
Ma l’ottimismo è ancora il sale della vita?
Sono scivolate via in silenzio, tra l’arrivo del week end, la trasferta, per chi ci andrà, a Bordeaux per Vinexpo (21-25 giugno), le parole, a mio avviso pesantissime e meritevoli di lunga e attenta meditazione, dell’intervista rilasciata da Andrea Sartori, presidente della più importante associazione e organizzazione di produttori italiani, l’Unione Italiana Vini, Confederazione Italiana della Vite e del Vino, (rappresenta con le sue 500 aziende associate circa il 50% del fatturato totale del comparto) all’uscita di giovedì 18 della Prima di Wine News (leggete qui e poi ancora qui).
Per Sartori, alla testa della U.I.V. e dell’azienda familiare a Negrar in Valpolicella (zona vinicola del cui Consorzio è presidente il fratello Luca) “il peggio per il mondo del vino deve ancora venire, non voglio fare il negativo, ma ne vedremo ancora delle belle”. Se “belle” possono essere definite le bad news che si annunciano…
A suo dire “nell’export siamo veramente in affanno, e non credo che sarà un effetto che passa velocemente, mi aspetto un 2009 duro, ma probabilmente anche il 2010”. Per Sartori, i mercati più negativi sono Stati Uniti (-20% in valore nei primi 3 mesi 2009), Gran Bretagna (-13%), e Canada (-17%); qualche segnale positivo arriva da Germania (+3,8%) e Nord Europa in genere, e poi “c’è la grande incognita dell’Asia e del blocco dell’Est”. Secondo il presidente dell’Unione Italiana Vini, (che edita quel settimanale, il Corriere Vinicolo, di cui sono stato attivo collaboratore per oltre 15 anni) c’è effettivamente il fondato rischio che il vino italiano perda colpi sia dal punto di vista qualitativo, sia della produzione che dell’immagine.
“È la mia paura – sostiene – perché vedo che nel mercato imprenditori e cooperative si muovono con azioni di panico, con quotazioni non sostenibili dalla filiera, e questo mi preoccupa molto perché vuol dire mortificare il lavoro che l’Italia del vino ha fatto negli ultimi 20 anni”.
Non bastassero queste dichiarazioni Sartori, il giorno precedente, durante un convegno organizzato a Roma sempre dalla U.I.V., aveva invitato gli imprenditori del vino ad “impegnarsi sul tema dell’etica d’impresa. Un percorso complesso che richiede oggi investimenti”.
Dimostrando un’apprezzabilissima lucidità, Sartori ha sottolineato che “una volta usciti dalla crisi non è affatto detto che si ritorni ai valori precedenti. Siamo infatti convinti che sia in atto un cambiamento degli stili di vita, all’insegna di una sobrietà intesa come virtuosa anche dal punto di vista etico e sociale”.
Concetto sostenuto, nel suo intervento, anche da Stefano Zamagni, docente dell’Università di Bologna, secondo il quale “il consumatore, oggi soggetto critico, premierà proprio quelle aziende che hanno sposato i valori dell’etica costruendogli attorno una reale strategia di mercato”, nonché dal giornalista esperto in temi economici Stefano Cingolani, collaboratore de Il Foglio, persuaso che “proprio questa crisi globale, nata dallo svilimento dei valori etici soprattutto in campo finanziario innescherà una richiesta crescente di nuovi modelli di business che sostituiscano quello fin qui dominante, guidato da una veduta corta”.
Che dire di fronte a queste valutazioni, quelle dell’imprenditore e presidente di associazione vinicola Sartori, che suonano come dei, forse tardivi, mea culpa e come degli oggettivi riconoscimenti degli errori compiuti da larga parte dell’imprenditoria vinicola italiana, persuasa che in nome dello sviluppo (uno sviluppo che poi, come s’è visto, ha rallentato sino a fermarsi e ad arrivare alla crisi attuale) tutto fosse possibile e che fosse lecito ridurre il vino ad una merce, ad una pura commodity ripetibile a piacere, (in fondo un po’ quella che un finissimo saggista come Walter Benjamin denunciava come l’insidia subita dalla opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica)?
Giusto e utilissimo prendere coscienza della necessità di restituire al vino i suoi valori culturali, la sua aura di grandezza e di unicità possibile solo quando i vini sono diversi tra loro, espressione di diversi terroir, vitigni e saperi umani e non omologati come “wine cola”, ma si tratta ora di decidere come cambiare, quali nuove strade percorrere, dove andare per non ripetere gli errori che hanno portato il vino italiano alla grave situazione di impasse riconosciuta da Sartori.
Come diceva, ormai 45 anni fa, Bob Dylan, “the times they are a-changin”, i tempi sono cambiati e non sappiamo ancora bene quali nuove temperie, quali climi, quali abitudini di consumo, quale tipo di consumatore incontreremo.
