comporre la parte alta, quella più hot, dalla posizione numero 10 sino alla numero 1 di Wine of the year, della celeberrima classifica dei Top 100, i most exciting wines del 2007.
Proprio come accade in certe coppie, dove per rivitalizzare la libido un po’ addormentata del marito le signore più accorte ricorrono ad uno sfoggio di biancheria intima un po’ birbona, e magari ad altri espedienti (dal filmino un po’ osé alla pilloletta azzurra), per richiamare l’attenzione del distratto consorte, anche all’ufficio marketing di Wine Spectator si sono dati da fare per tenere alta l’attenzione del pubblico internazionale sull’edizione 2007 della loro graduatoria, decisamente meno appealing di qualche anno fa.
Oggi, 12 novembre, hanno reso noto il nome dei vini che hanno conquistato la decima e la nona posizione (rispettivamente lo Champagne Brut 1996 Krug ed il Cabernet Sauvignon Napa Valley Reserve 2004 Robert Mondavi), e a seguire, con la calcolata malizia ed il mestiere di un’abile striptiseuse, renderanno noti, ovviamente sull’edizione on line della rivista (vedi), le posizioni numero 8 e numero 7 il 13 novembre, quelle numero 6 e numero 5 il giorno 14, le posizioni numero 4, 3 e 2 il giorno 15, per arrivare poi alla proclamazione venerdì 16, dello splendente Wine of the year, il vino perfetto, ritratto senza più veli nella sua nuda, sfolgorante, regale magnificenza.
E gli altri vini, quelli distribuiti dall’undicesimo al centesimo posto della classifica? Niente paura, abbiate pazienza di aspettare solo lunedì 19 novembre e li conoscerete – e ovviamente discuterete, balenghe e stravaganti come sono sempre le scelte della celebre rivista Usa - tutti. Saranno il frutto di una selezione, così ci viene già detto, effettuata scrupolosamente attraverso 15 mila vini degustati alla cieca (blind tasting, of course!) nel corso dell’anno, 3500 dei quali hanno ottenuto punteggi varianti da 90 a 100 centesimi. Stupefatti per questa trovata, in perfetto stile Las Vegas o Miami, e apparentemente molto peep show, di Wine Spectator? La giudicate la consueta “americanata” nel senso peggiore e un po’ buzzurro del termine?
Sbagliate, perché anche se molto United States nel gusto, l’idea mostra un pizzico di cultura e di memoria storica, riprendendo e rimodellando per l’occasione una campagna pubblicitaria francese che fece scandalo e epoca nella fine estate 1981.
Ricordo, se ne parlò anche in Italia, i tre manifesti pubblicitari che ritraevano una splendida mannequin, Myriam, fotografata nel primo manifesto in bikini con una scritta che prometteva che in una determinata data avrebbe tolto la parte sopra, nel secondo (vedi sopra) a seno nudo con la promessa di togliere anche la parte sotto e nel terzo completamente nuda e ritratta di spalle, proprio come aveva promesso.
Wine Spectator con il suo Top 100 countdown, con il suo strip tease vinoso fa esattamente la stessa cosa. Non sarà altrettanto exciting, rispetto a Myriam, a Rosa Fumetto e alle regine del parigino Crazy Horse, la visione delle etichette delle bottiglie che giorno dopo giorno spogliandosi rivelano la loro identità, ma ognuno, si sa, ha la propria libido e qualcuno potrebbe anche “eccitarsi” nella lunga, lacerante attesa di conoscere, mancano solo pochi giorni, quale sarà la più sexy del reame, pardon il Wine of the year 2007
nota del 13 novembre: continua lo “spogliarello”: al settimo posto l’Ornellaia 2004…

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20 Settembre 2007

Sulla carta patinata i nobili casati millenari del vino fanno sempre “notizia”

