Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'E voi cosa ne pensate?'

6 Maggio 2008

Brunellopoli: così parlò… il Robert Parker der Tufello

Godetevi questa video-intervista (vedi filmato) rilasciata all’amico “sommelier informatico” e wine blogger Andrea Gori (leggi) dall’ineffabile “Robert Parker der Tufello“, al secolo Daniele Cernilli, direttore del Gambero rosso e co-direttore della guida Vini d’Italia.
Si parla del Brunello e di Brunellopoli (a proposito delle quali si è fatto vivo improvvisamente, per la serie “non è mai troppo tardi” – leggi – il Consorzio del Brunello di Montalcino).
Non intendo commentare in alcun modo quello che Cernilli ci racconta, a voi il piacere di ascoltare e farvi un’idea…

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3 Maggio 2008

Ricordo di Romano Levi, distillatore ma soprattutto personaggio, ma non per sua scelta

Una prassi, un po’ ipocrita, di correttezza politicamente corretta vuole che di chi è scomparso, anche in un piccolo ricordo senza pretese come questo intende essere, non si possa parlare se non bene. Ragion per cui, nel riferire della morte avvenuta ad 80 anni d’età il primo maggio a Neive di Romano Levi, il celebre distillatore artigiano produttore di grappe “d’autore”, mi limiterò a sottolineare sommessamente come quella del “grappaiol’angelico”, come l’aveva denominato Veronelli, sia stata essenzialmente, ed ante litteram, un’operazione di marketing, visto che Gino aveva letteralmente “inventato” il personaggio e contribuito a diffonderne la leggenda e determinare il mercato delle sue grappe.
Non mi avventurerò pertanto a ripercorrere le orme di Stefano Bonilli, che per aver sostanzialmente criticato, anche se un po’ ruvidamente, e messo in dubbio nel suo blog Papero giallo la qualità delle grappe distillate, in un ambiente che ricordo molto bohemien, da Levi, si era visto (leggi qui e poi ancora qui) indotto a censurare quanto aveva scritto dopo un pronunciamento del Tribunale di Alba sollecitato da Levi o piuttosto da qualche suo iperciliuto consigliere. Questo visto che pensare ad un Levi navigatore mi riesce francamente impossibile…
Resto persuaso, e lo dico anche in morte del “grappaiol’angelico”, che la singolarità del personaggio Levi (leggi), il suo modo sorpreso e quasi stranito di atteggiarsi nei confronti di un pubblico di appassionati disposto anche a sborsare molti soldi per le sue grappe e capace di dare vita ad un fiorente mercato collezionistico, abbia sicuramente prevalso su una serena e oggettiva valutazione, organolettica e qualitativa, delle sue grappe.
E che l’artista, perché tale era sicuramente l’autore delle etichette e delle folgoranti-naif, spesso sorprendenti e talora poetiche, diciture che queste riportano (ad esempio la celebre “
siamo angeli con un’ala sola. Possiamo volare solo restando abbracciati“) fosse nettamente più interessante del distillatore e produttore di grappe sulla cui effettiva qualità – e in questo caso parlo da semplice appassionato, che beve talvolta grappa per il piacere di berla e non da esperto che non ritengo di essere – ho sempre avuto delle perplessità.
Al punto da preferire di bere e gustare, quando capita, in giro per ristoranti o a casa, modiche quantità di grappe opera di altri distillatori, che saranno stati magari meno genialoidi e artisti, meno celebrati e portati in palmo di mano da una pubblicistica alla quale gli irregolari ed i creativi piacciono di più, perché fanno più colore nello scriverne, di persone dalla metodologia produttiva più razionale e meno lasciata all’estro, ma che, al mio gusto, come a quello di altri, che la grappa di Levi tenevano nei loro locali o nelle enoteche perché aveva un suo mercato, non perché piacesse effettivamente loro, sembravano semplicemente più buone.
Sicuramente Romano Levi, con il suo candore, con il suo modo disincantato di guardare al mondo, ma con un pizzico di attenzione, che non stona mai, al business (ricordo la prima volta che gli feci visita a metà anni Ottanta, accompagnato dall’amico Tonino Verro patron della Contea di Neive, ed il mio interrogativo “ma ci è o ci fa?” al quale, anche in occasione di altre visite, non ho mai saputo rispondere), è stato parte di quella Langa un po’ creativa e artistoide, bizzarra ed irregolare, che contava e conta anche su personaggi come Cesare Giaccone, il grande cuoco di Albaretto Torre, l’indimenticabile Bartolo Mascarello, Beppe “Citrico” Rinaldi, quell’eterno polemista, in grado di litigare anche con se stesso che è Baldo Cappellano, e poi Beppe Colla, “l’orso” Bruno Giacosa, “Vecchio Piemonte” Mauro Mascarello, il mio amico Nino Rocca del ristorante Da Felicin, Gian Bovio per decenni re del Belvedere di La Morra, ed in passato ha contato su figure mitiche come Renato Ratti, Luciano De Giacomi, farmacista e deus ex machina dell’Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei vini di Alba, e poi Giacomo e Giovanni Conterno, il mitico commendator Burlotto, oppure “el cunt”, ovvero Paolo Cordero di Montezemolo, per citare solo i primi che mi vengono in mente.
Con tutto il rispetto per Romano Levi, che in fondo si è visto costretto, celebrato e favoleggiato com’era dagli altri e magari abilmente sfruttato commercialmente - come dimostrano taluni siti Internet che ne celebrano le gesta ma vendono nel contempo le sue grappe - a recitare un ruolo di protagonista che sicuramente gli andava stretto e che potendo non avrebbe scelto, non posso che dire che questi personaggi avevano e hanno altra caratura, altra statura, altro spessore.
E soprattutto, con tutta la simpatia possibile con questo personaggio, per il suo strano e per certi versi affascinante universo popolato da “donne selvatiche”, angeli, civette, ragnatele, dove Romano sembrava preferire il colloquio con gli animali e con un mondo interiore tutto suo che con gli umani, che i loro prodotti, fossero vini o piatti, presentavano ben altra qualità.
Questo anche se La Stampa, in un ricordo (leggi) un po’ agiografico e leggermente tendente alla mitografia pubblicato ieri, ricorda che la sua “arte sopraffina, gli era valsa plausi di prima fila: l’ex cancelliere tedesco Kohl e Cesare Romiti, Marcello Mastroianni e Antonello Venditti, Bruno Lauzi e Tino Buazzelli, Nicola Arigliano e l’ex ministro Siniscalco”. Mancano solo Carlin Petrini, Gianni Alemanno, l’avvocato Agnelli, Platini o Gérard Depardieu, Ornella Muti e Fausto Bertinotti ed il processo di beatificazione sarebbe già avviato…

