Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'E voi cosa ne pensate?'

11 Gennaio 2008

Giornalismo del vino e pubblicità : nessuna confusione possibile!

Ricevo dall’amico e collega Hervé Lalau, Secrétaire Géneral della Fijev (vedi) Fédération Internationale des Journalistes et Ecrivains des Vins et Spiritueux questa comunicazione, molto importante, che vi propongo in doppia versione, originale francese e italiano.
Con il titolo di Journalisme vineux et publicité: non à l’amalgame, si definisce “Injuste et dangereuse. C’est ainsi que la FIJEV considère la décision rendue par le Tribunal de première instance de Paris, qui, dans le cadre d’une plainte déposée par l’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie contre Le Parisien, assimile les articles sur le vin à de la publicité et stipule qu’en France, dorénavant, ces articles devront porter la mention obligatoire en matière de publicité sur les produits alcooliques en France: “L’abus d’alcool est dangereux pour la santé”.
Nous contestons énergiquement l’analyse du tribunal qui accorde crédit aux affirmations de l’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie: “Toute communication en faveur d’une boisson alcoolisée, telle qu’une série d’articles en faveur du Champagne, constitue de la publicité et tombe donc sous le coup du code de la santé publique”. Notre métier n’est pas de faire vendre. Nous ne faisons pas de la “communication”, ni de la réclame, nous informons. Nous participons à l’éducation à la qualité, nous ne poussons pas à la consommation. Cette décision de justice doit être révisée. Aidez-nous en ce sens. Nous attendons vos messages. Une pétition serait un premier pas, en attendant une constitution de partie civile dans un procès en appel. Nous devons soutenir nos confrères du Parisien, non par esprit de corps ou intérêt (nous n’en avons aucun en la matière), mais parce que cette cause est juste”. Si vous souhaitez signer la pétition mise en ligne par la FIJEV, rendez-vous sur le site Internet
(vedi)

Tradotta dalla lingua di Voltaire alla nostra la presa di posizione del collega francese ma residente in Belgio, dove é redattore capo della rivista In vino veritas (sito) e wine blogger (qui), dice questo: “Ingiusta e pericolosa è così che la Fijev considera la decisione presa dal Tribunale della prima istanza di Parigi che nel quadro di un ricordo presentato dalla l’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie contro il quotidiano Le Parisien, assimila gli articoli riguardanti il vino alla pubblicità e stabilisce che in Francia, d’ora in poi, questi articoli dovranno riportare la menzione obbligatoria in materia di pubblicità sui prodotti alcolici “l’abus d’alcool est dangereux pour la santé” (l’abuso d’alcol è pericoloso per la salute).
Noi contestiamo energicamente l’analisi del tribunale che ha dato credito alle affermazioni dell’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie secondo la quale “ogni comunicazione a favore di una bevanda alcolica, come una serie di articoli relativi allo Champagne (quelli pubblicati nel dicembre 2005 da Le Parisien) costituisce pubblicità e ricade dunque sotto la competenza della salute pubblica”.
Hervé Lalau e la Fijev sottolineano che « il nostro mestiere di giornalisti non consiste nel far vendere. Non facciamo della “comunicazione” né della pubblicità, ci limitiamo ad informare. Noi prendiamo parte al processo di educazione alla qualità, non spingiamo a consumare. Questa decisione della Giustizia francese deve essere rivista. Aiutateci a farlo. Attendiamo i vostri messaggi. Una pubblica petizione sarà il primo passo, in attesa di una costituzione di parte civile nel processo d’appello. Noi dobbiamo sostenere i nostri colleghi del Parisien, non per spirito corporativo o per interesse (non ne abbiamo alcuno in questa materia), ma perché si tratta di una giusta causa”. Se desiderate sostenere la petizione messa in Rete dalla Fijev visitate questo sito Internet a questo indirizzo (sito)”.
Questo l’accorato appello della Federazione internazionale dei giornalisti e scrittori del vino e degli alcolici, va poi ricordato che la sentenza ha condannato Le Parisien a 7500 euro di multa da destinare a favore dell’Anpaa che conta 1300 collaboratori sul territorio francese e un finanziamento pubblico di 60 milioni di euro annui.
La grave “colpa” consisterebbe nell’aver pubblicato, il 21 dicembre 2005, un dossier di tre pagine dedicato allo Champagne, un dossier composto da diversi articoli scritti dai giornalisti e dotati da titoli come “le triomphe du Champagne” (il trionfo dello Champagne), “le Champagne, star incontestée des fêtes” (lo Champagne stella incontestata delle feste), e “Quatre bouteilles de rêve”, ovvero “quattro bottiglie da sogno”. La prima pagina del giornale mostrava una flûte di champagne ed il dossier era corredato da foto, prezzi e indirizzi di cavistes dove acquistare gli Champagne.
Il direttore della Association nationale de prévention en alcoologie et addictologie (Anpaa) ha giudicato eccessivo il tono utilizzato dal quotidiano, « più simile ad un dépliant pubblictario di un supermercato messo nella casella della posta che un’informazione oggettiva” e chiede, alla luce della legge Évin del 1991, di arrivare ad una “giurisprudenza che definisca chiaramente una linea chiara da non superare”.
Questa la notizia, relativa ad un problema che, al momento, riguarda solo la Francia, ma occorre chiedersi chiaramente, alla luce del disposto del tribunale che stabilisce che “
d’ora in poi, gli articoli dovranno riportare la menzione obbligatoria in materia di pubblicità sui prodotti alcolici “l’abus d’alcool est dangereux pour la santé”, cosa rimanga del concetto di libertà di stampa e quale sia ormai il discrimine tra informazione e pubblicità, che sono e devono rimanere cose distinte, anche nel modo di essere presentate al lettore, e come sia possibile, per un giornale del vino in Francia, parlare correttamente e liberamente di vino quando un articolo, un dossier, una serie di degustazioni possono essere equiparate, mentre invece sono cosa completamente diversa, ad uno spot pubblicitario.