Volete sapere come si ha successo, come ci si costruisce un nome, come si riesce a far parlare di sé, a fare notizia, anche quando dietro l’articolo che si riesce ad ottenere non v’è “notizia” alcuna, nel mondo del vino di oggi ?
Semplicissimo, basta saper curare le pubbliche relazioni, avere le amicizie e le aderenze giuste, e non solo nel mondo del vino, ma in quelli della stampa, della pubblicità, della politica, della finanza, perché tutto, al momento buono serve e fa gioco.
Così, in quel mondo del giornalismo del vino dove l’originalità è un optional, l’indipendenza di giudizio una rarità e dove quello del compiacere un produttore ricco e potente è uno degli esercizi più praticati, può accadere che nella stessa settimana due antiche dinastie vinicole toscane, quella dei marchesi Mazzei e quella dei baroni Ricasoli (da non confondere con i cugini Ricasoli Firidolfi, altrimenti qualcuno s’inalbera…), possano quasi contemporaneamente “incassare” due articoli pubblicati su testate a grande diffusione.
Su Panorama, nella sua rubrica all’insegna dell’inutilità e della prevedibilità, un tipo che riconosce di non essere “
critico enologico di professione”, ma che è comunque, chissà per quali meriti, titolare dello spazio vino, ovvero Bruno Vespa, celebra il Castello Fonterutoli 2004 dei marchesi Mazzei, definendolo “modernissimo, autorevole e ruffiano” e inanellando perle come il definire il Chianti “vino nobile e poderoso a cui l’Italia deve moltissimo”, pur imputandogli di non avere “gli aggiornamenti di altri vini storici, come il Barolo e il Brunello, ma anche l’Aglianico e il Nero d’Avola”.
E via discorrendo tra altre banalità e luoghi comuni, tipo “Col Chianti sai sempre quel che bevi: è il vino della nostalgia, delle memorabili trasferte toscane di Gianni Brera, il vecchio pilastro della dignità enologica italiana. Non prendi fregature, ma raramente ti commuovi “. Ci manca solo che osservi che non ci sono più le stagioni, pardon, i Chianti (non quelli cabernetizzati come questo) e saremmo a posto.
Il Magazine del Corriere della Sera, invece, senza ragione alcuna, (dov’è la notizia, please ?), dedica due pagine, con tanto di foto in atteggiamento pensoso e nobile, al “barone vignaiuolo”, notare il civettuolo arcaismo così toscaneggiante, Francesco Ricasoli.
Descritto, il proprietario di Brolio, come un personaggio che i turisti, soprattutto orientali, in visita alla tenuta vogliono assolutamente conoscere, forse scambiandolo con l’altro barone, quello di ferro, il grande Bettino inventore della formula del Chianti d’antan.
Divertente il contrasto. Arrivano, i wine enthusiast, da tutto il mondo, interessati “ai fantasmi di antenati o alle segrete sotterranee che il castello deve indubbiamente avere”, consapevoli che il barone di oggi è il “32° erede della dinastia e bis-bisnipote di quel Bettino che fu importante anche nella storia politica nazionale, rivale di Cavour”, forse memori di quel motto che dice “Quando Brolio vuol broliare tutta Siena fa tremare” e che evoca “le infinite guerre tra Firenze e Siena dove i Ricasoli - le tracce risalgono al 1141 - erano l’ultimo baluardo fiorentino”, e cosa trovano a Brolio ?
Non certo il Chianti del “barone di ferro”, quello con due uve rosse, Sangiovese e Canaiolo, e due bianche, Trebbiano e Malvasia, ma un Supertuscan, il Casalferro, con qualcosa come il 30 per cento di Merlot, il Chianti Classico Castello di Brolio, dove di Cabernet Sauvignon dichiarato ce n’è “solo” una quota del 20. Certo, ci sono anche dei vini, Chianti Classico e non, che vengono dichiarati “Cabernet e Merlot free” e dovrebbero essere solo a base Sangiovese, ma il trattamento dell’enologo consulente (lo stesso dei Mazzei, il “baffo che conquista”, le guide, Carlo Ferrini) è tale che i vini risultano talmente de-chiantizzati da risultare più internazionali, che toschi.
Un modo davvero strano, per riprendere le dichiarazioni riportate nell’articolo da Francesco Ricasoli, per “premiare chi è arrivato fin qua” spinto dal “fascino un po’ folcloristico esercitato dai casati millenari”, e dalla ricerca di una Toscana del vino che, ahimé, non esiste più…
p.s. contrordine, ho fatto una “bischerata” scrivendo un’inesattezza, come mi fa notare un caro amico enotecaro senese, Francesco Bonfio. “Contrariamente a quanto tutti pensano la ricetta del Chianti elaborata da Bettino Ricasoli non prevede le uve bianche. Il barone di ferro sostiene che per fare il Chianti ci vuole il Sangiovese al quale “può” essere aggiunto del Canaiuolo, mentre per i vini di pronta beva e solo nelle annate siccitose si “può” aggiungere della Malvasia. Il Barone (parlo di Bettino) non ha mai parlato di Trebbiano, che viene introdotto nella ricetta del Chianti solo verso il 1930″. Prendo atto e prontamente correggo ringraziando Francesco per la precisazione.

