Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'E voi cosa ne pensate?'

21 Febbraio 2008

Barolo al Syrah: ecco perché dire risolutamente NO!

Con un’incredibile tenacia il Cavaliere del lavoro Ezio Rivella (nella foto), che ricordiamo promuovere senza battere ciglio il Brachetto d’Acqui da Doc a Docg mentre era contemporaneamente presidente del Comitato nazionale dei vini Doc e amministratore delegato della più importante azienda produttrice di questo vino (conflitto d’interessi, ma scherziamo?) ogni tanto torna alla carica con le sue singolari trovate relative ai più importanti vini Docg italiani.
E’ recentissima, ed è stata testimoniata e pubblicata sul numero 79, gennaio-febbraio 2008, della rivista dell’A.I.S. De Vinis, in un garbatissimo articolo dedicato a “Denominazioni: limiti e virtù” firmato da quel grande giornalista e galantuomo che è Cesare Pillon, la geniale “pensata” di sostenere che “la denominazione dovrebbe prescindere dai vitigni o indicarne un grappolo, a percentuale facoltativa, in modo da permettere al produttore di esprimersi e di personalizzare il suo vino”.
E, ancora di più, di affermare (ma non è già passata l’epoca degli scherzi di Carnevale?) che “se il Barolo potesse utilizzare anche uve Barbera e Syrah uscirebbe certamente di livello qualitativo più elevato”.
Contando fino a cento e cercando di replicare in maniera urbana a simili stravaganti, provocatorie trovate che mirano oggettivamente ad indebolire i più importanti vini rossi Docg italiani i cui disciplinari siano ancora monovitigno (Nebbiolo per
Barolo e Barbaresco, Sangiovese per il Brunello di Montalcino) e che fanno ancora più male se si pensa che chi propone il Barolo al Syrah è nato in Piemonte non in California, ho così replicato (leggi) alla trovata rivelliana in questo commento pubblicato nell’ospitale spazio delle news del sito Internet dell’Associazione Italiana Sommelier.
Come io la pensi l’ho detto, ripeto contando sino a cento e sforzandomi di essere gentile, in questo articolo: volete anche voi dire, con chiarezza e altrettanta cortesia, dicendo la vostra senza degenerare, qual’è il vostro punto di vista?

