Wine Spectator sceglie 107 vini italiani per OperaWine: nemmeno un rosato

Ma con quale occhio (guercio o strabico?) la rivista Usa guarda al vino italiano?

Leggo sul Corriere della Sera di oggi e in un articolo pubblicato sul blog del consueto ineffabile esperto del quotidiano, l’elenco dei cosiddetti 107 migliori vini italiani selezionati da Wine Spectator per il cosiddetto “evento” di OperaWine che si svolge in occasione del Vinitaly.

Nella lista, ho controllato attentamente, non c’é un solo vino rosato.

I casi sono due, anzi, uno solo: i degustatori di Wine Spectator ignorano che in Italia si producono eccellenti vini rosati, i migliori dei quali sono a livello dei grandi rosé de Provence. In secondo luogo i degustatori di Wine Spectator non considerano i vini rosati come dei grandi vini. Li ignorano.

Come continua a fare, con pigra, solenne miopia e provincialismo, larga parte della critica del vino nostrana. Come non fanno, invece, gli appassionati, che guardano con interesse ai vini rosati e vorrebbero trovarli più facilmente nelle carte dei vini dei ristoranti, sugli scaffali delle enoteche. E negli elenchi (quasi sempre prevedibili e quanto noiosi) dei vini che le varie guide premiano.

In un caso o nell’altro, hanno clamorosamente torto. Come ha torto, ma non é una sorpresa, il dottor Luciano Ferraro, (il compagno di merende e di guide della “Wanna Marchi della sommellerie”, Luca Gardini,) che di fronte a questo elenco dei presunti 107 Italian best wines, mentre si sdilinquisce per la presenza di “orange wine“, non batte ciglio per l’assenza, clamorosa, e scandalosa, di rosati italiani.

Vorrà dire che in occasione di un altro evento, che si svolgerà ancora nel corso del Vinitaly, qualcuno s’incaricherà di dimostrare che Wine Spectator e Ferraro e quella parte della critica che ancora i vini rosati non considera come meriterebbero, hanno torto, clamorosamente torto. E che al vino italiano, nel suo insieme, guardano con uno strano occhio, non si sa bene se strabico o guercio, o stile Polifemo…
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2 pensieri su “Wine Spectator sceglie 107 vini italiani per OperaWine: nemmeno un rosato

  1. Beh si meraviglia? Secondo me è sufficiente pensare a chi organizza Opera Wine per comprendere che ci sta che non ci siano rosati.. 😉😀😉😀

  2. Come sai, non so di vino. Magari distinguo; certo ho i miei gusti, ma sono a lunare distanza dal giro di quelli competenti. Ma per esperienza, deformazione professionale, frequentazioni, guardo “vedendo” come le cose cambino (e cambiano!) sotto spinte, smottamenti, rotolamenti, timori, nuove attenzioni, chiacchierate, nuove povertà e nuovi ricchi; ma anche sguardi che si rinnovano e generano nuove propensioni. Poi ho anche vissuto a lungo in contesti che hanno favorito una maggior capacità di coniugare quanto sopra con il mondo del vino. Un ambito in cui non si può delocalizzare la “fabbrica”, anche se ci possono essere passaggi di proprietà … Tuttavia il vino – più ancora di tutta la restante agricoltura di profilo alto (pure significativa) – è sempre di più vissuto come un luogo (per non scrivere “prodotto”) dove si incontra una terra.
    Un po’ di anni fa (ormai un bel po’) mi sono scaldata molto vedendo che c’era gente disponibile a meticciare un vino, in nome di un mercato da conquistare, un mercato che “si pensava” fosse recalcitrante nei confronti di sapori, profumi e colori che si presentavano (si sarebbero presentati) come diversi e unici e molto distaccati rispetto a una cosiddetta globalizzazione del gusto a cui si doveva andare incontro. Ora – giustamente – non incontro più nessuno che sia sfiorato da quel pensiero che allora mi faceva inorridire.
    Perché le cose cambiano, perché il mondo del vino si è evoluto, ha persino scoperto sinergie un tempo impensabili. Un uomo intelligente e avvertito (uno che sta sempre un passo avanti a tutti gli altri), come Angelo Gaja, l’ha persino scritto in quelle note che ogni tanto manda in giro: tempo di sinergie e di riconoscersi nelle tante diversità e scuole di pensiero; tutti a guardare la terra, i produttori; dall’altra parte, quella del consumatore, dell’appassionato, ma anche nel caso del neofita, tutti a percepire che la terra sta diminuendo e che quello che uno incontra in un bicchiere non è solo un’etichetta, una moda, uno stile di vita e di consumo, è terra, paesaggio (ormai evocato fino alla nausea anche da chi non ha la minima idea di cosa sia) è terroir, cioè un luoghi, un clima, culture (!), tirati fuori dal lavoro di uomini che li conoscono e li riconoscono, come un amante riconosce l’amato e insieme coltivano il futuro.
    Sì, in questi anni tanto è cambiato e il vino è un’espressione di questi sommovimenti. I rosati – della cui assenza in questa classifica un po’ datata, scrivi – sono uno dei doni (perché non si tratta certo di riesumare il rosato d’antan!) del lavoro e delle evoluzioni di questi anni. E in tempi in cui i dispiaceri sono molto diffusi, anche se non sempre equamente distribuiti, è una vera gioia berne alcuni molto (moltissimo) buoni.
    Cosa vuoi che ne sappia chi ancora sta aggrappato alle classifiche; cosa vuoi che ne sappia di questo clima, di questi sentimenti, di questa terra e di questo lavoro di vigna e di uomini un giornale che ogni settimana si impegna a darci notizie sulle camicette che dovremmo indossare e che ormai è l’ombra di sé stesso, quanto ad autorevolezza. Ho scorso la “classifica”, che dal mio punto di vista è un elenco. Di ottimi vini, che stanno lì impalati e che magari avrebbero molto di più da dire per parlare al cuore e alla mente di uno che li assaggia. Se solo chi li cita fosse capace di raccontarci – davvero – di loro.

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