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15 Settembre 2007

Cambi vs Bonilli: il Gambero rozzo spara su Gambero rosso & Slow Food

Lo dico subito, anche se qualche imbecille dirà che non è vero: un articolo del genere, come quello, scomposto come un intervento spaccagambe a piedi uniti, o un’entrata da dietro alla Montero, che Carlo Cambi ha pubblicato oggi, sul quotidiano milanese Il Giornale, proprietà della famiglia Berlusconi, contro Stefano Bonilli, patron del Gambero rosso, non l’avrei mai scritto.
E sebbene a questa società editrice non abbia risparmiato di certo critiche (spero di ben altro stile) non posso certo che manifestare una sincera solidarietà a Bonilli. Perché c’è modo e modo di criticare, di interrogarsi come ho fatto io per anni in solitudine, mentre Carlo Cambi, che lavorava a Repubblica, non mi risulta dicesse nulla in merito, sui misteri dei “tre bicchieri” arrivati a vini che non li meritavano assolutamente, su sinergie con enologi di fiducia, e su una disinvolta abilità diciamo così “di marketing” nel presentarsi e accreditarsi, insieme ai compagnucci di Slow Food, come il termine di riferimento assoluto per il discorso vino e cibo in Italia.
Occupando spazi, accaparrando collaborazioni, diventando il “prezzemolo” dell’universo enogastronomico. Ma c’è modo e modo per criticare, con ironia corrosiva, con sfottò (come quando coniai quell’epiteto di Robert Parker der Tufello che oggi lo stesso destinatario, Daniele Cernilli, rivendica), con accenni sfumati, dicendo e scrivendo quello che si poteva dire senza correre il rischio, suicida, di essere citati in giudizio per danni. Com’è capitato, purtroppo, a colleghi stimati come Sandro Sangiorgi e Guelfo Magrini.
Si può, anzi si deve, criticare l’interventismo petriniano, gli stretti legami dell’associazione golosa con il mondo politico economico – finanziario, la capacità bipartisan di farsi dare dané a destra e manca. Si possono registrare le contraddizioni di chi ha talvolta cercato di rifarsi una verginità premiando tra tanti vini di dubbio lignaggio prodotte da aziende, diciamo così “amiche”, anche dei vini veri e meritevoli d’elogio.
Si può anche arrivare, come ho tranquillamente fatto su WineReport, senza che succedesse nulla, a criticare e definire inopportuno il fatto che la moglie di Daniele Cernilli, co-direttore in quota Gambero della guida Vini d’Italia, si occupasse di pubbliche relazioni proprio in quel settore, il vino, dove il marito è tanto influente. Ma erano rilievi oggettivi, come quelli che muovevo, pace all’anima sua, a Gino Veronelli, “colpevole” di aver sposato con tanto fervore la causa della barrique mentre la sua compagna, madame carato, pardon Perato, i piccoli fusti di rovere francese alle cantine cercava di venderli, strumentalizzando e servendosi disinvoltamente di Gino.
Ma un conto era scrivere quello, con la necessaria ironia, seppure feroce, un conto è scrivere, senza eleganza, ma con un filo di ruvida e sgarbata rozzezza, le cose che nel suo articolo ha scritto Cambi, affermando cose pesanti tutte da dimostrare e suffragare con precise prove, credo in altre sedi che non siano quelle giornalistiche, come quelle che ha scritto il loro autore.
Come ex lettore, dalla fondazione e sino a pochi anni fa (oggi mi limito a visitarne la versione on line per leggere gli articoli di qualche amico o qualche scampolo dell’antico stile dell’epoca montanelliana o della gestione Feltri) del Giornale, e come ex collaboratore (smisi di scrivere per non avere più a che fare con un “signore” il cui modo di fare mi aveva nauseato già all’epoca), non posso che rabbrividire e prendere idealmente le distanze di fronte ad un simile scampolo di prosa, questo anche se le cose che Cambi afferma fossero, come molti cominciano a pensare, in parte o totalmente vere.
Perché come dicevano i latini est modus in rebus, e c’è modo e modo, credo, di ironizzare e criticare e un conto, utilizzando come pezza d’appoggio niente meno che Dagospia (anvedi!), sostenere che “Petrini costituente del Pd è passato al servizio di Carlo De Benedetti”, che per quanto non sia di certo un Carlin’s fan non me lo vedo come un servitore del finanziere – editore.
Io stesso ho più volte sottolineato la distanza tra i “volontari di Slow Food che si spaccano la schiena per l’ideale, mentre i vertici badano al sodo”, ma il racconto, con gli inconfessabili e inquietanti intrecci politico-editoriali-finanziari, che Cambi fa di questa vicenda sembra troppo inverosimile, anche ad avere molta fantasia ed immaginazione, per poter essere vero.
Quando si fanno affermazioni del genere, e le si fa con tanta sicurezza, sapendo di essere andati ben oltre il sacrosanto diritto di critica, bisogna essere o incoscienti, o avere carte forti in mano, tali da consentirti di non uscire con le ossa rotte nel caso, dall’altra parte, non porgessero l’altra guancia, ma decidessero di replicare. E non sfidando a duello, come sarebbe esteticamente e moralmente bello, con atteggiamento molto ancien régime, lo so bene, l’autore, ma chiamandolo in tribunale.
Divertente, ma piuttosto demagogico, scrivere come ha fatto Carlo Cambi“ litigano sul tesoretto enogastronomico mentre gli italiani fanno fatica a mettere insieme il desinare con la cena. Ma che volete farci, sono i camerieri del Pd: la sinistra di caciotta e di governo”, ma molto più efficace sarebbe stato farlo in punta di forchetta, con graffiante ironia, con cattiveria se necessario e non con questo atteggiamento che sa tanto di un maramaldeggiare nei confronti dell’avversario in palese difficoltà.

