Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

Archivio della Categoria 'Degustazioni'

5 marzo 2010

Sorgente del vino: vini naturali in degustazione ad Agazzano (Piacenza)

Nuovo appuntamento per gli appassionati dei vini naturali, di tradizione e di territorio in programma sabato 6, domenica 7 e lunedì 8 marzo, nel piacentino, presso la Rocca medievale del Castello di Agazzano , in Val Luretta, una valle laterale della Val Tidone, nella parte più occidentale dei Colli piacentini.
Per l’organizzazione del sito Internet Sorgente del Vino, si svolgerà la seconda edizione della rassegna Sorgente del Vinovisitare qui il sito dedicato, tre giorni in cui il protagonista indiscusso è il vino, la sua storia, la sua tradizione, il suo territorio e soprattutto il suo essere “naturalmente originale”.
Oltre a degustare – ed incontrare e dialogare con i produttori – sarà possibile acquistare direttamente i vini di qualcosa come 100 produttori – qui l’elenco – provenienti dalle regioni vitivinicole più importanti d’Italia così come da microzone capaci di esprimere vini unici e irripetibili ancora tutte da scoprire…

La rassegna nell’intenzione degli organizzatori “vuole infatti promuovere e portare alla luce l’unicità di quei vini nati dalla consapevolezza di un territorio e dalla disciplina che questo richiede: attenzione all’ambiente e coltivazione naturale dei vigneti, rispetto dei tempi necessari perché un vino sia davvero punta di diamante di una determinata area geografica. Sabato 6, alle 9, 30, presso il salone parrocchiale di Agazzano, si svolgerà la tavola rotonda sul tema “Viticoltura sostenibile e salvaguardia del territorio” e dalle 14 si apriranno gli stand che resteranno aperti sino alle 19. Domenica l’apertura è prevista, come pure lunedì 8, dalle 10 alle 18.

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24 febbraio 2010

G&G: Gattinara e Ghemme, grande degustazione a Stresa

Accidenti quanto m’impegna e quante soddisfazioni mi regala il “mio” amatissimo, inimitabile Nebbiolo!
Sabato mattina mi sarò presumibilmente appena ripreso dalle emozioni che mi avrà regalato la conduzione della Serata Barolo di venerdì’ 26 in quel di Castel d’Ario nel mantovano, che dovrò già volgere la barra per prepararmi ad un’altra avventura nebbiolesca.
Questa volta non saranno di scena i due grandi fratelli del Nebbiolo langhetto, Barbaresco e Barolo, né l’aspirante grande Roero, né tantomeno le piccole enclave nebbiolesche della Valtellina, di Carema o di Donnas, ma i protagonisti saranno i Nebbiolo dell’Alto Piemonte, le due Docg che danno storico lustro ad un’area che solo ultimamente sta ritrovando l’antico blasone, parlo del Gattinara e del Ghemme.
La mia meta sarà difatti una località di grande fascino come Stresa (cui mi legano ricordi legati ad un’altra vita, quando scrivevo non di vino ma di musica classica e a Stresa venivo per seguire i concerti delle Settimane Musicali creatura di quel gentiluomo indimenticabile che è stato l’avvocato Italo Trentinaglia de Daverio), dove la delegazione provinciale dell’Associazione Italiana Sommeliers del VerbanoCusioOssola organizza, in collaborazione con il Consorzio Tutela Nebbioli Alto Piemonte,  per la giornata del 28 febbraio 2010, G & G, la prima manifestazione a carattere nazionale dedicata alla presentazione e degustazione dei vini delle due DOCG Gattinara e Ghemme, due perle della produzione agricola dell’Alto Piemonte che si affacciano all’area dei laghi Maggiore e Orta sinonimo di un turismo di alta qualità.
Domenica 28 (ma io mi porto avanti arrivando già il 27 per un lavoro di preselezione e scelta dei vini da presentare domenica) dalle 15.00 alle 20.30, presso le sale di quel posto magico che é il Grand Hotel Des Iles Borromeès, un folto gruppo di produttori avrà il piacere di offrire in degustazione ai visitatori una selezione delle due DOCG dell’Alto Piemonte. Come si può leggere sul sito Internet creato per l’occasione, il programma sarà veramente stimolante speciale e prevede l’apertura, dalle 14 alle 15 esclusivamente per la stampa, e poi dalle 15 alle 20.30 per il pubblico, presso l’area espositiva, della degustazione dei vini, con la partecipazione diretta dei produttori, accompagnata a momenti di approfondimento.
Alle 15, con presumibile durata sino alle 16, presso l’area incontri e dibattiti, sala Banchetti, un dibattito sui Nebbioli dell’Alto Piemonte dal titolo “l’Unicità del territorio, l’integrità dei suoi vini, lontani da mode e tendenze: un’occasione persa o un’opportunità? G&G antidoto all’omologazione?”
A confrontare le loro idee Emilio Bellossi, Delegato AIS del VCO, Otello Facchini, Vice Presidente AIS Piemonte, Rossano FerrazzanoFilippo Parmigiani, enologo e produttore, oltre che il sottoscritto. 
Seguirà, dalle 16.30 alle 17,30 una degustazione guidata di Gattinara e Ghemme dell’annata 1999 che chi scrive e altri selezioneranno nella degustazione preliminare di sabato.
Aggiungeteci poi che in uno spazio apposito una delegazione di produttori del VerbanoCusioOssola permetterà ai visitatori di assaggiare una selezione di salumi, formaggi e prodotti tipici di alta qualità, che il costo d’ingresso alla sala assaggi è contenuto in 10 euro per i soci A.I.S. e 12 euro per i non soci, mentre quello per aggiudicarsi uno dei 40 posti disponibili per la degustazione guidata sarà di 35 euro (30 per i soci A.I.S.), che ad ogni parte verrà consegnata all’ingresso la Guida della manifestazione con l’elenco delle aziende e dei vini presenti in esposizione oltre ad una scheda di registrazione che permetterà di eleggere  il vino G&G 2010 (nei giorni successivi alla manifestazione, verrà proclamato il vino G&G 2010 e verrà estratta tra tutti i votanti una scheda di registrazione che si aggiudicherà un doppio magnum del vino vincitore che verrà proclamato lunedì 29 marzo), per capire che, vostri impegni permettendo, si tratta proprio di un appuntamento da non perdere.
Per ogni informazione su G&G contattare:
Emilio 340.7191650,
Paolo 348.3135827, indirizzo e-mail.
Arrivederci dunque nell’incanto di Stresa!

