Lo dico subito, anche se qualche imbecille dirà che non è vero: un articolo del genere, come quello, scomposto come un intervento spaccagambe a piedi uniti, o un’entrata da dietro alla Montero, che Carlo Cambi ha pubblicato oggi, sul quotidiano milanese Il Giornale, proprietà della famiglia Berlusconi, contro Stefano Bonilli, patron del Gambero rosso, non l’avrei mai scritto.
E sebbene a questa società editrice non abbia risparmiato di certo critiche (spero di ben altro stile) non posso certo che manifestare una sincera solidarietà a Bonilli. Perché c’è modo e modo di criticare, di interrogarsi come ho fatto io per anni in solitudine, mentre Carlo Cambi, che lavorava a Repubblica, non mi risulta dicesse nulla in merito, sui misteri dei “tre bicchieri” arrivati a vini che non li meritavano assolutamente, su sinergie con enologi di fiducia, e su una disinvolta abilità diciamo così “di marketing” nel presentarsi e accreditarsi, insieme ai compagnucci di Slow Food, come il termine di riferimento assoluto per il discorso vino e cibo in Italia.
Occupando spazi, accaparrando collaborazioni, diventando il “prezzemolo” dell’universo enogastronomico. Ma c’è modo e modo per criticare, con ironia corrosiva, con sfottò (come quando coniai quell’epiteto di Robert Parker der Tufello che oggi lo stesso destinatario, Daniele Cernilli, rivendica), con accenni sfumati, dicendo e scrivendo quello che si poteva dire senza correre il rischio, suicida, di essere citati in giudizio per danni. Com’è capitato, purtroppo, a colleghi stimati come Sandro Sangiorgi e Guelfo Magrini.
Si può, anzi si deve, criticare l’interventismo petriniano, gli stretti legami dell’associazione golosa con il mondo politico economico – finanziario, la capacità bipartisan di farsi dare dané a destra e manca. Si possono registrare le contraddizioni di chi ha talvolta cercato di rifarsi una verginità premiando tra tanti vini di dubbio lignaggio prodotte da aziende, diciamo così “amiche”, anche dei vini veri e meritevoli d’elogio.
Si può anche arrivare, come ho tranquillamente fatto su WineReport, senza che succedesse nulla, a criticare e definire inopportuno il fatto che la moglie di Daniele Cernilli, co-direttore in quota Gambero della guida Vini d’Italia, si occupasse di pubbliche relazioni proprio in quel settore, il vino, dove il marito è tanto influente. Ma erano rilievi oggettivi, come quelli che muovevo, pace all’anima sua, a Gino Veronelli, “colpevole” di aver sposato con tanto fervore la causa della barrique mentre la sua compagna, madame carato, pardon Perato, i piccoli fusti di rovere francese alle cantine cercava di venderli, strumentalizzando e servendosi disinvoltamente di Gino.
Ma un conto era scrivere quello, con la necessaria ironia, seppure feroce, un conto è scrivere, senza eleganza, ma con un filo di ruvida e sgarbata rozzezza, le cose che nel suo articolo ha scritto Cambi, affermando cose pesanti tutte da dimostrare e suffragare con precise prove, credo in altre sedi che non siano quelle giornalistiche, come quelle che ha scritto il loro autore.
Come ex lettore, dalla fondazione e sino a pochi anni fa (oggi mi limito a visitarne la versione on line per leggere gli articoli di qualche amico o qualche scampolo dell’antico stile dell’epoca montanelliana o della gestione Feltri) del Giornale, e come ex collaboratore (smisi di scrivere per non avere più a che fare con un “signore” il cui modo di fare mi aveva nauseato già all’epoca), non posso che rabbrividire e prendere idealmente le distanze di fronte ad un simile scampolo di prosa, questo anche se le cose che Cambi afferma fossero, come molti cominciano a pensare, in parte o totalmente vere.
Perché come dicevano i latini est modus in rebus, e c’è modo e modo, credo, di ironizzare e criticare e un conto, utilizzando come pezza d’appoggio niente meno che Dagospia (anvedi!), sostenere che “Petrini costituente del Pd è passato al servizio di Carlo De Benedetti”, che per quanto non sia di certo un Carlin’s fan non me lo vedo come un servitore del finanziere – editore.