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29 Aprile 2008

Per Carlin, capataz di Slow Food, l’ex camerata Alemanno non ha difetti…

Non ci sarebbe molto da aggiungere al divertente, ironico, graffiante il giusto “appello” (leggermente in forma di sfottò) che l’ottimo Massimo Bernardi su Kela blu (leggi qui) ha lanciato al capataz e lider maximo di Slow Food, il quasi beatificato Carlin Petrini, a “dire qualcosa di sinistra”. E io aggiungerei, ad avere un po’ di pudore.
Trionfa, un po’ a sorpresa, il suo caro amico, l’ex camerata Gianni Alemanno nelle elezioni che l’hanno portato a diventare il nuovo Sindaco di Roma, e Carlin, che qualche anno fa a proposito del suo rapporto con l’esponente di AN ora Pdl aveva dichiarato (leggi) “quando si parla di cose concrete ci si trova d’accordo. In questi cinque anni mi sono trovato benissimo con il ministro Alemanno, me ne hanno dette di tutti i colori e chissà quante ne hanno dette a lui. Ma quando si è d’accordo bisogna lavorare tutti assieme”, cosa fa?
Rilascia (vedi allegato
Petrini-Alemanno ) un’intervista a Roberto Rizzo, pubblicata a pagina 11 del Corriere della Sera di oggi, dove non solo festeggia, moderatamente, lui che è membro costituente del PD, la vittoria di Gianni, affermando “sono sicuro che, anche al Campidoglio, farà un buon lavoro. Per tanti sarà una sorpresa”, lo difende dagli attacchi di chi gli rinfaccia la sua antica militanza missina dicendo “è un politico aperto anche a istanze diverse dalle sue” e poi lasciando cadere, en passant, un “da giovani capita di fare scelte avventate” che se vale per Alemanno, che è stato solo un dirigente del Movimento Sociale Italiano partito regolarmente rappresentato in Parlamento, dovrebbe valere, altrettanto, per Carlin Petrin, che “da giovane” ha militato nell’ultrasinistra più accesa, e poi chiude con una vera “perla”.
Che fa, il “compagno” (chissà se si offende a chiamarlo ancora così?) Carlin quando l’intervistatore gli chiede “Petrini, non riesce a dire una cosa di sinistra, per esempio un difetto di Alemanno?” ? Che ne so, s’inventa qualcosa, trova nell’ex ministro dell’Agricoltura del governo Berlusconi (leggi) uscito dalle elezioni del 2001, un qualcosa che non va, un difettuccio, un limite?
Niente affatto, alla domanda, lui che già qualche giorno fa aveva espresso la sua disponibilità a collaborare con il probabile nuovo ministro delle Risorse Agricole, il leghista Luca Zaia (leggi qui
Petrini-Zaia ) replica solo… “guardi, non mi viene in mente niente…”. Probabilmente solo l’ennesima conferma di un feeling, di un flirt, in nome della “lotta contro le coltivazioni geneticamente modificate” che li accomuna, di una comunione di amorosi e gustosi sensi che vede il massimo esponente della “sinistra gourmet” (definizione del Corriere) affratellato all’esponente di AN che ieri ha vigorosamente marciato, pardon, conquistato Roma.
Una sola cosa mi viene da dire, da uomo di destra, che il 13 aprile non ha votato e che se fosse stato elettore a Roma si sarebbe astenuto anche in questa occasione, non avendo una particolare simpatia per Alemanno, al nuovo sindaco.
Guardi che il popolo, largamente di destra, che l’ha votata e che ora festeggia e dice “finalmente a Roma il sindaco è nostro”, l’ha scelta e l’ha votata perché portasse un effettivo cambiamento, perché facesse una politica di destra (o quantomeno di centro destra, visto che è alleato, contento lui, di Berlusconi), perché cambiasse sistemi e rompesse con la tradizione di una gauche divisa tra Capalbio, Nanni Moretti, feste del cinema, notti bianche (e ben poco attenta alle esigenze concrete dei cittadini) e non perché ballasse cheek to cheek guancia a guancia con il suo amico Petrini.
Io se fossi in lei, Alemanno, queste “benedizioni” e questi endorsement, un po’ pelosetti, di gente come il capataz di Slow Food (di cui ricordiamo in passato il flirt con l’ex presidente della Regione Piemonte Ghigo), le prenderei con beneficio d’inventario e mi terrei alla larga, anzi ne farei francamente anche a meno…