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20 febbraio 2010

Benvenuto Brunello: ritorna a splendere il Sangiovese, ma che fatica con i 2005!


Primo commento proprio alla volée dopo due giorni di assaggi, fatti rigorosamente alla cieca, senza conoscere il nome dei produttori dei vini che mi finivano nel bicchiere (a proposito: un elogio incondizionato alla brigata dei sommelier A.I.S. delle diverse delegazioni toscane che hanno assicurato un puntuale servizio a noi giornalisti) qui a Montalcino, per il Benvenuto Brunello 2010.
Degustati circa 130 Brunello di Montalcino dell’annata 2005 e la prima osservazione è che aver dato una valutazione di quattro stelle è stato un errore, perché tre stelle erano più che sufficienti per qualificare un millesimo che non si può certo definire irresistibile e che dato l’andamento stagionale non poteva che esprimere vini dal valore medio nella migliore delle ipotesi. Tanti vini, purtroppo, hanno mostrato una carenza di bilanciamento, di piacevolezza, un’assoluta non coerenza tra quanto promettono a naso e quanto si ritrova in bocca, dove dominano spesso tannini duri, acerbi, astringenti e dove c’è una carenza di polpa, di materia, di frutto che pregiudica l’apprezzamento dei vini.
Buone cose non sono mancate, alcune, soprattutto per me, assolutamente sorprendenti, trattandosi di vini che in passato, quando erano completamente diversi da oggi, non mi erano piaciuti affatto, anzi, mi erano parsi vini decisamente molto lontani dall’idea, dalla mia idea, di cosa doveva essere un Brunello.
Quello che è apparso chiaro, cosa che ho fatto notare scherzando ad alcuni enologi che ho incontrato qui nella rumorosissima, caotica tensostruttura, chiedendo loro se per caso non fossero stati tutti folgorati sulla via del Sangiovese,visto che dei coloroni potentissimi, concentrati, scuri di un tempo, diciamo due tre anni fa, non c’è oggi più traccia e che pressoché tutti i vini tornano a mostrare l’aspetto cromatico che ci si aspetta da un vino base Sangiovese prodotto in quel di Montalcino.
Suvvia, dove sono finiti i Brunelloni d’antan, quelli che apparivano impenetrabili, melanzanosi, nel bicchiere?
Cosa dire ancora, proprio al volo, di questi 2005? Che nelle migliori interpretazioni hanno giocato sull’eleganza, su una certa fragranza aromatica, sulla freschezza, più che sulla potenza, con il risultato di esprimere vini che non avranno certo una gittata lunga o saranno da mettere in cantina per anni e anni, ma che si possono già piacevolmente bere oggi.
Diversa completamente la musica per le riserve 2004, dove non mancano fior di vini, portafoglio permettendo, da acquistare mettere in cantina e lasciare affinare con pazienza.
Tra le riserve 2004 vi consiglio spassionatamente Gianni Brunelli, Gorelli Le Potazzine, Ciacci Piccolomini, Vasco Sassetti, Uccelliera, Brunelli, Capanna, Caparzo, Pacenti Franco Canalicchio, Solaria, Talenti, il Vigna Spuntali di Tenimenti Angelini.
Tra i 2005 direi senza alcuna esitazione ancora Gianni Brunelli, Il Colle, Canalicchio di Sopra, Col d’Orcia, Ferro, Il Poggione, Le Macioche, Lisini, Molino di Sant’Antimo, San Lorenzo, Poggio dell’Aquila, Scopone, Sesta di Sopra, Tassi, Vasco Sassetti, Abbadia Ardenga, Gorelli Le Potazzine e, udite udite, la selezione Poggio alle Mura di Banfi. Avete capito bene, proprio un vino della più grande e potente azienda produttrice di Montalcino…
Tra i migliori assaggi in assoluto la splendida elegantissima riserva 2001 Poggio al Vento di Col d’Orcia ed il Brunello 2005 di Fonterenza degustato presso l’Enoteca l’Osticcio, davvero un 2005 di superiore caratura e livello.  Come prime impressioni penso di avervi detto tutto, ci si risente al mio ritorno – domani, domenica, sarà una giornata molto impegnativa per me, dove non degusterò, ma soprattutto parlerò molto e avrò diversi contatti sempre a Montalcino – lunedì sera o martedì.

