Fino ad ora, come si è visto (leggi), solo note positive relative alla mia prima visita ad Eataly e all’incontro quasi “coup de foudre” (in senso intellettuale ovviamente!) con Oscar Farinetti.
Le osservazioni ascrivibili alla voce “attivo” continuano nel parlare dello “oggetto” e del “contenitore” Eataly, che è davvero splendidamente food friendly, accogliente, bello da vedersi e da vivere, che non è solo e non dimentica MAI di essere un luogo dove si deve fare food business, perché ci lavorano qualcosa come 240 persone ed il costo del lavoro è di 6 milioni di euro (su un fatturato del primo anno di ben 31 milioni), ma è un posto dove ci si può anche andare per imparare qualcosa. Il che in un negozio di alimentari, o in un supermercato, seppure elegante come questo, non accade di frequente.
Avendo girato con attenzione Eataly in lungo ed in largo, aggirandomi per circa un’ora in solitudine tra i banchi, le postazioni, i ristorantini tematici, la parata da Bengodi di cose buone e golose, prima che l’anfitrione venisse ad accogliermi e rendesse la mia una visita con Accompagnatore, mi sento di dire che questo luogo nasce da un’attenta, ragionata, e non casuale riflessione e che coglie l’obiettivo, fortemente voluto, quasi ostentato, di promuovere una cultura del cibo.
Questo anche in un luogo che si presenta come un supermercato, speciale, certo, dove i carrelli ed i cestini sono realizzate con bottiglie di plastica Pet giudiziosamente riciclate e recuperate, dove viene ricordato, con una marea di eleganti e chiari cartelli didascalici piazzati in ogni dove, che “mangiare è un atto agricolo”, che nutrirsi bene non è mai una scelta casuale, che si può contribuire alla difesa dell’ambiente scegliendo un packaging, un prodotto, una confezione, il terminale di una filiera con i passaggi ridotti al massimo, invece di altri.
A Eataly si può venire e ho visto tanta gente accorrere, guardandomi intorno, anche solo per curiosare, perché questo mega food store è trendy e di moda, perché l’atmosfera è piacevole, perché si possono leggere i giornali e le riviste disponibili, sfogliare i tanti libri di argomento food & wine in vendita nello spazio libreria, usufruire dei preziosi consigli di quel grandissimo ristoratore che è stato Renato Dominici della Carmagnole di Carmagnola, che oggi, a 82 anni portati con gagliardia, si mette ancora in gioco fornendo consigli su tutto l’universo del cibo, della cucina, della gastronomia, ai visitatori.
Inoltre tanti gastrogolosi ed enogastronauti vengono in questo posto perché ci si può collegare gratuitamente ad Internet e navigare (anche su questo blog) attraverso 8 postazioni Apple, scelte perché “vorremmo essere diversi alternativi, vincenti e soprattutto innovativi” come il gigante informatico di Cupertino in Silicon Valley.
Se l’idea madre di Eataly era quella di proporre al popolo dei golosi curiosi, di quelli che non si accontentano di mangiare ma vogliono conoscere e riflettere su quello che mangiano, insomma ad una fetta di quegli appassionati del wine & food che in questi anni hanno seguito San Carlin da Bra e la sua opera, un luogo dedicato, speciale, che parafrasando il Vangelo secondo Petrini è bello, appealing e gastronomicamente corretto, bene si può dire che il risultato sia stato splendidamente raggiunto.
La quantità di persone che ho visto mercoledì scorso gremire i vari Ristorantini tematici, (La pasta, il pesce, i salumi e i formaggi, la carne, le verdure, la pizza e la focaccia, della birra e agrigelateria), dove si può mangiare anche un solo piatto, accompagnato da una ricca selezione di vini al bicchiere e di birre spendendo cifre ragionevolissime, e aggirarsi tra gli scaffali e gli allestimenti scenografici e ben curati che accolgono prodotti di ogni provenienza e qualità (molti anche provenienti dalla gastro-galassia di aziende dell’impero Farinetti: le carni degli allevamenti della Granda, le acque e le bibite della Lurisia, le paste del Pastaio di Gragnano, i pelati Afeltra, le birre della Baladin, i salumi dell’Antica Ardenga, le robiole di Roccaverano dell’Agrilanga, le grappe di Montanaro, i prodotti di pasticceria di Luca Montersino, ecc. ecc. ne sto dimenticando sicuramente qualcuna) arriva ad Eataly con curiosità e forti motivazioni.
