Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'E voi cosa ne pensate?'

26 agosto 2010

Una degustazione di “vini di territorio” in un posto che del territorio ha fatto scempio


Una discutibile scelta delle Caves de Pyrene

Spiace molto che persone intelligenti e sensibili come Christian Bucci, referente italiano di quell’ottimo selezionatore, importatore e distributore di vini di qualità in UK come Les Caves de Pyrene, per organizzare una degustazione, in programma il prossimo 6 settembre, di “vini di territorio”, o “vins de terroir” che prevede la partecipazione di piccoli produttori che fanno i vini in modo artigianale e naturale, alcuni certificati biologici e biodinamici, vignerons “indipendenti”  che condividono gli stessi valori, quelli della terra, natura, territorio e vino, non abbiano avuto alcuna cura e sensibilità nella scelta della location.
E per la loro manifestazione, annunciata qui, cui prenderanno parte diciotto produttori italiani e dove ci sarà l’opportunità di assaggiare una sessantina di vini francesi in un interessantissimo “viaggio” dai Pirenei allo Champagne, abbiano scelto nientemeno che il discusso Boscareto Resort posto tra Serralunga d’Alba e Roddino.

Per chi non l’avesse mai visto, un cubo enorme di cemento, vetro e acciaio che ha letteralmente deturpato il paesaggio dei circostanti vigneti di Barolo a Serralunga d’Alba.
Un posto di cui scritto mesi fa su Vino al vino, qui, nell’unico modo in cui oggettivamente si può scrivere, se non ci si vuole mettere delle fette di salame, anzi, dei prosciutti interi, sugli occhi, fare gli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia, oppure, come hanno fatto tanti colleghi, che hanno esaltato la cucina del ristorante, le ambizioni del resort, giocare al gioco delle tre scimmiette.
Quelle che non parlano, non sentono e soprattutto non vedono. O fanno finta, per quieto vivere, comodità e conformismo, di non vedere…

Avrei voluto partecipare a quella degustazione, per la serietà delle Caves de Pyrene, per la simpatia nei confronti di Christian Bucci, perché saranno presenti fior di produttori che ben conosco e di cui amo molto i vini, ma in quel posto no, io che alla coerenza personale tengo, non ci metterò piede e quindi me ne resterò a casa.
Mi chiedo che faccia faranno i produttori partecipanti all’incontro quando, forti della loro sensibilità verso l’ambiente, vicini alla sensibilità e alla filosofia dei vini naturali, si troveranno di fronte a quella specie di “eco-mostro”…

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24 agosto 2010

Basta barrique: Giampaolo Paglia racconta i perché di una decisione “storica”

Nel pieno della pausa agostana, quando anche le attività via Web (comprese quelle di molti siti Internet e blog) se ne vanno in vacanza, uno dei produttori di vino italiani più attivi sulla Rete, con una sua apprezzata attività di wine blogger che si è distinto proponendo problemi di carattere generale legati al vino (l’inutilità dell’Ice, le commissioni di degustazione delle Camere di Commercio da rifondare, l’eccessivo parlare di vino, ecc.) e non solo parlando dei propri vini e della propria azienda, sto parlando di Gianpaolo Paglia, alias Poggio Argentiera, ha lanciato sul suo blog una vera e propria bombettina.
Con un post dal titolo facilissimo da capire e quanto mai emblematico, basta barriques, ha annunciato una svolta non certo da poco.
Se non è una “rinuncia a Satana”, poco ci manca, perché anche se Paglia ha scelto i toni bassi e dice “nessuna sconfessione del passato, nessun ripudio; molto semplicemente si evolve, personalmente e come azienda”, informandoci di aver rinunciato alla barrique per i Morellino di Scansano, “perché non ci piaceva più quello stile di vino, specialmente abbinato al Sangiovese, al Ciliegiolo”, ha, di fatto, deciso un cambiamento epocale, di quelli da ricordare.
Soprattutto allorché annota che, “in sostanza, in questi ultimi 10/15 anni è cambiato il mondo del vino, e sopratutto sono cambiati i miei (nostri) gusti..”.
Cosa ho fatto dunque, prendendo atto che questo di Paglia è il secondo addio alla barrique che registro (con grande gioia, non lo nascondo…) dopo quello, di cui ho parlato qui recentemente, pronunciato in Valle d’Aosta alla cantina Di Barrò, da Elvira Stefania Rini e Andrea Barmaz?
Ho contattato Paglia e gli ho chiesto di spiegarmi e soprattutto di spiegare a voi lettori di Vino al Vino, i motivi profondi della sua scelta, la sua svolta, in cosa consista il cambiamento di stile e di gusto personale di cui parla nel suo post.
Ne è scaturita una lunga e credo molto interessante conversazione, che ho il grande piacere di sottoporre alla vostra attenzione. E ai vostri, come sempre benvenuti, commenti. Buona lettura!

Paglia, com’è maturata la sua scelta, annunciata sul suo blog in un post dal titolo che più chiaro non si può, “basta barrique”, – leggete qui – di rinunciare ad utilizzare i piccoli fusti di rovere francese per buona parte dei vini prodotti in azienda, soprattutto per i Morellino?
E’ l’approdo naturale di un percorso mio personale e aziendale. Con il tempo mi sono reso conto di non apprezzare più quel tipo di espressione che dà al vino il legno piccolo, specialmente per il Sangiovese.

Da quanto tempo pensava che era venuto il momento di cambiare e voltare pagina?
Come tutte le cose che nascono dal nostro interno, c’é una fase cosciente, dove si prende atto di quello che pensiamo e desideriamo, ed una fase incosciente, dove si forma la volontà, ma non è ancora chiaramente manifestata.
Per la prima fase, almeno un paio di anni, per la seconda non saprei, sicuramente qualcosa di più. Di sicuro ci sono stati momenti che hanno contribuito alla mia crescita personale. Uno di questi è senz’altro la mia frequentazione di persone del mondo del vino che mi hanno aperto degli orizzonti più ampi.
Ho intrapreso un percorso di studio dei vini, qualificandomi con l’Advanced Certificate del W.S.E.T. (Wine and Spirits Education Trust), che continuerò in inverno con il corso di Diploma.
Inoltre da più di una anno una mia società e diventata distributrice e rappresentante di vini per la provincia di Grosseto, con dei mandati importanti come Sarzi Amadé e Les Caves de Pyrène.
Insomma, più si conosce e si frequenta il vino, più si diviene esigenti anche rispetto ai propri vini.

