Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'E voi cosa ne pensate?'

22 dicembre 2009

Carlo Ferrini approda al Barolo: una scelta felice?

Leggo su Panorama Economy che due importanti imprenditori parmigiani, Andrea Costa (fondatore 30 anni fa della Parma Globalgest, ora presidente di Metroparma e della Stt pubblica) e suo figlio Luca, “hanno deciso per passione di lanciarsi nell’avventura del vino, partendo dalle Langhe e dalla Maremma”.
Hanno deciso di investire, davvero molto “coraggiosi” di questi tempi, nientemeno che 20 milioni di euro, rilevando due aziende, una in Piemonte e una in Toscana, per 30 ettari complessivi, pensando a dare vita a “cantine ecosostenibili, niente rete di vendita ma microeventi unici e originali per comunicare e integrazione fra vino e ospitalità (in futuro realizzeranno un piccolo relais)”.
Niente da dire, se non fare loro tanti tanti auguri (che ne hanno bisogno), sul loro obiettivo finanziario, “arrivare al break-even nel 2011 e a 5 milioni di ricavi”, puntando in Toscana, “sul Morellino e sull’Igt Maremma” ed in Piemonte sul rilancio di “due cru storici del Barolo, insieme al Dolcetto”, (uno dei due cru è il Castelletto in Monforte d’Alba, di cui hanno acquistato alcuni ettari da Gigi Rosso), ma, mi chiedo, per ottenere le loro 300 mila bottiglie in Maremma, e “non più di 90 mila a Monforte d’Alba”, chi diavolo li ha consigliati nella scelta dell’enologo?
Va bene, se la cosa garba loro, affidarsi per la produzione in Toscana alle tecniche e ai sistemi di Carlo Ferrini (nella foto: enologo consulente di Castello di Brolio Barone Ricasoli, Castello Romitorio, Castello del Terriccio, Brancaia, Tenuta degli Dei, Fattoria di Petrolo, Castello di Fonterutoli Marchesi Mazzei, Poggio Verrano tra le altre), che hanno scelto come winemaker.
Ma per lavorare sul Nebbiolo e ottenere Barolo (mica un Super Tuscan qualsiasi) che parlino veramente della loro terra, e non siano vini qualunque, proprio ad un enologo, toscano, che non vanta nessuna esperienza sul Nebbiolo, e che è soprattutto un esperto di Merlot e di vitigni del centro sud, e che sul Barolo è totalmente privo d’esperienza dovevano rivolgersi?
Intendiamoci, ognuno ha la facoltà, visto che siamo in un Paese libero, di investire i soldi (investire ex novo sul vino oggi?) come vuole e di scegliersi i propri collaboratori in base ai propri, personalissimi, criteri di decisione, ma ragionando lucidamente siamo proprio certi che puntare su Ferrini per produrre un Barolo sia la scelta più azzeccata e sensata, tanto più oggi che i metodi e la stilistica di certi winemaker come lui mostrano decisamente la corda e non “funzionano” più come un tempo?

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18 novembre 2009

Eno-barzellette: ritornano gli ineffabili Top 100 di Wine Spectator

Sono tempi difficili e abbiamo tutti bisogno di ridere ogni tanto. Allora mettetevi lì tranquilli, che voglio provare a raccontarvi un’eno-barzelletta. Il tema, quello che ogni anno, da parecchio tempo, ci regala immancabilmente una risata, o quantomeno un sorriso, una vera garanzia di comicità (tipo le gaffes di Berlusconi e l’italiacano di Di Pietro) sono i Top 100 di Wine Spectator, la graduatoria dei presunti, come definirli, migliori, più rilevanti o importanti vini dell’anno, che loro dicono essere costruita, anzi based, “on quality, value, availability and excitement”, ovvero sulla qualità, la convenienza, la disponibilità e reperibilità e la capacità di “eccitamento”.
E’ da poco on line, con accesso riservato agli abbonati (e io lo sono, all’edizione on line della rivista: dovere di documentazione, ma anche per farmi qualche risata ogni tanto) la graduatoria di quelli che, per quest’anno, dovrebbero essere i vini “da non perdere” secondo la rivista.
Non mi soffermerò a riferirvi chi sia quest’anno, secondo Wine Spectator, il migliore vino dell’anno, ma chi se ne frega, ma per vostro diletto voglio soffermarmi sulla nazionale italiana, sulla selezione composta da 17 vini che dovrebbe, secondo le intenzioni della rivista, rappresentare il meglio dell’enoica produzione.
Prima di lasciare spazio all’elenco, voglio solo darvi qualche numero: su 19
vini scelti, uno è friulano, prodotto da un’azienda che ha un enologo consulente di quelli cari alla rivista, uno altoatesino, due sono piemontesi (due Barolo soli a rappresentare l’annata 2005) e ben 15 sono toscani, con tre Brunello di Montalcino 2004, due Chianti Classico e nove tra Super Tuscan storici (alcuni dei quali, come il Flaccianello della Pieve ed il Fontalloro, potrebbero essere a rigore commercializzati anche come Chianti Classico) e “nuove proposte” a base di Syrah, o di mix tra Sangiovese e varietà francesi.

Ma eccovi, per la vostra gioia ed il vostro legittimo divertimento, l’Italian Top list, secondo WS:

5° Chianti Classico 2006 Castello di Broli0
7° Barolo Marcenasco 2005 Ratti
8° Flaccianello della Pieve 2006 Fontodi
10° Toscana Tre 2007 Brancaia
11° Brunello di Montalcino 2004 Poggio il Castellare
13° Fontalloro 2006 Fattoria di Felsina
15° Brunello di Montalcino Castelgiocondo 2004 Marchesi Frescobaldi
16° Brunello di Montalcino 2004 Uccelliera
27° Giorgio Primo 2007 La Massa
30° Crognolo 2007 Sette Ponti
35° Chianti Classico riserva 2006 Viticcio
37° Torrione 2007 Petrolo
46° Bolgheri Greppicante 2007 I Greppi
49° Syrah Cortona Il Bosco 2006 Tenimenti D’Alessandro
61° Toscana Monte Antico 2006
70°Alto Adige Pinot grigio 2008 Cantina San Michele Appiano
79° Collio Pinot grigio 2008 Livio Felluga
80° Non Confonditur Toscana 2007 Argiano
81° Barolo Carobric 2005 Enrico Scavino