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12 febbraio 2010

Lessini Durello: bollicine da tenere d’occhio!

Non è stato affatto… “durello”, anzi piacevolissimo e addirittura divertente, il compito, che spero di aver svolto bene, di condurre la degustazione di una decina di Monti Lessini Durello, che con la modifica del disciplinare in atto dovremo abituarci a chiamare Lessini Durello (o Durello Lessini) tout court, mentre la dizione Monti Lessini sarà riservata alle altre tipologie ferme, vivaci e passite, e a vini rossi a larga base Pinot nero (che qui in alta collina dà ottimi risultati) che il Consorzio del Soave e del Monti Lessini Durello, hanno organizzato per la sera di martedì 9 in quel di Trissino presso la simpatica Officina di gusto locale ideata da Roberto Gasparin giornalista enogastronomo nonché ideatore della rivista gustolocale e “patron” dell’officina. Dove, tra l’altro, abbiamo gustato un baccalà con polenta, varietà Marano, da leccarsi i baffi. E da fare il bis, o il tris, come molti degli intervenuti hanno prontamente fatto. Alla presenza di molti dei protagonisti di questa autentica rinascita durelliana, dall’ottimo Renato Cecchin, al giovane Marcato, a Sandro Tasoniero, alias Sandro de Bruno, ai coniugi di Corte Moschina, a vari rappresentanti delle cantine più grandi (Soave, Colli Vicentini, Gambellara, Monteforte d’Alpone), nonché Fongaro, che fanno parte di questa piccola, ma agguerrita denominazione, nonché di svariati giornalisti e degustatori (mi piace citare Mauro Pasquali nonché l’amica Maria Grazia Melegari di Soavemente blog, autrice della foto che mi ritrae accanto a due brave sommelierès e ai due registi della serata, il vulcanico direttore del Consorzio del Soave Aldo Lorenzoni ed il presidente del Consorzio Lessini Durello Andrea Bottaro) abbiamo avuto modo di toccare con mano, anzi, con naso e palato, la considerevole, posso dirlo? sorprendente qualità raggiunta da diversi Durello…  con le bollicine.

Sia nella versione ottenuta con il metodo italiano (o Charmat) sia, soprattutto, con il metodo classico, ottenuto da una vinificazione spesso in purezza di uva Durella (il disciplinare ne contempla come minimo la presenza dell’85%).
Abbiamo degustato, tutti in formato magnum, tanto per ragionare  in grande, nella prima serie (con l’intrusione, degustavamo rigorosamente alla cieca, di un Prosecco Colli Berici) i vini della Cantina dei Colli Vicentini, della Cantina di Gambellara, della Cantina di Soave (ma i vini provenivano dall’ex Cantina di Montecchia oggi assorbita dalla grande cantina) e della Cantina di Monteforte, nella seconda  serie (con l’intrusione di uno Champagne), il Corte Moschina Brut, il 2005 di Casa Cecchin, il 2004 di Fongaro e l’eccellente 2003 di Marcato.
Risultato, tutt’altro che scontato, che testimonia il dinamismo di questa piccola denominazione che conta su 500 ettari vitati e dieci cantine produttrici e di una crescente identità dei vini e di una capacità di ritagliarsi uno spazio nel panorama della “spumantistica” veneta e italiana, una serie di vini che non solo è piacevolissimo bere e abbinare ad una vasta gamma di piatti della cucina locale (dal baccalà all’anguilla, ai pesci d’acqua dolce, al pesce azzurro, continua continua…), ma che al momento della degustazione tirano fuori sorprendenti complessità, una capacità di reggere bene, anche grazie all’indomita acidità dell’uva Durella, e alla mineralità e sapidità dei vini conferita dai terroir di alta collina, il lungo affinamento sui lieviti.
Vini che, al mio personalissimo palato, suonano decisamente più interessanti, stimolanti, ricchi di appeal, della stragrande maggioranza dei vini appartenenti alla composita famiglia del Prosecco, sia Docg, che Doc o Igt.
Vini da tenere d’occhio e da non relegare più a semplici espressioni di una dignitosissima tradizione locale, ma bollicine, tecnicamente ineccepibili, ottenute con una tecnica collaudata, dotate di una loro autenticità, di un carattere spiccato, che non possono che colpire. E non solo il pubblico, affezionato, dei consumatori veneti, che il loro Durello hanno adottato e di cui sono, giustamente, orgogliosi.