Si è trattata di una scelta di gusto del produttore – lei ha scritto “sono cambiati i miei (nostri) gusti” – o è stato anche un modo lucido e realistico di tenere conto degli orientamenti di larga parte dei consumatori, che, pare, si siano stufati di vini al profumo e gusto di legno?
Anche qui è difficile differenziare. L’attività commerciale è legata indissolubilmente alla produzione agricola, senza di essa non esisterebbe ed è al tempo stesso motore e giudice implacabile delle nostre attività. Tendo a non fidarmi di chi proclama di fare vino senza scopi commerciali. Tutt’al più ci può essere la consapevolezza che è difficile avere successo commerciale senza amare il proprio lavoro e apprezzare il suo frutto.



Lei ha detto “non ci piaceva più quello stile di vino, specialmente abbinato al Sangiovese, al Ciliegiolo”: vuole farmi capire meglio quali aspetti, in quei vini fatti utilizzando la barrique, non la convincevano più, non soddisfacevano il suo gusto?

C’e’ in alcuni vini prodotti con le barriques un eccesso di dolcezza, che può essere visto anche in chiave positiva, ma che per me è un fattore stancante del palato. Si tende a perdere complessità e sfumature a favore di una certa cremosità del gusto, ed in generale credo sia più difficile far emergere il carattere di vitigni come il Sangiovese e il Ciliegiolo, dove una certa spigolosità e nerbo sono alla base della loro identità. In più c’é il fattore bevibilità: mi sono stancato dei vini troppo invadenti.

Perché ritiene che, almeno secondo il suo gusto, la barrique non vada (più) bene per il Morellino, ma funziona ancora bene per le varietà internazionali? Non so se continueremo in futuro ad usarla per il nostro unico vino fatto a base di uve internazionali (il Finisterre, a base di Cabernet Franc, Syrah, Alicante), ma certo se c’é un senso nell’uso della barrique, questo sembra esserci maggiormente quando collegato all’uso di certe varietà.
Faremo delle sperimentazioni e vedremo i risultati e poi prenderemo delle decisioni.

Ha deciso di rinunciare alla barrique per una scelta legata al suo gusto: con questo vuole dirci che i vini devono piacere e convincere fino in fondo soprattutto chi li produce?
Sono totalmente d’accordo con lei, ma allora cosa replica a tanti suoi colleghi che continuano a dire, anche oggi, che i vini devono corrispondere agli orientamenti del mercato e dei consumatori?
Io dico che fare vini che piacciono a chi li fa ha molto più senso commerciale che provare a interpretare i gusti del mercato. La mia sensazione é che tendiamo a sottovalutare chi i vini li acquista e li beve, un po’ per mancanza di conoscenza, un po’, forse soprattutto, per nostra mancanza di coraggio.
Ci sono vini che ci paiono buonissimi, ma che consideriamo “difficili” per il mercato, salvo poi verificare che il mercato è apertissimo ai vini buoni, veri, comunicativi.
Questo lo vedo tutti i giorni, soprattutto da quando, oltre che produrre, mi sono messo anche a commercializzare altri vini.

Cosa pensa di due categorie di suoi colleghi produttori, quelli che hanno deciso di rinunciare alla barrique, o quantomeno di utilizzare solo fusti di terzo, quarto passaggio, o di più, solo perché la crisi economica li induce a risparmiare e a non comprare altre costose barrique nuove, e quelli che invece continuano, imperterriti ed impermeabili ad ogni dubbio, convinti che non si possano produrre vini importanti senza il ricorso al carato?
Penso che ognuno deve essere libero di fare le scelte che ritiene più opportune per lui e la sua azienda. Sarà il mercato a dare un giudizio su questi vini e sarà il produttore che sarà chiamato ad interpretarlo. L’importante è avere l’onestà intellettuale di farlo, proprio per il bene della propria azienda. Bisogna farsi una domanda semplice: mi piacciono i miei vini? Se fossi un cliente li comprerei assiduamente? Li bevo volentieri a casa, in famiglia, tra amici?
Dalla risposta, sincera, a queste domande dipende il futuro, anche economico, di una azienda di vino.

Come cambierà ora il suo Morellino, il celebre Capatosta in particolare, con l’utilizzo di fermentini troncoconici e di botti da 10 ettolitri di Garbellotto? Quali elementi prevarranno rispetto al passato e quali elementi vuole portare maggiormente in evidenza?
Già lo possiamo vedere dall’annata 2009, al momento in affinamento, e anche in parte dalla 2008, dove l’uso del legno piccolo è più misurato.
Bisogna dire che il cambiamento non è soltanto a livello dell’affinamento, ma anche in vigna, dove siamo in conversione al biologico e dove stiamo lavorando con meno ossessione verso le basse produzioni per ceppo e più verso l’equilibrio della pianta, e  in cantina, dove cerchiamo più di privilegiare la semplicità delle operazioni, con macerazioni meno lunghe ed estrattive del passato.
Stiamo anche verificando che l’uso di meno solfiti in cantina non è pregiudizievole della qualità, ma sembra al contrario favorire la “distensione” dei vini e una loro espressione più pulita e naturale.
Insomma, ci sono molte cose in atto oltre alla scelta dei legni. E’ una presa di coscienza che un cambiamento era inevitabile e un metodo di lavoro che ci sembra più in sintonia con i nostri gusti.
Per di più siamo molto felici perché i vini così fatti ci piacciono di più, hanno maggiore eleganza e al tempo stesso maggiore semplicità e bevibilità. Insomma, secondo me sono più buoni, sono vini che mi bevo più volentieri.

Lei vende molto all’estero e ascolta attentamente, anche attraverso il suo blog, le opinioni della clientela e degli appassionati. Come hanno reagito sinora importatori, ristoratori e semplici cultori di Bacco alla sua decisione, che tra l’altro ha scelto di annunciare un po’ in sordina, complice la pausa agostana?
In realtà il post di cui lei parla è nato un po’ così all’improvviso, un giorno che camminando vicino alla rimessa attrezzi ho visto quella pila di baggioli vuoti (supporti per barriques) che mi ha impressionato, e forse mi ha fatto materialmente rendere conto del cambiamento.
Non ho effettivamente comunicato in altro modo a clienti e appassionati, tranne quei pochi che seguono il mio blog, e non ho intenzione di fare di questa scelta una leva di marketing. Mi sembrerebbe lo stesso errore, a posizioni inverse, di coloro che qualche anno fa scrivevano con orgoglio che i loro vini erano “barricati”.
Credo che le scelte tecniche possano essere discusse in modo pragmatico e laico, senza farne delle questioni di interesse primario. A parlare deve essere soprattutto il vino.

