
Carlo Lucarelli nuovo direttore del Consorzio Brunello?
Capita a volte di non riuscire a stare dietro a tutto il materiale riguardante il vino che mi arriva a casa e che qualche rivista finisca in un immaginario stand by in attesa di essere sfogliata e se è interessante interamente letta.
Nel mio caso questa cosa è capitata al numero 37, datato giugno 2011, di quella sempre splendida rivista che è Bibenda, edita da quell’attivo gruppo di lavoro che fa capo a Roma a Franco Ricci.
Dopo essermi goduto gli articoli dedicati alle cozze, sì proprio i mitili, di Daniele Maestri, al Pigato, firmato dal presidente A.I.S. Antonello Maietta, a Volnay, eterne architetture, dal fantastico Armando Castagno, per citare solo quelli che ho letto con maggiore interesse, mi sono imbattuto, e parlo ormai di ottobre, dopo tutto quello che era successo nel concitato mese di settembre, nell’ottimo articolo, firmato da Alessandro Brizi, dal titolo Rosso di Montalcino, la sfida del cambiamento.
Non conosco personalmente l’autore, di cui ho trovato su Internet un più che convincente curriculum professionale, ma devo dire che giudico impeccabile e ben fatto il suo servizio, completato da un’ampia, esaustiva e accurata degustazione, con tanto di descrizioni e note organolettiche, di un bel mannello, una settantina, di Rosso 2008.
Brizi ha sottolineato la particolare condizione del Rosso, che vive “all’ombra di un simbolo del made in Italy”, aggiungendo che “portare nel Dna e nel nome la parola Montalcino e non chiamarsi Brunello potrebbe essere una vera iattura”, e che il Rosso ha “più o meno velatamente sofferto l’ingombrante presenza del Brunello”. Di più, “ha spesso e volentieri sofferto di crisi di identità”.
E dopo aver ricordato che “la produzione mostra una poliedrica manifestazione di vini e stili diversi”, dove “in alcuni casi il Rosso viene relegato a terza o quarta etichetta aziendale”, aspetti che contribuiscono a determinare “una personalità ancora titubante della Doc”, ha pensato bene, e l’articolo era stato scritto e licenziato in febbraio, quando era stata annunciata e poi sospesa all’ultimo momento un’assemblea dei soci del Consorzio avente all’ordine del giorno l’ipotesi di cambio di disciplinare proprio del Rosso, di sentire cosa pensasse di questo altro grande vino base Sangiovese prodotto a Montalcino, il presidente del Consorzio, il cavaliere Ezio Rivella.
Proprio lui, la persona alla quale, come ho recentemente ironizzato, piace suonare il trombone, ma con la sordina.. La stessa persona, Rivella, che aveva sempre sostenuto pubblicamente la necessità di cambiare il disciplinare del Rosso, di aprirlo al contributo anche di altri vitigni che non fossero il solo Sangiovese, per adeguarlo alle richieste dei nuovi mercati, ovviamente nel nome della tolleranza, delle esigenze di modernizzazione.
Quello che ha dichiarato a Brizi mi ha fatto, pochi giorni fa, letteralmente saltare sulla sedia. Il Presidente del Consorzio (o un suo misterioso sosia?) difatti dichiarava: “Il Rosso di Montalcino sta acquisendo sempre più una sua identità.
Basti pensare che l’Albo dei Vigneti del Rosso di Montalcino dieci anni fa era praticamente inesistente mentre oggi conta 510 ettari (14,5% dell’intero vigneto di del territorio di Montalcino) e le tecniche enologiche poi si stanno differenziando tra Brunello e Rosso”.
A parte questa ultima affermazione, sulla quale, enologo di lungo corso qual’è Rivella potrebbe offrirci qualche utile chiarimento, la domanda è: ma se il Rosso di Montalcino stava, come dichiarava il presidente del Consorzio, non uno stradino o un operatore ecologico ilcinese, “acquisendo sempre più una sua identità”, perché mai Rivella ed un gruppo di esponenti di spicco del panorama produttivo ilcinese volevano violentare questa identità, anche mediante devastanti interventi di chirurgia estetica?
Perché volevano, cabernetizzandolo, merlottizzandolo, farlo diventare più simile ad un Sant’Antimo Doc (una Doc che è fallita nei suoi assunti e che oggi non si fila più nessuno) ad un Igt Toscana? Nell’interesse di chi si voleva stravolgere, e per fortuna non ci sono riusciti, la fisionomia?
Forse ho trovato la risposta. Si tratta proprio di un problema di identità. Vuoi vedere che anche nel cavalier Ezio Rivella si nasconde a sua insaputa, come accade a molti, una doppia personalità, un Dr. Jekyll e un Mr. Hyde, un Ezio Rivella-Henry Jekyll buono, amico del Sangiovese, e un suo “alter ego” una sorta di Ezio Rivella-Edward Hyde, che il Sangiovese disprezza o mal sopporta, e vorrebbe trasformare, se la cosa fosse possibile, in un bel taglio bordolese?
Una cosa è certa: urge un Robert Louis Stevenson dei nostri giorni che indaghi seriamente su questo mistero e ambienti, in quel mondo del tutto speciale che è Montalcino, un romanzo.
Questo per capire se sia vero anche oggi quello che il grande scrittore di Edimburgo annotava nel 1886 nel suo Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde, e cioé che “sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m’ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due”.
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Scritto da Franco Ziliani alle 8:00, in Brunellopoli
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