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11 Febbraio 2008

Eataly: tutto buono, pulito e giusto, però…

Fino ad ora, come si è visto (leggi), solo note positive relative alla mia prima visita ad Eataly e all’incontro quasi “coup de foudre” (in senso intellettuale ovviamente!) con Oscar Farinetti.
Le osservazioni ascrivibili alla voce “attivo” continuano nel parlare dello “oggetto” e del “contenitore” Eataly, che è davvero splendidamente food friendly, accogliente, bello da vedersi e da vivere, che non è solo e non dimentica MAI di essere un luogo dove si deve fare food business, perché ci lavorano qualcosa come 240 persone ed il costo del lavoro è di 6 milioni di euro (su un fatturato del primo anno di ben 31 milioni), ma è un posto dove ci si può anche andare per imparare qualcosa. Il che in un negozio di alimentari, o in un supermercato, seppure elegante come questo, non accade di frequente.
Avendo girato con attenzione Eataly in lungo ed in largo, aggirandomi per circa un’ora in solitudine tra i banchi, le postazioni, i ristorantini tematici, la parata da Bengodi di cose buone e golose, prima che l’anfitrione venisse ad accogliermi e rendesse la mia una visita con Accompagnatore, mi sento di dire che questo luogo nasce da un’attenta, ragionata, e non casuale riflessione e che coglie l’obiettivo, fortemente voluto, quasi ostentato, di promuovere una cultura del cibo.
Questo anche in un luogo che si presenta come un supermercato, speciale, certo, dove i carrelli ed i cestini sono realizzate con bottiglie di plastica Pet giudiziosamente riciclate e recuperate, dove viene ricordato, con una marea di eleganti e chiari cartelli didascalici piazzati in ogni dove, che “mangiare è un atto agricolo”, che nutrirsi bene non è mai una scelta casuale, che si può contribuire alla difesa dell’ambiente scegliendo un packaging, un prodotto, una confezione, il terminale di una filiera con i passaggi ridotti al massimo, invece di altri.
A Eataly si può venire e ho visto tanta gente accorrere, guardandomi intorno, anche solo per curiosare, perché questo mega food store è trendy e di moda, perché l’atmosfera è piacevole, perché si possono leggere i giornali e le riviste disponibili, sfogliare i tanti libri di argomento food & wine in vendita nello spazio libreria, usufruire dei preziosi consigli di quel grandissimo ristoratore che è stato Renato Dominici della Carmagnole di Carmagnola, che oggi, a 82 anni portati con gagliardia, si mette ancora in gioco fornendo consigli su tutto l’universo del cibo, della cucina, della gastronomia, ai visitatori.
Inoltre tanti gastrogolosi ed enogastronauti vengono in questo posto perché ci si può collegare gratuitamente ad Internet e navigare (anche su questo blog) attraverso 8 postazioni Apple, scelte perché “vorremmo essere diversi alternativi, vincenti e soprattutto innovativi” come il gigante informatico di Cupertino in Silicon Valley.
Se l’idea madre di Eataly era quella di proporre al popolo dei golosi curiosi, di quelli che non si accontentano di mangiare ma vogliono conoscere e riflettere su quello che mangiano, insomma ad una fetta di quegli appassionati del wine & food che in questi anni hanno seguito San Carlin da Bra e la sua opera, un luogo dedicato, speciale, che parafrasando il Vangelo secondo Petrini è bello, appealing e gastronomicamente corretto, bene si può dire che il risultato sia stato splendidamente raggiunto.
La quantità di persone che ho visto mercoledì scorso gremire i vari Ristorantini tematici, (La pasta, il pesce, i salumi e i formaggi, la carne, le verdure, la pizza e la focaccia, della birra e agrigelateria), dove si può mangiare anche un solo piatto, accompagnato da una ricca selezione di vini al bicchiere e di birre spendendo cifre ragionevolissime, e aggirarsi tra gli scaffali e gli allestimenti scenografici e ben curati che accolgono prodotti di ogni provenienza e qualità (molti anche provenienti dalla gastro-galassia di aziende dell’impero Farinetti: le carni degli allevamenti della Granda, le acque e le bibite della Lurisia, le paste del Pastaio di Gragnano, i pelati Afeltra, le birre della Baladin, i salumi dell’Antica Ardenga, le robiole di Roccaverano dell’Agrilanga, le grappe di Montanaro, i prodotti di pasticceria di Luca Montersino, ecc. ecc. ne sto dimenticando sicuramente qualcuna) arriva ad Eataly con curiosità e forti motivazioni.
Fornite anche da un’organizzazione, ben collaudata, attiva, entusiasta, che, basta visitare il sito Internet (leggi), tutti i giorni o quasi, fornisce pretesti, stimoli, provocazioni per tornare al Lingotto e accorrere a degustazioni, presentazioni, cene a tema, incontri con gli autori, i cuochi, i produttori. Perché come si legge sul sito Internet (vedi) si può comprare, mangiare, imparare, partecipare ad eventi, su prenotazione, programmati con largo anticipo e ben presentati sul sito, seguire corsi di enogastronomia, imparare tutto sui prodotti dei Presidi di Slow Food, assistere a degustazioni letterarie, incontrare “i grandi”, ma soprattutto, ecco la formula vincente, ci si sente parte di una comunità che non solo mangia, ma respira, pensa, discute, vive, di cibo e di vino, che considera giustamente l’enogastronomia Cultura. Materiale se si vuole, con connessioni e risvolti finanziari ed economici, ma sempre cultura. Molto di più di tante carabattole e sciocchezzuole spacciate per “cultura”.
Chi viene ad Eataly è come chiamato a partecipare ad una sorta di rito laico goloso, ad una celebrazione della grandezza e della ricchezza di significato del wine & food, è spinto a socializzare e socializza anche facendo la fila, in maniera civile si spera, conversando amabilmente di tagli, di cotture, di tessitura delle carni, al banco del macellaio, dove volutamente non è stato previsto il numerino con l’ordine di servizio che troviamo dappertutto.
Tutto bello, buono, pulito e giusto, dunque, una riuscita sintesi di informale e di autorevole, di ironico e autoironico, di alto e di basso, di materiale e di sublime, un insieme che il suo patron orgogliosamente definisce “onesto ma furbo”.
Riuscito il tentativo di realizzare una vetrina rutilante ma friendly dei costosissimi e leggermente snob (ma suvvia diciamolo!) prodotti dei presidi Slow Food, che, voglio fare un po’ di demagogia spicciola, non so quanti metalmeccanici torinesi si possano permettere, e di tentare di divulgare al popolo goloso la “gioiosa” novella che per mangiare e bere cose di grande qualità occorre allargare il portafoglio e pagare dei bei soldini.