Dice benissimo l’amico Hervé:
La liberté de la presse ne se marchande pas, ne se divise pas, ne se complète pas, ne se conditionne pas. Ce qui arrive aujourd’hui aux journalistes du vin pourra demain arriver aux autres journalistes”, ovvero ”la libertà di stampa non si baratta, non si divide, non si completa, non si condiziona. Quel che capita oggi ai giornalisti del vino potrebbe capitare domani ai giornalisti di altre categorie”.
Cari lettori di Vino al Vino fatevi sentire, firmate qui, come ho prontamente fatto io, la petizione pubblica lanciata dalla Fijev su Mesopinions.com!

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9 Gennaio 2008

Riforma Ocm vino: impossibile essere soddisfatti!

Qualche tempo prima di Natale è stata approvata, dopo un lungo ed estenuante lavoro di trattative (leggasi compromessi, in molti casi nemmeno molto dignitosi) la riforma dell’Ocm vino che regola per i prossimi anni a livello comunitario il mercato del vino in Europa.
I risultati cui si è arrivati sono a dir poco deludenti e l’impressione diffusa è che non si sia voluto cambiare nulla per lasciare le cose come sono e per non turbare/intaccare gli interessi di molti. Sicuramente non dei viticoltori più seri. Sicuramente non dei consumatori.
Di questa riforma autentica occasione perduta per cambiare davvero le cose, parlo in questo articolo (leggete qui) pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. Associazione Italiana Sommelier. E voi cosa ne pensate? 

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4 Gennaio 2008

Prosecco “alternativa” allo Champagne? Una doverosa aggiunta

Registro, senza commentarle, le quattro ipotesi sinora espresse dai lettori di questo blog sul titolo diciamo così disinvolto e piuttosto “creativo” di Blogosfera vino relativo al carattere di “alternativa” allo Champagne del Prosecco (vedi).
Ipotesi numero uno: “non é che scrivendo così Blogosfera vino voleva ingraziarsi il Consorzio del Prosecco?”;
Numero due “l’articolo italiano é falsato perché non sanno tradurre l’inglese, punto”;
Numero tre “Francamente mi sembra una via di mezzo tra una provocazione a fini pubblicitari e una boutade”;
Numero quattro “Io penso che quanto scrive blogosfere sia volutamente un’ interpretazione deviata dell’articolo dell’Economist”.
Io resto della mia idea e rinvio all’articolo dell’Economist che, basta leggerlo con attenzione, parla chiarissimamente.
Voglio piuttosto fare una doverosa aggiunta, nata dalla lettura (mentre intorno alle 13.30 aspettavo il mio turno dal barbiere) di un articolo dedicato al Prosecco e intitolato Bubbling under, pubblicato sul supplemento Italy 2008 del mensile inglese Decanter, opera di Tom Stevenson che non è solo il curatore dell’annuario internazionale del vino Wine Report (- vedi - la cui parte relativa all’Italia è curata da Nicolas Belfrage MW e dal sottoscritto), ma è uno dei più grandi conoscitori di spumanti e Champagne del mondo intero, autore di quella Christie’s World Enciclopedia of Champagne and Sparkling wine che vi consiglio caldamente di acquistare (ad esempio qui tramite Amazon).
L’articolo di Tom si apre con queste esatte parole: “What would you compare Prosecco to?
Not Champagne. Even Prosecco producers do not pretend that their tank-fermented fizz should be compared to Champagne. If anything. Prosecco should be-regarded as Italy’s answer to Cava. It might not be bottle fermented, but like Cava, it is made from indigenous varieties, and the price points are much closer”.
E tutto l’articolo, molto positivo nei confronti del celeberrimo vino simbolo della Marca Trevigiana, non stabilisce alcun punto di contatto tra Prosecco e Champagne, leggere per credere.
Qualche anima caritatevole, non lasciate a me questa incombenza, vuole avere la compiacenza di tradurre in italiano l’attacco dell’articolo di Tom Stevenson e inviarlo all’attenzione degli accuratissimi redattori di Blogosfera vino, così tanto per spiegare loro che il Prosecco può essere “la vera alternativa allo champagnesolo nel mondo dei sogni o in un immaginaria landa dove i bambini nascono ancora sotto i cavoli?