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9 febbraio 2010

Good news from Neive: 2007 un’annata da ricordare. Lo dice Bruno Giacosa

Good news, anzi, breaking news, da Neive, terra del Barbaresco, sede operativa di uno dei più grandi, ma vogliamo dirlo?, il più grande dei produttori della Langa del Barbaresco e del Barolo, Bruno Giacosa.
Come ho avuto il piacere di verificare nel corso della visita, fatta in compagnia dei freschi sposini americani, Tracie e Jeremy Parzen, proprio in questi giorni, visita che mi ha mostrato un Giacosa in ottima forma, ironico, arguto, sempre preciso nei suoi giudizi e, incredibile dictu, anche sorridente (come dimostrano le foto che corredano questo post) ed il grande feeling esistente con il nuovo enologo Giorgio Lavagna, la leggenda continua.
Ed il consiglio che non posso che darvi, cari consumatori, visto che i vini di Bruno hanno, come unico “difetto” quello di non essere proprio proposti a prezzi popolari, anche se mantengono comunque, visti gli altissimi livelli, un eccellente rapporto prezzo-qualità, è quello di mettere giudiziosamente da parte qualche soldino, magari entrando nell’ottica di bere meno ma bere alla grande, per potervi aggiudicare qualche buta (meglio ancora, qualche magnum) dei vini del Maestro.

La bella notizia è che se pure Bruno, per i suoi motivi, che notoriamente gli altri produttori di Langa non hanno condiviso, ha clamorosamente rinunciato ad imbottigliare i suoi 2006, saltandoli a pié pari, i 2007 li ha messi eccome in bottiglia e sono letteralmente, ve lo dico in anteprima, stre-pi-to-si!Comincio a raccontarvi le mie impressioni d’assaggio partendo dal Barbaresco Asili (che da quest’anno comprende le uve dell’Asili di sempre ma anche quelle di quella porzione di Rabajà di proprietà di Giacosa che alla luce delle novità introdotte dalle Menzioni Geografiche Aggiuntive è finita nell’area dell’Asili) etichetta bianca, già in bottiglia e a breve in commercio, che Tracie, Jeremy ed io, oltre che il padrone di casa e Lavagna, abbiamo trovato splendidamente già espressivo ora, dotata di una splendente, succosa fruttuosità (lampone e ribes), vivo, ben polputo, cremoso nell’evoluzione dei profumi, ma già in grado di sfoderare, ora che ancora giovanissimo, ma già con le caratteristiche del grande vino, dotato di quel tannino “miracoloso” che è il marchio dell’Asili di Giacosa, vellutato, setoso, senza spigoli, di grande stoffa.Insomma, una sintesi perfetta di eleganza, dolcezza, carattere, appealing e diretto, aperto e fragrante senza concedere nulla all’effetto voluto.
Più chiuso, dal colore più intenso e dal naso quasi “baroleggiante”, Giacosa dixit, il Barbaresco Santo Stefano, sempre etichetta bianca, 2007, molto più chiuso, quasi selvatico nel suo proporsi, ma dotato di quella mineralità, quell’essenzialità, quel nerbo preciso che formano il timbro distintivo di questo cru, di un tannino nervoso, che si fa sentire e incide la grande materia ricca che propone al palato.
A salire poi, ma è un vino che occorrerà attendere ancora per almeno un paio d’anni – e magari accendere un semi mutuo, o mettere via i risparmi come le formiche – per aggiudicarselo, il Barbaresco Asili riserva, quindi etichetta rossa, 2007, con il quale, rispetto all’Asili “normale”, se così lo si può definire, si prende idealmente l’ascensore e si sale nel cielo dell’opulenza aromatica, fitta, densa, calda, avvolgente, lampone, ribes, rosa passita, accenni di terra e cioccolato, e poi si sprofonda nell’universo della scioglievolezza setosa e vellutata, del tannino che ti avvolge, ti riscalda e ti accarezza, dell’avvolgenza lunghissima, della perfetta fusione tra tannino, acidità, frutto, elementi terrosi e minerali, un vino che è ampio, largo, suadente sul palato eppure profondo, dotato di un’assoluta nitidezza espressiva, di una classe, pur nella pienezza materica, da altro pianeta.

