Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

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11 maggio 2010

Vini del “re” Gaja al pranzo d’onore per il Papa a Torino

Aria di regime, meglio ancora di “ancien régime”, per la parentesi enogastronomica, presso la Sala del Camino in Arcivescovado, ovvero il “Pranzo offerto dal Cardinale Severino Poletto a Sua Santità Benedetto XVI in occasione della visita per l’Ostensione della Sindone” a Torino.
Come riferisce questo articolo pubblicato sull’edizione on line della Stampa, ai quaranta ospiti sceltissimi, “parte delle alte sfere vaticane, dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone, al decano del Sacro Collegio, il cardinal Angelo Sodano, al Nunzio Apostolico Giuseppe Bertello al segretario particolare del Papa, padre Georg, al direttore dell’«Osservatore Romano» Gian Maria Vian. Otto cardinali, 34 vescovi”, é stato proposto un menù che comprendeva la sottilissima di polipo con erbetta cappuccina e pomodori pachino e i classicissimi agnolotti del plin al sugo d’arrosto, oltre che il bue al Barolo, nonché le ganache di cioccolato su cialda croccante di mandorle, la meringa con fragoline fresche e lo zabajone tiepido al moscato.

Ad accompagnarlo un’unica griffe vinosa: tutto “Angelo Gaja, il preferito del cardinale Sodano: Rossi Bass del 2007 e Barbaresco del 2005, in edizione limitata a 130 bottiglie con retro-etichetta ricordo e autografo del grande produttore langarolo”.
Sorvolando sul fatto che pare abbiano bevuto parecchio in questa augusta occasione, visto che per 40 persone hanno appositamente selezionato ben 130 bottiglie, é che la Stampa non si sia premurata di dirci di quale produttore fosse il Moscato d’Asti servito, c’è davvero da complimentarsi per la scelta molto originale, curata da Carlo Nebiolo, (astigiano e torinese d’adozione, vicepresidente di Ascom-Confcommercio Torino e Presidente dell’ Epat subalpina, nonché fresco Vicepresidente nazionale di Fipe-Confcommercio (la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi) e patron del ristorante Marco Polo) che per il Papa ha voluto servire i vini del “re”.
Quanto ad abilità nelle pubbliche relazioni, che si traduce anche nell’essere percepito come il produttore di vini “must” per un pranzo così speciale ed esclusivo, il re del Langhe Nebbiolo (presente al pranzo con la moglie) non è davvero secondo a nessuno…

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12 agosto 2009

Ricchi, forse maleducati, ma non scemi… Sformatini e Cannonau e 7000 euro di vino

Visto che chi, per sua natura e data l’impostazione di quei blog, se ne dovrebbe occupare, non lo fa, vi segnalo io, per provare a farmi perdonare che in piena estate insisto a scassarvi i cabassisi ancora con Brunellopoli, due sfiziosità leggere più adatte al clima e alla situazione che discorrere di vini taroccati o non conformi a disciplinari che molti (guarda caso) considerano superati.
Letta ieri, sul Corriere on line, qui, la cronaca della festicciola (solo una trentina di partecipanti) che il Berlusca ha fatto nei giorni scorsi a Villa Certosa per il compleanno della figlia Marina.
Presenti i “fedelissimi” a partire dal mitico Emilio, direttore del TG 4 sino al chitarrista ex posteggiatore Apicella, ed il finale del pezzullo riferisce che la Signora Briatore, al secolo Elisabetta Gregoraci, “cotta dal sole di Por­to Cervo, gusta senza rimorsi gli sfor­matini del cuoco Michele, innaffiati sa­pientemente di cannonau”.
Bene si può sapere, di che razza di “sformatini” si trattava, non di verdure immagino, non di pesce, se ci bevevano sopra, con il caldo che fa anche nell’esclusiva (si dice così, no?) Sardegna, addirittura del Cannonau?
Noi che per deformazione mentale siamo curiosi di abbinamenti et similia e che oggi, su un proletarissimo, ma squisito piatto di farfalle con verdure (peperone rosso e giallo, zucchine e cipolle di Tropea) ho abbinato, con successo, un vino del Garda bresciano, una Igt Benaco Bresciano 2007, l’ottimo Incrocio Manzoni Lieti Conversari del Pratello di Vincenzo Bertola, vorremmo sapere se detto abbinamento sia eno-filologicamente corretto oppure no.
Seconda notiziola. Su Il Giornale – che a qualcuno non piacerà perché proprietà della famiglia di quello che propone Cannonau sugli sformatini, leggo – qui – che i calciatori dell’Inter e della Lazio, che sabato si sono affrontati a Pechino per la finale della Supercoppa (giuro che non conosco il risultato finale e che non voglio conoscerlo…) “si sarebbero comportati come “turisti di lusso che non hanno alcuna considerazione per il prossimo”.
E che solo per spese relative al vino avrebbero ”speso 70mila yuan (settemila euro, ndr)”, come “ha sostenuto Wang Bo, uno degli accompagnatori dei giocatori in una dichiarazione al quotidiano Notizie di Pechino”.
Bene, ammesso e non concesso che degli atleti, impegnati in una competizione che non sarà certo la fantomatica coppa con le orecchie, ma che era comunque un confronto ufficiale e con un minimo di prestigio, si siano potuti permettere, accanto al riso in bianco e alla carne ai ferri, un po’ di vino, sarebbe possibile sapere non tanto chi abbia ecceduto con i piaceri di Bacco (sospetto siano stati quelli con la maglia nerazzurra) ma quale tipo di vini si siano concessi?
Vini fermi o con le bollicine? Champagne, come immagino, o che altro?
In ogni caso, se davvero avessero bevuto bene, con gli ingaggi esagerati su cui possono contare possono permettersi anche i più grandi Château bordolesi e i premier cru di Borgogna, oltre ai soliti banali Super Tuscan con le quali le divette un po’ “zoccole” farebbero il bagno, si può sapere, magari dagli uffici stampa di Inter e Lazio, cosa si siano concessi, spendendo la non trascurabile cifra (trascurabilissima per loro) di settemila euro?
Così, per curiosità, per vincere il caldo che impazza e indulgere un poco all’eno-gossip…