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Ma il Prosecco è davvero “un’alternativa” allo Champagne?

Voglio proporvi un giochino divertente. Provate a leggervi questi due testi che vi segnalo, il primo (leggete qui, in inglese) un articolo pubblicato lo scorso dicembre dall’autorevole (per questo settimanale si dice sempre così in Italia, qualsiasi cosa scriva) magazine britannico The Economist. Il secondo una cronaca (leggete qui), ispirata anche dall’articolo dell’Economist pubblicato su un qualcosa, che ha più l’aria del sito o dell’agenzia di stampa che di un vero e proprio blog, anche se consente di postare commenti, che si presenta come Vino blogosfere.
Voglio farvi notare subito, prestando di porre attenzione, ai due titoli, che sono
Italy’s cheaper alternative to champagne is growing in popularity, ovvero Cresce la popolarità dell’alternativa italiana economica allo Champagne, nel caso dell’Economist, e invece Per The Economist il prosecco è la vera alternativa allo champagne secondo Blogosfere vino. Il che non mi sembra proprio l’esatta traduzione, visto che cheaper (ovvero la più economica,ma anche la più scadente) diventa “la vera” secondo gli italiani.
Ora passate alla lettura degli articoli e verificate se nel testo inglese il pur rispettabilissimo Prosecco, nome con il quale designiamo sotto uno stesso cappello sia le sue espressioni più nobili e rispettabili come il Prosecco Doc di Conegliano Valdobbiadene nelle sue diverse tipologie (degustati a Londra il 13 dicembre ben 24 Prosecco Doc, la più ampia degustazione di Prosecco della mia vita… ), sia i Prosecco generici, tra cui quelli proposti in lattina e reclamizzati, con dubbio gusto, da Paris Hilton, venga mai proposto come una seria e reale alternativa allo Champagne.
Si scrive che “le vendite del migliore Prosecco Doc sono raddoppiate negli ultimi 15 anni sino a raggiungere 50 milioni di bottiglie”, si ricorda, parole del direttore del Consorzio, che “i due vini non sono in competizione sul mercato italiano”, che “lo Champagne è per le speciali occasioni, mentre non c’è bisogno di alcun speciale motivo per stappare una bottiglia di Prosecco”, e che i due vini competono sui mercati esteri, dove un terzo della produzione di Prosecco è esportato, soprattutto in Germania dove è popolare da tempo.
Si ricorda che le esportazioni verso il Regno Unito sono quintuplicate dal 2000 in poi, sino a raggiungere nel 2006 la quota di 1,1 milioni di bottiglie, e altrettanto negli Usa dove sono passate da 555 mila 1,4 milioni di pezzi nello stesso periodo, con una velocità di crescita superiore a quella dello Champagne.
Ma lo Champagne nel Regno Unito, dati 2006 (leggi), vendeva quasi 37 milioni di bottiglie e 23 negli Stati Uniti, contro le quote sicuramente in crescita, ma modestissime, del Prosecco.
Bene, ma allora come fanno i creativi di Blogosfere vino, che nel loro articolo non menzionano mai, chissà perché, i numeri dello Champagne, citando i quali la loro tirata filo Prosecco sarebbe apparsa comica, a titolare, nonché scrivere nell’articolo che “
il prosecco è diventato l’alternativa dello champagne”?
Va bene raccontarci, dettagliatamente, i successi dello spumante italiano (nome generico che mette in uno stesso contenitore metodo classico, charmat, spumanti aromatici, ecc.), soprattutto fuori casa, dove cresce in maniera interessante, ma perché attribuire quello che l’Economist non si è mai sognato di pensare e di scrivere, ovvero che “Per The Economist il prosecco è la vera alternativa allo champagne”?
E dove sta scritto nell’articolo dell’autorevole settimanale economico-politico britannico che “per The Economist, che gli ha dedicato un articolo, il prosecco italiano all’estero, dove viene spedita un terzo della produzione, fa concorrenza allo Champagne con le vendite che complessivamente sono raddoppiate negli ultimi 15 anni saturando il mercato tedesco”?
Come diavolo si fa a fare “concorrenza” nel Regno Unito con un rapporto schiacchiante che è di poco più di un milione di bottiglie di Prosecco contro 37 di Champagne?
Suvvia Blogosfera vino, non raccontiamo barzellette!