E che dire, avrei quasi esaurito le iperboli, e dato fondo a tutta la mia meraviglia, del Barolo Rocche del Falletto 2007, ancora etichetta rossa, che andrà in bottiglia il prossimo giugno, un vino che avrà un futuro luminoso, splendente, davanti a sé, e chissà quale durata nel tempo, dal naso inconfondibilmente “serralunghiano”, tutto liquirizia, prugna, goudron, note selvatiche terrose minerali a costituire un insieme aromatico fitto, compatto di stupefacente densità e dal palato dominato da una tessitura compatta, da una struttura quasi stratiforme, estremamente terrosa, minerale, di grandissimo nerbo, ma dal tannino miracolosamente finissimo, docile nel suo porsi, vero pugno di ferro in un guanto di velluto, anzi di seta?
Riuscirà Bruno Giacosa, come ha già fatto con i suoi 2004 e con quel 2000 che nella sua mano è addirittura superiore al 2001, (due millesimi che Bruno avvicina a questa annata) a far diventare il 2007 una di quelle annate, leggendarie, da ricordare?
Ci sta provando e basta assaggiare oggi il Rocche del Falletto 2004 etichetta rossa, che è… beh ne parleremo prossimamente, per essere sicuri che, ancora un’altra volta, il Grande Maestro ha avrà avuto ragione…

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8 febbraio 2010

Martedì sera compito impegnativo, anzi… Durello. Dibattito e degustazione a Trissino

Sarà un compito piuttosto impegnativo, anzi… Durello, quello che mi attenderà martedì sera presso l’Officina del gusto, locale di Trissino nel vicentino.
Cercando di non intercettare i pasdaran del Prosecco inviati in loco per castigarmi dal propagandista ministeriale sostenitore del discusso Mc Italy, mi toccherà, molto piacevolmente, animare, accendere e moderare una tavola rotonda sul tema Dove era il Durello, dov’è ora, dove sta andando: un vino che grazie alla sua forte originalità cerca sfide pensando in grande.
A dieci anni esatti da un primo incontro di riflessione sul futuro della denominazione che guidai presso il Castello di Montecchio, il vulcanico Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio del Soave, ha voluto nuovamente convocarmi per fare il punto sullo stato delle cose di una denominazione, Lessini Durello, passata da una produzione vicina allo zero a circa 500mila bottiglie.
Che non sono tantissime, se comparate al Prosecco, ma cercano di ritagliarsi un loro spazio, con diversi agguerriti protagonisti, nel mondo della spumantistica veneta. Sono solo 600 gli ettari di Durello, distribuiti tra Verona e Vicenza, ma dalle prime 7 aziende che si sono riunite in un consorzio nel 1998 si è arrivati alle dieci attuali, con segnali di risveglio e di interesse da parte di tante altre aziende veronesi e vicentine.
Martedì sera ci troveremo dunque ad analizzare l’evoluzione di un vino che oggi vede ampliate le interpretazioni, gli stili e, conseguentemente, non solo i punti di vista di operatori e giornalisti, ma anche di consumatori e produttori.
Come dice il Consorzio,”da vino della tradizione, il Durello si afferma sempre di più oggi come vino scelto dai giovani consumatori, attratti dalle sue note fresche e fruttate che con un moderato contenuto alcolico assicurano comunque il gusto della convivialità senza gli eccessi che tolgono il piacere dello stare assieme.
Il Lessini Durello sembra rispondere alle richieste di un consumatore esigente e consapevole, che oltre al piacere del gusto, sceglie questo vino per la sua originalità e per la sua storia, fatta di passione, di dedizione e di amore per la propria terra d’origine”.
I nostri lavori inizieranno alle 19, con un po’ di chiacchiere in libertà, seguiti da una degustazione guidata di Lessini Durello metodo charmat e metodo classico in formato magnum, seguiti da considerazioni finali e visto che tutti i salmi finiscono in gloria, da una cena, con l’abbinamento di due piatti a questi tipico, simpaticissimo “spumante” della Lessinia….
Credo sarà un’esperienza interessante, di cui vi racconterò qui nei prossimi giorni.