Che dire di questo elenco (WS assicura che quest’anno, in epoca di crisi, hanno cercato di concentrarsi su vini dai prezzi particolarmente convenienti) se non che rappresenta l’ennesimo “capolavoro” di una rivista che può prendere sul serio solo chi di vino non capisce niente, gli esterofili ed i provinciali che siccome una cosa l’hanno stabilita “gli americani” deve per forza essere trendy, in & glamour?
Ad essere gentili ci si può limitare a dire che Giacomino Suckling agli amici vuole ancora bene, visto che inserisce ben due aziende di quella provincia di Arezzo dove risiede (Torrione e Sette Ponti, questa molto amica anche dell’editore di WS) e che non mancano poi storici amici della rivista come i Marchesi Frescobaldi (con il loro Brunello Castelgiocondo 2004 che sia io che altri non troviamo invece poi così irresistibile…), ed i baroni Ricasoli, il cui Chianti Classico 2006, con i suoi 96/100, le sue 6170 casse prodotte, il suo prezzo di 54 dollari sullo scaffale Usa, ed il quinto posto in gladiatoria dovrebbe rappresentare il meglio del vino italiano.
Per il resto, plauso doveroso al davvero eccellente Brunello 2004 dell’Uccelliera, e omaggio alla capacità di Felsina e Fontodi (e del loro enologo Franco Bernabei) di realizzare vini, sicuramente ben fatti, che con regolarità riescono a compiacere il gusto della rivista, un bel tacer non fu mai scritto.

Che il pur buono Barolo Marcenasco di Renato (Pietro) Ratti costituisca il meglio della barolesca selezione (situato al settimo posto) accompagnato solo (in 81esima posizione) dal Barolo Carobric di Enrico Scavino, mi sembra una scelta che si commenta da sola e attesti quanto ben poco sul serio vada preso questa ennesima stravagante uscita della rivista.
Che la nobilitate del vino italiano sia dovuta a questi vini (ad un Greppicante piuttosto che ad un Greppicaia o a Chianti classico internazionali realizzati secondo il Ferrini style) lasciate che continuino a crederlo solo Suckling, Wine Spectator ed i loro reggicoda.
Noi, esaurita la risata per questa eno-barzelletta, proviamo a cercare verità, emozioni e piacere in ben altri vini…

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30 ottobre 2009

Dei “tre bicchieri” sfiorati e dei misteriosi criteri di scelta di certe guide


Dedicato a tutti coloro che credono ancora (proprio come alcuni “ingenui”, persuasi che i bambini nascano sotto i cavoli o che li porti la cicogna…), che le guide, certe guide, si possano prendere sul serio e che addirittura – folgorate su chissà quale via – possano cambiare o migliorare.
La guida di cui sto parlando è quella che oggi, dopo la separazione da Slow Food è totalmente appannaggio del Gambero rosso editore, ovvero Vini d’Italia.
L’episodio che intendo raccontarvi e di cui potete trovare racconto anche nel forum del sito Internet gamberesco, a questo indirizzo, riguarda il singolare caso di una piccola azienda agricola, produttrice di eccellenti Barbaresco in frazione Tre Stelle di Barbaresco, Cascina delle Rose.
A Giovanna Rizzolio, la cara amica che è la mente dell’azienda, ed i cui vini, i Barbaresco Rio Sordo e Tre Stelle, ho più volte inserito in degustazioni dedicate al Barbaresco che ho avuto il piacere di condurre qua e là in giro per l’Italia (ultima occasione la degustazione di Bologna cui faccio accenno in questo post) e che ho cercato di fare conoscere anche ad amici sommelier come ad esempio il delegato della Versilia Andrea Balzani che li ha inseriti nella gamma dei vini da lui distribuiti con la sua società, è capitato di pensare quello che ognuno di noi sicuramente avrebbe pensato.
Ovvero che la richiesta di invio di campioni di Barbaresco Rio Sordo 2006, arrivata dalla redazione del Gambero rosso con la motivazione che il vino “è stato selezionato per le finali per i tre bicchieri della guida vini d’italia 2010”, avesse un preciso significato.
In altre parole che nel migliore dei casi il vino avrebbe ottenuto la massima valutazione, quella degli una volta tanto ambiti “tre bicchieri”, mentre nel caso il vino non avesse totalmente appagato i degustatori, si sarebbe dovuto accontentare di un giudizio di due o di un solo bicchiere.
Questo anche se il buon senso induce ad escludere che un vino, che con ogni probabilità era già stato preventivamente degustato e valutato, lo dico a spanne, da “due bicchieri e mezzo” e papabile per il terzo, possa poi, una volta degustato per verificare se potesse essere “tribicchierabile”, essere retrocesso al rango di vino di scarso interesse. In altri termini di vino monobicchiere o meno.


Bene, si fa per dire, cosa è successo? Che il Barbaresco Rio Sordo 2006 di Cascina delle Rose, il papabile “tre bicchieri”, è stato degustato e giudicato, ma poi, una volta pubblicata l’edizione 2010 della guida, dell’azienda produttrice di questo vino che avrebbe potuto sfiorare l’eno-empireo, che sembrava vicinissimo ad arrivarci, nella guida stessa non c’é traccia.
Perché evidentemente non giudicata, Cascina delle Rose, nemmeno degna di essere segnalata anche nello spazio un po’ inglorioso e sicuramente minore delle “altre cantine”, quelle che non ottengono la canonica scheda descrittiva, con i singoli punteggi riservati ai singoli vini.
Sul forum del sito del Gambero rosso Giovanna Rizzolio, che non essendo nata ieri non crede affatto alla fata turchina e alla cicogna, ha manifestato il suo meravigliato stupore per l’accaduto, scrivendo: “mi sono state chieste le bottiglie per la finale dei 3 bicchieri e ne son rimasta stupita enormemente. Non per la qualità dei vini, bensì per il fatto che mi sono stati richiesti specificamente solo i campioni dei 2 Barbaresco, nessun altro vino e neppure nessuno della guida è venuto in cantina per vedere e capire se il Rio Sordo potesse essere un “errore di percorso” o uno standard ricorrente. Pensavo che una proposta ai 3 bicchieri richiedesse una maggiore conoscenza della cantina”.
E poi ribadendo, di fronte alla “risposta” (vogliamo definirla così?) del “lider maximo” della guida, quello che ha il potere, quasi da giudice monocratico, di assegnare “tre bicchieri plus”, e si permette di dare del “cioccolataio” al prossimo, concretizzatasi in un lapidario “Non è detto che un’azienda che manda un vino in finale debba poi essere recensita. Se quello è l’unico vino valutato positivamente e poi non ce ne sono altri degni di nota, oppure ce ne sono alcuni valutati negativamente, è possibile che la scheda non venga fatta.”, di non capire la logica di queste decisioni, con “un solo vino valutato va in finale per i 3 bicchieri (richiesto da voi, non mandato da me), ma non viene fatta la scheda se non passa la finale”.
Giovanna chiudeva il suo intervento chiedendo di aiutarla a capire.
Bene, volete, vogliamo darle una mano a farlo, a smontare e ricostruire il meccanismo “logico” che fa sì che ad un’azienda si chiedano campioni di un vino considerandolo un papabile “vino top” e poi quando questo vino “top”, ad insindacabile giudizio dei super esperti, non si rivela, di quella azienda e di quel vino su quella guida che ha richiesto i campioni non appaia traccia, come se quel vino degustato e mandato in “finale dei tre bicchieri” non fosse mai esistito?