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25 gennaio 2009

Carlo Ottaviano “supplente” di Kelablu rende omaggio al DirettoRe…

Ho già parlato (leggete qui) della silenziosa (stranamente non se n’é discusso molto…) “normalizzazione” che ha portato ad un cambio di timone alla testa dell’originale e sempre divertente (tranne quando veniva lasciato inopinatamente spazio a qualche comprimario…) blog Kelablu edito da Gambero rosso editore.
Come già detto, l’ottimo Massimo Bernardi viene sostituito, non si sa per “scelta tattica” da parte dell’allenatore o per “infortunio” da “un supplente per voi. In attesa di un vero titolare” (titolo del post di esordio) che sinora si era presentato solo dicendo “Questa è Kelablu, non c’è dubbio. Ma io non sono né Massimo né il massimo. Sono il supplente: che stima Massimo ma che non sopporta le primedonne; che di cose da fare ne ha già tante; che è pronto a lasciare la tastiera ad altro titolare”, e assicurando che “a futura testimonianza del rigore, della correttezza e della professionalità di tutto ciò che gira attorno al Gambero Rosso vi rimando solo e unicamente a quanto leggete e leggerete sul sito, sul giornale, sulle guide”, ma che avendo rapidamente preso gusto al gioco ha pensato bene di rivelare chi sia. E di farci capire come la pensi…
Non l’ha fatto con un post, ma intervenendo con un commento al post citato sopra dove si è presentato con nome e cognome. Si tratta di Carlo Ottaviano, giornalista professionista che è stato anche direttore di un mensile come Vie del gusto, direttore di una società di servizi per l’editoria, ma nel cui curriculum vitae figura anche l’essersi occupato di comunicazione d’impresa, di comunicazione e relazioni esterne, e che è docente di gestione e tecnica degli uffici stampa presso l’IFG, il master post laurea dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.
Cosa ha scritto il neo blogger, pardon il supplente non si sa quanto temporaneo di Bernardi? Leggetelo testualmente: “Da ottobre lavoro al Gambero Rosso, da ottobre sono felice di far parte di una squadra di ottimi professionisti motivata, consapevole delle difficoltà del tempo (economico) e del ruolo che ha avuto nel mondo dell’informazione, che ha oggi e che avrà in futuro.
Quando – ormai 30 anni fa, era il luglio 1979- sostenni gli esami da giornalista professionista, mi fu chiesto di chi è la proprietà di un articolo pubblicato. Non so se questa parte di risposta è giuridicamente corretta, so che piacque. Un articolo, un giornale intero, sono un prodotto collettivo, non appartengono a un solo autore, ma anche a chi ha capito che un determinato argomento merita l’approfondimento, a chi da il numero di battute da scrivere, a chi impagina, titola, decide che spazi dare o in che pagina mettere il pezzo.
Per fare questo prodotto collettivo c’è una squadra, la redazione, che funziona come in un regime di monarchia democratica. Si discute, si dibatte, si litiga (spesso e volentieri), ma alla fine la decisione è di chi detiene il potere finale: il direttoRe. Da ottobre ho l’onore di collaborare con Daniele Cernilli che mi ha chiamato nella squadra, dando il mio contributo di esperienza (piccolo o grande che sia).
La regola prima enunciata è alla base delle corrette relazioni umane e professionali in una redazione. A quella mi attengo e, sinceramente, mi sembra perfino ridondante ribadire che il direttoRe è l’amico Cernilli. Lo faccio perché ho l’impressione che questi sfogatoi rappresentati dai blog e dai forum a volte vadano eccessivamente sopra le righe, si avvitino su se stessi, cerchino lo spunto non per capire ma per intorbidire le acque.
Non entro nelle polemiche sul passato perché non facevo parte del gruppo e sarebbe presuntuoso e fuori luogo. Come oggi è presuntuoso e fuori luogo far finta che il mondo non è cambiato, che non solo la crisi economica, ma la maturazione di nuove consapevolezze ambientali (l’alimentazione e l’agricoltura sana, giusta, buona), le acquisiste competenze dei consumatori (finalmente certi sommelier hanno smesso di raccontare del sentore di violetta), l’attenzione di nuove fasce di lettori all’argomento food&wine; tutto ciò impone di cambiare.
Nel solco della tradizione della redazione del Gambero che prima di tutti e di tutto (e tutti assieme) ha prodotto un giornale rivoluzionario, aperto un mercato che non c’era, costruito una sua identità forte e chiara. Chi resta fermo va ai margini o chiude. Il Gambero non vuole abdicare al ruolo avuto finora, né d’altro canto all’orizzonte c’è qualcuno che ha la stessa autorità morale, competenza e professionalità per occupare i nostri spazi. Tutto il resto è chiacchiericcio sterile che non produce nulla”.
Commento ed esordio molto istruttivo. Ad occuparsi di Kelablu, di un blog, è un signore che, su un blog, parla di “sfogatoi rappresentati dai blog e dai forum”, che quando fa riferimento al direttore del Gambero rosso lo definisce non solo “l’amico Cernilli”, bensì, molto sobriamente, “il direttoRE”, che per il futuro di Kelablu fa pensare ad un gestione stile “soviet” o collettivo del blog.
Un signore che inneggia alla necessità “di cambiare”, ma essendosi calato rapidamente nella parte inneggia al Gambero “giornale rivoluzionario” dalla “identità forte e chiara” e soprattutto proclama, forse per convincere soprattutto se stesso, che “il Gambero non vuole abdicare al ruolo avuto finora, né d’altro canto all’orizzonte c’è qualcuno che ha la stessa autorità morale, competenza e professionalità per occupare i nostri spazi”. Poffarbacco, mi sa tanto che questo “supplente” sulla tolda di Kelablu ci voglia restare a lungo, e se potesse servire non esitando ad invitare gli alunni-lettori ad unirsi a lui esclamando in maniera stentoria: “evviva il Preside, lunga vita al DirettoRE”!     