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23 Aprile 2008

Nel Brunello c’è il tranello? Ottima trasmissione della Televisione della Svizzera Italiana

Eccellente lavoro della Televisione della Svizzera Italiana (sito), che venerdì 18 aprile ha dedicato larga parte della trasmissione di approfondimento Patti chiari (sito Internet) allo scandalo dei Brunello di Montalcino, sospettati di essere stati tagliati nel 2003 con uve non previste dal disciplinare della Docg.
Sul sito Internet della trasmissione, vedi qui, è riportata una sintesi-riassunto, di quello che nel corso della puntata, condotta da Lorenzo Mammone, è stato detto.
Il servizio, girato a Montalcino e curato dai giornalisti Igor Staeheli e Leonardo Colla, che si sono recati sul luogo cercando di capire quello che è successo, di sentire la voce dei protagonisti, dal presidente del Consorzio del Brunello, il conte Francesco Marone Cinzano (di origine elvetica), al direttore del Consorzio Campatelli a produttori come Edoardo Virano, direttore della Col d’Orcia, Simone Rossi responsabile tecnico della Val di Suga proprietà dei Tenimenti Angelini, a Piero Palmucci di Poggio di Sotto, ad enotecari e negozianti del celebre borgo toscano.
Come riporta il resoconto, “tra gli abitanti c’è chi è arrabbiato, chi non ci crede, chi colpevolizza i giornalisti. Tra i produttori c’è invece anche chi si è lasciato scappare qualche informazione in più.
Il Sangiovese è un vitigno molto difficile da coltivare, e il clima ha una grande influenza sulla produzione. Nel 2003, a causa della siccità, le rese sono state molto basse. Per questo si suppone che alcuni grandi produttori abbiano voluto aumentare il volume di produzione utilizzando altre uve, per non perdere nelle vendite”.
E’ questo, ad esempio, il punto di vista del presidente del Consorzio, definito “il custode del buon nome del Brunello”, che nel corso dell’intervista ha detto “pare che alcuni produttori abbiano cercato di aumentare un poco il volume delle bottiglie di Brunello prodotte usando anche altra uva” e ha parlato di un possibile “arrotondamento delle bottiglie prodotte”, di Simone Rossi, tecnico della Val di Suga dei Tenimenti Angelini, che ha parlato di “pressioni da parte di alcune grosse aziende perché venisse autorizzato l’uso di altre uve oltre al Sangiovese”.
Va ricordato che nel corso della trasmissione è stato più volte ricordato, e non ci stancheremo nemmeno noi mai di farlo, che a Montalcino “non c’è stata alcuna adulterazione e che quindi non c’è pericolo per la salute del consumatore”, ma solo un reato di frode in commercio.
Uno dei due giornalisti della televisione svizzera che si sono recati in Toscana è stato anche al Palazzo di Giustizia di Siena e ha parlato, a telecamere e microfoni spenti, con il magistrato incaricato dell’inchiesta sui Brunello non conformi, Nino Calabrese, ha così testualmente commentato: “dopo un’ora di colloquio con il magistrato usciamo con la certezza che la vicenda è tutt’altro che una bufala”.
Le immagini della trasmissione, grazie alla possibilità di scaricare il filmato della puntata (vedete qui dove é scritto rivedi la trasmissione), sono lì che parlano, ed evidenziano parole, silenzi, ammissioni, reticenze.
Patti chiari
, nella puntata del 18 aprile, non ha mostrato solo il filmato girato a Montalcino, ma ha proposto anche un dibattito in studio cui sono stati invitati due esperti di chiara fama e conoscenza del Brunello di Montalcino, il due volte vice campione del mondo dei sommelier, Paolo Basso e in collegamento da Firenze il giornalista Andreas März, direttore della rivista in lingua tedesca Merum, e da circa vent’anni residente in Toscana.
März ha affermato che “effettivamente le accuse sono plausibili, che vi è stata una “voglia di pulizia dall’interno. Non doveva essere uno scandalo, ma un atto di pulizia da parte del Consorzio” e nella trasmissione “si è sottolineata l’importanza per il consumatore di essere informato, di sapere cosa acquista e la qualità del prodotto. Anche Paolo Basso ha ribadito questo importante concetto: “il consumatore ha diritto ad un Sangiovese al 100%”.
Lo scandalo, come ha più volte ribadito la trasmissione, “ha toccato pochi produttori, ma il problema è che ad essere coinvolte sono proprio le grandi case (stando alle indiscrezioni giornalistiche Castello Banfi, Antinori, Frescobaldi, Argiano) e quindi anche se solo pochi produttori hanno tagliato il vino, in commercio ve ne sarebbero state molte bottiglie”, ha spiegato Basso.
Nel corso della puntata si è poi ricordato che spesso i consumatori acquistano condizionati, secondo Andreas März, dai giornali importanti, tipo le guide dei vini, oppure testate come Wine Spectator o Wine Advocate di Robert Parker. A giocare un ruolo centrale nel decidere il destino di un vino sarebbero proprio i giornalisti, in quanto: “Il pubblico segue le guide, e di conseguenza i produttori. Piacere ai giornalisti è molto importante”, ha spiegato, e “questi vini sono spesso fra i più premiati”.
Il consiglio di Paolo Basso è stato pertanto quello di rivolgersi sempre a degli specialisti quando si intende acquistare un vino costoso.Per Andreas März le grandi aziende hanno bisogno di vendere (e di produrre importanti quantitativi anche nelle annate più scarse quantitativamente) ed i giornalisti hanno pesanti responsabilità, perché i vini dalle caratteristiche più assurde “brodo nero tannico che sa di fuliggine e vaniglia, prodotti da tecnici che sono più colpevoli del Merlot” sono sostenuti dalle guide e dagli opinion leader ed i produttori si adeguano ai loro gusti cercano di produrre vini che li compiacciano.
La trasmissione ha quindi avuto una fase spettacolare, e molto significativa, una degustazione alla cieca di Brunello di Montalcino, tra cui anche alcuni di quelli sospettati di non essere conformi al disciplinare, condotta in studio dal grande sommelier Paolo Basso.
“I Brunello sottoposti al test sono stati otto: Poggio di Sotto, Casanova di Neri, Quercecchio, Col d’Orcia, Val di Cava, Castello Banfi, CastelGiocondo di Frescobaldi, Argiano. Tra questi anche 3 dei vini ( Castello Banfi, Castel Giocondo di Frescobaldi e Argiano) sospettati di non essere in regola col rigoroso disciplinare del Brunello di Montalcino, che prevede la vinificazione solo ed esclusivamente con uve Sangiovese. Alla lista dei vini sotto accusa mancava il Brunello della casa Antinori, che la trasmissione non è riuscita a reperire sul mercato”.
I risultati della degustazione e dell’expertise di Basso (che potete leggere nel file allegato qui degustazione Brunello Patti chiari) o trovare sul sito della trasmissione televisiva, sono stati clamorosamente evidenti.
Al primo posto il Brunello classico di Poggio di Sotto, 95,50 franchi il suo prezzo in Svizzera, al secondo il Brunello di Casanova di Neri (56 franchi), terzo il vino di Quercecchio (38,20 Fr.), al quarto il vino di Col d’Orcia (43 Fr.), al quinto il vino della Tenuta Val di Cava (69 franchi), secondo Basso “dal naso poco tipico, struttura media con nota leggermente vegetale in bocca, mancante di profondità e di gusto, colore con riflessi bluastri e nota vegetale non tipiche”, ed infine, manco a fare apposta, in fondo alla classifica di gradimento, i tre vini delle aziende sotto inchiesta.
Sesto Castello Banfi (45,50 franchi), con un naso che presenta “nota vegetale di peperone verde, di legno verde e spezie”, definito di “nessuna tipicità e non soddisfacente in generale, un vino dove non si sente la toscanità”, settimo il Castelgiocondo di Frescobaldi ( 58 franchi), “nota fruttata “tecnologica” molto enfatizzata e non tipica, anonimo, vegetale, corto con tannini secchi” in bocca, “non soddisfacente e stile Nuovo Mondo” ed infine il vino di Argiano, una larga parte del quale è ora stato declassato dall’azienda a IGT battezzata Il Duemilatre di Argiano, (47,75 franchi) che ha ricevuto una valutazione negativa con “note vegetali di legno bagnato all’ossigenazione”, “tannini seechi e rigidi, corto al palato”, dovuto ad una condizione non perfetta della bottiglia, di difficile classificazione dovuta ad “aromi che pur evolvendo all’ossigenazione presentano sempre un difetto”.
Vogliamo scommettere che ora, prima di acquistare un Brunello di Montalcino gli appassionati di vino elvetici che abbiano assistito a questa esemplare trasmissione della Televisione della Svizzera Italiana, ci penseranno bene e vorranno vederci chiaro nel bicchiere e dietro l’etichetta che scelgono? Visto che pagano e fior di franchi, non é forse loro diritto pretendere un Brunello che sia fatto solo con Sangiovese, tutto Sangiovese, nient’altro che Sangiovese senza aggiuntine “furbesche”?