Però, e qui comincia la parte di segno negativo, caro nuovo amico Oscar, e partono le mie perplessità, che non posso nascondere, visto che faccio il giornalista indipendente e non l’agit prop o il propagandista o il… consulente strategico, tutta questa mirabilia, questa scienza golosa, questo regno della cuccagna realizzato, come orgogliosamente mi hai fatto notare, senza nessun contributo pubblico (beh la Regione Piemonte una paccata di soldi li aveva già elargiti, in finanziamento, al tuo amico Carlin…), ha un risvolto della medaglia che non mi convince.
Un prezzo da pagare davvero molto alto quello chiesto al consumatore finale, che in questo paradiso degli appetenti e di coloro che vivono anche per mangiare, e bene, si trova di fronte a prezzi sostenuti e, lo dico non scientificamente, perché dovrei fare una rilevazione comparativa del prezzo dello stesso prodotto ad Eataly e in una gastronomia di Torino o Milano o Roma, ma avendo più volte strabuzzato gli occhi davanti ai cartellini, più alti della media o comunque oggettivamente elevati.
Caro Farinetti, lo so benissimo che la qualità dei tuoi pomodori pelati Il miracolo di San Gennaro Afeltra sarà sicuramente stupefacente, ma 3,80 euro per una scatola da 800 grammi non sono briciole, come i fusilli tirati a mano del Pastaio di Gragnano (altra azienda tua) a 9,80 euro per 500 grammi sono una cifra davvero alla portata solo… del Farinetti di turno o di qualche ricco professionista della Torino bene, magari imparentato con la famiglia Agnelli…
Ho già parlato del mitico pomodoro Ferrisi, in vendita ad Eataly a 25 euro al chilogrammo (ma sul suo sito Internet - vedi - è possibile l’acquisto on line al costo di 28,50 euro per cinque chilogrammi, che aggiungendo i 15 euro della spesa di spedizione sino ai 10 chilogrammi, portano ad un totale ancora robusto ma più umano di 8,7 euro al chilogrammo, non 25…), ma riconoscendoti che il pane, molto buono, costa il giusto, anzi meno, che tanti prodotti preparati in loco, dalla pasticceria ai prodotti da forno sono proposti a cifre ragionevoli, che nei ristorantini tematici si può mangiare e bere senza svenarsi, non posso non rimanere stupefatto, visto che i prezzi li conosco perché la spesa la faccio io in casa Ziliani, per quello che ho visto.
Ad esempio per i numeri che mi sono annotato relativi alla fantastica, coreografica bancarella della verdura, per le melanzane viola a 4,50 euro al chilo, per le zucchine normali a 4 (7,50 euro quelle fiore del Lazio), per i peperoni rossi a 4,50 (e nemmeno quelli spettacolari e supremi di Carmagnola).
Sono rimasto sorpreso per il Parmigiano Reggiano di 36 mesi di stagionatura proposto a 23,50 euro al chilogrammo (in promozione a 21,80 il giorno della mia visita) nonostante la quantità che prevedibilmente viene smerciata. Sorpreso perché sabato dal mio formaggiaio di fiducia già citato nel primo articolo (Ol Formager di Bergamo - sito - che Eataly ben conosce e che è uomo probo vicino a Slow Food) ho acquistato 3,2 chilogrammi di un Parmigiano Reggiano da 36 mesi da portare a Londra lunedì pagandoli 53 euro circa, ovvero 15,80 euro al chilogrammo e non 21,80 o 23,50… Quando vuoi, la prossima volta, se ci sarà, te ne porto un pezzo e facciamo una prova comparativa tra il “mio” ed il tuo Parmigiano per vedere quale sia migliore e quale il rapporto prezzo-qualità vincente…
Potrei citare un sacco di altri casi dove la qualità è sicuramente super, degna di un Peck – dove il Parmigiano Reggiano da 40 mesi costa 40 euro - di un Fauchon o di un Salumaio di via Montenapoleone. Qualità che non ho motivo di dubitare sia super, anche se la prossima volta, da San Tommaso, mi piacerebbe chiedere a Farinetti di poter fare una prova giornalistica speciale, magari in compagnia di un esperto di mia fiducia, poter passare ai vari banchi e procedere ad assaggini di formaggi, salumi, ecc. per poi scriverne e valutarne la qualità in relazione al prezzo..), ma super anche il prezzo, tale da rendere Eataly, che per il momento è trionfante, di moda, trendy, figo (accidenti ha sedotto anche me!) appannaggio esclusivo, per quella voce vendita prodotti che è quella nettamente preponderante nel fatturato, degli happy few.
Non solo i Farinetti e gli aspiranti tali, ma professionisti, popolo della partita Iva con redditi elevati, un pizzico di food radical chic che non guastano mai, e quei “ricchi e agiati buongustaiche come scriveva recentemente il Guardian a proposito di Carlin (vedi), lo idolatrano per la sua promozione dell’alta qualità del cibo.
Il che in inglese, senza frasette perdute misteriosamente per strada, recita “idolised by rich and leisured foodies for promoting high-quality, small-scale farming and organising a relaxed life around long lunches”.
Dobbiamo dunque intenderci: qual’é il popolo, sicuramente trasversale, di Eataly, e a chi si rivolge questo rutilante food store?
Sicuramente a chi ama la qualità del cibo e può spendere, lo ripeto, sto soprattutto parlando di chi si porta a casa le tante cose buone e golose poste in vendita in maniera ammiccante e irresistibile, non di chi affolla i ristoranti e gli spazi di aggregazione, meno, credo, a chi (e perdonami questa tirata populista un po’ qualunquista, ma anche un filo realista se me lo concedi), deve fare i conti con stipendi e potere d’acquisto (relativo) che non contemplano, purtroppo, il culatello a 79,80 al chilogrammo, il Castelmagno a 36,20, il trionfale Patanegra iberico bellota pura ghianda a 84,80, il pomodoro Ferrisi a 25 euro, le lenticchie di Ustica a 6,20 euro per 500 grammi e le tante cose buone sicuramente stre-pi-to-se ma care, che tu ed i tuoi collaboratori avete selezionato e imbandite in quell’angolo di Bengodi che è Eataly
.
Come avrete visto ho evitato accuratamente di parlare della parte vino, che è importante e va trattata, conto di farlo presto, dopo ulteriore riflessione.
Su questo tema, che è centrale, considerando che Oscar Farinetti non è più un outsider o un semplice “dilettante” o un produttore… della domenica, ma un soggetto importante
, proprietario di Borgogno, socio al 50% di Serafini e Vidotto in Veneto, proprietario della Brandini, ex Cavagnero, di La Morra, proprietario dell’azienda San Romano a Dogliani, proprietario delle Cantine del Castello di Santa Vittoria, co-proprietario della Monte Rossa, possibile futuro co-proprietario di… top secret, vedremo di riflettere attentamente, sine ira ac studio.
Perché l’incontro con Oscar è stato splendido, la bottiglia di Barolo 1982 di Borgogno perfetta (a quando un bis con altre annate tipo 1989, 1985, 1964, 1971 ?), l’atmosfera di Eataly stregante, ma qui non siamo disposti a fare sconti a nessuno, anche se appealing, simpatici e grandi imprenditori oggi anche produttori di Barolo di stampo classico.
Non si chiama forse Vino al Vino, perché dice pane al pane e vino al vino, questo blog?