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24 febbraio 2008

Felicità, un bicchiere di vino…

Certo che nel mondo del vino succedono le cose più stravaganti. Venerdì mattina, mentre arrancavo lungo i tornanti secchi della degustazione dei Brunello di Montalcino 2003, mi chiama un amico enologo. Con una voce divertita mi chiede a bruciapelo “Franco, ma hai deciso di cambiare mestiere?”. Vagamente infastidito, soprattutto perché i vini di Montalcino mi stavano facendo girare niente male i corbelli, gli rispondo a muso duro “ma sei scemo, cosa stai dicendo?”.
La risposta é di quelle che non sai se possano far ridere o piangere, tanto sono bislacche e lunari. “Sai, a Roma ho sentito insistentemente dire che stai curando l’immagine di Albano Carrisi”.
A parte il fatto che qualcuno, magari una simpatica amica p.r., dovrebbe spiegarmi in cosa consista curare l’immagine, e considerato che di immagine non riesco nemmeno a curare la mia, pagherei un tot per sapere chi sia quell’emerita testa di… che possa essersi inventato una cosa tanto strampalata e assurda.
Mettermi a curare l’immagine io, che delle p.r., del marketing, della diplomazia, della ruffianeria che ti porta a salutare tutti (anche quelli che ti stanno sulle scatole) con simpatia, a tenere buoni rapporti con chiunque, a sorridere e fingere che quella persona ti stia tanto a cuore, ho la massima e scoperta disistima?
Certo, Albano Carrisi, mister “felicità, un bicchiere di vino con un panino” o “nostalgia canaglia”, l’ho conosciuto, come tanti del mondo del vino, sono stato due volte nella sua masseria a Cellino San Marco nell’amatissimo Salento, ci ho parlato, anche discusso, in merito ad un antico (e naufragato) progetto che doveva portare ad un’azione comune dei produttori di vino salentini. Ma tutto qui, niente di più e non ho contatti con lui, se non quelli che chiunque può avere vedendolo cantare con voce spiegata in televisione, da anni.
Ma si può sapere come possa nascere questa voce “dal sen fuggita”, che il sottoscritto, che se qualcosa sa fare é scrivere, decida di sputtanarsi e fare come tanti “colleghi” a mettere a curare pubbliche relazioni, a fare uffici stampa, ad occuparsi dell’immagine di un produttore che non é nemmeno lontanamente tra quelli che con i loro vini mi mandano in solluchero?
Strana cosa il mondo del vino italiano, con i suoi nani, giganti e ballerine, una cosa sempre più da Circo Togni (con il massimo rispetto per i circensi e la loro antica nobile tradizione), dove possono nascere, alimentati chissà da chi e perché, enogossip imbecilli e privi di senso come questi…