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19 Dicembre 2007

Verticale del Chianti Rufina: i perché dell’assenza di Selvapiana

Siamo stati in tanti a stupirci e rammaricarci (e poi a scriverlo, ad esempio qui, oppure qui e ancora qui, tutti e tre i link sono attivi) che alla magnifica degustazione di vecchie annate di Chianti Rufina, ottimamente organizzata dal Consorzio Chianti Rufina che si è svolta, circa un mese fa, a Firenze, non fosse presente, con i propri splendidi vini, un’azienda imprescindibile per la zona come Selvapiana, portabandiera, da sempre, con il marchese Francesco Giuntini Antinori, e ora con Federico Masseti Giuntini, della qualità e del buon nome della Rufina.
Le ragioni, come mi aveva spiegato Federico la sera stessa, in occasione della cena che fece seguito alla degustazione, e come avevo immaginato, erano molto semplici: una presa di posizione polemica contro il Consorzio ritenuto non sufficientemente impegnato nella lotta contro il progetto di un mega termovalorizzatore, dieci volte più grande di quello già esistente, posto proprio nel cuore della Rufina, di fronte a Selvapiana.
Ho capito, pur non condividendola, la sofferta scelta di Federico, (meglio sarebbe stato essere presenti e cogliere l’occasione, magari prendendo la parola nel corso della discussione seguita alla degustazione, per sollecitare l’attenzione di tutti sull’annosa questione del termovalorizzatore), come giornalista che per primo, a livello nazionale (ed internazionale insieme all’amico e collega Nicolas Belfrage, con il quale scrivemmo un articolo per il settimanale inglese Harpers) aveva sollevato il problema, qui (leggi) su Vino al Vino, nonché sul Corriere Vinicolo, e sollecitato, anche da parte del Consorzio e del past president, un maggiore impegno.
E’ con piacere che pertanto pubblico oggi, integralmente, il comunicato che Federico Masseti Giunti ha voluto inviare a me e agli altri giornalisti presenti per spiegare diffusamente, in maniera chiara ed incontrovertibile, i motivi del suo non partecipare alla verticale di un mese fa.
Una cosa è certa: la questione del mega termovalorizzatore resta, purtroppo, attuale e viva. E non è un problema solo di Selvapiana, che questo monstrum se lo troverà, se non accade un miracolo, di fronte, ma di tutta la Rufina. E nessuno pensi che la questione non lo riguardi, perché farebbe un clamoroso errore.
E’ l’immagine del Chianti Rufina, della splendida area della Rufina ad essere in pericolo, non una sola, pur importante, parte.
Che al Consorzio, nelle aziende produttrici, nei Comuni della zona interessata, in tutta la Toscana, del vino e non, se lo mettano in testa, una volta per tutte.