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23 Gennaio 2008

Saiagricola e l’etica del vino frutto

Domanda: vi sembra normale (non voglio parlare di deontologia e di correttezza, mi limito a porre la domanda in termini di normalità) che, come si può leggere sul numero 3-4 dicembre 2007 di Saiagricola news, periodico di informazione delle tenute del Gruppo Saiagricola Spa, e come relaziona un’intera pagina con il titolo di “Riunione Agenti Saiagricola. Special guest: Luca Maroni”, il noto teorico del vino frutto… che frutta sia stato protagonista di un qualcosa che viene definito “stage conoscitivo”?
E’ normale che un autore – redattore – editore di una guida com’è il maroniano Annuario dei Migliori Vini Italiani, in occasione dell’annuale riunione della forza vendita dell’impresa di investimento in agricoltura del Gruppo Fondiaria – Sai sia stato chiamato – e abbia accettato – di tenere una degustazione – “approfondimento dei vini selezionati nel suo Annuario”?
E’ normale, chiedo ancora, che chi giudica i vini, il Brunello di Montalcino ed il Rosso della Poderina, il Sagrantino di Montefalco di Colpetrone, il Vino Nobile di Montepulciano della Fattoria del Cerro (la cui annata 2004 del cru Vigneto Antica Chiusina è stata giudicata, con 94/100, il “secondo miglior vino rosso d’Italia” da un omonimo che si firma Luca Maroni) delle aziende di Saiagricola sia poi chiamato a parlare e condurre una degustazione nell’ambito di una Riunione Agenti dello stesso gruppo?
E, semplice domanda, sono in sintonia questi comportamenti del gruppo di cui è direttore generale Guido Sodano (Sodano? Dove ho già sentito questo cognome? In Vaticano - vedi - c’era un cardinale, Angelo Sodano, ma escludo sia parente di Guido…), società che “non si caratterizza come impresa che tende semplicemente ad effettuare investimenti finanziari o immobiliari, ma persegue con impegno l’obiettivo di proporre prodotti di qualità”, con il “Codice Etico, adottato dal Consiglio di Amministrazione di Fondiaria-Sai con delibera del 16 febbraio 2005 e successivamente recepito dai Consigli di Amministrazione delle Società del Gruppo”?
Non un codice qualsiasi, ma un Codice Etico (codice_etico_web.pdf ), con tanto di maiuscole, che “contiene una serie di principi di deontologia aziendale che il Gruppo Fondiaria Sai riconosce come propri e sui quali intende richiamare l’osservanza da parte di tutti coloro (organi societari, dipendenti, agenti, collaboratori, ecc.) che cooperano al perseguimento dei fini aziendali”. Letto, sono ben 19 pagine, il Codice, che si può scaricare dal sito Internet di Saiagricola (qui), io mi sono fatto una precisa idea, ma forse alla Saiagricola, che ha chiuso la Riunione Agenti con un dopo cena dove “tutti i partecipanti hanno potuto intrattenersi ai tavoli da gioco fra roulette, chemin de fer e poker, gestiti per l’occasione da esperti professionisti”, hanno, al di là degli altisonanti, virtuosi proclami, altre idee in merito.
Idee ovviamente condivise dal teorico del vino frutto, che sa perfettamente come far… fruttare il proprio personale metodo di giudizio sul vino.

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16 Gennaio 2008

Il Vigneto Italia è in calo: ma non dovrebbe calare anche la produzione di vino?

La notizia è notevole, di quelle che non possono passare inosservate e fanno discutere: la superficie vitata italiana secondo le più recenti analisi dell’Istat è in calo.
Dal 2000 al 2006 il Vigneto Italia avrebbe perso una superficie di 13.552 ettari pari al 2% del totale nazionale, passando da 692.420 a 678.868 ettari e perdendo per strada, causa espianti, un numero di ettari corrispondenti alla superficie vitata dell’Umbria.
Però, come ho detto in queste riflessioni, pubblicate (qui) nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S., non c’è da farne un dramma o da strapparsi i capelli temendo chissà quali apocalittici scenari.
L’ho scritto chiaramente e lo ribadisco “non è certo il numero complessivo di ettari in diminuzione a rappresentare il vero problema dell’Italia del vino di oggi (forse, paradossalmente ma non troppo, si può e deve dire che di ettari vitati ce ne sono anche troppi e molti in zone sbagliate o prive della vitalità necessaria a giustificarne l’esistenza). Il Problema è capire quali vini produrre, per quali mercati e per quali consumatori, con uno sguardo ampio e una capacità strategica, un’abilità nel delineare e anticipare nuovi scenari che al movimento vitivinicolo italiano, nel suo insieme, fa ancora, purtroppo, difetto….”.
E in questa convinzione sono confortato da altri autorevoli commentatori che pensano che se l’Italia produce il 30% di vino in più (o anche oltre) di quello che consuma, non ci sono alternative possibili, o lo si esporta, o si taglia la produzione.
Mi riferisco a Matteo Marenghi che sull’ottimo sito tecnico Infowine (leggi qui), ha scritto “
Se continueremo a bere i famigerati 48 litri pro capite di vino all’anno, fenomeno più facilmente destinato ad inesorabile decrescita, non possiamo sperare di trovare collocazione nel mercato nazionale a più di 25 milioni di ettolitri. Ovvero la metà della produzione nazionale, perlomeno in annate non tremendamente scarse come questa. Ma ciò è vero solo se gli italiani continueranno a bere italiano, e nel lungo periodo io non mi fiderei molto di questo benevolo assunto! In sostanza il mercato nazionale del vino è destinato a rimpicciolirsi, e conseguentemente, la concorrenza che si instaurerà fra le aziende vitivinicole ne obbligherà diverse alla chiusura. A meno che una quota maggiore di vitivinicoltori, anche se con aziende di modeste dimensioni, non persegua efficacemente la via dell’export, opzione che si appresta sempre di più a divenire un obbligo, pena la matematica impossibilità di piazzare l’intera produzione”.
E mi riferisco inoltre anche all’amico Maurizio Gily, direttore di MilleVigne che nell’attacco di quest’ottimo articolo (leggi) che merita di essere letto con attenzione e su cui ritornerò presto, riferendosi proprio a quanto scritto da Marenghi annota: “
Matteo Marenghi ha scritto in un recente editoriale su Infowine che non ci sono alternative all’allargamento del mercato, cioè dell’export, dei nostri vini e che anche le piccole aziende devono prenderne coscienza e attrezzarsi allo scopo. Impossibile contraddirlo. O meglio un’alternativa c’é, ma nessuno la vorrebbe neppure sentire: ridurre di un 30-40 % la produzione nazionale”.
Vogliamo cominciare a prendere seriamente in considerazione questa ipotesi o si tratta di un tabù sacrilego, di una parolaccia impronunciabile?
E voi, lettori di Vino al Vino, cosa ne pensate?

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11 Gennaio 2008

Giornalismo del vino e pubblicità : nessuna confusione possibile!