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21 febbraio 2008

Quando la realtà supera la fantasia. Buffet nouvelle vague per il Chianti Classico

Non avrei mai immaginato, dopo la mia uscita-boutade subito dopo l’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 2004 a Verona quando mi chiedevo (leggi) se fosse stata inaugurata, visto il buffet “bulgaro” che era stato proposto alla stampa, l’era del pauperismo risparmioso, che la realtà avrebbe superato la mia, seppur fervida, fantasia. Invece, sceso in Toscana per la settimana delle anteprime e sbarcato a Firenze martedì 19 per l’affollatissima Chianti Classico Collection, allestita con grande sfarzo nell’ex Stazione Leopolda sita nella zona di Porta a Prato dall’efficientissimo Consorzio del Chianti Classico, io, come tanti altri giornalisti che affollavano lo scenografico salone dove un efficiente team di sommelier dell’equipe A.I.S. Toscana ci proponeva la marea di vini in degustazione, mi sono trovato di fronte ad una sorpresa.
Non la “schiscetta” con le provviste di fortuna portate da casa, ma al momento tradizionalmente riservato al buffet e alla ricreazione degli stomaci, dopo tanto vino, tanti tannini, alcol ingurgitati (anche quando si sputa per tentare di salvare la pelle, ad una vera e propria merenda al sacco, un elegantissima sporta di velluto nero, (vedi la foto sopra concessa dall’amico Roberto Giuliani) recante la scritta “Chianti Classico Collection” ed il marchio del Gallo nero, che prima di poter essere da noi riciclata per il trasporto di due bottiglie (di Chianti ovviamente) conteneva la nostra “pappa” per pranzo.
Due panini, uno dei quali intelligentemente farcito con una tipica materia prima chiantigiana, il salmone affumicato, l’altro con del burro tartufato e del salume, un pacchettino di mandorle salate, un altro con del formaggio grana indistinto, uno con dei biscottini e due cioccolatini con liquore. E c’est fini signori belli…
Non voglio discutere le buoni intenzioni di chi ha avuto questa geniale pensata, ovvero evitare le code e l’assalto al buffet degli anni precedenti, quando la pausa tra la prima e la seconda serie di assaggi era rappresentata da salumi e formaggi, pane, una zuppa calda e dei dolci, ed evitare di farci perdere tempo per concentrarci sulle degustazioni mediante il doppio panino e le razioncine da pic nic dell’oratorio.
Resta il fatto che il Consorzio del Chianti Classico e la sua presidenza, così attenti all’immagine, al blasone, al prestigio, avrebbero potuto risparmiarci, come ho detto a muso duro a Marco Pallanti, scontrandomi con la sua aperta perplessità e con la sua espressione offesa (offeso lui?), questa provincialata triste.
Che forse ci avrà fatto risparmiare tempo e avrà fatto risparmiare loro denaro (anche se in verità dicono il contrario) rispetto a quanto spendevano per il buffet, ma al potente (e ricco) Consorzio chiantigiano non ha certo fatto fare un figurone.
Trovata originale, spiritosa, desangagé, ma sempre una grande provincialata, che avremmo potuto accettare, senza offesa, dal Consorzio del Valcalepio, ma che vedendo protagonista un marchio, prestigioso, noto in tutto il mondo, al quale fanno capo aziende di un certo blasone, storia e stile, lascia, oggettivamente sconcertati.
E non solo quell’inguaribile rompicoglioni, bastian contrario e incontentabile (oltreché abbuffone, come ora dirà qualche bischero) del sottoscritto, ma un sacco di giornalisti e invitati che, bastava guardare le loro facce sconcertate, sono rimasti sorpresi da questa trovata nouvelle vague.
E che naturalmente faranno i superiori e lasceranno a quel cattivo, sporco e spudorato del sottoscritto, farsi portavoce anche della loro sorpresa, e, almeno del mio caso, della mia offesa e sdegno. Perché essere trattati così da un Consorzio, quando si viene invitati e si è lì a lavorare nel loro interesse, è, beh, lasciamo perdere…

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31 gennaio 2008

Alle Anteprime toscane con schiscetta e sacco a pelo?