Non so se sia un caso, ma mi è suonata come una conferma di quello che Sartori ha chiamato “un cambiamento degli stili di vita, all’insegna di una sobrietà intesa come virtuosa anche dal punto di vista etico e sociale”, la notizia che ho appreso visitando il sito Internet di quell’autentico tempio del food & wine sicuramente di qualità, ma anche dotato di prezzi (alti) che lo rendono patrimonio esclusivo di happy few della ghiottoneria, che è Eataly alti cibi (parlo della sede di Torino e non delle varie filiali che sono già state realizzate o sono programmate nel mondo).
Bene, questo “più grande mercato enogastronomico del mondo dove poter comprare mangiare e studiare cibi e bevande di alta qualità”, come recita esattamente la sua presentazione sul sito, questa opera della fantasia e dell’ingegno imprenditoriale di quel personaggio vulcanico che è Oscar “compro tutto io” Farinetti, sostenitore della teoria dei “contrasti apparenti”, geniale inventore del “bosco dei pensieri”, in occasione del prossimo 24 giugno, San Giovanni Battista, Patrono di Torino, ha cavato fuori dal cappello del mago l’onoMASTICO di Eataly Torino, un’iniziativa che si concretizzerà, nel periodo dal 19 al 28 giugno, nella proposta, meglio, nella vendita di “tantissimi prodotti a un euro”.
Non sto vaneggiando, siamo sempre – controllate qui – a Eataly, nel posto dove, come scrivevo nel febbraio 2008, quando la CRISI non si era ancora manifestata nella sua pienezza, si potevano trovare in vendita sulle elegantissime e ben allestite bancarelle della frutta e verdura superbuonissimi pomodori (i cru di pomodoro Ferrisi) a 25 euro, e poi, cito solo alcuni dei tanti casi, a 3,80 euro una scatola da 800 grammi di pomodori pelati marca Il miracolo di San Gennaro Afeltra, a 9,80 euro un pacchetto da 500 grammi di fusilli tirati a mano del Pastaio di Gragnano, e non siamo finiti in un hard discount.
Eppure, sicuramente nell’ambito di una di quelle particolarissime promozioni che Farinetti ed i suoi amano proporre e hanno raccontato anche in un libro, Coccodé, che espone il suo “marketing pensiero”, anche ad Eataly, proprio come accade in un normale supermercato che non ha la pretesa di fare della filosofia del food oppure educare al gusto, ovviamente “buono pulito e giusto” come la collateralità con Slow Food prevede, da venerdì 19 a domenica 28 si potranno acquistare, spendendo un solo eurino a pezzo, una scatola di sardine, un pacchetto di riso Carnaroli, spaghetti marca “Rigorosa”, marmellata di arance, mezzo chilo di pomodorini “ciliegino” siciliani, 150 grammi di grissini al mais stirati, 250 grammi di tagliolini all’uovo, 6 bottiglie di acqua Leggerissima in pet, burro, 4 uova ovviamente biologiche, tre etti di olive miste, del sapone di Marsiglia, un litro e mezzo di gassosa, 200 grammi di caramelle al miele e limone, financo una bottiglia di Langhe Rosso Ciancé da uve Dolcetto e Barbera e un chilogrammo, nientemeno, di cozze di Chioggia, che in verità, come si legge, sono cozze spagnole (probabilmente provenienti dalla Galizia) depurate in Italia.
E questo per citare solo alcune proposte dei “tantissimi prodotti a 1 euro” di questa sorprendente offerta promozionale, ovviamente pensata non per fare cassetta, ma per introdurre alle mirabilie di Eataly, agli “alti cibi” farinettiani quel pubblico di consumatori che senza lo specchietto dell’onoMastico di Eataly e dei prezzi che vengono via solo ad un euro mai si sarebbero sognati di entrare nel “più grande mercato enogastronomico del mondo dove poter comprare mangiare e studiare cibi e bevande di alta qualità”.
Operazione promozionale, certo, investimento che dovrebbe non solo fruttare a Farinetti nuovi clienti ed introiti, ma anche un rivitalizzante balzo a ritroso nel tempo che sembrerebbe riportarlo, con un solo euro richiesto per tanti prodotti in vendita, alla sua gioventù e all’epoca di maxi venditore di elettrodomestici di Unieuro (un euro solo)…
Bene, di fronte a cose del genere, c’è ancora qualcuno pronto a negare che “il peggio deve ancora arrivare” e che la crisi, che c’è ed impazza, cambierà profondamente il modo di produrre e di consumare e la fisionomia dell’italico wine & food?
p.s. da leggere questa analisi di Giampaolo Fabris sulla green economy, come possibile via d’uscita dalla crisi pubblicata su Repubblica Affari & Finanza
Scritto da Franco Ziliani alle 14:30, in E voi cosa ne pensate?, Enoriflessioni
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