Ricevo dall’amico e collega Hervé Lalau, Secrétaire Géneral della Fijev (vedi) Fédération Internationale des Journalistes et Ecrivains des Vins et Spiritueux questa comunicazione, molto importante, che vi propongo in doppia versione, originale francese e italiano.
Con il titolo di Journalisme vineux et publicité: non à l’amalgame, si definisce “Injuste et dangereuse. C’est ainsi que la FIJEV considère la décision rendue par le Tribunal de première instance de Paris, qui, dans le cadre d’une plainte déposée par l’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie contre Le Parisien, assimile les articles sur le vin à de la publicité et stipule qu’en France, dorénavant, ces articles devront porter la mention obligatoire en matière de publicité sur les produits alcooliques en France: “L’abus d’alcool est dangereux pour la santé”.
Nous contestons énergiquement l’analyse du tribunal qui accorde crédit aux affirmations de l’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie: “Toute communication en faveur d’une boisson alcoolisée, telle qu’une série d’articles en faveur du Champagne, constitue de la publicité et tombe donc sous le coup du code de la santé publique”. Notre métier n’est pas de faire vendre. Nous ne faisons pas de la “communication”, ni de la réclame, nous informons. Nous participons à l’éducation à la qualité, nous ne poussons pas à la consommation. Cette décision de justice doit être révisée. Aidez-nous en ce sens. Nous attendons vos messages. Une pétition serait un premier pas, en attendant une constitution de partie civile dans un procès en appel. Nous devons soutenir nos confrères du Parisien, non par esprit de corps ou intérêt (nous n’en avons aucun en la matière), mais parce que cette cause est juste”. Si vous souhaitez signer la pétition mise en ligne par la FIJEV, rendez-vous sur le site Internet
(vedi)

Tradotta dalla lingua di Voltaire alla nostra la presa di posizione del collega francese ma residente in Belgio, dove é redattore capo della rivista In vino veritas (sito) e wine blogger (qui), dice questo: “Ingiusta e pericolosa è così che la Fijev considera la decisione presa dal Tribunale della prima istanza di Parigi che nel quadro di un ricordo presentato dalla l’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie contro il quotidiano Le Parisien, assimila gli articoli riguardanti il vino alla pubblicità e stabilisce che in Francia, d’ora in poi, questi articoli dovranno riportare la menzione obbligatoria in materia di pubblicità sui prodotti alcolici “l’abus d’alcool est dangereux pour la santé” (l’abuso d’alcol è pericoloso per la salute).
Noi contestiamo energicamente l’analisi del tribunale che ha dato credito alle affermazioni dell’Association Nationale pour la Prévention en Alcoologie et Addictologie secondo la quale “ogni comunicazione a favore di una bevanda alcolica, come una serie di articoli relativi allo Champagne (quelli pubblicati nel dicembre 2005 da Le Parisien) costituisce pubblicità e ricade dunque sotto la competenza della salute pubblica”.
Hervé Lalau e la Fijev sottolineano che « il nostro mestiere di giornalisti non consiste nel far vendere. Non facciamo della “comunicazione” né della pubblicità, ci limitiamo ad informare. Noi prendiamo parte al processo di educazione alla qualità, non spingiamo a consumare. Questa decisione della Giustizia francese deve essere rivista. Aiutateci a farlo. Attendiamo i vostri messaggi. Una pubblica petizione sarà il primo passo, in attesa di una costituzione di parte civile nel processo d’appello. Noi dobbiamo sostenere i nostri colleghi del Parisien, non per spirito corporativo o per interesse (non ne abbiamo alcuno in questa materia), ma perché si tratta di una giusta causa”. Se desiderate sostenere la petizione messa in Rete dalla Fijev visitate questo sito Internet a questo indirizzo (sito)”.
Questo l’accorato appello della Federazione internazionale dei giornalisti e scrittori del vino e degli alcolici, va poi ricordato che la sentenza ha condannato Le Parisien a 7500 euro di multa da destinare a favore dell’Anpaa che conta 1300 collaboratori sul territorio francese e un finanziamento pubblico di 60 milioni di euro annui.
La grave “colpa” consisterebbe nell’aver pubblicato, il 21 dicembre 2005, un dossier di tre pagine dedicato allo Champagne, un dossier composto da diversi articoli scritti dai giornalisti e dotati da titoli come “le triomphe du Champagne” (il trionfo dello Champagne), “le Champagne, star incontestée des fêtes” (lo Champagne stella incontestata delle feste), e “Quatre bouteilles de rêve”, ovvero “quattro bottiglie da sogno”. La prima pagina del giornale mostrava una flûte di champagne ed il dossier era corredato da foto, prezzi e indirizzi di cavistes dove acquistare gli Champagne.
Il direttore della Association nationale de prévention en alcoologie et addictologie (Anpaa) ha giudicato eccessivo il tono utilizzato dal quotidiano, « più simile ad un dépliant pubblictario di un supermercato messo nella casella della posta che un’informazione oggettiva” e chiede, alla luce della legge Évin del 1991, di arrivare ad una “giurisprudenza che definisca chiaramente una linea chiara da non superare”.
Questa la notizia, relativa ad un problema che, al momento, riguarda solo la Francia, ma occorre chiedersi chiaramente, alla luce del disposto del tribunale che stabilisce che “
d’ora in poi, gli articoli dovranno riportare la menzione obbligatoria in materia di pubblicità sui prodotti alcolici “l’abus d’alcool est dangereux pour la santé”, cosa rimanga del concetto di libertà di stampa e quale sia ormai il discrimine tra informazione e pubblicità, che sono e devono rimanere cose distinte, anche nel modo di essere presentate al lettore, e come sia possibile, per un giornale del vino in Francia, parlare correttamente e liberamente di vino quando un articolo, un dossier, una serie di degustazioni possono essere equiparate, mentre invece sono cosa completamente diversa, ad uno spot pubblicitario.