Avvertenza: questo post è assolutamente corporativo, personale, riservato alla carovana (stavo scrivendo caravanserraglio) dei giornalisti italiani ed esteri (mi sa che devo tradurlo anche in inglese) che sono invitati alle varie manifestazioni dedicate alla presentazione in anteprima delle nuove annate dei vini che vanno in commercio che si svolgono dal Piemonte alla Campania alle isole. E non interesserà assolutamente alla stragrande maggioranza dei lettori di questo blog.
Voglio comunque, perché la cosa mi é rimasta diciamo sullo stomaco, porre una semplice domanda: siamo arrivati all’epoca della schiscetta (traduco per i non milanesi e lombardi: gavetta) e del sacco a pelo?
A giudicare dal buffet bulgaro, così poverello e tristo (non triste), così dimesso, con una sola persona incaricata costretta a cantare e portare la croce, ad affannarsi davanti a torme di (giustamente) affamati, che è stato proposto agli addetti ai lavori invitati a degustare gli Amarone della Valpolicella 2004 in occasione dell’Anteprima veronese di sabato 26 gennaio (leggi), accingendoci a scendere in Toscana per la settimana del Chianti Classico, del Vino Nobile di Montepulciano e del Brunello (e ancora prima della Vernaccia di San Gimignano) dobbiamo concludere che da Verona sia partita una nouvelle vague pauperista?
Dobbiamo prevedere che invece della consueta squisita, avvolgente e golosa ospitalità, espletata in ogni momento delle tre manifestazioni, con calore e simpatia, ci troveremo di fronte a tavole poco imbandite e a notti (fredde) sotto i ponti?
Insomma, visto come a Verona si è pensato di rifocillare (si fa per dire) coloro che stavano facendo il tour de force dell’assaggio (più o meno meditato: c’era anche gente che si è trovata in piedi, perché i posti disponibili erano inferiori al numero degli accreditati: davvero geniale …) di 70 Amarone della Valpolicella, nel partire per San Gimignano – Firenze – Montepulciano – Montalcino dovremo portarci dietro il sacco a pelo per rendere un po’ meno dure le notti all’addiaccio, e una schiscetta con dentro qualcosa preparato provvidenzialmente a casa (degli spaghetti avanzati, quattro polpette…) perché non si sa mai e magari qualche pacchettino di crackers, di biscotti o, per tornare all’epica delle centomila gavette di ghiaccio di bedeschiana memoria, qualche galletta o della carne secca salata?
Tanto per sapere, tanto per regolarci, perché con gli italici Consorzi, con rispetto parlando, non si è mai certi di nulla…

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1 gennaio 2008

Sarkozy a Roma: Dolcetto o sorbetto?