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15 Aprile 2008

I Nas scoprono altre irregolarità: ma cosa succede nel mondo del vino?

Non c’è giorno, ultimamente, che la stampa non pubblichi qualche brutta notizia relativa a scandali, sofisticazioni, sequestri, scoperte di irregolarità, difformità che toccano il mondo del vino, o piuttosto un sottobosco che ha ben poco ha che fare con la produzione seria di un prodotto salutare e buono come il vino.
E’ notizia di ieri (lunedì 14) questo lancio di agenzia dell’Ansa (leggi) che testualmente recita: “Proseguono in tutto il territorio nazionale i controlli pianificati dal Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, d’intesa con il Ministero della Salute, per verificare la regolare attività produttiva delle aziende operanti nel settore vinicolo. Nel corso della scorsa settimana sono state segnalate all’Autorità Giudiziaria e Sanitaria 9 strutture irregolari e 10 titolari d’azienda.
Non solo: in autonome ispezioni i Nas, nelle province di Cremona, Mantova, Napoli, Parma, Siena, Treviso e Taranto hanno posto sotto sequestro due linee produttive e 20 tra cisterne e vasi vinari, per un quantitativo di oltre 180.000 ettolitri di prodotto vinoso e 16.000 bottiglie già riempite ed etichettate. Tra le infrazioni accertate: frode in commercio; illecito smaltimento dei reflui di produzione, versati nel terreno senza alcun trattamento depurativo; detenzione di prodotti vinosi privi di qualsiasi indicazione attestante la natura del prodotto, la provenienza e la gradazione alcolica; uso di coadiuvanti ed edulcoranti non consentiti.
Molte anche le irregolarità in materia di etichettatura e di gestione documentale dei registri aziendali. Rilevate, infine, anche difformità di natura commerciale e merceologica sia sui vini da tavola a basso costo che di qualità Doc e Igt
.”.
Accidenti, ma cosa sta succedendo in questo mondo che dovrebbe essere territorio esclusivo di persone perbene che cercano di tradurre in una bottiglia la verità della terra e dell’uva? Perbacco, che brutta aria che tira!