Tentando un esame retrospettivo, quali sono stati a suo avviso, in questi ultimi vent’anni, i pregi, i vantaggi tecnici portati dall’uso diffuso della barrique e quali sono stati i problemi che ha causato al vino italiano? Pesandoli sulla bilancia, sono stati più i pro o i contro?
Credo che l’uso della barrique sia stata una forma di riscatto da un passato enologico spesso grigio e triste, almeno per gran parte dell’Italia del vino. E’ stata un po’ come  il bisogno di affermare che nel vino italiano si era girata una pagina, e che il futuro sarebbe stato fatto di vini importanti, senza complessi di inferiorità con i cugini d’oltralpe, in grado di attrarre interesse del pubblico internazionale e di rifondare un enologia fatta di tecnologia, buone pratiche, bei vigneti, cantine supertecnologiche e scintillanti, enologi di grido.
In fin dei conti lo ritengo un passaggio dovuto per chi, come molti di noi, non può rifarsi ad un passato enologico glorioso e ben sperimentato. E’, se vogliamo, un difetto di gioventù del vino italiano, una malattia infantile che deve essere presa, vissuta e dalla quale si deve guarire prima di girare la prossima pagina.
Nel complesso credo che ci siano stati più lati positivi, a condizione di assumere il giusto atteggiamento critico verso questo fenomeno. E’ innegabile che l’immagine dei vini italiani nel loro complesso (senza parlare di quelle poche oasi che pure esistevano) sia cresciuta enormemente negli anni 80 e 90 anche proprio grazie ai vari Tignanello, Sassicaia, ecc., che sono stati un po’ gli emblemi del rinascimento italiano del vino e tutti vini pensati e compiuti con l’uso del legno piccolo.
Passato il periodo giovanile, ora è il momento della maturità, delle scelte consapevoli, delle distinzioni e del lavoro di sostanza sul territorio.
Certo non posso parlare per gli altri, ma questi vent’anni sono serviti anche a me per capire meglio il vino, la sua storia, i suoi terroirs, e per definirmi come persona (si invecchia, ahimè, ma si matura anche) e come conoscitore di vino e dei vini.
Insomma, molto banalmente, anche il mio gusto si è evoluto, così come quello del pubblico che prima era molto più semplice e facilmente impressionabile dal “peso” di un vino, piuttosto che dalle sfumature.

Pensa che la sua decisione farà proseliti e ritiene che un numero crescente di produttori, in Maremma e altrove, “ripudieranno” la barrique, o quantomeno l’uso eccessivo o abnorme che ne è stato fatto, per provare a produrre vini più “food friendly” e maggiormente dalla parte del consumatore?
Ho la sensazione che nel futuro vedremo dei cambiamenti, non per causa mia s’intende,  ma perché i tempi sono maturi. La critica non è più schierata compattamente (anche se lei mi obietterà giustamente che “alcuni” non hanno mai fatto parte di questa schiera) verso vinoni scuri e concentrati, con legno a go gò. Anzi, sembra muoversi nella direzione opposta.
E poi perché la gente si sta accorgendo che di certi vini in fin dei conti si parla molto, ma li si beve molto meno.

Cambiando discorso, come vede, da produttore, la situazione odierna del Morellino di Scansano? Di che salute godono i vini e la denominazione? Quali sono i problemi più urgenti da affrontare e risolvere?
La situazione del Morellino non è diversa da quella di molte DOC o DOCG italiane che hanno avuto un certo successo. C’e’ una stratificazione della qualità abbastanza accentuata, con alcune aziende, spesso quelle più storiche e locali, al top, molta mediocrità, e una buona fetta di vini pessimi fatti dagli imbottigliatori di professione o da chi cavalca il successo di un nome senza troppi scrupoli, senza investire nulla sul territorio, e perché qualcuno glielo permette.
Le aziende, anche nomi importanti e significativi, venute da fuori Maremma non sembrano aver dato impulso o contributi significativi alla DOCG, né dal punto di vista del mercato, né da quello della riflessione e dell’elaborazione di strategie produttive e di promozione.
Purtroppo questa è stata una mia grande delusione a livello personale. Nel complesso è una zona con buone potenzialità, che non sono solamente limitate al Morellino (penso all’Amiata del Montecucco, e alle zone bellissime e poco valorizzate intorno a Pitigliano), ma che é alla ricerca dell’identità. Purtroppo l’identità non nasce da sola, non viene dal genio di uno o due produttori in stato di grazia, ma è il frutto di una lunga opera complessiva di riflessione, di conoscenza del territorio, di lavoro comune.
Qui siamo ancora all’anno zero o quasi. Non si è fatto nulla per la conoscenza del territorio: parlo di zonazioni, studio di varietà e cloni, ecc. Non si è fatto nulla in tema di promozione verso l’estero.
Non si è fatto nulla in tema di regole e disciplinari, ancora retaggio degli anni 70, scritti in italiano ambiguo, che dicono tutto e nulla e non servono a niente. Sono regole che sembrano scritte da azzeccagarbugli, piene di un linguaggio burocratese buono solo per ostacolare chi fa bene, ma con buchi cosi’ grandi da lasciar passare chi produce male o peggio.

E come vede il futuro?
Io credo che il futuro sarà di chi avrà il coraggio di fare tabula rasa e partire dai fondamentali: conosco il mio territorio? conosco le mie varietà? i metodi di vinificazione? i metodi di coltivazione?
I disciplinari devono definire con maggior precisione le zone vocate, e cancellare quelle non vocate, mettendo anche in campo delle agevolazioni per spiantare tutte quelle vigne che si trovano in zone pessime e non vocate e al contempo affidarsi meno ai pali e paletti messi con l’illusione di controllare il mercato.
Le commissioni di degustazione delle Camere di Commercio non possono bocciare i Sangiovese perché hanno poco colore e farne passare altri neri come la pece. Se non si investe in conoscenza è impossibile andare a raccontare al mondo chi siamo.

Non vorrei chiederle del Consorzio, conoscendo i suoi rapporti, non sempre “facili” con l’ente consortile: ma ci sono novità che la riguardano?
Per quanto riguarda il Consorzio del Morellino qualcosa sta cambiando. Io ne uscii quasi 5 anni fa, quando ormai il Consorzio era ridotto ad un luogo di scontro di poteri, completamente bloccato nelle sue finalità più alte, ovvero di essere luogo di incontro dei produttori, di stimolo alla riflessione sul nostro vino, di motore della promozione.
Da quando uno degli attori più importanti di quello scontro, la Cantina Cooperativa del Morellino, é uscito dal Consorzio, qualcosa sembra essersi sbloccato. Il Presidente mi ha chiesto di rientrare nella compagine e di contribuire al cambiamento, che adesso si avverte inevitabile e non più procrastinabile.
Ed io ho accettato con la condizione che si mettano alla guida dello stesso delle persone giovani, appassionate, pulite, e che soprattutto sono lì perché interessate al vino e non alla politica. Il Consorzio deve essere una casa di tutti, e soprattutto una casa di vetro.
Preciso che non sono intenzionato a candidarmi o farmi candidare per nessuna carica, e che darò il mio piccolo contributo solo alle condizioni di cui sopra.