La notizia era di quelle perfette per la fase natalizia o di fine anno quando i giornali “benedicono” l’arrivo di queste nugae, bazzecole, piccole cose senza importanza che pure consentono di riempire, in assenza di notizie vere, le pagine.
Sarko, ovvero il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, in visita in Italia e fresco di battage mediatico dopo la scoperta della sua liaison amoureuse con la bellissima ex mannequin e ora raffinata cantautrice Carla Bruni, ha scelto di mangiare e soprattutto bere à l’italienne nel corso del pranzo, in un notissimo locale molto alla moda, che ha fatto seguito alla sua visita al Papa.
Sollecitato da un post (leggi) del come sempre acuto Fiorenzo Sartore, blogger spiritoso e mai banale e amaro quando serve (leggi), ho cercato anch’io di capire se l’uomo che è tombé amoureux della deliziosa autrice di Quelqu’un m’a dit (vedi e senti), avesse, a seconda dei resoconti che ho trovato su Internet:
a) bevuto Dolcetto e vino bianco di Orvieto;
b) bevuto Dolcetto d’Alba e Orvieto bianco;
c) bevuto Dolcetto (d’Alba o generico) su un menu composto da
prosciutto e mozzarella di bufala, fritti vegetali alla romana come antipasto quindi tagliatelle al ragù seguite da una cotoletta alla bolognese;
d) come affermava in una cronaca (leggi qui) il quotidiano romano Il Tempo, Sarkozy avesse, inopinatamente “optato per il Dolcetto d’Alba per accompagnare il sorbetto di frutta”.
Prima di commentare qualsiasi cosa, ma pronto a perdonare a Sarko anche la peggiore nefandezza enologica, anche se avesse scelto un merlottone toscano superconcentrato, oppure il terribile “Barbaresco” del rinoceronte – Nicolas è per me in pieno e perfetto état de grâce visto che ha avuto il buongusto e la chance di scegliere (o farsi scegliere, perché no?) come nuova compagna la charmante Carla – ho cercato di documentarmi.
Non posso però ancora affermare con assoluta certezza se Nicolas abbia ordinato il Dolcetto in abbinamento al sorbetto di frutta o se l’abbia correttamente scelto (o gliel’abbiano consigliato, piuttosto) in abbinamento ai piatti che ha ordinato.
Propendendo, visto che è solo Il Tempo ad ipotizzare, ma senza battere ciglio, segno che il cronista di vino non capisce un tubo, l’orribile abbinamento Dolcetto – sorbetto (che propongo di utilizzare in occasione del prossimo Halloween invece dell’abusato dolcetto – scherzetto), per la seconda ipotesi, dico non solo bravo bravissimo a Monsieur le Président e al suo entourage, ma voglio spendere due parole in più.
In primis consiglierei gli amici Claudio Rosso e Claudio Salaris, presidente e direttore del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe Roero (che ha giurisdizione anche sui vari Dolcetto albesi) di studiare rapidamente un’iniziativa per premiare Sarko di questa scelta – sicuramente dettata anche dal momento particolare che Sarko vive e dove sta gustando tutta la douceur de vivre, the sweetness of life -
del più popolare, gustoso e allegro dei vini di Langa.
E addirittura, tramite Ambasciata francese, ambasciatore italiano a Parigi e corpo diplomatico schierato per l’occasione, di proporre a Sarkozy (l’uomo é spiritoso, aperto, molto moderno) un ruolo di “testimonial” del celebre vino piemontese.
Se invece fosse stata vera la prima ipotesi, il Dolcetto sul sorbetto, sarebbe solo l’ennesima dimostrazione di come il nome Dolcetto tragga in inganno i non esperti e faccia pensare che si tratti di un vino dolce, cosa che non é assolutamente vera. Ma vallo a dire ai tanti che ancora pensano, sbagliando di grosso, perché non sono esperti di vino, perché il nome Dolcetto (che è quello del vitigno) è simpatico ma può portare fuori strada, che si tratti di un vino dolce, mentre dolce è solo l’uva a piena maturazione!
Mi sorge un dubbio atroce: avranno mica avuto ragione gli “illuminati pasdaran” che hanno preteso lo status di Docg per il Dolcetto di Dogliani ad avere chiamato Dogliani tout court, senza indicazione di vitigno, quel loro vino che con il Dolcetto in verità ha davvero ben poco a che spartire?…