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11 Aprile 2008

Aiutatemi a capire: cosa vuol dire il presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino?

Dicono le cronache (parola grossa a dire il vero) che il conte Francesco Marone Cinzano, presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino (qui ritratto in una foto di Fabio Di Pietro recuperata dal sito Internet consortile, - vedi - ancora totalmente silenzioso sulle vicende in corso, tanto da non pubblicare nemmeno un comunicato, una sola riga, come se nulla fosse accaduto) abbia rilasciato, così pare, visto che un comunicato ufficiale non esiste, o quantomeno a me non è stato inviato, queste dichiarazioni “al termine dell’assemblea informale del Consorzio tenuta mercoledì 9 aprile”.
Marone Cinzano avrebbe, il condizionale é d’obbligo, dichiarato: “Da decenni il Consorzio Brunello di Montalcino è custode della disciplina e del rispetto della Denominazione Brunello di Montalcino, a garanzia del successo qualitativo che riscontriamo con il nostro vino in tutti i mercati del mondo. Un fatto è certo: la qualità del Brunello è un patrimonio d’immagine e reputazione del sistema Italia nel mondo e l’attuale indagine non mette in discussione il livello qualitativo del nostro vino. Non si metta quindi in discussione la reputazione del nostro paese e del nostro vino, parlando di adulterazione e minaccia per la sicurezza del consumatore senza sapere quello che si afferma: non esiste nulla di ciò. Non accettiamo speculazioni mediatiche, che potrebbero essere ben gradite e cavalcate dai produttori nostri competitor nel mondo. Noi coltiviamo viti e vigneti, non la cultura del sospetto, e non vorremmo mai cambiare mestiere“.
Domanda: qualcuno vuole aiutarmi ad interpretare il pensiero del presidente del Consorzio del Brunello e cosa pensi, ufficialmente, il conte dell’operato delle aziende che avrebbero, così pare, secondo quanto dicono al momento attuale le inchieste, “taroccato” i loro vini (oppure devo dire inavvertitamente inserito del Merlot e altro nel loro Brunello?) con altre uve che non sono il Sangiovese?
Qualcuno può gentilmente dirgli che nessuno, nemmeno il famigerato Espresso di Velenitaly si sogna di parlare di
adulterazione e minaccia per la sicurezza del consumatore”, che nessuno si sogna di mettere “in discussione la reputazione del nostro paese e del nostro vino”, ma semplicemente chiede al Consorzio, al comparto produttivo di Montalcino, un’operazione chiarezza, che porti ad individuare bene eventuali responsabilità di frodi, che tali sono e a separare il grano dal loglio.
In altre parole a distinguere tra la stragrande maggioranza dei produttori di Montalcino, che rispettano le leggi, che rendono onore al territorio, al Brunello e al Sangiovese, alla sua storia, alla sua identità, alla sua unicità, che propongono vini veri, da una minoranza di furbetti e cialtroni che da anni, perché i bicchieri parlano ed i vini erano, sono lì a dire quanto “stravaganti” e “creativi” siano, del disciplinare del Brunello, del rispetto delle regole se ne fanno letteralmente un baffo?
Oppure i vini taroccati, l’inchiesta in corso, e tutte le altre cose che abbiamo scritto e abbiamo letto su giornali locali e nazionali, siti Internet e blog italiani e internazionali, se le sono inventate letteralmente, di sana pianta, i giornalisti?
Ha scritto benissimo, domenica scorsa Paolo Marchi, un collega, che non è un mio amico e con il quale ho avuto accese discussioni (eufemismo)
Purtroppo però per i produttori, la sola maniera perché certi articoli, giusti o sbagliati che siano, non escano non è l’omertà a valle di chi scrive ma l’onestà a monte di chi vinifica e imbottiglia”.
Invece di parlare di “speculazioni mediatiche” signor Conte, non sarebbe meglio riflettere e fare tesoro di queste parole e trarne le debite conseguenze?