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21 ottobre 2009

Bando agli equivoci: ecco quanto mi viene contestato di aver pubblicato

Ad ulteriore chiarimento di quanto già pubblicato qui, anche come doverosa replica ad alcune persone, tra cui amici e colleghi, che in sede di commento hanno rilevato che “chiunque abbia il diritto di arrabbiarsi quando gli si lanciano accuse gratuite (quali sono sempre quelle anonime).
E siccome la calunnia è un venticello, comprendo anche il risentimento di chi si trova calunniato dagli anonimi”, e ancora che “va difesa la libertà di stampa e parola ma anche la libertà altrui di potersi difendere contro quello che ritiene diffamatorio, anche con vie legali secondo il codice civile (non penale!)”, ritengo utile fare un’aggiunta a quanto già scritto.
E ovviamente senza fare riferimento all’azienda che ha ritenuto opportuno farmi scrivere dal proprio avvocato ritenendo alcuni commenti da me pubblicati “affermazioni del tutto inaccettabili e tali da configurare una chiara diffamazione”, ci tengo, per sgombrare qualsiasi equivoco, rendere partecipi i lettori di questo blog (anche quelli che mi leggono all’estero e mi hanno scritto chiedendo di poter tradurre in inglese e francese e pubblicare sui loro blog quanto ho raccontato, cosa che avverrà molto presto), dei testi la cui pubblicazione mi viene contestata.
Inutile precisare che i testi che ora pubblico sono purgati da ogni riferimento che aiuti a capire di quale azienda si tratti e che io non risponderò ad alcuna domanda che mi chieda di rivelare quale sia il produttore in oggetto. Inutile pertanto chiedermelo.
Testo numero uno
“se vuoi vendere i tuoi vini devi per forza di cosa fare carte false. Non è più sufficiente che il vino sia buono per venderlo, devi scendere a compromessi. Se un produttore invita un giornalista del settore a visitare la propria azienda, lo scopo è uno soltanto, farsi pubblicità.
Se ci fate caso sulle varie guide, con i punteggi più alti, trovate il più delle volte sempre le stesse aziende. Ormai il meccanismo è così ben oleato che non c’è alcun motivo per cambiare. Ci guadagnano le cantine e ci guadagnano contemporaneamente le varie riviste e guide, e giornalisti vari. L’argomento è troppo complesso e lungo per continuare, ma voglio concludere con una domanda.
Secondo voi un importante wine writer americano, dovendo fare una scelta, preferirebbe visitare per un week end un produttore toscano dotato di castello o un piccolo produttore della Basilicata? Per me la risposta è ovvia. Visiterebbe l’azienda con castello, con loro ci guadagna, il posto è bellissimo, verrebbe trattato da re e tante altre bellissime cose. Con il piccolo produttore non saprebbe proprio cosa farci”.
Testo numero due

“io non cerco concentrazione e semplicità in un XXX (il nome del vino). Voglio che sia limpido, sapido…insomma un vero vino base xxx (il nome dell’uva) di quella nota località. Ti racconto un aneddoto curioso: pochi giorni fa ho avuto la possibilità di assaggiare il XXX riserva xxx di diversi anni d’età, colore quasi impenetrabile (dopo oltre dieci anni? Ma!?), profumi quasi erbacei (per un vino ottenuto da quell’uva? Bo!?) poca freschezza e schiettezza, comunque un gran bel vino ma non un xxx!!”.
A proposito di questo secondo testo, l’avvocato che mi ha scritto parla di un “intervento con il quale si introduce il sospetto che quel vino non sia in realtà tale, né la sua risposta smentisce tale circostanza, anzi sembra avallarla”.
Bene cari amici, lascio a voi giudicare la liceità o il carattere offensivo dei due commenti, e voglio rivendicare, a chiare lettere e con forza, la mia piena libertà, che non é arbitrio, di esprimere, da giornalista con 25 anni di esperienza nel campo del giornalismo del vino, ben conosciuto in Italia e all’estero, criticamente e liberamente, il mio punto di vista. Di più, le mie osservazioni, soggettive, ma legate alla mia esperienza e conoscenza della materia, sui vini di qualsiasi zona italiana, sui loro colori e profumi, sulla congruità o stranezza dei loro aromi e del loro gusto.

Questo si chiama libero esercizio della critica, non certo diffamazione. E intendo continuare a farlo, anzi lo farò, come ho più volte fatto in passato, esprimendo legittime perplessità su vini, soprattutto quelli il cui disciplinare prevede l’utilizzo di un’unica uva e non un mix di vitigni, e che quindi hanno o dovrebbero avere caratteristiche ben riconoscibili e codificate dai disciplinari di produzione vigenti, auspicando, anzi essendo certo, di non dover poi trovarmi a ricevere, come non ho mai ricevuto, scrivendo, in totale solitudine, cose coraggiose e impegnative su Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino, da giornalista riconosciuto esperto di vino, alcuna lettera di richiamo, ammonimento e diffida da avvocati.
Perché un conto è la critica, quella che io propongo, senza avere alcuna intenzione, volontà o disegno, di ledere i legittimi interessi di alcuna azienda, ma facendo il giornalista, raccontando i fatti e commentandoli, da cronista del vino libero e indipendente, con i miei articoli ed i post di commento dei lettori, che leggo attentamente prima di pubblicare e che casso quando contengono realmente espressioni offensive, è un conto è la diffamazione.
Vorrei che questo aspetto, semplicissimo, elementare, facilmente comprensibile da tutti, fosse chiarissimo, onde evitare equivoci, ora ed in futuro.

