
Nel pieno della pausa agostana, quando anche le attività via Web (comprese quelle di molti siti Internet e blog) se ne vanno in vacanza, uno dei produttori di vino italiani più attivi sulla Rete, con una sua apprezzata attività di wine blogger che si è distinto proponendo problemi di carattere generale legati al vino (l’inutilità dell’Ice, le commissioni di degustazione delle Camere di Commercio da rifondare, l’eccessivo parlare di vino, ecc.) e non solo parlando dei propri vini e della propria azienda, sto parlando di Gianpaolo Paglia, alias Poggio Argentiera, ha lanciato sul suo blog una vera e propria bombettina.
Con un post dal titolo facilissimo da capire e quanto mai emblematico, basta barriques, ha annunciato una svolta non certo da poco.
Se non è una “rinuncia a Satana”, poco ci manca, perché anche se Paglia ha scelto i toni bassi e dice “nessuna sconfessione del passato, nessun ripudio; molto semplicemente si evolve, personalmente e come azienda”, informandoci di aver rinunciato alla barrique per i Morellino di Scansano, “perché non ci piaceva più quello stile di vino, specialmente abbinato al Sangiovese, al Ciliegiolo”, ha, di fatto, deciso un cambiamento epocale, di quelli da ricordare.
Soprattutto allorché annota che, “in sostanza, in questi ultimi 10/15 anni è cambiato il mondo del vino, e sopratutto sono cambiati i miei (nostri) gusti..”.
Cosa ho fatto dunque, prendendo atto che questo di Paglia è il secondo addio alla barrique che registro (con grande gioia, non lo nascondo…) dopo quello, di cui ho parlato qui recentemente, pronunciato in Valle d’Aosta alla cantina Di Barrò, da Elvira Stefania Rini e Andrea Barmaz?
Ho contattato Paglia e gli ho chiesto di spiegarmi e soprattutto di spiegare a voi lettori di Vino al Vino, i motivi profondi della sua scelta, la sua svolta, in cosa consista il cambiamento di stile e di gusto personale di cui parla nel suo post.
Ne è scaturita una lunga e credo molto interessante conversazione, che ho il grande piacere di sottoporre alla vostra attenzione. E ai vostri, come sempre benvenuti, commenti. Buona lettura!
Paglia, com’è maturata la sua scelta, annunciata sul suo blog in un post dal titolo che più chiaro non si può, “basta barrique”, – leggete qui – di rinunciare ad utilizzare i piccoli fusti di rovere francese per buona parte dei vini prodotti in azienda, soprattutto per i Morellino?
E’ l’approdo naturale di un percorso mio personale e aziendale. Con il tempo mi sono reso conto di non apprezzare più quel tipo di espressione che dà al vino il legno piccolo, specialmente per il Sangiovese.
Da quanto tempo pensava che era venuto il momento di cambiare e voltare pagina?
Come tutte le cose che nascono dal nostro interno, c’é una fase cosciente, dove si prende atto di quello che pensiamo e desideriamo, ed una fase incosciente, dove si forma la volontà, ma non è ancora chiaramente manifestata.
Per la prima fase, almeno un paio di anni, per la seconda non saprei, sicuramente qualcosa di più. Di sicuro ci sono stati momenti che hanno contribuito alla mia crescita personale. Uno di questi è senz’altro la mia frequentazione di persone del mondo del vino che mi hanno aperto degli orizzonti più ampi.
Ho intrapreso un percorso di studio dei vini, qualificandomi con l’Advanced Certificate del W.S.E.T. (Wine and Spirits Education Trust), che continuerò in inverno con il corso di Diploma.
Inoltre da più di una anno una mia società e diventata distributrice e rappresentante di vini per la provincia di Grosseto, con dei mandati importanti come Sarzi Amadé e Les Caves de Pyrène.
Insomma, più si conosce e si frequenta il vino, più si diviene esigenti anche rispetto ai propri vini.
Si è trattata di una scelta di gusto del produttore – lei ha scritto “sono cambiati i miei (nostri) gusti” – o è stato anche un modo lucido e realistico di tenere conto degli orientamenti di larga parte dei consumatori, che, pare, si siano stufati di vini al profumo e gusto di legno?
Anche qui è difficile differenziare. L’attività commerciale è legata indissolubilmente alla produzione agricola, senza di essa non esisterebbe ed è al tempo stesso motore e giudice implacabile delle nostre attività. Tendo a non fidarmi di chi proclama di fare vino senza scopi commerciali. Tutt’al più ci può essere la consapevolezza che è difficile avere successo commerciale senza amare il proprio lavoro e apprezzare il suo frutto.