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9 Aprile 2008

Brunello corretto Merlot? Secondo Cernilli solo un errore formale…

Lo so che c’è stato il Vinitaly e che anche Lui, come tutti, si sarà trasferito armi e bagagli a Verona, ma nell’impazzare di notizie, commenti, interpretazioni su quanto sta accadendo a Montalcino e nei brunelleschi dintorni, tourbillon mediatico che ha visto anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dichiarare “che i recenti eventi non lo distoglieranno dall’essere un convinto degustatore del Brunello di Montalcino”, questo mentre secondo il presidente di Confagricoltura Federico Vecchioni “il caso del Brunello di Montalcino, assolutamente sovraesposto da una comunicazione fuorviante, è emblematico della esigenza di ricondurre l’informazione a toni di professionale sobrietà” (cosa vuol dire, che dobbiamo metterci il bavaglio o far finta di niente?), spicca il silenzio di un personaggio importante.
Intendiamoci, non un pinco pallo qualsiasi, ma una persona che per il non trascurabile fatto di essere il co-curatore della più importante ed influente guida dei vini italiana ed il direttore, per la parte vini, di una rivista come il Gambero rosso, su questa vicenda dovrebbe pur dirci come la pensi e se ancora ritiene che quel che accade a Montalcino sia solo l“invenzione” di qualche visionario.
Daniele Cernilli, perché sto parlando di lui, del mitico Robert Parker der Tufello, quello che solo pochi anni fa titolava profeticamente un suo articolo “Viva Banfi!” (leggi), ha rotto il silenzio e l’ha fatto con un’intervista concessa ad Antonio Castro della redazione romana di Libero pubblicata sul supplemento economico Libero mercato.
Un’intervista molto interessante, che ci mostra Cernilli impegnatissimo nel ruolo di provetto pompiere e spegnitore di vinosi incendi, che vale la pena di leggere integralmente. Non fosse altro per capire che secondo il collega romano mettere del Merlot nel Brunello è solo un errore formale, “un po’ come spostare un muro dentro casa senza comunicarlo al catasto”… Geniale!…
Ecco l’intervista di Libero mercato
L’inchiesta de L’espresso su Velenitaly? Un’operazione vergognosa. Capisco che il settimanale debba vendere e farsi pubblicità, però…“.
Daniele Cernilli, fondatore (nel 1987) e condirettore del Gambero Rosso, quasi perde il suo tradizionale aplomb da filosofo mancato (si è laureato con Guido Calogero), se gli si domanda un parere da esperto sullo scandalo del Brunello di Montalcino taroccato e sul vino prodotto con sostanze pseudotossiche.
Nel bel mezzo del salone Vinitaly di Verona è scoppiato il caso del vino adulterato di Puglia, delle irregolarità (formali) commesse da un gruppo di blasonati imprenditori del Consorzio del Brunello da Montalcino.
Cernilli - curatore della guida “Vini d’Italia” -proprio non ci sta a far massacrare un intero settore. “Ben venga a galera per chi fa sofisticazioni alimentari, ma qui sono stati mischiati e pubblicati dati non veri che si stanno rivelando infondati. Bisognerebbe“, suggerisce imbufalito, “che su questa vicenda intervenisse l’Ordine dei giornalisti perché sia ripristinato il codice deontologico che obbliga al controllo delle fonti prima di pubblicare fesserie“. Un colpo tremendo per il settore…
Eh sì. Mi domando cosa sarebbe successo se avessero scritto la metà delle accuse su qualche altro comparto industriale. Invece si parla di vino e tutti fanno finta di niente”.
Però qualche cosa di vero c’è? “Mettiamo le cose in chiaro. Nella zona del Brunello di Montalcino esiste un Albo dei vigneti. Se io produco il Brunello mi iscrivo all’Albo del Brunello di Montalcino, se produco il Sant’Antimo a quello del Sant’Antimo. Questo perché il Brunello è prodotto esclusivamente con Sangiovese. Alcuni produttori hanno invece iscritto all’Albo del Brunello 17 ettari di terreni, meno dell’1% del totale, coltivati a merlot “. Insomma, un errore formale? “È un po’ come spostare un muro dentro casa senza comunicarlo al catasto. E poi l’uva prodotta in quei terreni serviva per altri vini. Tutto questo è venuto alla luce perché nel 2004 il Consorzio del Brunello ha constatato l’irregolarità. I produttori, però, non si sono messi in regola. E secondo la legge basta un grappolo che non sia Sangiovese perché il vino non possa più chiamarsi Brunello di Montalcino“.
E la storia dei brogliacci che non corrispondevano con la resa in cantina? “Pare ci sia stata una discordanza tra i brogliacci di campo e il reso di cantina. La normativa prevede che la resa per ettaro non sia superiore agli 80 quintali di uva. Se c’è un chilo in più l’intera produzione viene declassata a vino da tavolo o Igt (indicazione geografica tipica). Il problema è che su un’ipotesi si è già celebrato un processo. Per esempio il sequestro alla Banfi. È un’azienda che fattura quasi 100 milioni di euro. Vi lavorano 400 persone. Il sequestro della cantina è stato effettuato anche se non ci sono prodotti a rischio. E se nei prossimi mesi il Tribunale della Libertà non ritirerà questo provvedimento l’azienda perderà l’intera vendemmia del 2008. E se un operaio nel corso delle vendemmia avesse semplicemente sbagliato a scrivere? “.
Però almeno la storia del vino pugliese adulterato e vera… O sbaglio? “Si tratta di una storia di ordinaria criminalità che si riduce a mero zuccheraggio. È stato fatto un gran guazzabuglio. Il servizio de L’Espresso ha mischiato Brunello, brogliacci incongruenti e vino pugliese puntando al titolo ad effetto“. E i concimi nel vino pugliese? “È vero che il fosfato di ammonio è la base dei concimi, ma viene usato anche in cantina come attivatore dei saccaromiceti, gli enzimi. E poi, visto che i controlli incrociati di Nas, Fiamme Gialle e Consorzio hanno funzionato, perché fustigarci? È entrata in commercio solo una minima parte del vino adulterato. Basta con questo tiro al piccione. Il vino italiano non è mai stato buono come oggi”.
Se lo dice lui che se ne intende, dobbiamo credergli, no?