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8 dicembre 2007

Se vi piace, chiamatelo Oscar: Monsù Farinetti batte ancora un colpo

Il sabato, anche se festivo o da ponte di Sant’Ambroeus come questo, è proprio il mio giorno da Oscar! Tranquilli, non mi hanno (ancora) premiato per qualche interpretazione e non ho deciso di darmi al cinema piuttosto che all’ippica come qualcuno mi ha suggerito. Molto più semplicemente, così com’è accaduto anche sabato scorso, anche oggi mi si è materializzato all’improvviso il Farinetti.
Questa volta non con un intervento su questo blog, a commentare, come un normale lettore, la notizia, (leggi) da me data in anteprima (anche se qualche distrattovedi – ha fatto finta di non sapere) del suo acquisto, sto parlando del patron di Eataly, della celebre e storica azienda Giacomo Borgogno di Barolo.
Questa volta Oscar F. mi ha ancora una volta favorevolmente stupito (prego gli stupidotti che hanno affermato che in questo modo accetto anch’io la logica dei tarallucci e vino di scatenarsi e di reiterare pure le loro inutili sciocchezze) manifestandosi via voce questa mattina con una telefonata dove, bando alle ciance, mi ha detto “allora Ziliani quando ci incontriamo?”.
Devo confessare, per onestà intellettuale, che stavo giusto chiedendomi che fine avesse fatto Oscar e se il suo intervento sul blog dove mi diceva testualmente “Spero di conoscerla. Magari davanti ad una fetta di salame, incominciamo a discutere da qui” non fosse stato solo un brillantissimo modo di fare bella figura e di mostrarsi come un imprenditore illuminato dal volto umano.
Honny soit qui mail y pense! Detto fatto O.F., grazie ai suoi potenti mezzi e ad una tecnologia post Unieuro, ha letto nei miei malfidati pensieri e addirittura da un numero di cellulare riconoscibile e memorizzabile mi ha subito chiamato per fugare perplessità e arrière pensées e dare seguito alle promesse fatte via blog.
Vorrei accompagnarla in visita ad Eataly” mi ha detto – anche se forse sarebbe meglio che la mia prima volta al maxi enogastrostore torinese avvenisse in totale solitudine o accompagnato al massimo da qualche fidato lettore della “colonna” torinese – con una semplicità ed un modo diretto di comunicare, da imprenditore che sa quello che vuole ed è abituato a trattare con i Grandi Papaveri della Coop, con il lider maximo di Slow Food, con Sindaci e Governatori (non solo della Chiocciola) che mi è decisamente piaciuto.
Per questo motivo, sperando, se possibile prima di Natale ma non settimana prossima – che per me tra impegni di scrittura e una trasferta di due giorni a Londra (Barbaresco 2004 wine tasting da me organizzato con gli amici di The World of Fine Wine – sito Internet – con forse anche un’appendice Franciacorta-Prosecco) sarà un vero tour de force – di poter accogliere il suo invito e di incontrarci, a Torino o altrove.
Dato il feeling, ovverosia il parlarci chiaro senza nasconderci dietro ad un dito, che si è stabilito tra noi, voglio dedicare ad Oscar, sostenitore dell’assioma secondo il quale “non c’è altra strada che il marketing della verità” un ricordo spero divertente. Visto che siamo quasi coetanei, lui del 1954 (leggi) io del 1956, sono certo che Farinetti, che di televisione se n’intende di sicuro visto che ne ha vendute a carrettate, ricorderà un celebre Oscar televisivo.
Parlo, anche se è finito nel dimenticatoio delle mille cose della televisione commerciale più ruspante ed emergente, di
Oscar, il Super Telegattone, presenza fissa del programma musicale SuperClassifica Show che dal 1981 al 1985 è andato in onda ogni domenica all’ora di pranzo su Canale 5.
Oscar ballava sull’immagine delle rotative di TV Sorrisi e Canzoni mentre annunciava le new entry. La voce ufficiale di questa classifica settimanale era quella del Dj Super X, un volto ottenuto con una palla da discoteca con cuffie e microfono, mentre in studio il conduttore era (do you remember? leggi) Maurizio Seymandi che ostentando un clamoroso evidente parrucchino si occupava delle interviste o di presentare video e curiosità.
Con la voce del celebre imitatore Franco Rosi (sito) Oscar cantava una famosissima sigla il cui testo (ineffabile) si chiudeva con la frase “Se vi piace chiamatemi Oscar” (leggi e ascolta).
Con “quei baffi all’insù ù ù ù ù”, come diceva la canzone, e con quel suo modo sornione e pelpato di fare Farinetti non è forse il Super Telegattone dell’odierno panorama enogastronomico italico? Allora se vi piace chiamatelo Oscar!

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18 novembre 2007

Errata corrige: moglie numero tre, non consorte bis

Devo fare doverosamente ammenda di una clamorosa e imperdonabile imprecisione in cui sono incorso recentemente.
Segnalando (vedi) che ora è un vero esperto ad occuparsi di vino sul Magazine del Corriere della Sera, scrivevo che il buon Gian Luca Moncalvi prendeva il posto di “una “firma” nota soprattutto per essere la seconda moglie di un tale che, dicono, sia un “esperto” di cucina e di ristorazione”.
Errore da cartellino rosso, perché la rubrichista giubilata non è la seconda moglie del goloso identitario (leggi) incline alla coprolalia – che (qui, uscita del 17 novembre) si sdilinquisce per l’affermazione di un intoccabile Chef secondo il quale “I blog stanno al giornalismo come la pedofilia all’amore” oppure che “una volta, prima dell’invenzione di Internet, i disperati che vivevano in solitudine venivano definiti sfigati, ora blogger”, facendo finta di non essere a suo volta blogger, oltre che Giornalista Professionista – bensì, la moglie numero tre.
Correzione che una volta appresa la “notizia” della mia topica, da reo confesso “criminale del pensiero” faccio rapidamente, ovviamente per completezza dell’informazione…