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1 luglio 2010

Volete portarvi il vino da casa: no problem!

La formula del Byob, Bring your own bottle, è proponibile anche in Italia?

Singolare (e intelligente) iniziativa, a Londra, di un gruppo dei migliori ristoranti cittadini (anche alcuni stellati Michelin) per fronteggiare la crisi economica che mette in fuga molti clienti.
Porte aperte, ancora di più se si sottoscrive un abbonamento al BYO Wine Clubvisitare qui il sito Internet – lanciato proprio in giugno con l’obiettivo di arrivare a cento adesioni entro la fine dell’anno, ai clienti che adottano la formula, già diffusa negli States, del “BYOB (Bring Your Own Bottle)”, ovvero persone che scelgono, pagando un moderato diritto di tappo, (un contributo che si riconosce al ristorante per il mancato guadagno della vendita di proprio vino), di bersi nel ristorante prediletto bottiglie di vino portate da casa, provenienti dalla propria personale cantina.
Come ha commentato l’autorevole wine writer Tom Cannavan, editor del sito Internet Wine Pages, “BYO (Bring Your Own) is about people who are serious food and wine lovers but who recognize that they can’t go to a restaurant where the food costs £50 (about $75) a person and afford a bottle of wine,” ovvero viene incontro alle esigenze degli appassionati, di cibo e di vino, che vogliono continuare ad andare al ristorante senza svenarsi.
Questo perché a Londra è prassi comune, racconta l’articolo, che una bottiglia che in un wine store costa 75 sterline possa essere proposta a 225 sulla carta dei vini di molti ristoranti.
Bellissima cosa questa iniziativa, cui dedica un ampio articolo Robert Booth sul Guardian – leggetelo qui – ed evviva il consumo di vino personale mentre si gusta la cucina dello chef prediletto, ma non sarebbe più facile, per fare tornare i clienti, ridurre i ricarichi folli sui vini e proporre una politica di prezzi più ragionevole?
Spostandosi da Londra e pensando ai casi nostri, una domanda nasce spontanea: ma nell’Enotria tellus, in Italia, una cosa del genere, andare nel ristorante (anche stellato, perché no?) che più ci piace, scegliendo già noi, nella nostra cantina, che vino berremo sui piatti del nostro chef prediletto, sarebbe possibile?
Cosa ne pensano i consumatori, e soprattutto la ristorazione nostrana, dell’ipotesi di un club del PLTB (portati la tua bottiglia) o del PITVDC (portati il tuo vino da casa)?
Quanto sarebbero disposti i clienti a pagare come diritto di tappo, per concedersi il piacere di farsi stappare con tutti i crismi da un bravo sommelier le bottiglie del cuore lasciate per anni ad affinarsi in cantina, e quanto eventualmente pretenderebbero i ristoratori per concedere alla clientela questo ulteriore servizio?

Due altre domande per concludere: come giudicano i produttori italiani l’ipotesi di questa eventuale estensione del BYOB chez nous?
E a quali scenette teatrali ci troveremmo di fronte, al ristorante, se l’eventuale bottiglia portata da casa rivelasse, una volta aperta, problemi di tappo?
E’ opportuno portarsi una bottiglia di riserva o si deve entrare nell’ordine di idee che nel caso si palesasse un dannatissimo goût de bouchon, ci si dovrà rassegnare ad ordinare come minimo il “vino della casa” o a scegliere, nella carta dei vini, il vino dal ricarico più onesto?

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5 maggio 2010

In UK tornano ad acquistare Champagne. Forse per dimenticare la disfatta nella Champions League?

Incredibili questi inglesi!
Forse sarà l’effetto delle elezioni politiche in programma domani, 6 maggio, forse il probabile, annunciato, cambio di governo, dai laburisti ai conservatori (o ai liberaldemocratici), ma, incredibilmente, in Inghilterra, il più importante importatore e consumatore di Champagne, dopo il 2009 horribilis che ha visto le vendite delle preziose bollicine calare del 15%, con i 30,50 milioni di bottiglie importate (la stessa quantità di Stati Uniti, Germania e Belgio messi assieme) inferiori di 10 milioni di pezzi alla quota record toccata nel 2007, e allo stesso livello raggiunto dall’importazione di Champagne nel 2002, si assiste ad un lento recupero degli storici méthode champenoise francesi.
Come riferisce il sito Internet Andover Advertiserleggete qui – rispetto allo stesso periodo del 2009 le vendite di Champagne sono salite del 10,7% in valore e del 14,6% in volume.
Secondo il managing director di una grande catena come Oddbins, “Things are much more upbeat. We are starting to see people come in and ask for Dom Perignon and Krug. There’s a much more positive mood.”. Ovvero, “le cose vanno meglio e c’è più ottimismo, si respira un clima più positivo e si rivedono persone che vengono a chiedere Dom Perignon e Krug”.

Domanda: ma le persone che sono tornate ad acquistare cuvée de prestige sono forse tifosi di squadre come Chelsea, Manchester United, oppure Liverpool o Arsenal che fanno scorta di bottiglie per poter brindare alla vittoria della loro squadra dopo la finale della Champions League del prossimo 22 maggio?
Contrordine: mi dicono che nessuna squadra inglese sarà a Madrid e che a contendersi la coppa dalle grandi orecchie saranno una squadra tedesca, il Bayern di Monaco e una squadra italiana, anzi internazionale, l’Inter di Milano.
Ora mi spiego: forse gli inglesi sono tornati a comprare e stappare Champagne per dimenticare… Per scordare l’onta subita ci vogliono bollicine nobili vere, mica un banale Cava o, peggio ancora, un risparmioso Prosecco…

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30 marzo 2010

Alleluia: Zaia diventa presidente della Regione Veneto e molla le Politiche Agricole

Mi spiace tanto per i simpaticissimi veneti che se lo dovranno cuccare come Presidente, ma che nemmeno tanto in fondo l’hanno voluto, visto che il 60 per cento dei votanti l’ha espressamente scelto, ma c’è una buona notizia in fondo nella vittoria trionfale del “pomata”, del “propagandista del Prosecco”, alias Luca Zaia, nelle elezioni regionali di ieri.
Con la sua prossima nomina a Governatore della Regione Veneto, l’uomo che ha “brillantemente” concesso il patrocinio del ministero delle Politiche Agricole al McItaly, il panino presunto italiano creato (e prontamente ritirato dal mercato da Mc Donald’s, giusto il tempo di fare da promo elettorale a Zaia), si trova costretto a levare le ancore dal Palazzo dell’Agricoltura di via Settembre a Roma, ponendo fine ad una delle gestioni di questo ministero centrale nell’economia italiana più discusse.
Finisce l’era Zaia, che in quest’intervista di oggi al Gazzettino, esclude la possibilità di un doppio incarico, di presidente del Veneto e di ministro, pur continuando a considerarsi “riferimento nazionale per l’agricoltura” per la Lega, e mentre nel quartier generale della Lega si festeggia in maniera sobria e raffinata come sempre “fin da metà pomeriggio sono state stappate le prime delle 3.000 bottiglie di prosecco docg prenotate per l’occasione: 2.500 bottiglie di prosecco e altre 96 Magnum docg, 35 kg di pane cotto a legna, 120 kg di salumi vari (sopressa, pancetta e salame), un quintale di formaggio, una cinquantina di focacce, quattro spiedi giganti, 50 kg di costate, ed altri chili di ogni bontà gastronomica”, si apre la discussione su chi sostituirà Zaia come ministro delle Politiche Agricole.