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18 Marzo 2008

Barolo Monfortino: il più grande vino del mondo secondo Decanter

Il verdetto in questo caso mi pare ineccepibile: Barolo (super tradizionale) batte Brunello di Montalcino e Super Tuscan. Non c’era gara possibile del resto, Brunello di Montalcino di Soldera e Biondi Santi a parte. Non avesse vinto un Barolo sarebbe stata una comica.
Sto parlando, ne ho scritto in questo articolo pubblicato (qui) sul sito Internet dell’A.I.S. del sondaggio sui 50 più grandi vini del mondo che appare sul numero di aprile della rivista britannica Decanter.
Invitati ad indicare mediante una nomination quale fosse il più grande vino italiano di sempre, un gruppo di 19 esperti di vini italiani (i wine writer Richard Baudains, Stephen Brook, Michael Garner, Rosemary George, Kerin O’Keefe, Tom Maresca, Peter McCombie, Isao Miyajima, Michèle Shah, i giornalisti italiani Gigi Brozzoni, Andrea Gabbrielli ed il sottoscritto, editori di guide e di giornali come Franco Ricci, Franz Botré, importatori e operatori nel vino italiano all’estero quali Sergio Esposito, Sergio De Luca, David Gleave, Ossie Gray, Neal Rosenthal) ha decretato che il vino italiano più blasonato è un Barolo e che Barolo, il Barolo riserva Monfortino prodotto a Monforte d’Alba, ma da uve provenienti dal mitico vigneto Francia di Serralunga d’Alba, dell’azienda Giacomo Conterno, ora condotta da Roberto Conterno.
Dietro al Monfortino, al secondo e terzo posto due toscani celeberrimi, rispettivamente il Sassicaia della Tenuta San Guido ed il Brunello di Montalcino riserva della Tenuta Il Greppo del grande Franco Biondi Santi. Nell’articolo indicato l’elenco completo dei vini oggetto di nomination.
Ora vado di fretta, ma al mio ritorno da Madrid, invitandovi sin d’ora a dire la vostra sul risultato di questa sfiziosa indagine di Decanter, dirò la mia su presenti e assenti (a proposito dove sono tanti presunti “grandi” vini premiati dalle varie guide, dove sono i campioni della nouvelle oenologie italica? Desaparecidos!).
Una cosa é certa, il Barolo tradizionale, il grande, vero Barolo, straccia i Barolo della nouvelle vague, i presunti grandi, i vini di Altare, Clerico, Scavino, e compagnia barriquadiera cantante. E questa é davvero una bella notizia…

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3 Marzo 2008

Presente e futuro dei vini di Valtellina: dialogo con Casimiro Maule

Vi avevo annunciato, un po’ cripticamente (qui) un incontro-intervista un po’ particolare con il presidente del Consorzio tutela vini di Valtellina, Casimiro Maule, presidente del Consorzio ma contemporaneamente enologo in forza alla più nota e grande azienda vinicola valtellinese, la Nino Negri di Chiuro, fiore all’occhiello del più importante Gruppo vinicolo italiano, il G.I.V.
Bene, ora la cronaca del nostro incontro, avvenuto giovedì 28 febbraio presso la sede del Consorzio, a Sondrio, è on line e potete leggere quello che ci siamo detti con franchezza, ognuno senza rinunciare alle proprie idee, visitando lo spazio delle news del sito Internet dell’Associazione Italiana Sommeliers, qui. Un’intervista-dialogo, fatta senza desiderare che l’intervistato arrivasse ad amare quello che avrei scritto, semplicemente facendo le domande e facendo notare le cose che mi sentivo.
Buona lettura e mi raccomando, fatemi sapere cosa ne pensate…

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27 Febbraio 2008

Lettera aperta a Gigi Brozzoni: aiutaci a capire di chi stai parlando!

Non posso definirmi in senso stretto “amico” di Gigi Brozzoni, direttore del Seminario Permanente Luigi Veronelli e co-curatore della guida dei vini che al nome di Gino si richiama, ma posso dire, come l’ho più volte detto e scritto, che lo considero innanzitutto una persona seria e poi un collega che rispetto molto perché di vino ne parla e scrive a ragion veduta, perché ne capisce. E questo, a differenza di altri, senza atteggiarsi a padreterno enoico.