Cosa faranno ora il Gambero rosso editore, la GRH, Slow Food nei confronti di quello che, apparso sul quotidiano della famiglia Berlusconi, appare più un attacco politico e una liquidazione di conti privati (c’è da scommettere che tra Bonilli e Cambi non corra certo buon sangue) che una critica, come tante ne ho scritte io, al “dorato mondo delle marchette enogastronomiche” e “ai signori del food&beverage alla moda” ?
C’è da chiedersi, come ha giustamente fatto qualcuno sul forum del sito Internet del Gambero rosso, nella discussione, sull’articolo, che si é aperta, se
Bonilli & Cernilli, ma in questo caso anche Slow Food, parimenti chiamato in causa da Cambi, adotteranno nei confronti di Cambi lo stesso atteggiamento che hanno adottato nei confronti di Sandro Sangiorgi e di Guelfo Magrini, ovvero la citazione in giudizio con onerosa richiesta di danni, e c’è da auspicare, altro intervento di un lettore sullo stesso forum, che il Gambero rosso e la GRH intervengano ufficialmente scrivendo “Ripeto o ripetiamo, tutto ciò che è scritto nell’articolo non ha fondamento e provvederemo ad una ennesima querela nei confronti del soggetto”. Questo per rispetto verso gli appassionati del Gambero, non in risposta a Cambi”.
Brutta storia, comunque la si osservi e la si giudichi, questa storia, dove una bella figura, a guardar bene, non la fa proprio nessuno: né l’autore dell’articolo, che già si era fatto notare in questa sua nuova carriera di columnist al vetriolo de Il Giornale (transfugo, come tanti altri collaboratori del quotidiano, da giornali di quella sinistra che un tempo sul Giornale sparava a zero e non sempre metaforicamente…) né i protagonisti di questo feuilleton, se si avvereranno anche solo una parte delle cose annunciate da Cambi o se non prenderanno una posizione risoluta.
Brutto segno, e lasciatelo dire da uno che la polemica considera il sale del giornalismo, se il discorso sull’enogastronomia italica prende questa piega e se dopo i “furbetti del quartierino” ci tocca prendere atto dell’esistenza di quelli che Cambi, con una sintesi efficace ma impietosa, chiama i “furbetti del bicchierino”.
Se così accade c’è proprio del marcio o quantomeno traffici misteriosi e un’insana passione per il business in questo animato mondo del bere e mangiar bene italico… Ma questo non è scoperta di oggi, purtroppo…
p.s. questo pomeriggio (lunedì 17) sul forum del Gambero rosso Daniele Cernilli ha dato una precisa e circostanziata risposta a quanto affermato da Cambi nel suo articolo. Ai lettori giudicare se la si possa considerare soddisfacente oppure no.