E’ troppo chiedere al signor presidente del Consiglio di non scegliere con i consueti criteri da manuale Cencelli della politica, mandando, come pare, al posto di Zaia l’ex governatore della Regione Veneto Galan, degna persona sicuramente, ma non proprio un esperto di cose agricole, per ripagarlo di averlo spodestato da Palazzo Balbi, ma una persona che i problemi dell’agricoltura italiana veramente conosce?
Dopo la gestione smaccatamente a favore degli interessi del Veneto voluta da Zaia, non è possibile avere un Ministro delle Politiche Agricole che sia rispettato e si faccia rispettare a Bruxelles e si preoccupi dei problemi e faccia gli interessi di tutto il mondo agricolo italiano, dalla Valle d’Aosta alla Calabria, isole comprese?

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22 dicembre 2009

Carlo Ferrini approda al Barolo: una scelta felice?

Leggo su Panorama Economy che due importanti imprenditori parmigiani, Andrea Costa (fondatore 30 anni fa della Parma Globalgest, ora presidente di Metroparma e della Stt pubblica) e suo figlio Luca, “hanno deciso per passione di lanciarsi nell’avventura del vino, partendo dalle Langhe e dalla Maremma”.
Hanno deciso di investire, davvero molto “coraggiosi” di questi tempi, nientemeno che 20 milioni di euro, rilevando due aziende, una in Piemonte e una in Toscana, per 30 ettari complessivi, pensando a dare vita a “cantine ecosostenibili, niente rete di vendita ma microeventi unici e originali per comunicare e integrazione fra vino e ospitalità (in futuro realizzeranno un piccolo relais)”.
Niente da dire, se non fare loro tanti tanti auguri (che ne hanno bisogno), sul loro obiettivo finanziario, “arrivare al break-even nel 2011 e a 5 milioni di ricavi”, puntando in Toscana, “sul Morellino e sull’Igt Maremma” ed in Piemonte sul rilancio di “due cru storici del Barolo, insieme al Dolcetto”, (uno dei due cru è il Castelletto in Monforte d’Alba, di cui hanno acquistato alcuni ettari da Gigi Rosso), ma, mi chiedo, per ottenere le loro 300 mila bottiglie in Maremma, e “non più di 90 mila a Monforte d’Alba”, chi diavolo li ha consigliati nella scelta dell’enologo?
Va bene, se la cosa garba loro, affidarsi per la produzione in Toscana alle tecniche e ai sistemi di Carlo Ferrini (nella foto: enologo consulente di Castello di Brolio Barone Ricasoli, Castello Romitorio, Castello del Terriccio, Brancaia, Tenuta degli Dei, Fattoria di Petrolo, Castello di Fonterutoli Marchesi Mazzei, Poggio Verrano tra le altre), che hanno scelto come winemaker.
Ma per lavorare sul Nebbiolo e ottenere Barolo (mica un Super Tuscan qualsiasi) che parlino veramente della loro terra, e non siano vini qualunque, proprio ad un enologo, toscano, che non vanta nessuna esperienza sul Nebbiolo, e che è soprattutto un esperto di Merlot e di vitigni del centro sud, e che sul Barolo è totalmente privo d’esperienza dovevano rivolgersi?
Intendiamoci, ognuno ha la facoltà, visto che siamo in un Paese libero, di investire i soldi (investire ex novo sul vino oggi?) come vuole e di scegliersi i propri collaboratori in base ai propri, personalissimi, criteri di decisione, ma ragionando lucidamente siamo proprio certi che puntare su Ferrini per produrre un Barolo sia la scelta più azzeccata e sensata, tanto più oggi che i metodi e la stilistica di certi winemaker come lui mostrano decisamente la corda e non “funzionano” più come un tempo?

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18 novembre 2009

Eno-barzellette: ritornano gli ineffabili Top 100 di Wine Spectator

Sono tempi difficili e abbiamo tutti bisogno di ridere ogni tanto. Allora mettetevi lì tranquilli, che voglio provare a raccontarvi un’eno-barzelletta. Il tema, quello che ogni anno, da parecchio tempo, ci regala immancabilmente una risata, o quantomeno un sorriso, una vera garanzia di comicità (tipo le gaffes di Berlusconi e l’italiacano di Di Pietro) sono i Top 100 di Wine Spectator, la graduatoria dei presunti, come definirli, migliori, più rilevanti o importanti vini dell’anno, che loro dicono essere costruita, anzi based, “on quality, value, availability and excitement”, ovvero sulla qualità, la convenienza, la disponibilità e reperibilità e la capacità di “eccitamento”.
E’ da poco on line, con accesso riservato agli abbonati (e io lo sono, all’edizione on line della rivista: dovere di documentazione, ma anche per farmi qualche risata ogni tanto) la graduatoria di quelli che, per quest’anno, dovrebbero essere i vini “da non perdere” secondo la rivista.
Non mi soffermerò a riferirvi chi sia quest’anno, secondo Wine Spectator, il migliore vino dell’anno, ma chi se ne frega, ma per vostro diletto voglio soffermarmi sulla nazionale italiana, sulla selezione composta da 17 vini che dovrebbe, secondo le intenzioni della rivista, rappresentare il meglio dell’enoica produzione.
Prima di lasciare spazio all’elenco, voglio solo darvi qualche numero: su 19
vini scelti, uno è friulano, prodotto da un’azienda che ha un enologo consulente di quelli cari alla rivista, uno altoatesino, due sono piemontesi (due Barolo soli a rappresentare l’annata 2005) e ben 15 sono toscani, con tre Brunello di Montalcino 2004, due Chianti Classico e nove tra Super Tuscan storici (alcuni dei quali, come il Flaccianello della Pieve ed il Fontalloro, potrebbero essere a rigore commercializzati anche come Chianti Classico) e “nuove proposte” a base di Syrah, o di mix tra Sangiovese e varietà francesi.