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29 gennaio 2010

Vini Naturali a Roma: 30-31 gennaio e 1 febbraio

Se siete degli appassionati dei vini naturali, vini prodotti da uve biologiche o vini biodinamici, aderenti alle varie associazioni tipo Vini Veri, VinNatur, Triple “A”, Renaissance Italia, e vivete a Roma e dintorni, non potete perderci questo appuntamento ospitato presso le sale dell’Hotel Columbus in via della Conciliazione, 33 (posto nel cuore della capitale, a pochi metri dalla Basilica di San Pietro, facilmente raggiungibile con la linea A della metropolitana (fermata Ottaviano- San Pietro) nelle giornate di sabato 30 e domenica 31 gennaio e di lunedì 1 febbraio.
Per l’organizzazione di Tiziana Gallo, storica collaboratrice della rivista Porthos di Sandro Sangiorgi si svolgerà un grande banco d’assaggio con la partecipazione di un ampio numero di vignaioli italiani e stranieri di primario valore, intitolato Vini Naturali.
Obiettivo della manifestazione, aperta al pubblico il 30 e 31 gennaio dalle 13,00 alle 20,30 ed il 1 febbraio dalle 10 alle 14,30, è permettere al consumatore di conoscere e degustare vini prodotti nel rispetto del territorio, della vite e quindi della natura.
Il costo del biglietto per un giorno è di venti euro, 32 euro per l’abbonamento per due giorni.
E’ possibile acquistare in prevendita i biglietti per la manifestazione sia in alcune enoteche di Roma che online via paypal, come indicato, qui, sul sito Internet della manifestazione.
Per informazioni: tel. 338/8549619 – e-mail.
Sul sito Internet, a questo indirizzo, l’elenco completo delle aziende partecipanti. Tra i nomi più noti: Antoniolo, Arpepe, Raymond Boulard, Campi di Fonterenza, Cappellano, Cavallotto, Cascina degli Ulivi, Fattoria San Lorenzo, Pian dell’Orino, Giuseppe Rinaldi, Teobaldo Rivella, La Stoppa, Trinchero, Tenuta di Valgiano, Zidarich, Radikon.

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18 dicembre 2009

Uva di Troia: incoraggianti prospettive fornite da alcuni vini


Questa estate, al termine di due giorni di degustazioni, tirando le somme come presidente della giuria della rassegna Radici Festival dei vitigni autoctoni di Puglia, svoltasi in giugno a Monopoli, ero stato un po’ duro – leggete qui – nel giudicare le performance fornite da una ventina di vini a base di Uva di Troia.
Mi ero mostrato molto scettico sulla possibilità che questa uva, nota anche come Uva di Canosa o di Barletta o della Marina, Sumarello, Tranese, oltre che come Nero di Troia e solo recentemente riscoperta e per lungo tempo relegata ad un ruolo secondario, quello di rafforzare con i suoi notevoli corpo e colore i vini più deboli, potesse offrire il suo meglio da “solista”, vinificata in purezza, e non invece almeno in duo con una quota di Montepulciano.
Continuo a nutrire gli stessi dubbi, ma correttezza dell’informazione mi impone di informare che tornato in Puglia mesi dopo, ed essendomi nuovamente confrontato con una ventina di vini che vedono quest’uva ricchissima di colore e di polifenoli protagonista, comincio ad intravedere, nel work in progress che il lavoro sull’Uva di Troia a mio parere rappresenta (un lavoro che necessita ancora di tempo, perché i produttori devono ancora “prendere le misure” su quest’uva, capirne sino in fondo pregi e limiti, la vocazionalità nelle diverse aree dove è presente, un corretto, utile, virtuoso rapporto con il legno in fase di affinamento) qualche spiraglio che lascia bene sperare.
Questo grazie ad una serie di vini, a mio avviso esemplari, che segnalo all’attenzione in un ampio articolo – che potete leggere qui – che ho pubblicato sul sito Internet dell’Associazione Italiana Sommeliers.
E tra il Rosso Canosa riserva Romanico di Cefalicchio, il Castel del Monte Vigna del Melograno di Santa Lucia, gli Igt Daunia Donna Cecilia e Il Nerone di Cantine La Marchesa, l’Igt Puglia Arrocco di Fujanera e l’Igt Puglia Le Cruste di Alberto Longo (i vini che segnalo) c’è davvero una bella possibilità di scelta tra diversi stili, sensibilità e approcci di questa uva pugliese dal grande futuro davanti…

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16 dicembre 2009

Bruno Giacosa: niente 2006, ma che splendore i Barbaresco e Barolo 2005!