Il comunicato di Selvapiana

Vari giornalisti hanno chiesto a Federico Giuntini Antinori Masseti, perchè un’azienda storica come Selvapiana non ha presentato vini in occasione della bella verticale organizzata recentemente dal Consorzio del Chianti Rufina. Ci scusiamo se solo ora diamo una risposta, ma i vertici del Consorzio - prendendo una decisione per noi incomprensibile - non hanno voluto fornire prima di qualche giorno fa, l’elenco dei giornalisti presenti.
Inviare un comunicato a tutti ci sembrava un atto eccessivamente polemico, ma spiegare il perchè ai presenti ci sembra invece un atto dovuto perchè la scelta non sembri frutto di uno stile snob che non ci appartiene affatto. Le motivazioni che hanno  portato Selvapiana a decidere di non partecipare sono profonde e proviamo di seguito a spiegarle.
E’ ormai nota a molti,  la difficile battaglia che Selvapiana sta conducendo in questi ultimi due anni opponendosi alla realizzazione di un nuovo impianto di incenerimento rifiuti con recupero di energia, 10 volte più grande di quello attualmente presente in Valdisieve.
E’ un problema che dovrebbe interessare e coinvolgere tutti, sia in quanto aziende private, sia e ancor più in quanto Consorzio. Il futuro della Rufina riguarda tutti. Soprattutto non dovremmo limitarci a dire “no”, ma dovremmo invece trovare insieme valide alternative per risolvere un problema che non si ferma a decidere “inceneritore sì - inceneritore no”, ma piuttosto cerca possibilità di soluzione al problema dello smaltimento rifiuti che ne è a monte, senza però deturpare una zona così bella e ricca dal punto di vista paesaggistico e agricolo.
In questa battaglia Selvapiana ha alleati tra i produttori, ma molti di più sono i silenzi e l’indifferenza da parte di istituzioni pubbliche e private, silenzi troppo spesso motivati da opportunismo e paura di urtare la suscettibilità delle amministrazioni locali che di questo tipo di inceneritore si sono fatte paladini.
La scelta di non presentare vini all’evento organizzato, è stata motivata dal desiderio di lanciare un messaggio forte e polemico, voleva essere una decisa sollecitazione per il gruppo dirigente del Consorzio perchè prenda atto che oggi, promuovere il territorio del Chianti Rufina è anche difenderlo da questo progetto, per non avere domani come porta d’accesso alla Valdisieve, un enorme inceneritore che non farebbe certo bella mostra di sè nelle foto ricordo dei turisti!
E non ribadiamo qui, perchè non è la sede adeguata, tutte le problematiche connesse alla salute degli abitanti della zona che sono ancora più importanti di tutto il resto. Selvapiana ha voluto dire che organizzare eventi per promuovere la Denominazione è giusto, ma tutti ormai sanno anche che la promozione di un territorio non può più prescindere dalla conservazione ambientale e dalla sua difesa.
Adoperarsi per l’uno e non fare niente per l’altro è una scelta facile, ma miope. Non partecipare all’evento è stato giusto o forse no, ma in questo momento cruciale l’azienda sta giocando ogni carta per sollecitare istituzioni importanti come il Consorzio a non nascondere la testa sotto la sabbia ignorando il problema, ma a prendere una posizione ufficiale nell’interesse di tutti i produttori della zona e della Rufina. 

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13 Dicembre 2007

Winemaker ed enologi in crisi? Un’analisi di Assoenologi

Interessantissima e un filino inquietante questa notizia pubblicata ieri su Winenews.it (leggi).
Dall’Assoenologi, l’organizzazione degli enologi italiani, la categoria (sito) di cui fanno parte, ognuno con la propria quota di responsabilità nell’avere determinato il presente (incerto e stravagante) del vino italiano, i Rivella (Ezio, Guido e Bruno, quasi una dinastia), i Ferrini, i Cotarella, i Pedron, i Chioccioli, i Caviola, ma anche i Lanati, i Fiore, i Bernabei, i D’Afflitto, i D’Attoma, i Giordano Zinzani, i Giorgio Grai, nonché tantissimi altri meno noti, ma spesso altrettanto o più bravi (solamente meno mediatici), arriva un’analisi che dice testualmente che “la situazione odierna del mercato del lavoro per i neodiplomati e/o neolaureati in enologia è allo stallo. Il mercato del lavoro specifico per queste figure professionali è oggi saturo”.
Secondo l’Assoenologi “nei prossimi tre anni saranno assunti non più di 450 nuovi tecnici, di cui il 50% dovuto al naturale ricambio per il pensionamento degli attuali”. Oggi in Italia operano qualcosa come 4.100 enologi ed enotecnici di cui l’organizzazione nazionale di categoria “raggruppa e rappresenta il 95%; il 40% inquadrato con responsabilità decisionali in aziende private o cooperative, il 10% come liberi professionisti, mentre la rimanente percentuale è impegnata con mansioni diverse”.
Le statistiche dicono che il 74% opera nel Centro Nord, ovverosia dalla Toscana in su, con una percentuale di donne (e ce ne sono bravissime, basta citare Barbara Tamburini, Graziana Grassini, Gabriella Tani, per dire le prime wine maker consultant che mi vengono in mente, intorno al sei per cento.
Insomma, come dire ai giovani ragazzi tarantolati dal successo mediatico, dalla fama universale dei wine maker dalle vite complicate e di corsa, ma dal conto in banca robusto, che forse sarà meglio che per il futuro, se amano il vino e vogliono viverci dentro, sarà meglio pensare ad altre carriere professionali, magari quella dell’agronomo, oppure a quella dell’esperto di marketing e di mercati, piuttosto che cercare di imitare la strada dell’enologo ‘co baffi, del Michel Rolland de noantri o del potente ex amministratore delegato della Banfi?
Dopo l’epoca dei re Mida della cantina che basta guardino un vino, nemmeno toccarlo, e lo rendono super (anche nel costo), ad uso e consumo di guide e consumatori pigri, diciamoglielo chiaro a ‘sti ragazzi che non c’è più trippa per gatti e che l’inflazione, che nessuno risparmia, tocca ora anche i winemaker!