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20 ottobre 2009

Dove è finita la dialettica? In difesa della libertà di critica

Ovvero: di che colore portate i calzini?

Cari lettori, vi invito a prendere sul serio quanto sto per raccontarvi e a regolarvi di conseguenza, per evitare che finisca a condurre questo blog, sempre che me lo facciano condurre ancora, da San Vittore o dall’Asinara. Dopo i garbati interventi dell’avvocato Losappio, apparsi come commenti in questo post, ho ricevuto un’altra comunicazione, questa volta via raccomandata, da un altro avvocato, il quale imputandomi di aver pubblicato su questo mio blog vostri commenti “aventi carattere offensivo e diffamatorio” e riservandosi “ogni azione a tutela dei diritti della mia assistita per ottenere il risarcimento di tutti i danni”, mi invita e diffida “formalmente a evitare che per il futuro siano pubblicati sul blog interventi del genere”.
Cosa avrei, anzi, cosa avreste, cosa avremmo meglio, visto che mi viene ricordata una sentenza del Tribunale di Aosta del 2006 che assimila il gestore di un blog al direttore di un giornale, – “il gestore di un blog ha infatti il totale controllo di quanto viene postato e, per l’effetto, allo stesso modo di un direttore responsabile, ha il dovere di eliminare quelli offensivi” combinato?
Semplice, l’aver pubblicato due vostri commenti giudicati inadatti, anzi dotati di “un contenuto e di una valenza diffamatoria” nei confronti dell’azienda cliente dell’avvocato che mi scrive.
Preso atto degli addebiti, ho prontamente risposto all’avvocato, e, come capirete, depurandolo da ogni elemento che consenta di capire di che commenti si trattasse, di quale azienda e quale vino, ho pensato, trattandosi a mio avviso di una sorta di messa in discussione di quella libertà di critica che è elemento fondamentale e irrinunciabile dell’operare giornalistico e di questo blog, di portarvi a conoscenza di larga parte della risposta che, con tutto il doveroso rispetto, ho inviato al legale che mi ha scritto.
Se riterrete opportuno commentare, e dire la vostra, mi raccomando di darvi una regolata, di essere cauti e rispettosi, primo perché mi troverò costretto a cassare i vostri eccessi verbali, secondo perché di farmi portare le arance dietro le sbarre, per giunta ora che la stagione delle migliori arance non è ancora arrivata, non ho proprio voglia.
Ecco la mia risposta. “Egregio Avvocato, ho letto la sua comunicazione relativa alla richiesta di assistenza legale fatta dal Suo cliente.
Prendo atto di quanto dice, sebbene rilevando che le letture sue e del suo cliente dei passi citati, soprattutto del secondo, mi appaiono come delle forzature, che palesano “un contenuto e una valenza diffamatoria” che assolutamente non esiste.
Nel primo caso non si parla assolutamente di giornalisti che “si presterebbero a scrivere articoli compiacenti dietro compenso”, ma si dice solo che vista il grado di ospitalità che può trovare e l’accoglienza che riceverà, qualsiasi giornalista preferirebbe trascorrere un week end in un castello toscano che fare visita ad un piccolo produttore del profondo Sud, perché questo tipo di visita, data l’accoglienza, é decisamente più confortevole e ci si guadagna, in termini figurati, non letterali, a scegliere questa ipotesi.
Nel secondo caso il rilievo al colore molto fitto “quasi impenetrabile” al vino di diverse annate orsono prodotto dalla azienda sua cliente, é puramente un rilievo critico, legittimo e sacrosanto, che ho più volte fatto, nel caso di vini della località dove è stato prodotto come di altre zone, senza che nessuna azienda pensasse di ricorrere ad un avvocato per contestarmela.
Avere dei dubbi sui colori di certi vini é cosa legittima, suffragata anche da quanto emerso dalle indagini disposte dalla Magistratura in diverse zone italiane, e posso citare centinaia di articoli, di giornalisti italiani ed esteri, a sostegno di questa consuetudine, che, lo ripeto, é un libero esercizio del pensiero e dell’esercizio critico, legato al mestiere di degustatore, che nessuna azienda può assolutamente pensare di contestare, visto che nel commento e nel mio che é seguito non é mai stato scritto in maniera chiara e univoca che quel vino, come dichiarato in etichetta, non fosse in realtà tale. Si esprimeva invece la perplessità, legittima, su un colore, incredibilmente scuro trattandosi di un vitigno che, notoriamente, non ha un colore concentrato tipo quello di un Cabernet o di un Primitivo di Manduria.
Ad ogni modo accolgo in pieno quanto scrive, ovvero “la invito e diffido formalmente a evitare che per il futuro siano pubblicati sul blog interventi del genere o comunque aventi carattere offensivo e diffamatorio”, valutazione, sul carattere offensivo e diffamatorio dei commenti stessi, che, se mi consente, sono perfettamente in grado di fare, sicuramente non considerando diffamatori legittimi rilievi critici, soggettivi, su un vino. Rivendico invece la mia piena libertà, che non é arbitrio, di esprimere, da giornalista con 25 anni di esperienza nel campo del giornalismo del vino, ben conosciuto in Italia e all’estero, con piena libertà, senza per questo dover ricevere lettere da avvocati, il mio punto di vista, le mie osservazioni, soggettive, ma legate alla mia esperienza e conoscenza della materia, sui vini, della zona dove opera il suo cliente come di qualsiasi altra zona, sui loro colori e profumi, sulla congruità o stranezza dei loro aromi e del loro gusto. Questo si chiama libero esercizio della critica, non certo diffamazione”.
Cari lettori di Vino al Vino, ma dove sono finite, in questa strana Italia dove chi critica il manovratore di turno rischia di passare per essere un nemico della patria, un sovversivo, un sabotatore, anzi, un diffamatore, la libertà di critica, la dialettica, il confronto delle idee?
Per fare contente e rassicurare certe potenti aziende vinicole dobbiamo forse dire che i loro vini sono comunque ottimi e abbondanti, e che nelle zone di produzione dove operano tutto va bene madama la marchesa?
p.s.
ad ogni modo starò ben attento ad evitare calzini turchesi…

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16 ottobre 2009

Quanti di questi Barolo direste che sono effettivamente dei grandi vini da non perdere?