Dice benissimo l’amico Hervé:
La liberté de la presse ne se marchande pas, ne se divise pas, ne se complète pas, ne se conditionne pas. Ce qui arrive aujourd’hui aux journalistes du vin pourra demain arriver aux autres journalistes”, ovvero ”la libertà di stampa non si baratta, non si divide, non si completa, non si condiziona. Quel che capita oggi ai giornalisti del vino potrebbe capitare domani ai giornalisti di altre categorie”.
Cari lettori di Vino al Vino fatevi sentire, firmate qui, come ho prontamente fatto io, la petizione pubblica lanciata dalla Fijev su Mesopinions.com!

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9 Gennaio 2008

Riforma Ocm vino: impossibile essere soddisfatti!

Qualche tempo prima di Natale è stata approvata, dopo un lungo ed estenuante lavoro di trattative (leggasi compromessi, in molti casi nemmeno molto dignitosi) la riforma dell’Ocm vino che regola per i prossimi anni a livello comunitario il mercato del vino in Europa.
I risultati cui si è arrivati sono a dir poco deludenti e l’impressione diffusa è che non si sia voluto cambiare nulla per lasciare le cose come sono e per non turbare/intaccare gli interessi di molti. Sicuramente non dei viticoltori più seri. Sicuramente non dei consumatori.
Di questa riforma autentica occasione perduta per cambiare davvero le cose, parlo in questo articolo (leggete qui) pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. Associazione Italiana Sommelier. E voi cosa ne pensate? 

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4 Gennaio 2008

Prosecco “alternativa” allo Champagne? Una doverosa aggiunta

Registro, senza commentarle, le quattro ipotesi sinora espresse dai lettori di questo blog sul titolo diciamo così disinvolto e piuttosto “creativo” di Blogosfera vino relativo al carattere di “alternativa” allo Champagne del Prosecco (vedi).
Ipotesi numero uno: “non é che scrivendo così Blogosfera vino voleva ingraziarsi il Consorzio del Prosecco?”;
Numero due “l’articolo italiano é falsato perché non sanno tradurre l’inglese, punto”;
Numero tre “Francamente mi sembra una via di mezzo tra una provocazione a fini pubblicitari e una boutade”;
Numero quattro “Io penso che quanto scrive blogosfere sia volutamente un’ interpretazione deviata dell’articolo dell’Economist”.
Io resto della mia idea e rinvio all’articolo dell’Economist che, basta leggerlo con attenzione, parla chiarissimamente.
Voglio piuttosto fare una doverosa aggiunta, nata dalla lettura (mentre intorno alle 13.30 aspettavo il mio turno dal barbiere) di un articolo dedicato al Prosecco e intitolato Bubbling under, pubblicato sul supplemento Italy 2008 del mensile inglese Decanter, opera di Tom Stevenson che non è solo il curatore dell’annuario internazionale del vino Wine Report (- vedi - la cui parte relativa all’Italia è curata da Nicolas Belfrage MW e dal sottoscritto), ma è uno dei più grandi conoscitori di spumanti e Champagne del mondo intero, autore di quella Christie’s World Enciclopedia of Champagne and Sparkling wine che vi consiglio caldamente di acquistare (ad esempio qui tramite Amazon).
L’articolo di Tom si apre con queste esatte parole: “What would you compare Prosecco to?
Not Champagne. Even Prosecco producers do not pretend that their tank-fermented fizz should be compared to Champagne. If anything. Prosecco should be-regarded as Italy’s answer to Cava. It might not be bottle fermented, but like Cava, it is made from indigenous varieties, and the price points are much closer”.
E tutto l’articolo, molto positivo nei confronti del celeberrimo vino simbolo della Marca Trevigiana, non stabilisce alcun punto di contatto tra Prosecco e Champagne, leggere per credere.
Qualche anima caritatevole, non lasciate a me questa incombenza, vuole avere la compiacenza di tradurre in italiano l’attacco dell’articolo di Tom Stevenson e inviarlo all’attenzione degli accuratissimi redattori di Blogosfera vino, così tanto per spiegare loro che il Prosecco può essere “la vera alternativa allo champagnesolo nel mondo dei sogni o in un immaginaria landa dove i bambini nascono ancora sotto i cavoli?

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Ma il Prosecco è davvero “un’alternativa” allo Champagne?