Mi accorgo che recentemente, salvo la segnalazione fatta lunedì del suo nuovo Extra Brut Rosé, ho parlato di Bruno Giacosa, il grandissimo vinificatore e produttore che tutto il mondo, persino James Suckling! e con la sola eccezione del critico francese Michel Bettane, considera come uno dei punti di riferimento imprescindibili dei vini di Langa, unicamente per riferire, qui, qui e poi ancora qui e infine qui, e commentare la clamorosa decisione, presa da Giacosa e dai suoi collaboratori, di rinunciare ad imbottigliare i Barbaresco ed i Barolo dell’annata 2006. Millesimo giudicato da lui non all’altezza di esprimere vini all’altezza degli standard qualitativi che i suoi Nebbiolo di Langa devono assolutamente avere.
Non si poteva fare diversamente, non essendo possibile ignorare quello che un produttore tanto importante aveva, sicuramente non a cuor leggero e dopo lunghi ripensamenti, deciso, ma oggi penso valga la pena concentrarsi sul presente dei vini di Bruno Giacosa, rappresentato da una serie di Barbaresco e Barolo, di annata 2005 e 2004, che costituiscono autentiche garanzie per gli appassionati, in grado di “consolarli”, in attesa che siano proposti, tra qualche anno, i Barbaresco 2007, per la mancanza dei 2006. Grazie ad una recente visita in azienda, presente il nuovo enologo Giorgio Lavagna e la figlia di Bruno, Bruna, fortemente impegnata a mantenere sempre alta l’immagine ed il prestigio dell’azienda e a far conoscere i vini nel mondo, ho avuto modo di degustare alcuni dei vini di punta che rappresentano la crème dell’offerta di casa Giacosa, ricavando, come sempre, impressioni straordinarie e la consapevolezza che in questa azienda si onora il Nebbiolo della Langa albese in una delle maniere più alte possibili.
Prezzi importanti per questi vini, ma una qualità indiscutibile, impeccabile, a prova di bomba.

Ho iniziato con il Barbaresco Asili 2005, uno dei classici assoluti di questa denominazione, rubino splendente profondo, di grande intensità e brillantezza, naso elegantissimo, fitto, suadente, con spiccata florealità e ampia tessitura, un frutto che richiama la prugna ed il lampone ed un profumo mirabile di rosa. Magnifica la bocca, larga, ampia, carnosa, con un tannino ben sottolineato e vivo, ma delicatissimo, vellutato, di grande morbidezza e stoffa. Vino di classe assoluta.
Ho poi proseguito con il Barbaresco Santo Stefano 2005 (di cui serbo ricordi incancellabili dell’annata 1988, vino strepitoso) trovandolo, rispetto all’Asili, di colore più intenso e profondo, con un naso giocato su note più selvatiche, fitte, terrose, di sottobosco, di cuoio con accenni minerali e autunnali, a costituire un insieme molto compatto.
Bocca molto ampia, piena, con un tannino che “morde” ancora e si fa sentire e denuncia la giovinezza del vino, la sua energia che deve ancora attenuarsi e grande lunga persistenza e un nerbo deciso da vino di assoluto carattere.
Ho chiuso poi questa trilogia ideale per chiunque ami questo altro grandissimo Nebbiolo di Langa, con il vino dei tre che forse più amo, il Barbaresco Rabajà, sempre annata 2005, dal colore rubino di grande intensità, brillante, vivo, pieno di riflessi e di allegria, naso complesso, fitto, avvolgente, di assoluta densità, “maschio” e selvatico nel suo proporsi, con un profumo tutto suo che richiama il lampone, la prugna ben matura, ma anche incredibilmente gli agrumi, le erbe aromatiche, una leggera speziatura ed un che di misterioso, di terrigno, sotterraneo, che accresce il piacere della fase olfattiva.
E poi che bocca, amici miei, che struttura imponente, fittissima, densa, ancora compatta e bisognosa di tempo per distendersi e sicuramente in grado di regalare, nel tempo, lasciando riposare il vino in cantina, assolute emozioni, con quel tannino vivo, ben maturo, solido, vera spina dorsale e centro del vino, quella ricchezza di sapore, quella forza primigenia che ti lascia senza parole.


Ho poi proseguito passando dai Barbaresco ai Barolo, con il Barolo Rocche 2005, che subito lascia entrare in campo, perché come dice Bruno “il vino è il risultato di quello che c’è sotto i vigneti, della composizione della terra, non solo della posizione”, un’altra densità e un’altra forza, con un naso imponente, fitto, petroso, minerale, profumato di roccia, di terra bagnata, di lampone e di rose appassite, di cuoio, eppure elegantissimo, e un gusto rotondo, soffice, essenza di liquirizia e di terra, scandito da un tannino fitto e setoso, da un’ampiezza vellutata, calda, avvolgente, in un’autentica esaltazione della materia, interminabile come una lunga eco.
E poi, ancora meglio, se possibile, tornando indietro di un anno, al 2004, con il Barolo Rocche dei Falletto 2004, in uscita il prossimo anno, maestoso subito per l’intensità del colore, per il naso delicatissimo, complesso, variegato e vivo, profumato di lampone, rose, liquirizia, cacao, tartufo bianco, solo con leggeri accenni, quasi screziature, di cuoio e spezie, un insieme ampio aereo, che continua ad aprirsi e svilupparsi nel bicchiere, e una bocca dominata da un tannino dolce rotondo, di pura seta, un frutto denso, goloso, multistrato, da una persistenza lunghissima, piena di nerbo, di energia, di sapore, ma tutto giocato in armonia, senza strappi né forzature, lieve, con la dolcezza naturale delle cose belle, che ti conquistano per la loro semplicità, la loro naturalezza, il loro essere come sono, fedeli a se stesse, vere.
Il magico mondo dei Barolo e dei Barbaresco di quel grande “mago” di Neive che chiamiamo Bruno Giacosa…