Fornite anche da un’organizzazione, ben collaudata, attiva, entusiasta, che, basta visitare il sito Internet (leggi), tutti i giorni o quasi, fornisce pretesti, stimoli, provocazioni per tornare al Lingotto e accorrere a degustazioni, presentazioni, cene a tema, incontri con gli autori, i cuochi, i produttori. Perché come si legge sul sito Internet (vedi) si può comprare, mangiare, imparare, partecipare ad eventi, su prenotazione, programmati con largo anticipo e ben presentati sul sito, seguire corsi di enogastronomia, imparare tutto sui prodotti dei Presidi di Slow Food, assistere a degustazioni letterarie, incontrare “i grandi”, ma soprattutto, ecco la formula vincente, ci si sente parte di una comunità che non solo mangia, ma respira, pensa, discute, vive, di cibo e di vino, che considera giustamente l’enogastronomia Cultura. Materiale se si vuole, con connessioni e risvolti finanziari ed economici, ma sempre cultura. Molto di più di tante carabattole e sciocchezzuole spacciate per “cultura”.
Chi viene ad Eataly è come chiamato a partecipare ad una sorta di rito laico goloso, ad una celebrazione della grandezza e della ricchezza di significato del wine & food, è spinto a socializzare e socializza anche facendo la fila, in maniera civile si spera, conversando amabilmente di tagli, di cotture, di tessitura delle carni, al banco del macellaio, dove volutamente non è stato previsto il numerino con l’ordine di servizio che troviamo dappertutto.
Tutto bello, buono, pulito e giusto, dunque, una riuscita sintesi di informale e di autorevole, di ironico e autoironico, di alto e di basso, di materiale e di sublime, un insieme che il suo patron orgogliosamente definisce “onesto ma furbo”.
Riuscito il tentativo di realizzare una vetrina rutilante ma friendly dei costosissimi e leggermente snob (ma suvvia diciamolo!) prodotti dei presidi Slow Food, che, voglio fare un po’ di demagogia spicciola, non so quanti metalmeccanici torinesi si possano permettere, e di tentare di divulgare al popolo goloso la “gioiosa” novella che per mangiare e bere cose di grande qualità occorre allargare il portafoglio e pagare dei bei soldini.
Però, e qui comincia la parte di segno negativo, caro nuovo amico Oscar, e partono le mie perplessità, che non posso nascondere, visto che faccio il giornalista indipendente e non l’agit prop o il propagandista o il… consulente strategico, tutta questa mirabilia, questa scienza golosa, questo regno della cuccagna realizzato, come orgogliosamente mi hai fatto notare, senza nessun contributo pubblico (beh la Regione Piemonte una paccata di soldi li aveva già elargiti, in finanziamento, al tuo amico Carlin…), ha un risvolto della medaglia che non mi convince.
Un prezzo da pagare davvero molto alto quello chiesto al consumatore finale, che in questo paradiso degli appetenti e di coloro che vivono anche per mangiare, e bene, si trova di fronte a prezzi sostenuti e, lo dico non scientificamente, perché dovrei fare una rilevazione comparativa del prezzo dello stesso prodotto ad Eataly e in una gastronomia di Torino o Milano o Roma, ma avendo più volte strabuzzato gli occhi davanti ai cartellini, più alti della media o comunque oggettivamente elevati.
Caro Farinetti, lo so benissimo che la qualità dei tuoi pomodori pelati Il miracolo di San Gennaro Afeltra sarà sicuramente stupefacente, ma 3,80 euro per una scatola da 800 grammi non sono briciole, come i fusilli tirati a mano del Pastaio di Gragnano (altra azienda tua) a 9,80 euro per 500 grammi sono una cifra davvero alla portata solo… del Farinetti di turno o di qualche ricco professionista della Torino bene, magari imparentato con la famiglia Agnelli…
Ho già parlato del mitico pomodoro Ferrisi, in vendita ad Eataly a 25 euro al chilogrammo (ma sul suo sito Internet - vedi - è possibile l’acquisto on line al costo di 28,50 euro per cinque chilogrammi, che aggiungendo i 15 euro della spesa di spedizione sino ai 10 chilogrammi, portano ad un totale ancora robusto ma più umano di 8,7 euro al chilogrammo, non 25…), ma riconoscendoti che il pane, molto buono, costa il giusto, anzi meno, che tanti prodotti preparati in loco, dalla pasticceria ai prodotti da forno sono proposti a cifre ragionevoli, che nei ristorantini tematici si può mangiare e bere senza svenarsi, non posso non rimanere stupefatto, visto che i prezzi li conosco perché la spesa la faccio io in casa Ziliani, per quello che ho visto.
Ad esempio per i numeri che mi sono annotato relativi alla fantastica, coreografica bancarella della verdura, per le melanzane viola a 4,50 euro al chilo, per le zucchine normali a 4 (7,50 euro quelle fiore del Lazio), per i peperoni rossi a 4,50 (e nemmeno quelli spettacolari e supremi di Carmagnola).
