Il vino italiano tra malessere e utopia: urge voltare davvero pagina

E’ davvero preoccupante vedere in quale modo maldestro il vino italiano chiuda questo difficile 2009, avviandosi ad affrontare un 2010 che si annuncia ancora più difficile, una chiusura nel segno della contraddizione.
Da un lato mostra un aspetto virtuoso e incoraggiante, attento ai segni dei tempi, firmando, alla fine del raduno di Vignerons d’Europe, un Manifesto – leggete qui – che accenna chiaramente agli aspetti etici e culturali del produrre vino, e affermando, tra l’altro, che “Il vino del vignaiolo è vivo, dona piacere, è figlio del suo territorio e del suo pensiero. Espressione autentica di una cultura” e ancora che “Il vignaiolo pratica la trasparenza: dice quello che fa e fa quello che dice”.
Un manifesto, tutt’altro che perfetto, anzi perfettibile, come hanno già sottolineato alcuni commenti, ma che offre un’indiscutibile base di partenza per provare a costruire un’altra idea, più alta, più nobile, meno mercantilista, meno prona alle “ragioni” del mercato e del business, del vino, dove termini come morale, cultura, idealità tornino ad avere lo spazio che meritano. Dall’altro lato, invece, come se fosse l’altra faccia della luna, il volto oscuro, la sua dark side, quasi inconfessabile e un po’ malata, di un mondo, quello del vino, che dovrebbe consistere in una celebrazione ed esaltazione della centralità della terra e della natura, della capacità dell’uomo di trasformare in un prodotto ricco di valenze culturali chiamato vino quello che in fondo è solo lavoro agricolo, espressione di un lungo e faticoso lavoro durato un intero anno, ecco arrivare la notizia del nuovo scandalo del vino. Che parte dalla Toscana, dall’area del Chianti per diramarsi, come una orribile metastasi enoica, in svariate altre regioni.
Uno scandalo (e lo dico sommessamente, senza voler indulgere in scandalismi, ma da quanto so dimostra l’esistenza di un vero e proprio consolidato e ramificato sistema malefico, con precisi registi e ispiratori) che ci mostra l’esistenza di una parte del mondo del vino italiano, e non solo un oscuro sottobosco di imbottigliatori senza nome e senza altra ambizione che quella di fare soldi senza troppa fatica, ma un universo che opera nell’ambito del segmento del vino di qualità, dei vini a denominazione d’origine, di alcune denominazioni blasonate e conosciute in tutto il mondo, che si rifiuta di rispettare le regole.
Che predica bene, ma nei fatti agisce come se regole non esistessero o potessero essere modellate secondo i personali interessi. E che se si tratta di pasticciare, in cantina più che in vigna, di “arrangiare” i vini, ricorrendo a tecniche enologiche spregiudicate, oppure al taglio con uve e vini anche provenienti da molto lontano e non dalla zona di produzione prevista dalla denominazione entro cui operano, non ci pensa due volte e non si fa scrupolo alcuno.
Produttori, anzi, come recita il comunicato stampa della Guardia di Finanza di Siena, “enologi, imprenditori vinicoli – anche di rilievo internazionale”, che spudoratamente, considerandola come una prassi normale, tagliano, miscelano, spacciano per vino Doc, Docg o Igt un vino che magari viene fatto con uve “talvolta addirittura di bassissima qualità” come dice il comunicato della Guardia di Finanza di Siena.
Perché lo fanno? Per tanti motivi, per pigrizia, perché lavorare seriamente e onestamente in vigna ed in cantina, senza “variazioni sul tema”, costa fatica e impegno, perché spacciare per vini Docg o Igt più o meno blasonati vini che invece arrivano, via autostrada, via cisterna, grazie alla compiacenza di spudorati winemaker consulenti che sanno perfettamente dove pescare gli ettolitri che servono, porta a realizzare guadagni e plusvalenze importanti, perché magari aggiungere del Montepulciano d’Abruzzo, o del Primitivo, o del Rossissimo, che è facile acquistare (basta cercare su Internet) da cantine sociali dell’Emilia Romagna, porta i vini ad avere quell’intensità cromatica, quella concentrazione di colore, quella impenetrabilità che svariati “fenomeni” ci hanno spacciato per sinonimo di complessità e di grandezza. Oppure perché, come dirà sicuramente qualcuno, bisogna essere un po’ “spregiudicati” e non andare tanto per il sottile per provare a reggere la concorrenza dei competitors del Nuovo Mondo, che non sono vincolati dalle leggi e dai regolamenti comunitari europei, o perché tante denominazioni sono superate e troppo restrittive, e, insomma!, ci vuole più duttilità e libertà di movimento per la moderna imprenditoria del vino…
Che fare allora? Semplicissimo, ripudiare questi sistemi aberranti, isolare e colpire i colpevoli, voltare pagina, farsi contagiare dalla “speranza” del Manifesto, che qualcuno giudicherà troppo idealisti, manichei, o addirittura talebani, dei Vignerons d’Europe, e vivere l’utopia di un mondo del vino migliore.
Cosa possibile, perché nonostante le mele marce, che purtroppo ci sono, nella sua stragrande maggioranza il mondo del vino italiano è sano, degno di fiducia da parte del consumatore, popolato da donne e uomini per bene, che producono vini buoni, autentici, sani, piacevoli da bere, orgoglio e motore della nostra economia agricola.
Una cosa è certa: dopo questo ennesimo scandalo, che rischia di compromettere pesantemente la credibilità del vino italiano nel mondo, non si potrà più fare finta di niente. No, il mondo del vino italiano non potrà più …farsene un baffo…

0 pensieri su “Il vino italiano tra malessere e utopia: urge voltare davvero pagina

  1. Concordo appieno con i suoi post e le idee sopra esposte, tra l’altro sto esaurendo tutta la mia vena polemica per sottolineare fin da subito quello che non va, o meglio dove vedo poco attenzione.
    Differentemente da Lei non trovo così talebano, quel manifesto. Buon Lavoro

  2. caro franco, i vignerons (a mia impressione) sono in mezzo a un guado. rischiano di diventare ‘di moda’ (speriamo di no!) e di sentirsi fare il verso da alcuni grandi nomi che potrebbero mutuare i loro claims senza aver alcun titolo per farlo, ma solo in nome della MALA COMUNICAZIONE (che imperversa più che mai). Rischiano infiltrazioni, da parte di piccoli produttori opachi; rischiano di essere ‘usati’ da istituzioni, da associazioni, da imprenditori del food & wine. Rischiano di essere manipolati anche da chi in apparenza ha le mani pulite, ma cavalca progetti che prevedono solo vantaggi solo per il cavaliere(berlusconi non c’entra!).
    inoltre: non ci sono solo i vignerons e i loro splendidi vini, ci sono anche buoni e ottimi vini di aziende agricole grandi, che si comportano con trasparenza e onestà, che riconoscono nel territorio il valore da trasmettere con i loro vini: ne hai parlato spesso e in questa circostanza credo che sarebbe importante (e significativo!) che tu continuassi a farlo.
    Così anche le new entries del blog avranno più strumenti per distinguere il grano dal loglio.

  3. @silvana: non metto in dubbio che ci siano grandi aziende che lavorano molto bene!
    Verificare di non essere manipolati… non facile per noi, certo, ma hai ragione.
    Abbiamo chiesto maggiori controlli su tutti noi, stiamo pagando molto cara questa richiesta e non so quanto ci porterà di vantaggio. I tempi di verifica non sono immediati, ma a quanto sembra a qualcosa servono. E’ comunque incredibile che tanti produttori (di ogni dimensione) stiano ancora giocando al massacro.

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