Lei ha detto “non ci piaceva più quello stile di vino, specialmente abbinato al Sangiovese, al Ciliegiolo”: vuole farmi capire meglio quali aspetti, in quei vini fatti utilizzando la barrique, non la convincevano più, non soddisfacevano il suo gusto?
C’e’ in alcuni vini prodotti con le barriques un eccesso di dolcezza, che può essere visto anche in chiave positiva, ma che per me è un fattore stancante del palato. Si tende a perdere complessità e sfumature a favore di una certa cremosità del gusto, ed in generale credo sia più difficile far emergere il carattere di vitigni come il Sangiovese e il Ciliegiolo, dove una certa spigolosità e nerbo sono alla base della loro identità. In più c’é il fattore bevibilità: mi sono stancato dei vini troppo invadenti.
Perché ritiene che, almeno secondo il suo gusto, la barrique non vada (più) bene per il Morellino, ma funziona ancora bene per le varietà internazionali? Non so se continueremo in futuro ad usarla per il nostro unico vino fatto a base di uve internazionali (il Finisterre, a base di Cabernet Franc, Syrah, Alicante), ma certo se c’é un senso nell’uso della barrique, questo sembra esserci maggiormente quando collegato all’uso di certe varietà.
Faremo delle sperimentazioni e vedremo i risultati e poi prenderemo delle decisioni.
Ha deciso di rinunciare alla barrique per una scelta legata al suo gusto: con questo vuole dirci che i vini devono piacere e convincere fino in fondo soprattutto chi li produce?
Sono totalmente d’accordo con lei, ma allora cosa replica a tanti suoi colleghi che continuano a dire, anche oggi, che i vini devono corrispondere agli orientamenti del mercato e dei consumatori?
Io dico che fare vini che piacciono a chi li fa ha molto più senso commerciale che provare a interpretare i gusti del mercato. La mia sensazione é che tendiamo a sottovalutare chi i vini li acquista e li beve, un po’ per mancanza di conoscenza, un po’, forse soprattutto, per nostra mancanza di coraggio.
Ci sono vini che ci paiono buonissimi, ma che consideriamo “difficili” per il mercato, salvo poi verificare che il mercato è apertissimo ai vini buoni, veri, comunicativi.
Questo lo vedo tutti i giorni, soprattutto da quando, oltre che produrre, mi sono messo anche a commercializzare altri vini.
Cosa pensa di due categorie di suoi colleghi produttori, quelli che hanno deciso di rinunciare alla barrique, o quantomeno di utilizzare solo fusti di terzo, quarto passaggio, o di più, solo perché la crisi economica li induce a risparmiare e a non comprare altre costose barrique nuove, e quelli che invece continuano, imperterriti ed impermeabili ad ogni dubbio, convinti che non si possano produrre vini importanti senza il ricorso al carato?
Penso che ognuno deve essere libero di fare le scelte che ritiene più opportune per lui e la sua azienda. Sarà il mercato a dare un giudizio su questi vini e sarà il produttore che sarà chiamato ad interpretarlo. L’importante è avere l’onestà intellettuale di farlo, proprio per il bene della propria azienda. Bisogna farsi una domanda semplice: mi piacciono i miei vini? Se fossi un cliente li comprerei assiduamente? Li bevo volentieri a casa, in famiglia, tra amici?
Dalla risposta, sincera, a queste domande dipende il futuro, anche economico, di una azienda di vino.
Come cambierà ora il suo Morellino, il celebre Capatosta in particolare, con l’utilizzo di fermentini troncoconici e di botti da 10 ettolitri di Garbellotto? Quali elementi prevarranno rispetto al passato e quali elementi vuole portare maggiormente in evidenza?
Già lo possiamo vedere dall’annata 2009, al momento in affinamento, e anche in parte dalla 2008, dove l’uso del legno piccolo è più misurato.
Bisogna dire che il cambiamento non è soltanto a livello dell’affinamento, ma anche in vigna, dove siamo in conversione al biologico e dove stiamo lavorando con meno ossessione verso le basse produzioni per ceppo e più verso l’equilibrio della pianta, e in cantina, dove cerchiamo più di privilegiare la semplicità delle operazioni, con macerazioni meno lunghe ed estrattive del passato.
Stiamo anche verificando che l’uso di meno solfiti in cantina non è pregiudizievole della qualità, ma sembra al contrario favorire la “distensione” dei vini e una loro espressione più pulita e naturale.