Sono rimasto sorpreso per il Parmigiano Reggiano di 36 mesi di stagionatura proposto a 23,50 euro al chilogrammo (in promozione a 21,80 il giorno della mia visita) nonostante la quantità che prevedibilmente viene smerciata. Sorpreso perché sabato dal mio formaggiaio di fiducia già citato nel primo articolo (Ol Formager di Bergamo - sito - che Eataly ben conosce e che è uomo probo vicino a Slow Food) ho acquistato 3,2 chilogrammi di un Parmigiano Reggiano da 36 mesi da portare a Londra lunedì pagandoli 53 euro circa, ovvero 15,80 euro al chilogrammo e non 21,80 o 23,50… Quando vuoi, la prossima volta, se ci sarà, te ne porto un pezzo e facciamo una prova comparativa tra il “mio” ed il tuo Parmigiano per vedere quale sia migliore e quale il rapporto prezzo-qualità vincente…
Potrei citare un sacco di altri casi dove la qualità è sicuramente super, degna di un Peck – dove il Parmigiano Reggiano da 40 mesi costa 40 euro - di un Fauchon o di un Salumaio di via Montenapoleone. Qualità che non ho motivo di dubitare sia super, anche se la prossima volta, da San Tommaso, mi piacerebbe chiedere a Farinetti di poter fare una prova giornalistica speciale, magari in compagnia di un esperto di mia fiducia, poter passare ai vari banchi e procedere ad assaggini di formaggi, salumi, ecc. per poi scriverne e valutarne la qualità in relazione al prezzo..), ma super anche il prezzo, tale da rendere Eataly, che per il momento è trionfante, di moda, trendy, figo (accidenti ha sedotto anche me!) appannaggio esclusivo, per quella voce vendita prodotti che è quella nettamente preponderante nel fatturato, degli happy few.
Non solo i Farinetti e gli aspiranti tali, ma professionisti, popolo della partita Iva con redditi elevati, un pizzico di food radical chic che non guastano mai, e quei “ricchi e agiati buongustai” che come scriveva recentemente il Guardian a proposito di Carlin (vedi), lo idolatrano per la sua promozione dell’alta qualità del cibo. Il che in inglese, senza frasette perdute misteriosamente per strada, recita “idolised by rich and leisured foodies for promoting high-quality, small-scale farming and organising a relaxed life around long lunches”.
Dobbiamo dunque intenderci: qual’é il popolo, sicuramente trasversale, di Eataly, e a chi si rivolge questo rutilante food store?
Sicuramente a chi ama la qualità del cibo e può spendere, lo ripeto, sto soprattutto parlando di chi si porta a casa le tante cose buone e golose poste in vendita in maniera ammiccante e irresistibile, non di chi affolla i ristoranti e gli spazi di aggregazione, meno, credo, a chi (e perdonami questa tirata populista un po’ qualunquista, ma anche un filo realista se me lo concedi), deve fare i conti con stipendi e potere d’acquisto (relativo) che non contemplano, purtroppo, il culatello a 79,80 al chilogrammo, il Castelmagno a 36,20, il trionfale Patanegra iberico bellota pura ghianda a 84,80, il pomodoro Ferrisi a 25 euro, le lenticchie di Ustica a 6,20 euro per 500 grammi e le tante cose buone sicuramente stre-pi-to-se ma care, che tu ed i tuoi collaboratori avete selezionato e imbandite in quell’angolo di Bengodi che è Eataly.
Come avrete visto ho evitato accuratamente di parlare della parte vino, che è importante e va trattata, conto di farlo presto, dopo ulteriore riflessione.
Su questo tema, che è centrale, considerando che Oscar Farinetti non è più un outsider o un semplice “dilettante” o un produttore… della domenica, ma un soggetto importante, proprietario di Borgogno, socio al 50% di Serafini e Vidotto in Veneto, proprietario della Brandini, ex Cavagnero, di La Morra, proprietario dell’azienda San Romano a Dogliani, proprietario delle Cantine del Castello di Santa Vittoria, co-proprietario della Monte Rossa, possibile futuro co-proprietario di… top secret, vedremo di riflettere attentamente, sine ira ac studio.
Perché l’incontro con Oscar è stato splendido, la bottiglia di Barolo 1982 di Borgogno perfetta (a quando un bis con altre annate tipo 1989, 1985, 1964, 1971 ?), l’atmosfera di Eataly stregante, ma qui non siamo disposti a fare sconti a nessuno, anche se appealing, simpatici e grandi imprenditori oggi anche produttori di Barolo di stampo classico.
Non si chiama forse Vino al Vino, perché dice pane al pane e vino al vino, questo blog?
Scritto da Franco Ziliani alle 2:05, in E voi cosa ne pensate?
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