Voglio proporvi un giochino divertente. Provate a leggervi questi due testi che vi segnalo, il primo (leggete qui, in inglese) un articolo pubblicato lo scorso dicembre dall’autorevole (per questo settimanale si dice sempre così in Italia, qualsiasi cosa scriva) magazine britannico The Economist. Il secondo una cronaca (leggete qui), ispirata anche dall’articolo dell’Economist pubblicato su un qualcosa, che ha più l’aria del sito o dell’agenzia di stampa che di un vero e proprio blog, anche se consente di postare commenti, che si presenta come Vino blogosfere.
Voglio farvi notare subito, prestando di porre attenzione, ai due titoli, che sono
Italy’s cheaper alternative to champagne is growing in popularity, ovvero Cresce la popolarità dell’alternativa italiana economica allo Champagne, nel caso dell’Economist, e invece Per The Economist il prosecco è la vera alternativa allo champagne secondo Blogosfere vino. Il che non mi sembra proprio l’esatta traduzione, visto che cheaper (ovvero la più economica,ma anche la più scadente) diventa “la vera” secondo gli italiani.
Ora passate alla lettura degli articoli e verificate se nel testo inglese il pur rispettabilissimo Prosecco, nome con il quale designiamo sotto uno stesso cappello sia le sue espressioni più nobili e rispettabili come il Prosecco Doc di Conegliano Valdobbiadene nelle sue diverse tipologie (degustati a Londra il 13 dicembre ben 24 Prosecco Doc, la più ampia degustazione di Prosecco della mia vita… ), sia i Prosecco generici, tra cui quelli proposti in lattina e reclamizzati, con dubbio gusto, da Paris Hilton, venga mai proposto come una seria e reale alternativa allo Champagne.
Si scrive che “le vendite del migliore Prosecco Doc sono raddoppiate negli ultimi 15 anni sino a raggiungere 50 milioni di bottiglie”, si ricorda, parole del direttore del Consorzio, che “i due vini non sono in competizione sul mercato italiano”, che “lo Champagne è per le speciali occasioni, mentre non c’è bisogno di alcun speciale motivo per stappare una bottiglia di Prosecco”, e che i due vini competono sui mercati esteri, dove un terzo della produzione di Prosecco è esportato, soprattutto in Germania dove è popolare da tempo.
Si ricorda che le esportazioni verso il Regno Unito sono quintuplicate dal 2000 in poi, sino a raggiungere nel 2006 la quota di 1,1 milioni di bottiglie, e altrettanto negli Usa dove sono passate da 555 mila 1,4 milioni di pezzi nello stesso periodo, con una velocità di crescita superiore a quella dello Champagne.
Ma lo Champagne nel Regno Unito, dati 2006 (leggi), vendeva quasi 37 milioni di bottiglie e 23 negli Stati Uniti, contro le quote sicuramente in crescita, ma modestissime, del Prosecco.
Bene, ma allora come fanno i creativi di Blogosfere vino, che nel loro articolo non menzionano mai, chissà perché, i numeri dello Champagne, citando i quali la loro tirata filo Prosecco sarebbe apparsa comica, a titolare, nonché scrivere nell’articolo che “
il prosecco è diventato l’alternativa dello champagne”?
Va bene raccontarci, dettagliatamente, i successi dello spumante italiano (nome generico che mette in uno stesso contenitore metodo classico, charmat, spumanti aromatici, ecc.), soprattutto fuori casa, dove cresce in maniera interessante, ma perché attribuire quello che l’Economist non si è mai sognato di pensare e di scrivere, ovvero che “Per The Economist il prosecco è la vera alternativa allo champagne”?
E dove sta scritto nell’articolo dell’autorevole settimanale economico-politico britannico che “per The Economist, che gli ha dedicato un articolo, il prosecco italiano all’estero, dove viene spedita un terzo della produzione, fa concorrenza allo Champagne con le vendite che complessivamente sono raddoppiate negli ultimi 15 anni saturando il mercato tedesco”?
Come diavolo si fa a fare “concorrenza” nel Regno Unito con un rapporto schiacchiante che è di poco più di un milione di bottiglie di Prosecco contro 37 di Champagne?
Suvvia Blogosfera vino, non raccontiamo barzellette!

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19 Dicembre 2007

Verticale del Chianti Rufina: i perché dell’assenza di Selvapiana

Siamo stati in tanti a stupirci e rammaricarci (e poi a scriverlo, ad esempio qui, oppure qui e ancora qui, tutti e tre i link sono attivi) che alla magnifica degustazione di vecchie annate di Chianti Rufina, ottimamente organizzata dal Consorzio Chianti Rufina che si è svolta, circa un mese fa, a Firenze, non fosse presente, con i propri splendidi vini, un’azienda imprescindibile per la zona come Selvapiana, portabandiera, da sempre, con il marchese Francesco Giuntini Antinori, e ora con Federico Masseti Giuntini, della qualità e del buon nome della Rufina.
Le ragioni, come mi aveva spiegato Federico la sera stessa, in occasione della cena che fece seguito alla degustazione, e come avevo immaginato, erano molto semplici: una presa di posizione polemica contro il Consorzio ritenuto non sufficientemente impegnato nella lotta contro il progetto di un mega termovalorizzatore, dieci volte più grande di quello già esistente, posto proprio nel cuore della Rufina, di fronte a Selvapiana.
Ho capito, pur non condividendola, la sofferta scelta di Federico, (meglio sarebbe stato essere presenti e cogliere l’occasione, magari prendendo la parola nel corso della discussione seguita alla degustazione, per sollecitare l’attenzione di tutti sull’annosa questione del termovalorizzatore), come giornalista che per primo, a livello nazionale (ed internazionale insieme all’amico e collega Nicolas Belfrage, con il quale scrivemmo un articolo per il settimanale inglese Harpers) aveva sollevato il problema, qui (leggi) su Vino al Vino, nonché sul Corriere Vinicolo, e sollecitato, anche da parte del Consorzio e del past president, un maggiore impegno.
E’ con piacere che pertanto pubblico oggi, integralmente, il comunicato che Federico Masseti Giunti ha voluto inviare a me e agli altri giornalisti presenti per spiegare diffusamente, in maniera chiara ed incontrovertibile, i motivi del suo non partecipare alla verticale di un mese fa.
Una cosa è certa: la questione del mega termovalorizzatore resta, purtroppo, attuale e viva. E non è un problema solo di Selvapiana, che questo monstrum se lo troverà, se non accade un miracolo, di fronte, ma di tutta la Rufina. E nessuno pensi che la questione non lo riguardi, perché farebbe un clamoroso errore.
E’ l’immagine del Chianti Rufina, della splendida area della Rufina ad essere in pericolo, non una sola, pur importante, parte.
Che al Consorzio, nelle aziende produttrici, nei Comuni della zona interessata, in tutta la Toscana, del vino e non, se lo mettano in testa, una volta per tutte.