Ma eccovi, per la vostra gioia ed il vostro legittimo divertimento, l’Italian Top list, secondo WS:

5° Chianti Classico 2006 Castello di Broli0
7° Barolo Marcenasco 2005 Ratti
8° Flaccianello della Pieve 2006 Fontodi
10° Toscana Tre 2007 Brancaia
11° Brunello di Montalcino 2004 Poggio il Castellare
13° Fontalloro 2006 Fattoria di Felsina
15° Brunello di Montalcino Castelgiocondo 2004 Marchesi Frescobaldi
16° Brunello di Montalcino 2004 Uccelliera
27° Giorgio Primo 2007 La Massa
30° Crognolo 2007 Sette Ponti
35° Chianti Classico riserva 2006 Viticcio
37° Torrione 2007 Petrolo
46° Bolgheri Greppicante 2007 I Greppi
49° Syrah Cortona Il Bosco 2006 Tenimenti D’Alessandro
61° Toscana Monte Antico 2006
70°Alto Adige Pinot grigio 2008 Cantina San Michele Appiano
79° Collio Pinot grigio 2008 Livio Felluga
80° Non Confonditur Toscana 2007 Argiano
81° Barolo Carobric 2005 Enrico Scavino

Che dire di questo elenco (WS assicura che quest’anno, in epoca di crisi, hanno cercato di concentrarsi su vini dai prezzi particolarmente convenienti) se non che rappresenta l’ennesimo “capolavoro” di una rivista che può prendere sul serio solo chi di vino non capisce niente, gli esterofili ed i provinciali che siccome una cosa l’hanno stabilita “gli americani” deve per forza essere trendy, in & glamour?
Ad essere gentili ci si può limitare a dire che Giacomino Suckling agli amici vuole ancora bene, visto che inserisce ben due aziende di quella provincia di Arezzo dove risiede (Torrione e Sette Ponti, questa molto amica anche dell’editore di WS) e che non mancano poi storici amici della rivista come i Marchesi Frescobaldi (con il loro Brunello Castelgiocondo 2004 che sia io che altri non troviamo invece poi così irresistibile…), ed i baroni Ricasoli, il cui Chianti Classico 2006, con i suoi 96/100, le sue 6170 casse prodotte, il suo prezzo di 54 dollari sullo scaffale Usa, ed il quinto posto in gladiatoria dovrebbe rappresentare il meglio del vino italiano.
Per il resto, plauso doveroso al davvero eccellente Brunello 2004 dell’Uccelliera, e omaggio alla capacità di Felsina e Fontodi (e del loro enologo Franco Bernabei) di realizzare vini, sicuramente ben fatti, che con regolarità riescono a compiacere il gusto della rivista, un bel tacer non fu mai scritto.

Che il pur buono Barolo Marcenasco di Renato (Pietro) Ratti costituisca il meglio della barolesca selezione (situato al settimo posto) accompagnato solo (in 81esima posizione) dal Barolo Carobric di Enrico Scavino, mi sembra una scelta che si commenta da sola e attesti quanto ben poco sul serio vada preso questa ennesima stravagante uscita della rivista.
Che la nobilitate del vino italiano sia dovuta a questi vini (ad un Greppicante piuttosto che ad un Greppicaia o a Chianti classico internazionali realizzati secondo il Ferrini style) lasciate che continuino a crederlo solo Suckling, Wine Spectator ed i loro reggicoda.
Noi, esaurita la risata per questa eno-barzelletta, proviamo a cercare verità, emozioni e piacere in ben altri vini…

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30 ottobre 2009

Dei “tre bicchieri” sfiorati e dei misteriosi criteri di scelta di certe guide


Dedicato a tutti coloro che credono ancora (proprio come alcuni “ingenui”, persuasi che i bambini nascano sotto i cavoli o che li porti la cicogna…), che le guide, certe guide, si possano prendere sul serio e che addirittura – folgorate su chissà quale via – possano cambiare o migliorare.
La guida di cui sto parlando è quella che oggi, dopo la separazione da Slow Food è totalmente appannaggio del Gambero rosso editore, ovvero Vini d’Italia.
L’episodio che intendo raccontarvi e di cui potete trovare racconto anche nel forum del sito Internet gamberesco, a questo indirizzo, riguarda il singolare caso di una piccola azienda agricola, produttrice di eccellenti Barbaresco in frazione Tre Stelle di Barbaresco, Cascina delle Rose.
A Giovanna Rizzolio, la cara amica che è la mente dell’azienda, ed i cui vini, i Barbaresco Rio Sordo e Tre Stelle, ho più volte inserito in degustazioni dedicate al Barbaresco che ho avuto il piacere di condurre qua e là in giro per l’Italia (ultima occasione la degustazione di Bologna cui faccio accenno in questo post) e che ho cercato di fare conoscere anche ad amici sommelier come ad esempio il delegato della Versilia Andrea Balzani che li ha inseriti nella gamma dei vini da lui distribuiti con la sua società, è capitato di pensare quello che ognuno di noi sicuramente avrebbe pensato.
Ovvero che la richiesta di invio di campioni di Barbaresco Rio Sordo 2006, arrivata dalla redazione del Gambero rosso con la motivazione che il vino “è stato selezionato per le finali per i tre bicchieri della guida vini d’italia 2010”, avesse un preciso significato.
In altre parole che nel migliore dei casi il vino avrebbe ottenuto la massima valutazione, quella degli una volta tanto ambiti “tre bicchieri”, mentre nel caso il vino non avesse totalmente appagato i degustatori, si sarebbe dovuto accontentare di un giudizio di due o di un solo bicchiere.
Questo anche se il buon senso induce ad escludere che un vino, che con ogni probabilità era già stato preventivamente degustato e valutato, lo dico a spanne, da “due bicchieri e mezzo” e papabile per il terzo, possa poi, una volta degustato per verificare se potesse essere “tribicchierabile”, essere retrocesso al rango di vino di scarso interesse. In altri termini di vino monobicchiere o meno.