Insomma, ci sono molte cose in atto oltre alla scelta dei legni. E’ una presa di coscienza che un cambiamento era inevitabile e un metodo di lavoro che ci sembra più in sintonia con i nostri gusti.
Per di più siamo molto felici perché i vini così fatti ci piacciono di più, hanno maggiore eleganza e al tempo stesso maggiore semplicità e bevibilità. Insomma, secondo me sono più buoni, sono vini che mi bevo più volentieri.

Lei vende molto all’estero e ascolta attentamente, anche attraverso il suo blog, le opinioni della clientela e degli appassionati. Come hanno reagito sinora importatori, ristoratori e semplici cultori di Bacco alla sua decisione, che tra l’altro ha scelto di annunciare un po’ in sordina, complice la pausa agostana?
In realtà il post di cui lei parla è nato un po’ così all’improvviso, un giorno che camminando vicino alla rimessa attrezzi ho visto quella pila di baggioli vuoti (supporti per barriques) che mi ha impressionato, e forse mi ha fatto materialmente rendere conto del cambiamento.
Non ho effettivamente comunicato in altro modo a clienti e appassionati, tranne quei pochi che seguono il mio blog, e non ho intenzione di fare di questa scelta una leva di marketing. Mi sembrerebbe lo stesso errore, a posizioni inverse, di coloro che qualche anno fa scrivevano con orgoglio che i loro vini erano “barricati”.
Credo che le scelte tecniche possano essere discusse in modo pragmatico e laico, senza farne delle questioni di interesse primario. A parlare deve essere soprattutto il vino.
Tentando un esame retrospettivo, quali sono stati a suo avviso, in questi ultimi vent’anni, i pregi, i vantaggi tecnici portati dall’uso diffuso della barrique e quali sono stati i problemi che ha causato al vino italiano? Pesandoli sulla bilancia, sono stati più i pro o i contro?
Credo che l’uso della barrique sia stata una forma di riscatto da un passato enologico spesso grigio e triste, almeno per gran parte dell’Italia del vino. E’ stata un po’ come il bisogno di affermare che nel vino italiano si era girata una pagina, e che il futuro sarebbe stato fatto di vini importanti, senza complessi di inferiorità con i cugini d’oltralpe, in grado di attrarre interesse del pubblico internazionale e di rifondare un enologia fatta di tecnologia, buone pratiche, bei vigneti, cantine supertecnologiche e scintillanti, enologi di grido.
In fin dei conti lo ritengo un passaggio dovuto per chi, come molti di noi, non può rifarsi ad un passato enologico glorioso e ben sperimentato. E’, se vogliamo, un difetto di gioventù del vino italiano, una malattia infantile che deve essere presa, vissuta e dalla quale si deve guarire prima di girare la prossima pagina.
Nel complesso credo che ci siano stati più lati positivi, a condizione di assumere il giusto atteggiamento critico verso questo fenomeno. E’ innegabile che l’immagine dei vini italiani nel loro complesso (senza parlare di quelle poche oasi che pure esistevano) sia cresciuta enormemente negli anni 80 e 90 anche proprio grazie ai vari Tignanello, Sassicaia, ecc., che sono stati un po’ gli emblemi del rinascimento italiano del vino e tutti vini pensati e compiuti con l’uso del legno piccolo.
Passato il periodo giovanile, ora è il momento della maturità, delle scelte consapevoli, delle distinzioni e del lavoro di sostanza sul territorio.
Certo non posso parlare per gli altri, ma questi vent’anni sono serviti anche a me per capire meglio il vino, la sua storia, i suoi terroirs, e per definirmi come persona (si invecchia, ahimè, ma si matura anche) e come conoscitore di vino e dei vini.
Insomma, molto banalmente, anche il mio gusto si è evoluto, così come quello del pubblico che prima era molto più semplice e facilmente impressionabile dal “peso” di un vino, piuttosto che dalle sfumature.
Pensa che la sua decisione farà proseliti e ritiene che un numero crescente di produttori, in Maremma e altrove, “ripudieranno” la barrique, o quantomeno l’uso eccessivo o abnorme che ne è stato fatto, per provare a produrre vini più “food friendly” e maggiormente dalla parte del consumatore?
Ho la sensazione che nel futuro vedremo dei cambiamenti, non per causa mia s’intende, ma perché i tempi sono maturi. La critica non è più schierata compattamente (anche se lei mi obietterà giustamente che “alcuni” non hanno mai fatto parte di questa schiera) verso vinoni scuri e concentrati, con legno a go gò. Anzi, sembra muoversi nella direzione opposta.