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13 novembre 2007

Wine spectator fa lo strip tease: partito il countdown dei Top 100…

Siete pronti a ridere a crepapelle ma in fondo anche a lustrarvi un po’ gli occhi? Con Wine Spectator, il mitico, inarrivabile wine magazine (sito Internet) che influenza i gusti di tanti appassionati di vino statunitensi (e che di rimbalzo condiziona anche il modo di pensare il vino di tanti produttori e consumatori italiani) siamo entrati in una nuova era della comunicazione e del marketing del vino, l’era dell’informazione strip tease!
Avete presente, dai, siete tutti maggiorenni e vaccinati!, quegli spettacolini da night club dove – ci perdonino le gentili lettrici – la bella ragazza di turno si libera progressivamente, con calcolata e lasciva lentezza, con ammiccante sapienza, di tutti gli indumenti restando…come mamma l’ha fatta?
Bene, anche Wine Spectator, che il proprio pubblico lo conosce bene e sa come titillarne i gusti, ha pensato ad una sorta di spogliarello, uno strip tease vinoso, dove non ci si leva un pezzo alla volta, la gonna corta, la guepière, la calza autoreggente, il reggiseno ed il tanga, ma si rivelano, in un ben calcolato countdown, i nomi dei vini che vanno a comporre la parte alta, quella più hot, dalla posizione numero 10 sino alla numero 1 di Wine of the year, della celeberrima classifica dei Top 100, i most exciting wines del 2007.
Proprio come accade in certe coppie, dove per rivitalizzare la libido un po’ addormentata del marito le signore più accorte ricorrono ad uno sfoggio di biancheria intima un po’ birbona, e magari ad altri espedienti (dal filmino un po’ osé alla pilloletta azzurra), per richiamare l’attenzione del distratto consorte, anche all’ufficio marketing di Wine Spectator si sono dati da fare per tenere alta l’attenzione del pubblico internazionale sull’edizione 2007 della loro graduatoria, decisamente meno appealing di qualche anno fa.
Oggi, 12 novembre, hanno reso noto il nome dei vini che hanno conquistato la decima e la nona posizione (rispettivamente lo Champagne Brut 1996 Krug ed il Cabernet Sauvignon Napa Valley Reserve 2004 Robert Mondavi), e a seguire, con la calcolata malizia ed il mestiere di un’abile striptiseuse, renderanno noti, ovviamente sull’edizione on line della rivista (vedi), le posizioni numero 8 e numero 7 il 13 novembre, quelle numero 6 e numero 5 il giorno 14, le posizioni numero 4, 3 e 2 il giorno 15, per arrivare poi alla proclamazione venerdì 16, dello splendente Wine of the year, il vino perfetto, ritratto senza più veli nella sua nuda, sfolgorante, regale magnificenza.
E gli altri vini, quelli distribuiti dall’undicesimo al centesimo posto della classifica? Niente paura, abbiate pazienza di aspettare solo lunedì 19 novembre e li conoscerete – e ovviamente discuterete, balenghe e stravaganti come sono sempre le scelte della celebre rivista Usa - tutti. Saranno il frutto di una selezione, così ci viene già detto, effettuata scrupolosamente attraverso 15 mila vini degustati alla cieca (blind tasting, of course!) nel corso dell’anno, 3500 dei quali hanno ottenuto punteggi varianti da 90 a 100 centesimi. Stupefatti per questa trovata, in perfetto stile Las Vegas o Miami, e apparentemente molto peep show, di Wine Spectator? La giudicate la consueta “americanata” nel senso peggiore e un po’ buzzurro del termine?
Sbagliate, perché anche se molto United States nel gusto, l’idea mostra un pizzico di cultura e di memoria storica, riprendendo e rimodellando per l’occasione una campagna pubblicitaria francese che fece scandalo e epoca nella fine estate 1981.
Ricordo, se ne parlò anche in Italia, i tre manifesti pubblicitari che ritraevano una splendida mannequin, Myriam, fotografata nel primo manifesto in bikini con una scritta che prometteva che in una determinata data avrebbe tolto la parte sopra, nel secondo (vedi sopra) a seno nudo con la promessa di togliere anche la parte sotto e nel terzo completamente nuda e ritratta di spalle, proprio come aveva promesso.
Wine Spectator con il suo Top 100 countdown, con il suo strip tease vinoso fa esattamente la stessa cosa. Non sarà altrettanto exciting, rispetto a Myriam, a Rosa Fumetto e alle regine del parigino Crazy Horse, la visione delle etichette delle bottiglie che giorno dopo giorno spogliandosi rivelano la loro identità, ma ognuno, si sa, ha la propria libido e qualcuno potrebbe anche “eccitarsi” nella lunga, lacerante attesa di conoscere, mancano solo pochi giorni, quale sarà la più sexy del reame, pardon il Wine of the year 2007
nota del 13 novembre: continua lo “spogliarello”: al settimo posto l’Ornellaia 2004…

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