Bene, si fa per dire, cosa è successo? Che il Barbaresco Rio Sordo 2006 di Cascina delle Rose, il papabile “tre bicchieri”, è stato degustato e giudicato, ma poi, una volta pubblicata l’edizione 2010 della guida, dell’azienda produttrice di questo vino che avrebbe potuto sfiorare l’eno-empireo, che sembrava vicinissimo ad arrivarci, nella guida stessa non c’é traccia.
Perché evidentemente non giudicata, Cascina delle Rose, nemmeno degna di essere segnalata anche nello spazio un po’ inglorioso e sicuramente minore delle “altre cantine”, quelle che non ottengono la canonica scheda descrittiva, con i singoli punteggi riservati ai singoli vini.
Sul forum del sito del Gambero rosso Giovanna Rizzolio, che non essendo nata ieri non crede affatto alla fata turchina e alla cicogna, ha manifestato il suo meravigliato stupore per l’accaduto, scrivendo: “mi sono state chieste le bottiglie per la finale dei 3 bicchieri e ne son rimasta stupita enormemente. Non per la qualità dei vini, bensì per il fatto che mi sono stati richiesti specificamente solo i campioni dei 2 Barbaresco, nessun altro vino e neppure nessuno della guida è venuto in cantina per vedere e capire se il Rio Sordo potesse essere un “errore di percorso” o uno standard ricorrente. Pensavo che una proposta ai 3 bicchieri richiedesse una maggiore conoscenza della cantina”.
E poi ribadendo, di fronte alla “risposta” (vogliamo definirla così?) del “lider maximo” della guida, quello che ha il potere, quasi da giudice monocratico, di assegnare “tre bicchieri plus”, e si permette di dare del “cioccolataio” al prossimo, concretizzatasi in un lapidario “Non è detto che un’azienda che manda un vino in finale debba poi essere recensita. Se quello è l’unico vino valutato positivamente e poi non ce ne sono altri degni di nota, oppure ce ne sono alcuni valutati negativamente, è possibile che la scheda non venga fatta.”, di non capire la logica di queste decisioni, con “un solo vino valutato va in finale per i 3 bicchieri (richiesto da voi, non mandato da me), ma non viene fatta la scheda se non passa la finale”.
Giovanna chiudeva il suo intervento chiedendo di aiutarla a capire.
Bene, volete, vogliamo darle una mano a farlo, a smontare e ricostruire il meccanismo “logico” che fa sì che ad un’azienda si chiedano campioni di un vino considerandolo un papabile “vino top” e poi quando questo vino “top”, ad insindacabile giudizio dei super esperti, non si rivela, di quella azienda e di quel vino su quella guida che ha richiesto i campioni non appaia traccia, come se quel vino degustato e mandato in “finale dei tre bicchieri” non fosse mai esistito?

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21 ottobre 2009

Bando agli equivoci: ecco quanto mi viene contestato di aver pubblicato

Ad ulteriore chiarimento di quanto già pubblicato qui, anche come doverosa replica ad alcune persone, tra cui amici e colleghi, che in sede di commento hanno rilevato che “chiunque abbia il diritto di arrabbiarsi quando gli si lanciano accuse gratuite (quali sono sempre quelle anonime).
E siccome la calunnia è un venticello, comprendo anche il risentimento di chi si trova calunniato dagli anonimi”, e ancora che “va difesa la libertà di stampa e parola ma anche la libertà altrui di potersi difendere contro quello che ritiene diffamatorio, anche con vie legali secondo il codice civile (non penale!)”, ritengo utile fare un’aggiunta a quanto già scritto.
E ovviamente senza fare riferimento all’azienda che ha ritenuto opportuno farmi scrivere dal proprio avvocato ritenendo alcuni commenti da me pubblicati “affermazioni del tutto inaccettabili e tali da configurare una chiara diffamazione”, ci tengo, per sgombrare qualsiasi equivoco, rendere partecipi i lettori di questo blog (anche quelli che mi leggono all’estero e mi hanno scritto chiedendo di poter tradurre in inglese e francese e pubblicare sui loro blog quanto ho raccontato, cosa che avverrà molto presto), dei testi la cui pubblicazione mi viene contestata.
Inutile precisare che i testi che ora pubblico sono purgati da ogni riferimento che aiuti a capire di quale azienda si tratti e che io non risponderò ad alcuna domanda che mi chieda di rivelare quale sia il produttore in oggetto. Inutile pertanto chiedermelo.
Testo numero uno
“se vuoi vendere i tuoi vini devi per forza di cosa fare carte false. Non è più sufficiente che il vino sia buono per venderlo, devi scendere a compromessi. Se un produttore invita un giornalista del settore a visitare la propria azienda, lo scopo è uno soltanto, farsi pubblicità.
Se ci fate caso sulle varie guide, con i punteggi più alti, trovate il più delle volte sempre le stesse aziende. Ormai il meccanismo è così ben oleato che non c’è alcun motivo per cambiare. Ci guadagnano le cantine e ci guadagnano contemporaneamente le varie riviste e guide, e giornalisti vari. L’argomento è troppo complesso e lungo per continuare, ma voglio concludere con una domanda.
Secondo voi un importante wine writer americano, dovendo fare una scelta, preferirebbe visitare per un week end un produttore toscano dotato di castello o un piccolo produttore della Basilicata? Per me la risposta è ovvia. Visiterebbe l’azienda con castello, con loro ci guadagna, il posto è bellissimo, verrebbe trattato da re e tante altre bellissime cose. Con il piccolo produttore non saprebbe proprio cosa farci”.
Testo numero due

“io non cerco concentrazione e semplicità in un XXX (il nome del vino). Voglio che sia limpido, sapido…insomma un vero vino base xxx (il nome dell’uva) di quella nota località. Ti racconto un aneddoto curioso: pochi giorni fa ho avuto la possibilità di assaggiare il XXX riserva xxx di diversi anni d’età, colore quasi impenetrabile (dopo oltre dieci anni? Ma!?), profumi quasi erbacei (per un vino ottenuto da quell’uva? Bo!?) poca freschezza e schiettezza, comunque un gran bel vino ma non un xxx!!”.
A proposito di questo secondo testo, l’avvocato che mi ha scritto parla di un “intervento con il quale si introduce il sospetto che quel vino non sia in realtà tale, né la sua risposta smentisce tale circostanza, anzi sembra avallarla”.
Bene cari amici, lascio a voi giudicare la liceità o il carattere offensivo dei due commenti, e voglio rivendicare, a chiare lettere e con forza, la mia piena libertà, che non é arbitrio, di esprimere, da giornalista con 25 anni di esperienza nel campo del giornalismo del vino, ben conosciuto in Italia e all’estero, criticamente e liberamente, il mio punto di vista. Di più, le mie osservazioni, soggettive, ma legate alla mia esperienza e conoscenza della materia, sui vini di qualsiasi zona italiana, sui loro colori e profumi, sulla congruità o stranezza dei loro aromi e del loro gusto.

Questo si chiama libero esercizio della critica, non certo diffamazione. E intendo continuare a farlo, anzi lo farò, come ho più volte fatto in passato, esprimendo legittime perplessità su vini, soprattutto quelli il cui disciplinare prevede l’utilizzo di un’unica uva e non un mix di vitigni, e che quindi hanno o dovrebbero avere caratteristiche ben riconoscibili e codificate dai disciplinari di produzione vigenti, auspicando, anzi essendo certo, di non dover poi trovarmi a ricevere, come non ho mai ricevuto, scrivendo, in totale solitudine, cose coraggiose e impegnative su Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino, da giornalista riconosciuto esperto di vino, alcuna lettera di richiamo, ammonimento e diffida da avvocati.
Perché un conto è la critica, quella che io propongo, senza avere alcuna intenzione, volontà o disegno, di ledere i legittimi interessi di alcuna azienda, ma facendo il giornalista, raccontando i fatti e commentandoli, da cronista del vino libero e indipendente, con i miei articoli ed i post di commento dei lettori, che leggo attentamente prima di pubblicare e che casso quando contengono realmente espressioni offensive, è un conto è la diffamazione.
Vorrei che questo aspetto, semplicissimo, elementare, facilmente comprensibile da tutti, fosse chiarissimo, onde evitare equivoci, ora ed in futuro.