Il comunicato di Selvapiana

Vari giornalisti hanno chiesto a Federico Giuntini Antinori Masseti, perchè un’azienda storica come Selvapiana non ha presentato vini in occasione della bella verticale organizzata recentemente dal Consorzio del Chianti Rufina. Ci scusiamo se solo ora diamo una risposta, ma i vertici del Consorzio - prendendo una decisione per noi incomprensibile - non hanno voluto fornire prima di qualche giorno fa, l’elenco dei giornalisti presenti.
Inviare un comunicato a tutti ci sembrava un atto eccessivamente polemico, ma spiegare il perchè ai presenti ci sembra invece un atto dovuto perchè la scelta non sembri frutto di uno stile snob che non ci appartiene affatto. Le motivazioni che hanno  portato Selvapiana a decidere di non partecipare sono profonde e proviamo di seguito a spiegarle.
E’ ormai nota a molti,  la difficile battaglia che Selvapiana sta conducendo in questi ultimi due anni opponendosi alla realizzazione di un nuovo impianto di incenerimento rifiuti con recupero di energia, 10 volte più grande di quello attualmente presente in Valdisieve.
E’ un problema che dovrebbe interessare e coinvolgere tutti, sia in quanto aziende private, sia e ancor più in quanto Consorzio. Il futuro della Rufina riguarda tutti. Soprattutto non dovremmo limitarci a dire “no”, ma dovremmo invece trovare insieme valide alternative per risolvere un problema che non si ferma a decidere “inceneritore sì - inceneritore no”, ma piuttosto cerca possibilità di soluzione al problema dello smaltimento rifiuti che ne è a monte, senza però deturpare una zona così bella e ricca dal punto di vista paesaggistico e agricolo.
In questa battaglia Selvapiana ha alleati tra i produttori, ma molti di più sono i silenzi e l’indifferenza da parte di istituzioni pubbliche e private, silenzi troppo spesso motivati da opportunismo e paura di urtare la suscettibilità delle amministrazioni locali che di questo tipo di inceneritore si sono fatte paladini.
La scelta di non presentare vini all’evento organizzato, è stata motivata dal desiderio di lanciare un messaggio forte e polemico, voleva essere una decisa sollecitazione per il gruppo dirigente del Consorzio perchè prenda atto che oggi, promuovere il territorio del Chianti Rufina è anche difenderlo da questo progetto, per non avere domani come porta d’accesso alla Valdisieve, un enorme inceneritore che non farebbe certo bella mostra di sè nelle foto ricordo dei turisti!
E non ribadiamo qui, perchè non è la sede adeguata, tutte le problematiche connesse alla salute degli abitanti della zona che sono ancora più importanti di tutto il resto. Selvapiana ha voluto dire che organizzare eventi per promuovere la Denominazione è giusto, ma tutti ormai sanno anche che la promozione di un territorio non può più prescindere dalla conservazione ambientale e dalla sua difesa.
Adoperarsi per l’uno e non fare niente per l’altro è una scelta facile, ma miope. Non partecipare all’evento è stato giusto o forse no, ma in questo momento cruciale l’azienda sta giocando ogni carta per sollecitare istituzioni importanti come il Consorzio a non nascondere la testa sotto la sabbia ignorando il problema, ma a prendere una posizione ufficiale nell’interesse di tutti i produttori della zona e della Rufina. 

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13 Dicembre 2007

Winemaker ed enologi in crisi? Un’analisi di Assoenologi

Interessantissima e un filino inquietante questa notizia pubblicata ieri su Winenews.it (leggi).
Dall’Assoenologi, l’organizzazione degli enologi italiani, la categoria (sito) di cui fanno parte, ognuno con la propria quota di responsabilità nell’avere determinato il presente (incerto e stravagante) del vino italiano, i Rivella (Ezio, Guido e Bruno, quasi una dinastia), i Ferrini, i Cotarella, i Pedron, i Chioccioli, i Caviola, ma anche i Lanati, i Fiore, i Bernabei, i D’Afflitto, i D’Attoma, i Giordano Zinzani, i Giorgio Grai, nonché tantissimi altri meno noti, ma spesso altrettanto o più bravi (solamente meno mediatici), arriva un’analisi che dice testualmente che “la situazione odierna del mercato del lavoro per i neodiplomati e/o neolaureati in enologia è allo stallo. Il mercato del lavoro specifico per queste figure professionali è oggi saturo”.
Secondo l’Assoenologi “nei prossimi tre anni saranno assunti non più di 450 nuovi tecnici, di cui il 50% dovuto al naturale ricambio per il pensionamento degli attuali”. Oggi in Italia operano qualcosa come 4.100 enologi ed enotecnici di cui l’organizzazione nazionale di categoria “raggruppa e rappresenta il 95%; il 40% inquadrato con responsabilità decisionali in aziende private o cooperative, il 10% come liberi professionisti, mentre la rimanente percentuale è impegnata con mansioni diverse”.
Le statistiche dicono che il 74% opera nel Centro Nord, ovverosia dalla Toscana in su, con una percentuale di donne (e ce ne sono bravissime, basta citare Barbara Tamburini, Graziana Grassini, Gabriella Tani, per dire le prime wine maker consultant che mi vengono in mente, intorno al sei per cento.
Insomma, come dire ai giovani ragazzi tarantolati dal successo mediatico, dalla fama universale dei wine maker dalle vite complicate e di corsa, ma dal conto in banca robusto, che forse sarà meglio che per il futuro, se amano il vino e vogliono viverci dentro, sarà meglio pensare ad altre carriere professionali, magari quella dell’agronomo, oppure a quella dell’esperto di marketing e di mercati, piuttosto che cercare di imitare la strada dell’enologo ‘co baffi, del Michel Rolland de noantri o del potente ex amministratore delegato della Banfi?
Dopo l’epoca dei re Mida della cantina che basta guardino un vino, nemmeno toccarlo, e lo rendono super (anche nel costo), ad uso e consumo di guide e consumatori pigri, diciamoglielo chiaro a ‘sti ragazzi che non c’è più trippa per gatti e che l’inflazione, che nessuno risparmia, tocca ora anche i winemaker!

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