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10 Dicembre 2007

Andrew Jefford, grande wine writer, giudica il fenomeno dei wine blog

Sto lavorando ad un’interessantissima inchiesta sul fenomeno dei wine blogger, quello internazionale ovviamente (di quello italiano, essendone parte, non potrei scriverne con il necessario distacco, sine ira ac studiowithout anger or bias), e ho avuto il piacere di raccogliere le riflessioni sull’argomento di alcuni tra i più importanti conduttori di wine blogger del mondo, da Alder Yarrow a Tom Wark a Jamie Goode e Jeff Lefevere, sino agli amici Joan Gomez Pallarès, Victor Franco Hervé Lalau e Jeremy Parzen.
Tra le testimonianze più sorprendenti quella del
l’ottimo Andrew Jefford, uno dei più grandi wine writer inglesi, columnist di Decanter, The Morning Advertiser, contributing editor di The World of Fine Wine (sito Internet), collaboratore del Financial Times nonché autore di programmi radiofonici e televisivi.
Dalla primavera 2007, come “spin off” del suo sito Internet (vedi) lanciato nel 2006 ha creato il suo wine blog (leggi) nato, scrive, “per divertirmi, per essere provocatorio, quando é il caso, per utilizzare materiale che non potrei pubblicare altrove, per esprimere anche le mie idee in materia di politica, etica, filosofia, per creare i presupposti per l’espansione della mia attività anche in altri settori della scrittura, per andare oltre a quei limiti posti da larga parte dell’editoria e del giornalismo sul vino di oggi”.
Andrew deve avere ritenuto interessanti le mie domande, se ha pensato bene di postare sul suo blog (qui) alcune delle sue risposte, quelle ritenute di maggiore significato per i lettori di lingua inglese.
Vi invito, in attesa di poter diffondere, anche dopo la pubblicazione sulla rivista che accoglierà l’inchiesta, la traduzione italiana completa di quanto Andrew, Tom, Alder, Jamie, Jeff, Alice, ecc. mi hanno detto, a leggere ed riflettere attentamente su quanto Jefford, che si é dotato di un sito Internet e di un blog, ma in fondo sembra non credere sino in fondo in loro, sostiene sul fenomeno wine blog, sui suoi pregi e difetti e sui suoi limiti. Fenomeno di cui dice che “i grandi pregi dei wine blog sono l’immediatezza, una certa quale forma di intimismo e l’annullamento delle barriere geografiche e linguistiche (cosa che per me é più facile visto che uso quel Web Esperanto che é l’inglese). La democratizzazione e libertà d’informazione sono altresì degli atout, mentre i limiti sono il non essere economicamente redditizi e di presentare talvolta non sufficienti standard editoriali e di scrittura”. Dite la vostra qui e, se volete, direttamente in forma di commento sul suo blog…