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10 dicembre 2009

140 enoappassionati applaudono la grandezza del Barbaresco Rabajà di Cortese a Como


Quanta bella gente ieri sera a Como, al Grand Hotel di Como, tradizionale sede delle manifestazioni della locale delegazione A.I.S. guidata dall’amico Giorgio Rinaldi, per l’ultimo incontro dell’anno, che è stata anche l’ultima degustazione che condurrò nel corso di questo vivace 2009!
Com’era giusto, “dulcis in fundo” e finale trionfale, con il sacro Nebbiolo di Langa, con una bella verticale di sei annate di una delle migliori interpretazioni oggi disponibili di Barbaresco di quel cru, pardon, menzione geografica aggiuntiva, di primario e storicamente accertato valore che è il Rabajà, posto in comune di Barbaresco, quella firmata dall’azienda Giuseppe Cortese, che per inciso ha da poco inaugurato anche un accogliente bed and breakfast.
Non aggiungerò molto a quello che ho già scritto qui, raccontando una splendida degustazione verticale fatta lo scorso maggio in cantina, se non per sottolineare come anche la serata di ieri, con in degustazione le annate 2005, 2004, 2000, 1998, 1997 ed uno splendente 1996, del Rabajà, abbia confermato la grandezza di questo vino ed un filo rosso stilistico che collega tutte le annate, siano esse più o meno grandi, rendendo questo Barbaresco una sicurezza per chiunque ami questo altro grande Nebbiolo di Langa.
Che non ha davvero più senso – e lo dice un barolista, anzi, un “barolodipendente” considerare come il “fratello minore del Barolo”. E’ solo un altro vino, espressione di altra zona e di altri terroir, altrettanto grande del vino che nasce nell’area di Serralunga d’Alba, Castiglione Falletto e Monforte d’Alba, per citare solo tre villaggi della più ampia zona di produzione di quello che la leggenda definisce “il re dei vini ed il vino dei re”.
Quello che mi preme, ricordando l’energia ed il sicuro potenziale di evoluzione del 2005, la piacevolezza del 2004, la dolcezza e la rotondità del 2000, l’eleganza perfetta, l’armonia e la classicità del 1998, l’integrità, la forza, la dolcezza del frutto del 1997 e la complessità, la tannicità come essenza, la freschezza, il nerbo, il carattere del 1996, è sottolineare il successo della serata, dovuta alla perfetta organizzazione di tutto lo staff di A.I.S. Como (e mi corre obbligo, anzi piacere, ricordare due grandi collaboratori di Giorgio Rinaldi, Franco Graziosi e Giancarlo Botta, due colonne della delegazione comasca), e all’adesione entusiastica di quasi 140 persone. 140 enoappassionati che hanno accolto l’invito a trascorrere una serata dedicata a Bacco e ad una delle sue più alte espressioni.

Parlare a così tante persone (anche non pochi interisti, che come me erano in tensione mentre la Beneamata si stava giocando la qualificazione agli ottavi di Champions League: ce l’abbiamo fatta e non siamo tornati a casa come hanno fatto altri…), con la responsabilità di raccontare cosa sia il Barbaresco, quale la sua storia, la sua evoluzione, il suo percorso, i suoi protagonisti (ovviamente non ho potuto non nominare Angelo Gaja ed il ruolo fondamentale che ha avuto nel fare conoscere il Barbaresco nel mondo) e poi di rendere le sensazioni, le infinite sfumature aromatiche e del gusto che le sei annate ci hanno regalato, è stata una grandissima emozione. Ma anche una di quelle soddisfazioni che gratificano e riempiono il cuore e ti scuotono ancora dopo tante serata condotte in giro per l’Italia a raccontare il mio amore appassionato per la Langa ed i suoi vini.
La prossima tappa, che attendo con grande trepidazione, sarà la Sicilia, dove il prossimo 8 gennaio, scenderò a raccontare Barbaresco e Barolo in una degustazione, per A.I.S. Palermo, di sei vini. Primo cammino di un percorso, da “ambasciatore” autonominato della Langa, che mi porterà poi in altre città e altre regioni.
Una bella responsabilità, ma anche una grande gioia, di cui dico grazie all’A.I.S., a questa bella, vitale, associazione con cui è stato bellissimo sinora collaborare e nella quale mi sento davvero, seppure come collaboratore esterno e come “ospite”, a casa mia…

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