Domanda semplice semplice: quanti di questi vini pensate che siano la migliore espressione, la più fedele al terroir e al gusto del Nebbiolo della magica terra del Barolo in un’annata particolare come il 2005?
Leggete l’elenco e poi ne parliamo.
Barolo 05 Bartolo Mascarello
Barolo Arione 05 Enzo Boglietti
Barolo Boscareto 05 Batasiolo
Barolo Bricat  05 Giovanni Manzone
Barolo Bricco Boschis 05 Tenuta Bricco Boschis -Cavallotto
Barolo Bricco delle Viole 05 G. D. Vajra
Barolo Bricco Visette 05 Attilio Ghisolfi
Barolo Broglio 05 Schiavenza
Barolo Brunate 05 Poderi Marcarini
Barolo Brunate 05 Mario Marengo
Barolo Cannubi 05 E. Pira & Figli
Barolo Cannubi Boschis 05 Luciano Sandrone
Barolo Cascina Francia 05 Giacomo Conterno
Barolo Cerretta 05 Ettore Germano
Barolo Ciabot Mentin Ginestra 05 Domenico Clerico
Barolo Costa Grimaldi 05 Einaudi
Barolo Ginestra 05 Paolo Conterno
Barolo Ginestra V. Casa Maté 05 Elio Grasso
Barolo Gramolere 05  F.lli Alessandria
Barolo Lazzarito 05 Vietti
Barolo Lazzarito V. La Delizia 04 Fontanafredda
Barolo Le Coste 05 Pecchenino
Barolo Le Rocche del Falletto 05 Bruno Giacosa
Barolo Margheria 05 Gabutti – Franco Boasso
Barolo Margheria 05 Vigna Rionda – Massolino
Barolo Mondoca di Bussia Soprana 04 Oddero
Barolo Ornato 05 Pio Cesare
Barolo Prapò 05 Bricco Rocche – Bricco Asili
Barolo Ravera 04 Flavio Roddolo
Barolo Sarmassa 05 Brezza & Figli Giacomo
Barolo Sarmassa 05 Marchesi di Barolo
Barolo Sorano 05 Claudio Alario
Barolo Sotto Castello di Novello 05 Giacomo Grimaldi
Barolo V. Elena 04 Elvio Cogno
Barolo Vign. Brunate 05 Andrea Oberto
Barolo Vign. Gattera 05 Mauro Veglio

Io personalmente di questi 36 vini ne sceglierei al massimo 20, ma ne aggiungerei parecchi altri che in questa lista non figurano.
Ma chi ha fatto questa selezione? Semplicissimo, la guida Vini d’Italia del Gambero rosso editore, che, come ho scritto qui, ha deciso di rendere noti a puntate i celebri (e un tempo importanti) “tre bicchieri”.
Quelli compresi nell’elenco qui sopra sarebbero i loro Barolo 2005 top: de gustibus….
Per un elenco completo e comparativo dei Barolo (e dei Barbaresco) premiati dalle diverse guide datemi tempo, ci sto lavorando…

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9 luglio 2009

Enoteca Italiana di Siena: uno sguardo agli organi direttivi

Per pura completezza dell’informazione, visto e considerato che sono anche di dominio pubblico, disponibili come sono, vedete qui, sul sito Internet di quell’Ente, l’Enoteca Italiana di Siena,  ho deciso di sottoporre all’attenzione dei lettori di questo blog, senza una parola di commento, che mi sembrerebbe superflua, i nomi parlano da sé, l’elenco, in tutta la sua volutamente ecumenica e onnicomprensiva completezza, degli organi direttivi di questa realtà che mi sono azzardato a definire (e lo confermo) organismo dalla dubbia utilità.
Che ben poco a mio avviso ha fatto – oppure in maniera così poco visibile che non me ne sono accorto – per contribuire non solo all’immagine e al prestigio dei vini della Provincia, parlo della zona, non dell’ente politico con tanto di incarichi attribuiti con il manuale Cencelli, di Siena, ma di quel vino italiano di cui, secondo i suoi supporter, non ultimo Wine Spectator, dovrebbe avere a cuore, con iniziative veramente importanti e che lasciano il segno, le sorti. Si tratta solo di un giochino, tanto per mostrare chi c’è e chi non c’è, e far pensare a chi rappresentino i presenti, a quali interessi difendano, e se davvero, come qualcuno sostiene, per entrare nell’orbita di questa enoica manifestazione di quel sistema di potere, di quella “casta senese” di cui ha parlato, nei suoi libri, Raffaele Ascheri, si possa essere degli outsider, degli indipendenti e non fare invece parte, a diverso titolo, dell’establishment. Magari dando ampie garanzie di non disturbare in alcun modo i manovratori. Ovvero Partito, Banca, Loggia, che a Siena e dintorni sono un po’ la stessa cosa… Buona lettura!
Enoteca Italiana di Siena, organi direttivi
il Presidente
Claudio Galletti
il Consiglio di Amministrazione
Giuseppe Piscopo
Andrea Sbardellati
Andrea Cecchi
Donatella Cinelli Colombini
Gioia Cresti
Enrico Viglierchio
Gianluca Mencucci
Leonardo Romanelli
Camilla Dei
Giuseppe Liberatore
Lucio Sorbo Prisco
Giordano Pascucci
l’Assemblea dei Soci
Amministrazione Provinciale di Siena
Associazione Provinciale Commercianti – Siena
Associazione Provinciale Industriali – Siena
Camera di Commercio I.A.A. di Siena
Comune di Castelnuovo Berardenga (SI)
Comune di Montalcino (SI)
Comune di Montepulciano (SI)
Comune di Montespertoli (SI)
Comune di Siena
Comune di Chiusi
Confederazione Italiana Agricoltori – Cia Prov.le di Siena
Confesercenti – Siena
Consorzio Marchio Storico Chianti Classico – Firenze
Federvini
Regione Toscana
Unione Italiana Vini
Unione Provinciale Agricoltori Siena
Associazione Produttori Vitivinicoli Toscani – A.PRO.VI.TO
Consorzio Agrario Siena
Federdoc
Anca
Legacoop
Confederazione Italiana Agricoltori
Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti
Confederazione Generale Agricoltura Italiana
il Collegio dei Sindaci Revisori
Dott. Francesco Barrella
Dott. Marcello Gianni
Dott.ssa Paola Saladini
La Commissione d’Assaggio
Presidente Gioia Cresti
Accademia Vite e Vino
Franco Biondi Santi
Alfonso Garberoglio
Maria Pia Sabatelli Gellini
Carlo Viviani
Assoenologi
Luigino Casagrande
Luigi Parri
Giancarlo Roman
M.I.P.A.F. CONTROLLO ETICHETTE
Alberto Sabellico
Comitato Nazionale Tutela D.O.
Giuseppe Martelli
Giulio Liut
FederDoc
Riccardo Ricci Curbastro
Giuseppe Liberatore
Ezio Pelissetti
Stefano Campatelli
Fulvio Comandini
Giornalisti del settore
Andrea Gabbrielli
Guido Montaldo
Fabio Turchetti
Leonardo Romanelli
Sommelier e Assaggiatori
Osvaldo Baroncelli
Roberto Bellini
Giancarlo Bini
Saverio Carmagnini
Mario Del Debbio
Lorenzo Giuliani
Claudia Marinelli
Nicola Masiello
Slow Food
Fausto Ferroni
Distribuzione specializzata
Piero Solci
Marco Trimani
Maurizio Zanolla
Tecnici del settore
Franco Bernabei
Riccardo Cotarella
Donato Lanati