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7 Dicembre 2007

Il Sant’Uffizio (Stampa) La Giuria di Vino al Vino

Dopo aver assolto all’esposizione dei capi d’accusa contro Franco degli Ziliani (leggi qui e qui), il Vinquisitore passò alla fase 2 (decisa in this moment da Briscola per dare una svolta interattiva al processo).
“Oh, popolo del vino! – disse il Vinquisitore, secondo la formula di rito – Oh, popolo di Vino al Vino! Vi sono ora chiare le ragioni che hanno condotto il qui presente Franco degli Ziliani al banco degli accusati.
Ma un giudizio di colpa o di innocenza non può essere soltanto il frutto dell’arbitrio di un singolo giudice, quale io sono per carica, ruolo e perizia, giacché il singolo può errare, ma il popolo no. Il popolo è sovrano”.
La Guida diede di gomito al Presidente e chiese: “Che sta a dì?”.
Il Vinquisitore gli lanciò un’occhiata di rimprovero: “E’ così che si fa, mica che uno arriva e comanda, altrimenti gli altri s’incacchiano. Bisogna che anche gli altri dicano la loro! Siamo in una democrazia!”. “Da quando?”, domandò ad alta voce Ampsicore del Cannonau. “Lei non può parlare senza alzare l’imbuto e senza attendere il mio permesso, che peraltro potrei negarle”, gli rispose il Vinquisitore.
Un silenzio colmo di punti interrogativi si diffuse nella sala. “E quindi – riprese il Vinquisitore – chiamo i lettori di Vino al Vino a pronunciarsi sulla sentenza: colpevole o innocente? La giuria popolare avrà modo di esprimersi sino a venerdì 14 dicembre.
Dopo di che, mi riservo di pronunciare la sentenza definitiva”.
La sentenza pareva, però, ormai scontata, non foss’altro per quel movimento di tronchi e rami portati sulla pubblica piazza dai boscaioli del villaggio.
Et per quel palo, issato fra i legni.
Et per quell’uomo, incappucciato di nero e a torso nudo che sembrava attendere qualcosa, accanto al palo.
Et per quel fumo che andava levandosi.
L’urlo di un predicatore errante penetrò dalla piazza alla sala del processo: “Penitenziagite! Penitenziagite!”.
Il Vinquisitore sobbalzò sullo scranno: “Ma questo del Penitenziagite non l’avevamo già fatto fuori l’altra volta, che nemmeno Sean Connery era riuscito a salvarlo?”
“Indulto, Venerabile Vinquisitore, era scattato l’indulto alla prima levata di fiamma!”, lo aggiornò un valletto in calzamaglia gialla e blu.
Il Vinquisitore sospirò, ricordando improvvisamente che là dove aveva fallito Gugliemo da Barkerville, tanto aveva potuto un cambio di Governo.
“Torniamo a noi – iniziò il Vinquisitore-. L’accusato è pregato di intervenire soltanto su domanda esplicita.
Franco degli Ziliani! La camera di giudizio, tenuto conto delle prove e degli indizi a tuo sfavore, affida alla Giuria Popolare di Vino al Vino il compito di valutare la tua innocenza o colpevolezza. Sebbene sia abbastanza chiaro dove andremo a parare…”.
Tutto il pubblico presente applaudì alla frase finale. I quattro Grandi Accusatori si strinsero le mani l’un l’altro.
Il lupo iniziò a ululacchiare allegramente, la civetta si librò nell’aria come colomba dal desio chiamata, il vento si trasformò in tiepida brezza, un sole splendente giuse a dar man forte al sole già alto in cielo e sbocciarono rose nei cortili, benché fosse dicembre.
Alcuni mercanti s’apprestarono ad allestire i loro banchetti intorno alla pira, noncuranti dell’orrendo foco: chi vendeva arance dell’Antartide, chi birra dell’Ecuador, chi la lumaca (una sola, presidiata) del Tanganica, cibi preziosi destinati ad accompagnare il più trendy banchetto dell’anno (non gratis, ovviamente, perché esserci costa).
In tale tripudio di cosmica armonia, Franco degli Ziliani chiese: “E la domanda esplicita?”. “Oh, già!” rammentò il Vinquisitore.
La folla tacque. Anche il lupo interruppe il suo ululacchiato, la civetta si posò su un ciuffo di margherite, il vento cessò, il secondo sole si affievolì di un paio di gradi, le rose si rattrappirono nei boccioli e i mercanti coprirono i loro banchetti con teli di nylon, avendo soprattutto cura che non scappasse la lumaca (presidiata) del Tanganica.
“Come ti dichiari?”, domandò il Vinquisitore. “Mi dichiaro giornalista, faccio il mio lavoro, del resto poco mi curo”, rispose Franco degli Ziliani.
Il Vinquisitore concluse con un sardonico “Staremo a vedere…”
Many kisses, by Briscola

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13 vini italiani nella classifica dei Top 100 di Wine Spectator: voi cosa ne pensate?

Dei Top 100 di Wine Spectator, dei discutibili meccanismi di scelta dei vini selezionati, dello “spogliarello vinoso” con il quale sono state rivelate, un pezzo alla volta, come in un ben calcolato strip tease (vedi), le prime dieci posizioni della classifica, ho e abbiamo detto praticamente tutto. Qualcuno, magari pensando a questo intervento (leggi), sostiene anche troppo…
Ma dei 13 vini italiani in classifica, che potete trovare elencate in questo articolo (leggi) pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S. voi, cari lettori di Vino al Vino, cosa ne pensate? Vi sembrano davvero rappresentativi del “meglio” della produzione italiana, qualitativamente impeccabili, indiscutibili, imprescindibili, oppure avete altre idee in merito?
Beh, dite la vostra, lo spazio dei commenti è, come sempre, a vostra disposizione…