Ho più volte riportato, con il suo permesso, il testo delle news letter de Il Consenso del Seminario Permanente Luigi Veronelli che periodicamente invia via mail e mi accingevo a farlo con una, puntualissima di qualche tempo fa, dedicata all’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 2004.
Devo dire che leggendo solo oggi (ieri ero impegnato tra Franciacorta e Modena) l’ultima news letter da lui redatta, intitolata “Grandi anteprime di Toscana: parliamone, purché se ne sparli”, forse per la prima volta non mi trovo d’accordo con lui, ma, cosa molto più preoccupante, data la chiarezza di Gigi, è che non ho assolutamente capito a chi volesse riferirsi nelle sue accuse ai giornalisti del vino catastrofisti.
Ho pertanto pensato, invitandolo pubblicamente a farmi capire, a fare nomi e cognomi, a spiegarsi meglio, se lo vorrà anche su questo blog che sarà lieto di ospitare una sua precisazione, di ripubblicare qui quanto ha scritto, invitando anche i lettori di Vino al Vino a dire la loro e ad aiutarmi a capire.
Io, e non é una excusation non petita la mia, non mi sento chiamato in causa dalle parole di Gigi e non credo proprio, nonostante il suo riferimento ai bazuka (o meglio bazooka), arma che io, come “franco tiratore” conosco bene, che il collega Brozzoni volesse riferirsi a me.
Personalmente, condividendo quello che ha scritto un altro collega che stimo, ed un vero amico come Roberto Giuliani, in questo commento (anche relativo alle dichiarazioni di Brozzoni) pubblicato sul suo blog Esalazioni etiliche (leggi) non sono sceso in Toscana con un partito preso, già convinto di stroncare i vini che avrei degustato. Come lo scorso anno, quando scesi a Montalcino per l’assaggio dei Brunello 2002, che giudicai meno negativamente rispetto alla stampa internazionale e a qualche collega italiano, mi sono avvicinato alla settimana delle Anteprime non da “wine-Rambo e da wine-Taliban”, come lui scrive, ma con la consueta onestà intellettuale, che anche molte persone cui sto sulle scatole mi riconoscono, che mi porta a parlare bene di quello che mi piace e a criticare quello che non mi convince.
Sono stato infastidito dal battage mediatico, esercizio di enogossip e di un concetto di comunicazione ad effetto che per me non è giornalismo, ma opera da pubbliche relazioni, che ha preceduto Benvenuto Brunello, ma ho assaggiato le tre Docg rosse toscane, nonché il Rosso di Montalcino, senza arrière pensées.
Lo dimostra il fatto che non appena ho trovato uno scenario del Chianti Classico meno inquinato dal modello dei Super Tuscan e più sangiovesizzante, l’ho sottolineato, in un articolo scritto per il sito Internet dell’A.I.S. e citato (vedi) anche su questo blog. E altrettanto ho fatto (vedi) dicendo, come ripeto, che a Montalcino ad impressionarmi di più favorevolmente sono stati i Rosso di Montalcino 2006, che un Brunello 2003 che, non sono il solo, trovo, salve rare eccezioni, francamente molto ma molto deludente. E non degno di una valutazione di quattro stelle che gli è stata attribuita.
E negativamente scriverò, non appena avrò il tempo di farlo, degli assaggi di Vino Nobile di Montepulciano, denominazione che cresce, ma per ettari vitati e numero di bottiglie prodotte, non certo per qualità.
Non mi ritrovo proprio e non capiscano chi possano essere le figure in oggetto in questo corrusco ritratto di giornalisti del vino “frustrati e contratti, corrugati e accigliati, torvi e cupi perché non gli riusciva di trarre godimento dalle altrui disgrazie; non più temuti ma canzonati e sbeffeggiati. Già, perché in questa settimana il vino è stato il protagonista, indiscusso e incontrastato, analizzato e festeggiato”.
Io ho cercato di degustare, come ha fatto Gigi, come hanno fatto tanti altri colleghi (meno altri che hanno assaggiato poco e fatto atto di presenza e curato le pubbliche relazioni e usufruito di un week end da ospiti), con il massimo impegno e attenzione e ho detto e dirò la mia.
Senza frustrazioni, perché trovare un Brunello 2003 non all’altezza della sua nobile tradizione, della sua notorietà, del suo lignaggio, mi dispiace, mi fa soffrire, non mi fa certo gioire. Questo il mio punto di vista.
Ora la parola a quanto Gigi Brozzoni ha scritto, con il rinnovato invito a spiegarsi, a farsi capire, a dire, qui o dove vorrà, con la sua consueta chiarezza e onestà intellettuale, quel che voleva dire. Nomi e cognomi compresi. Buona lettura!
Dalla News letter de Il Consenso del Seminario Permanente Luigi Veronelli del 26 febbraio 2006.
“Quella appena trascorsa è stata la settimana delle anteprime toscane: Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino hanno presentato le loro ultime annate. I quotidiani ne hanno già dato notizia, talvolta con grande enfasi, talvolta con eccessivo trasporto, ma sempre con sicura efficacia. Tanto che qualcuno ha storto il naso per questo folgorante bagno di folla mediatico che le tre Garantite toscane si sono assicurate in questi giorni. Al solito sono le zone che non investono in comunicazione a lagnarsi e dolersi dei successi altrui.
Dispiaciuti mi sono parsi anche alcuni giornalisti che avevano già caricato i loro bazuka per sparare ad alzo zero su annate difficili come il 2003 ed il 2005, ritenute aprioristicamente pessime, e, quindi, delusi per non aver potuto scaricare interamente la loro micidiale forza di fuoco a base di insulti. Hanno studiato da wine-Rambo e da wine-Taliban, si sono allenati il gusto con infusi di stallatico e pozioni ossidate, pronti alle guerre sante per difendere la purezza della razza e si son trovati in scenari di desolante e bassa conflittualità con i Chianti Classico che sanno di Chianti Classico, I Nobile di Montepulciano nobili e poliziani, i Brunello di Montalcino individuali e ilcinesi poiché nulla è più diseguale che a Montalcino.
Che spettacolo vederli così: frustrati e contratti, corrugati e accigliati, torvi e cupi perché non gli riusciva di trarre godimento dalle altrui disgrazie; non più temuti ma canzonati e sbeffeggiati. Già, perché in questa settimana il vino è stato il protagonista, indiscusso e incontrastato, analizzato e festeggiato. E con il vino anche tutti i produttori, gli enologi, i funzionari, i pierre, gli addetti stampa; tutti sorridenti, allegri e fiduciosi. Sembrava persino di non essere in Italia.
Il vino in Italia si continua a vendere, i mercati esteri incrementano le importazioni, le prossime annate saranno all’insegna dell’eccellenza; e poi i vecchi proverbi sempre attuali, sempre di moda: aiutati che il ciel t’aiuta, togli a chi piange dai a chi ride. Ma i corvi son sempre in agguato: «ci son troppi produttori, c’è qualche cosa che non va»; «troppo sorridenti i comunicatori, hanno qualcosa da nascondere»; «ostentano sicurezza, vuol dire che hanno la cantina piena». Non se ne può più. Salutiamoli con un bel «..…» (inserite la vostra parola preferita).
Ma io avevo altre cose da raccontare e invece mi sono lasciato prendere la mano da queste bazzecole: devo raccontare perché Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino continuano ad essere vini da acquistare, da consigliare e da bere.A presto. G.B.”.

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