n.b. Per ulteriore completezza dell’informazione, rinvio qui, alla pagina del sito Internet del collega Luciano Pignataro, che indica da chi siano stati espressi e indicati i nomi dei componenti del Consiglio di Amministrazione dell’Enoteca.

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22 giugno 2009

Farinetti: dai trionfi di Unieuro agli “alti cibi” di Eataly venduti ad un solo euro…


Ma l’ottimismo è ancora il sale della vita?

Sono scivolate via in silenzio, tra l’arrivo del week end, la trasferta, per chi ci andrà, a Bordeaux per Vinexpo (21-25 giugno), le parole, a mio avviso pesantissime e meritevoli di lunga e attenta meditazione, dell’intervista rilasciata da Andrea Sartori, presidente della più importante associazione e organizzazione di produttori italiani, l’Unione Italiana Vini, Confederazione Italiana della Vite e del Vino, (rappresenta con le sue 500 aziende associate circa il 50% del fatturato totale del comparto) all’uscita di giovedì 18 della Prima di Wine News (leggete qui e poi ancora qui).
Per Sartori, alla testa della U.I.V. e dell’azienda familiare a Negrar in Valpolicella (zona vinicola del cui Consorzio è presidente il fratello Luca) “il peggio per il mondo del vino deve ancora venire, non voglio fare il negativo, ma ne vedremo ancora delle belle”. Se “belle” possono essere definite le bad news che si annunciano…
A suo dire “nell’export siamo veramente in affanno, e non credo che sarà un effetto che passa velocemente, mi aspetto un 2009 duro, ma probabilmente anche il 2010”. Per Sartori, i mercati più negativi sono Stati Uniti (-20% in valore nei primi 3 mesi 2009), Gran Bretagna (-13%), e Canada (-17%); qualche segnale positivo arriva da Germania (+3,8%) e Nord Europa in genere, e poi “c’è la grande incognita dell’Asia e del blocco dell’Est”. Secondo il presidente dell’Unione Italiana Vini, (che edita quel settimanale, il Corriere Vinicolo, di cui sono stato attivo collaboratore per oltre 15 anni) c’è effettivamente il fondato rischio che il vino italiano perda colpi sia dal punto di vista qualitativo, sia della produzione che dell’immagine.
“È la mia paura – sostiene – perché vedo che nel mercato imprenditori e cooperative si muovono con azioni di panico, con quotazioni non sostenibili dalla filiera, e questo mi preoccupa molto perché vuol dire mortificare il lavoro che l’Italia del vino ha fatto negli ultimi 20 anni”.
Non bastassero queste dichiarazioni Sartori, il giorno precedente, durante un convegno organizzato a Roma sempre dalla U.I.V., aveva invitato gli imprenditori del vino ad “impegnarsi sul tema dell’etica d’impresa. Un percorso complesso che richiede oggi investimenti”.
Dimostrando un’apprezzabilissima lucidità, Sartori ha sottolineato che “una volta usciti dalla crisi non è affatto detto che si ritorni ai valori precedenti. Siamo infatti convinti che sia in atto un cambiamento degli stili di vita, all’insegna di una sobrietà intesa come virtuosa anche dal punto di vista etico e sociale”.
Concetto sostenuto, nel suo intervento, anche da Stefano Zamagni, docente dell’Università di Bologna, secondo il quale “il consumatore, oggi soggetto critico, premierà proprio quelle aziende che hanno sposato i valori dell’etica costruendogli attorno una reale strategia di mercato”, nonché dal giornalista esperto in temi economici Stefano Cingolani, collaboratore de Il Foglio, persuaso che “proprio questa crisi globale, nata dallo svilimento dei valori etici soprattutto in campo finanziario innescherà una richiesta crescente di nuovi modelli di business che sostituiscano quello fin qui dominante, guidato da una veduta corta”.
Che dire di fronte a queste valutazioni, quelle dell’imprenditore e presidente di associazione vinicola Sartori, che suonano come dei, forse tardivi, mea culpa e come degli oggettivi riconoscimenti degli errori compiuti da larga parte dell’imprenditoria vinicola italiana, persuasa che in nome dello sviluppo (uno sviluppo che poi, come s’è visto, ha rallentato sino a fermarsi e ad arrivare alla crisi attuale) tutto fosse possibile e che fosse lecito ridurre il vino ad una merce, ad una pura commodity ripetibile a piacere, (in fondo un po’ quella che un finissimo saggista come Walter Benjamin denunciava come l’insidia subita dalla opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica)?
Giusto e utilissimo prendere coscienza della necessità di restituire al vino i suoi valori culturali, la sua aura di grandezza e di unicità possibile solo quando i vini sono diversi tra loro, espressione di diversi terroir, vitigni e saperi umani e non omologati come “wine cola”, ma si tratta ora di decidere come cambiare, quali nuove strade percorrere, dove andare per non ripetere gli errori che hanno portato il vino italiano alla grave situazione di impasse riconosciuta da Sartori.