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1 Novembre 2007

Le guide dei vini sono obsolete! Così parlò Carlin Petrini

Sveglia Signori, dimenticate l’ozio, la rilassatezza, l’astinenza da p.c. e da blog dettate dal ponte dei Santi, dalle prime prove di ferie invernali ! Qui c’è da leggere, amplificare, diffondere e commentare una notizia che è una vera e propria bomba.
Mentre a Roma, in occasione della presentazione della nuova edizione di Vini d’Italia, come ci hanno raccontato un misterioso lettore e alcuni produttori, “Stefano Bonilli ha iniziato parlando di Carlo Cambi per 10 minuti e togliendosi molti sassolini dalle scarpe…. Non sono stai venduti, ma essendo imprenditori privati possono fare quello che vogliono senza dover giustificare i loro comportamenti (tipo il 30% delle quote societarie a una società fiduciaria di cui si sa poco e nulla)… e via dicendo davanti a un pubblico allibito”, mentre “Daniele Cernilli si rivolgeva a Slow Food dicendo che sarebbe una pazzia dividersi”, e “Gigi Piumatti diceva due cose sensate e dette bene, senza smentire le voci che li vedono alla rottura”, tutto questo davanti ad una Signora Consorte (leggi e vedi foto sotto)“ seduta tranquillamente tra i collaboratori della Guida”, cosa succedeva sabato 27 ottobre presso il Salone del vino Torino in occasione della presentazione della “Guida al vino quotidiano”?
Succedeva, come racconta diligentemente Winenews.it e come ho letto solo ieri sera, che qualcuno, rompendo la consuetudine del volemmose bbene e del tutto va bene madama la marchesa, che è prassi in queste celebrazioni – premiazioni – adunate golose, pronunciava un discorso di una chiarezza tanto abbagliante da risultare addirittura spaventosa, o da manovrare con le pinze.
A parlare, si badi bene, non era un pinco pallo qualsiasi, un semplice luogotenente oppure un apparatchik numero due o tre o zero della nomenklatura della “Chiocciola”, bensì lo zar, il boss, il pontifex maximus di quella golosa associazione che edita La guida al vino quotidiano, ovvero Carlin (in arte Carlo Petrini).
Un Carlin pimpante e determinato, che intervenendo prima della premiazione dei ben 540 vini più buoni (ovviamente secondo la guida) dal costo inferiore agli 8 euro, ha sparato questa bordata ad alzo zero: “Questa nostra guida, ma anche quella realizzata con il Gambero Rosso, (ovvero Vini d’Italia - n.d.r.) hanno un’impostazione obsoleta nella loro profonda essenza”.
“Bomba” doppiata da un’altra deflagrazione niente male (già segnalata nel mio post dedicato al sondaggio de I numeri del vino proprio in materia di guide) secondo la quale “non devono esistere guide per la serie A o per la serie B. I tempi sono maturi per ragionare in un altro modo, che non veda graduatorie di merito ma che sia basato sulla qualità di quanti hanno un corretto approccio con il vino”. Hai detto niente!
Predicando poi, aspetto ancora più rilevante, da persona direttamente coinvolta nel discorso guide dei vini e corresponsabile della loro deriva, Carlin, secondo quanto ci riferisce Winenews, avrebbe raccomandato ai produttori presenti di “avere sempre coscienza, e quando uscite sul mercato con i vostri prodotti fate sì che questi non siano influenzati dalle tendenze del momento, ma siano espressione della vostra identità di produttori”.
Infine, rivolgendosi agli appassionati, ma anche ai produttori presenti, parlando a nuora perché suocera intenda, invitando ad “assumere le guide in modo dialettico perché non sono il Vangelo e quando i consumatori assaggiano sono poi loro a fare le categorie”.
Di fronte ad un’uscita di simile portata, pronunciata in pubblico e prontamente riferita da un sito tradizionalmente amico e attento al “verbo” di Petrini, sono molte le interpretazioni possibili. Un caso di “pentimento” da guide che veda Carlin nei panni di Totò Reina o di qualche altro mammasantissima ravveduto?
Una testimonianza della sotterranea lotta tra le due anime di Vini d’Italia, quella braidese della Chiocciola e quella romana e mondana del Gambero? Un segnale in codice, viste le voci ricorrenti sulla presunta vendita della casa editrice gastronomica romana a personaggi in palese conflitto d’interessi, lanciato da Petrini al suo “amico” Bonilli?
Come si dice in Spagna, todo es possible, anche che si tratti di una ben calibrata e furbescamente orchestrata manovra per “pararsi le chiappe” (ops!) di fronte a chissà quali imprevisti, impensabili sviluppi.
Oppure, perché no, concediamo un’apertura di credito anche al capataz di Bra, che Petrini fosse sincero ed esprimesse con rabdomantica sensibilità, da “animale” che ha dimostrato di saper anticipare e fiutare, quasi come un cane da tartufo, i segni dei tempi, un sentire diffuso, ovvero il chiudersi di un modello e di un’esperienza giunta al capolinea, quella delle guide diventate strumenti di potere grazie al sistema delle graduatorie di merito. In altre parole il sistema dei “tre bicchieri” e del Gotha guidologico vario, spacciato come sinonimo di una qualità, di una grandezza più costruita e ostentata, proposta al colto e all’inclita perché la prendesse per vera, che reale…
Ma sarà poi vero e conseguente questo “petriniano pentimento” e quali conseguenze, nel rapporto con il Gambero rosso, nella realizzazione delle prossime edizioni delle guide Slow Food, nella difficile gestione delle relazioni con le aziende, nel modo di comunicare il vino al pubblico, porterà ? Per il momento Carlin predica bene: speriamo che lui ed i suoi non finiscano poi a razzolare male, come troppo spesso è accaduto…

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