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20 ottobre 2009

Dove è finita la dialettica? In difesa della libertà di critica

Ovvero: di che colore portate i calzini?

Cari lettori, vi invito a prendere sul serio quanto sto per raccontarvi e a regolarvi di conseguenza, per evitare che finisca a condurre questo blog, sempre che me lo facciano condurre ancora, da San Vittore o dall’Asinara. Dopo i garbati interventi dell’avvocato Losappio, apparsi come commenti in questo post, ho ricevuto un’altra comunicazione, questa volta via raccomandata, da un altro avvocato, il quale imputandomi di aver pubblicato su questo mio blog vostri commenti “aventi carattere offensivo e diffamatorio” e riservandosi “ogni azione a tutela dei diritti della mia assistita per ottenere il risarcimento di tutti i danni”, mi invita e diffida “formalmente a evitare che per il futuro siano pubblicati sul blog interventi del genere”.
Cosa avrei, anzi, cosa avreste, cosa avremmo meglio, visto che mi viene ricordata una sentenza del Tribunale di Aosta del 2006 che assimila il gestore di un blog al direttore di un giornale, – “il gestore di un blog ha infatti il totale controllo di quanto viene postato e, per l’effetto, allo stesso modo di un direttore responsabile, ha il dovere di eliminare quelli offensivi” combinato?
Semplice, l’aver pubblicato due vostri commenti giudicati inadatti, anzi dotati di “un contenuto e di una valenza diffamatoria” nei confronti dell’azienda cliente dell’avvocato che mi scrive.
Preso atto degli addebiti, ho prontamente risposto all’avvocato, e, come capirete, depurandolo da ogni elemento che consenta di capire di che commenti si trattasse, di quale azienda e quale vino, ho pensato, trattandosi a mio avviso di una sorta di messa in discussione di quella libertà di critica che è elemento fondamentale e irrinunciabile dell’operare giornalistico e di questo blog, di portarvi a conoscenza di larga parte della risposta che, con tutto il doveroso rispetto, ho inviato al legale che mi ha scritto.
Se riterrete opportuno commentare, e dire la vostra, mi raccomando di darvi una regolata, di essere cauti e rispettosi, primo perché mi troverò costretto a cassare i vostri eccessi verbali, secondo perché di farmi portare le arance dietro le sbarre, per giunta ora che la stagione delle migliori arance non è ancora arrivata, non ho proprio voglia.
Ecco la mia risposta. “Egregio Avvocato, ho letto la sua comunicazione relativa alla richiesta di assistenza legale fatta dal Suo cliente.
Prendo atto di quanto dice, sebbene rilevando che le letture sue e del suo cliente dei passi citati, soprattutto del secondo, mi appaiono come delle forzature, che palesano “un contenuto e una valenza diffamatoria” che assolutamente non esiste.
Nel primo caso non si parla assolutamente di giornalisti che “si presterebbero a scrivere articoli compiacenti dietro compenso”, ma si dice solo che vista il grado di ospitalità che può trovare e l’accoglienza che riceverà, qualsiasi giornalista preferirebbe trascorrere un week end in un castello toscano che fare visita ad un piccolo produttore del profondo Sud, perché questo tipo di visita, data l’accoglienza, é decisamente più confortevole e ci si guadagna, in termini figurati, non letterali, a scegliere questa ipotesi.
Nel secondo caso il rilievo al colore molto fitto “quasi impenetrabile” al vino di diverse annate orsono prodotto dalla azienda sua cliente, é puramente un rilievo critico, legittimo e sacrosanto, che ho più volte fatto, nel caso di vini della località dove è stato prodotto come di altre zone, senza che nessuna azienda pensasse di ricorrere ad un avvocato per contestarmela.
Avere dei dubbi sui colori di certi vini é cosa legittima, suffragata anche da quanto emerso dalle indagini disposte dalla Magistratura in diverse zone italiane, e posso citare centinaia di articoli, di giornalisti italiani ed esteri, a sostegno di questa consuetudine, che, lo ripeto, é un libero esercizio del pensiero e dell’esercizio critico, legato al mestiere di degustatore, che nessuna azienda può assolutamente pensare di contestare, visto che nel commento e nel mio che é seguito non é mai stato scritto in maniera chiara e univoca che quel vino, come dichiarato in etichetta, non fosse in realtà tale. Si esprimeva invece la perplessità, legittima, su un colore, incredibilmente scuro trattandosi di un vitigno che, notoriamente, non ha un colore concentrato tipo quello di un Cabernet o di un Primitivo di Manduria.
Ad ogni modo accolgo in pieno quanto scrive, ovvero “la invito e diffido formalmente a evitare che per il futuro siano pubblicati sul blog interventi del genere o comunque aventi carattere offensivo e diffamatorio”, valutazione, sul carattere offensivo e diffamatorio dei commenti stessi, che, se mi consente, sono perfettamente in grado di fare, sicuramente non considerando diffamatori legittimi rilievi critici, soggettivi, su un vino. Rivendico invece la mia piena libertà, che non é arbitrio, di esprimere, da giornalista con 25 anni di esperienza nel campo del giornalismo del vino, ben conosciuto in Italia e all’estero, con piena libertà, senza per questo dover ricevere lettere da avvocati, il mio punto di vista, le mie osservazioni, soggettive, ma legate alla mia esperienza e conoscenza della materia, sui vini, della zona dove opera il suo cliente come di qualsiasi altra zona, sui loro colori e profumi, sulla congruità o stranezza dei loro aromi e del loro gusto. Questo si chiama libero esercizio della critica, non certo diffamazione”.
Cari lettori di Vino al Vino, ma dove sono finite, in questa strana Italia dove chi critica il manovratore di turno rischia di passare per essere un nemico della patria, un sovversivo, un sabotatore, anzi, un diffamatore, la libertà di critica, la dialettica, il confronto delle idee?
Per fare contente e rassicurare certe potenti aziende vinicole dobbiamo forse dire che i loro vini sono comunque ottimi e abbondanti, e che nelle zone di produzione dove operano tutto va bene madama la marchesa?
p.s.
ad ogni modo starò ben attento ad evitare calzini turchesi…

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