Come diceva, ormai 45 anni fa, Bob Dylan, “the times they are a-changin”, i tempi sono cambiati e non sappiamo ancora bene quali nuove temperie, quali climi, quali abitudini di consumo, quale tipo di consumatore incontreremo.
Non so se sia un caso, ma mi è suonata come una conferma di quello che Sartori ha chiamato “un cambiamento degli stili di vita, all’insegna di una sobrietà intesa come virtuosa anche dal punto di vista etico e sociale”, la notizia che ho appreso visitando il sito Internet di quell’autentico tempio del food & wine sicuramente di qualità, ma anche dotato di prezzi (alti) che lo rendono patrimonio esclusivo di happy few della ghiottoneria, che è Eataly alti cibi (parlo della sede di Torino e non delle varie filiali che sono già state realizzate o sono programmate nel mondo).
Bene, questo “più grande mercato enogastronomico del mondo dove poter comprare mangiare e studiare cibi e bevande di alta qualità”, come recita esattamente la sua presentazione sul sito, questa opera della fantasia e dell’ingegno imprenditoriale di quel personaggio vulcanico che è Oscar “compro tutto io” Farinetti, sostenitore della teoria dei “contrasti apparenti”, geniale inventore del “bosco dei pensieri”, in occasione del prossimo 24 giugno, San Giovanni Battista, Patrono di Torino, ha cavato fuori dal cappello del mago l’onoMASTICO di Eataly Torino, un’iniziativa che si concretizzerà, nel periodo dal 19 al 28 giugno, nella proposta, meglio, nella vendita di “tantissimi prodotti a un euro”.
Non sto vaneggiando, siamo sempre – controllate qui – a Eataly, nel posto dove, come scrivevo nel febbraio 2008, quando la CRISI non si era ancora manifestata nella sua pienezza, si potevano trovare in vendita sulle elegantissime e ben allestite bancarelle della frutta e verdura superbuonissimi pomodori (i cru di pomodoro Ferrisi) a 25 euro, e poi, cito solo alcuni dei tanti casi, a 3,80 euro una scatola da 800 grammi di pomodori pelati marca Il miracolo di San Gennaro Afeltra, a 9,80 euro un pacchetto da 500 grammi di fusilli tirati a mano del Pastaio di Gragnano, e non siamo finiti in un hard discount.
Eppure, sicuramente nell’ambito di una di quelle particolarissime promozioni che Farinetti ed i suoi amano proporre e hanno raccontato anche in un libro, Coccodé, che espone il suo “marketing pensiero”, anche ad Eataly, proprio come accade in un normale supermercato che non ha la pretesa di fare della filosofia del food oppure educare al gusto, ovviamente “buono pulito e giusto” come la collateralità con Slow Food prevede, da venerdì 19 a domenica 28 si potranno acquistare, spendendo un solo eurino a pezzo, una scatola di sardine, un pacchetto di riso Carnaroli, spaghetti marca “Rigorosa”, marmellata di arance, mezzo chilo di pomodorini “ciliegino” siciliani, 150 grammi di grissini al mais stirati, 250 grammi di tagliolini all’uovo, 6 bottiglie di acqua Leggerissima in pet, burro, 4 uova ovviamente biologiche, tre etti di olive miste, del sapone di Marsiglia, un litro e mezzo di gassosa, 200 grammi di caramelle al miele e limone, financo una bottiglia di Langhe Rosso Ciancé da uve Dolcetto e Barbera e un chilogrammo, nientemeno, di cozze di Chioggia, che in verità, come si legge, sono cozze spagnole (probabilmente provenienti dalla Galizia) depurate in Italia.
E questo per citare solo alcune proposte dei “tantissimi prodotti a 1 euro” di questa sorprendente offerta promozionale, ovviamente pensata non per fare cassetta, ma per introdurre alle mirabilie di Eataly, agli “alti cibi” farinettiani quel pubblico di consumatori che senza lo specchietto dell’onoMastico di Eataly e dei prezzi che vengono via solo ad un euro mai si sarebbero sognati di entrare nel “più grande mercato enogastronomico del mondo dove poter comprare mangiare e studiare cibi e bevande di alta qualità”.
Operazione promozionale, certo, investimento che dovrebbe non solo fruttare a Farinetti nuovi clienti ed introiti, ma anche un rivitalizzante balzo a ritroso nel tempo che sembrerebbe riportarlo, con un solo euro richiesto per tanti prodotti in vendita, alla sua gioventù e all’epoca di maxi venditore di elettrodomestici di Unieuro (un euro solo)…
Bene, di fronte a cose del genere, c’è ancora qualcuno pronto a negare che “il peggio deve ancora arrivare” e che la crisi, che c’è ed impazza, cambierà profondamente il modo di produrre e di consumare e la fisionomia dell’italico wine & food?
p.s. da leggere questa analisi di Giampaolo Fabris sulla green economy, come possibile via d’uscita dalla crisi pubblicata su Repubblica Affari & Finanza       