E poi perché la gente si sta accorgendo che di certi vini in fin dei conti si parla molto, ma li si beve molto meno.
Cambiando discorso, come vede, da produttore, la situazione odierna del Morellino di Scansano? Di che salute godono i vini e la denominazione? Quali sono i problemi più urgenti da affrontare e risolvere?
La situazione del Morellino non è diversa da quella di molte DOC o DOCG italiane che hanno avuto un certo successo. C’e’ una stratificazione della qualità abbastanza accentuata, con alcune aziende, spesso quelle più storiche e locali, al top, molta mediocrità, e una buona fetta di vini pessimi fatti dagli imbottigliatori di professione o da chi cavalca il successo di un nome senza troppi scrupoli, senza investire nulla sul territorio, e perché qualcuno glielo permette.
Le aziende, anche nomi importanti e significativi, venute da fuori Maremma non sembrano aver dato impulso o contributi significativi alla DOCG, né dal punto di vista del mercato, né da quello della riflessione e dell’elaborazione di strategie produttive e di promozione.
Purtroppo questa è stata una mia grande delusione a livello personale. Nel complesso è una zona con buone potenzialità, che non sono solamente limitate al Morellino (penso all’Amiata del Montecucco, e alle zone bellissime e poco valorizzate intorno a Pitigliano), ma che é alla ricerca dell’identità. Purtroppo l’identità non nasce da sola, non viene dal genio di uno o due produttori in stato di grazia, ma è il frutto di una lunga opera complessiva di riflessione, di conoscenza del territorio, di lavoro comune.
Qui siamo ancora all’anno zero o quasi. Non si è fatto nulla per la conoscenza del territorio: parlo di zonazioni, studio di varietà e cloni, ecc. Non si è fatto nulla in tema di promozione verso l’estero.
Non si è fatto nulla in tema di regole e disciplinari, ancora retaggio degli anni 70, scritti in italiano ambiguo, che dicono tutto e nulla e non servono a niente. Sono regole che sembrano scritte da azzeccagarbugli, piene di un linguaggio burocratese buono solo per ostacolare chi fa bene, ma con buchi cosi’ grandi da lasciar passare chi produce male o peggio.
E come vede il futuro?
Io credo che il futuro sarà di chi avrà il coraggio di fare tabula rasa e partire dai fondamentali: conosco il mio territorio? conosco le mie varietà? i metodi di vinificazione? i metodi di coltivazione?
I disciplinari devono definire con maggior precisione le zone vocate, e cancellare quelle non vocate, mettendo anche in campo delle agevolazioni per spiantare tutte quelle vigne che si trovano in zone pessime e non vocate e al contempo affidarsi meno ai pali e paletti messi con l’illusione di controllare il mercato.
Le commissioni di degustazione delle Camere di Commercio non possono bocciare i Sangiovese perché hanno poco colore e farne passare altri neri come la pece. Se non si investe in conoscenza è impossibile andare a raccontare al mondo chi siamo.
Non vorrei chiederle del Consorzio, conoscendo i suoi rapporti, non sempre “facili” con l’ente consortile: ma ci sono novità che la riguardano?
Per quanto riguarda il Consorzio del Morellino qualcosa sta cambiando. Io ne uscii quasi 5 anni fa, quando ormai il Consorzio era ridotto ad un luogo di scontro di poteri, completamente bloccato nelle sue finalità più alte, ovvero di essere luogo di incontro dei produttori, di stimolo alla riflessione sul nostro vino, di motore della promozione.
Da quando uno degli attori più importanti di quello scontro, la Cantina Cooperativa del Morellino, é uscito dal Consorzio, qualcosa sembra essersi sbloccato. Il Presidente mi ha chiesto di rientrare nella compagine e di contribuire al cambiamento, che adesso si avverte inevitabile e non più procrastinabile.
Ed io ho accettato con la condizione che si mettano alla guida dello stesso delle persone giovani, appassionate, pulite, e che soprattutto sono lì perché interessate al vino e non alla politica. Il Consorzio deve essere una casa di tutti, e soprattutto una casa di vetro.
Preciso che non sono intenzionato a candidarmi o farmi candidare per nessuna carica, e che darò il mio piccolo contributo solo alle condizioni di cui sopra.
Scritto da Franco Ziliani alle 10:00, in E voi cosa ne pensate?, Enoriflessioni
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