Io stesso ho più volte sottolineato la distanza tra i “volontari di Slow Food che si spaccano la schiena per l’ideale, mentre i vertici badano al sodo”, ma il racconto, con gli inconfessabili e inquietanti intrecci politico-editoriali-finanziari, che Cambi fa di questa vicenda sembra troppo inverosimile, anche ad avere molta fantasia ed immaginazione, per poter essere vero.
Quando si fanno affermazioni del genere, e le si fa con tanta sicurezza, sapendo di essere andati ben oltre il sacrosanto diritto di critica, bisogna essere o incoscienti, o avere carte forti in mano, tali da consentirti di non uscire con le ossa rotte nel caso, dall’altra parte, non porgessero l’altra guancia, ma decidessero di replicare. E non sfidando a duello, come sarebbe esteticamente e moralmente bello, con atteggiamento molto ancien régime, lo so bene, l’autore, ma chiamandolo in tribunale.
Divertente, ma piuttosto demagogico, scrivere come ha fatto Carlo Cambi“ litigano sul tesoretto enogastronomico mentre gli italiani fanno fatica a mettere insieme il desinare con la cena. Ma che volete farci, sono i camerieri del Pd: la sinistra di caciotta e di governo”, ma molto più efficace sarebbe stato farlo in punta di forchetta, con graffiante ironia, con cattiveria se necessario e non con questo atteggiamento che sa tanto di un maramaldeggiare nei confronti dell’avversario in palese difficoltà.
Cosa faranno ora il Gambero rosso editore, la GRH, Slow Food nei confronti di quello che, apparso sul quotidiano della famiglia Berlusconi, appare più un attacco politico e una liquidazione di conti privati (c’è da scommettere che tra Bonilli e Cambi non corra certo buon sangue) che una critica, come tante ne ho scritte io, al “dorato mondo delle marchette enogastronomiche” e “ai signori del food&beverage alla moda” ?
C’è da chiedersi, come ha giustamente fatto qualcuno sul forum del sito Internet del Gambero rosso, nella discussione, sull’articolo, che si é aperta, se Bonilli & Cernilli, ma in questo caso anche Slow Food, parimenti chiamato in causa da Cambi, adotteranno nei confronti di Cambi lo stesso atteggiamento che hanno adottato nei confronti di Sandro Sangiorgi e di Guelfo Magrini, ovvero la citazione in giudizio con onerosa richiesta di danni, e c’è da auspicare, altro intervento di un lettore sullo stesso forum, che il Gambero rosso e la GRH intervengano ufficialmente scrivendo “Ripeto o ripetiamo, tutto ciò che è scritto nell’articolo non ha fondamento e provvederemo ad una ennesima querela nei confronti del soggetto”. Questo per rispetto verso gli appassionati del Gambero, non in risposta a Cambi”.
Brutta storia, comunque la si osservi e la si giudichi, questa storia, dove una bella figura, a guardar bene, non la fa proprio nessuno: né l’autore dell’articolo, che già si era fatto notare in questa sua nuova carriera di columnist al vetriolo de Il Giornale (transfugo, come tanti altri collaboratori del quotidiano, da giornali di quella sinistra che un tempo sul Giornale sparava a zero e non sempre metaforicamente…) né i protagonisti di questo feuilleton, se si avvereranno anche solo una parte delle cose annunciate da Cambi o se non prenderanno una posizione risoluta.
Brutto segno, e lasciatelo dire da uno che la polemica considera il sale del giornalismo, se il discorso sull’enogastronomia italica prende questa piega e se dopo i “furbetti del quartierino” ci tocca prendere atto dell’esistenza di quelli che Cambi, con una sintesi efficace ma impietosa, chiama i “furbetti del bicchierino”.
Se così accade c’è proprio del marcio o quantomeno traffici misteriosi e un’insana passione per il business in questo animato mondo del bere e mangiar bene italico… Ma questo non è scoperta di oggi, purtroppo…
p.s. questo pomeriggio (lunedì 17) sul forum del Gambero rosso Daniele Cernilli ha dato una precisa e circostanziata risposta a quanto affermato da Cambi nel suo articolo. Ai lettori giudicare se la si possa considerare soddisfacente oppure no.
Scritto da Franco Ziliani alle 19:41, in "enogossip"
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