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10 giugno 2009

Italiani soliti noti nella Power List di Decanter

Mi sa che dovrò dirlo ai miei amici inglesi di Decanter (parlo della rivista che si autodefinisce “the world’s best wine magazine”, non della trasmissione radiofonica condotta da due tipi decisamente sopravvalutati…), che ad esempio parlando di rosé wines continuano a dedicare spazio oltre che ai provenzali a vini anche discutibili di tutto il mondo ignorando la nostra ricchissima, variegata produzione, che quando parlano di cose italiane farebbero bene ad aggiornarsi. Questo per evitare di ripetere vecchi, e superati, cliché.
Così, ad esempio, nel servizio centrale del numero di luglio appena ricevuto, dedicato, con tanto di strillo in copertina, alla Power List, alla terza edizione, più in stile yankee che British, della graduatoria che individua e celebra i 50 personaggi più influenti nel mondo del vino internazionale, avrebbero potuto essere un po’ più originali.
Perché va benissimo collocare al numero uno il più potente manager del vino del mondo, quel Richard Sands (vedi foto) che riveste la carica di Chairman della Constellation Brands, il gigante, americano, del vino mondiale, al terzo posto la commissaria europea Mariann Fischer Boel, nonché all’ottavo la mitica wine writer UK Jancis Robinson, ma perché mai indulgere, non sono forse una rivista inglese?, in quel genere di parkerizzazioni  da cui occorre salvare il mondo, collocando al secondo posto, con tutte le contestazioni che sta ricevendo in patria, e le accuse di conflitto d’interessi per i suoi collaboratori (leggete qui e poi ancora qui) Mr. Robert Parker, ovvero proprio il tipo di wine writer e wine guru i cui sistemi e la cui “estetica del vino” una rivista come Decanter ha più volte dimostrato di non voler seguire?
Va benissimo, si fa per dire, inserire in classifica, al 17° posto, Michel Rolland, all’11° Robert Gallo, e giusto rendere omaggio, al 21° posto, a “sua maestà” Hugh Johnson, ma perché mai inserire in classifica, al diciannovesimo posto, e considerare tanto importante Marvin Shanken, il potente, e discusso, editore di Wine Spectator?
Avevo accennato, in esordio, alla necessità per i miei colleghi britannici di aggiornarsi anche quando parlano d’Italia, e l’esigenza di questo aggiornamento è testimoniata dall’italian team che appare in questa Power List 2009, ristretto a quattro personaggi, praticamente sempre i soliti delle precedenti edizioni, come se il mondo del vino italiano fosse bloccato, fossilizzato, incapace di movimenti ed evoluzioni, impossibilitato ad esprimere nuove personalità.
In ventiduesima posizione il marchese Piero Antinori, alla ventiseiesima il nuovo direttore del Gambero rosso, Daniele Cernilli, di cui viene ricordato che “it has now started taking its roadshow of tre bicchieri wines worldwide”, ma senza accennare, cosa alla quale gli inglesi sono invece molto sensibili, che questo roadshow avviene in flagrante conflitto d’interessi, essendo affidato alle cure e alla regia della Signora Cernilli, Marina Thompson.
E poi, a seguire, al 35° posto l’amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini (oggi proprietà Cantine Riunite & Civ), Emilio Pedron, e come ciliegina sulla torta, poteva mancare?, al 47° posto il re del Langhe Nebbiolo, Angelo Gaja, di cui nella scheda dedicata a lui come a tutti gli altri personaggi si ricorda che “è un critico della scena del vino italiana, favorevole all’introduzione di altre uve nel Brunello”, nonché autore della “sorprendente decisione di rinunciare alla denominazione di Barolo e Barbaresco per i suoi vini da singoli vitigni”.
Cari amici di Decanter, caro Editor Guy Woodward, visto che la Power List 2009 è stata capace di segnalare l’emergere sulla scena di nuovi personaggi come il climatologo Greg Jones, ricercatore presso la South Oregon University, oppure come Ghislain de Montgolfier, Presidente dell’Union des Maisons de Champagne, o ancora il wine retailer nonché Internet video blogger americano Gary Vaynerchuk, possiamo chiedervi lo sforzo, per l’edizione 2010 della Power List, di provare a guardare, per l’Italia, aldilà dei soliti noti, espressione di un establishment che comincia ad essere leggermente superato e mostrare la corda? Thank you!      

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29 maggio 2009

Per questo week Franco Ricci vi invita a Roma, capitale del “Paese del vino che non conosce il vino”

Superata brillantemente la difficile prova rappresentata dall’aver ospitato la finale della Champions League, Roma, la città che secondo la brillante (?) boutade (?) del presidente del Consiglio sembrerebbe più africana che europea tanto appare sporca, preparandosi ad accogliere domenica, al Colosseo, l’arrivo del Giro d’Italia, è chiamata ad un’altra prova difficile, l’arrivo dei wine enthusiast, di quello che Franco M. Ricci, con un’altra espressione ad effetto, ha definito il popolo del “Paese del vino che non conosce il vino”. Come già annunciato altrove, sabato e domenica Roma, ed in particolare l’Hotel Rome Cavalieri di via Cadlolo, saranno teatro di due eventi organizzati dall’efficientissimo team di quell’A.I.S. Roma, che nell’editoriale dell’ultimo numero della rilucente-elegantissima rivista Bibenda denuncia che “abbiamo la certezza che più di 50 milioni di italiani non sappiano cosa sia il vino. Una cultura ignorata da ogni fascia economica declinata tra la ricchezza e la povertà”, e che “l’atteggiamento che la gente ha nei confronti del vino è perverso: non esiste, fa male, ne abusa, nessun rispetto”.
Insomma, “la negazione assoluta dell’arte del Vino è sintomatica e mortificante. Un comportamento/atteggiamento che è nostro dovere esaminare”.
Ho già chiesto a Franco M. Ricci, che ben conosco e di cui riconosco le capacità (ad esempio quella di aver ospitato qualche volta su Bibenda miei articoli…), di spiegare meglio, ai lettori di questo blog, il significato di queste sue impegnative dichiarazioni, essendo estremamente interessato a capire cosa possiamo fare, tutti noi che operiamo nel campo dell’informazione sul vino e della cultura del bere bene, per combattere “l’enorme povertà culturale” che denuncia e innescare invece un processo educativo “che favorirà l’incremento nel consumo del vino di qualità”.
In attesa di poter ospitare le sue riflessioni, non posso che segnalare all’attenzione di chi potrà essere a Roma le due manifestazioni che organizzerà sabato e domenica, sabato 30 (leggete qui) ospitando il più ricco e articolato banco d’assaggio di Barolo e Barbaresco che sia mai stato organizzato nella Città Eterna, e domenica 31, arrivo del Giro d’Italia permettendo, l’edizione 2009 dell’ex Oscar e oggi Premio Internazionale del vino, (link) sulla cui composizione delle nomination nelle varie categorie i lettori di questo blog, chiamati a suo tempo a dire la loro, hanno sinora taciuto o quasi. Forse perché distratti e poco interessati.
Sarà la comunicazione dei risultati finali, che si apprenderanno ufficialmente solo domenica sera/lunedì mattina, a stuzzicare, come le parole sopra riportate dell’editoriale di Franco M. Ricci, il loro intervento, quel pizzico di vis polemica che spinge, soprattutto su un wine blog come questo, a pronunciarsi?

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