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13 Agosto 2007

Grappa di Gewürztraminer ? Tra romanticismo e la razionalità, ça va sans dire !

Beh, devo dire che mi è andata di lusso, in occasione del recente Simposio Internazionale del Gewürztraminer di Termeno, quando ho deliberatamente scelto di risparmiarmi la relazione “La Grappa di Gewürztraminer vista con l’albero degli aromi” proposta (pare ad un pubblico di pochi intimi, amici e parenti) dal Presidente del Centro Studi Assaggiatori di Brescia, nonché professore di analisi sensoriale alle Università di Verona ed Udine Luigi Odello. Tra l’altro anche blogger, seppure con scarso seguito e scarsa assiduità di post.
Diversamente, se avessi ceduto all’insana tentazione di sedermi ad ascoltare, mi sarei beccato la stravagante divagazione che il barbuto Segretario accademico della International Academy of Sensory Analysis, mica paglia !, ammannisce, con identico titolo, alle pagine 37-38 del numero 18 dell’aurea rivista L’Assaggio – Dall’analisi sensoriale al piacere -
, organo del Centro Studi Assaggiatori.
In questa “dotta” disquisizione Odello già responsabile italiano, poi sconfessato dalla sede centrale, della Fijev, raccontando che nel corso del Vinitaly, o meglio della sezione Grappa & C. Tasting, è stato approntato, applicandolo ad una grappa di Gewürztraminer, “un nuovo modello di indagine in cui il consumatore attribuisce uno stile narrativo al prodotto secondo l’analisi sensoriale”, ci assicura che secondo questo modello, “cinque sono i microfattori identificati per la classificazione dei prodotti: Romanticismo, Risolutezza, Raffinatezza, Razionalità e Rudezza”.
Bene, “la grappa di Gewürztraminer ha dimostrato di appartenere sensorialmente agli stili narrativi afferenti in modo prevalente al Romanticismo e alla Razionalità, in modo secondario alla Raffinatezza e alla Risolutezza. Il romanticismo è il valore legato alla capacità del prodotto di raccontare storie legate ad ambienti e personaggi, a situazioni cariche di emotività non senza un pizzico di tradizione, a vicende umane in cui l’ingegno si fonde con la passione. La razionalità è il valore legato alla scelta congrua, fatta con sapienza e coscienza, quella che rivela un buon rapporto qualità/prezzo”.
In conclusione, “attraverso la sua sensorialità la grappa di Gewürztraminer si rivela dunque particolarmente aderente ai bisogni di una società come la nostra che vuole essere razionale nelle scelte, ma nello stesso tempo ricerca affetto, emozioni intense, momenti di convivialità per attenuare la stanchezza delle battaglie giornaliere”.
E ancora tutto ciò conferma la sua “attualità di immagine e di gusto nell’affollato panorama del bere generoso. Ed è anche una conferma della coerenza che evidenzia nel processo del percepito che, partendo dalle caratteristiche sensoriali del prodotto, si sviluppa attraverso il nome e il packaging fino a giungere al territorio alpino del quale è figlia”. Domanda, ma è nello stile dell’International Academy of Sensory Analysis pronunciare così tante banalità spacciandole per analisi serie?

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