Vallée d’Aoste Rouge Beato Emerico 2008 Quinson

L’avevo già detto che nelle mie segnalazioni dei vini che mi sento di suggerire alla vostra attenzione avrebbero trovato sempre più spazio vini diciamo così “marginali”, “minori” o comunque meno noti.
Così, dopo il Grignolino del Monferrato Casalese 2008 Oreste Buzio, ed il Valpolicella classico superiore Taso 2005 Villa Bellini, ed in attesa di proporvi, a giorni, una serie di vini sorprendenti, di piccolissimi produttori, “scovati” e degustati con grande piacere in Carso, ma, incredibile dictu, anche nella vastissima denominazione Lison Pramaggiore, dove diverse aziende stanno cercando di scrollarsi di dosso la pesante ipoteca di area dalle produzioni abbondanti e di non particolare qualità, voglio portarvi idealmente nella splendida Vallée d’Aoste per proporvi un vino che il caso, o meglio, l’intelligenza di un amico, mi hanno fatto conoscere.
Dalla sua Gignod dove vive dedicandosi all’attività di frutticoltore, orticoltore, buongustaio ed esperto massimo delle tante cose buone della sua Vallée, il mio caro amico Gianni Bortolotti mi ha portato da assaggiare un vino di un piccolissimo produttore quasi all’esordio.
Un vino di montagna, ça va sans dire, che arriva da un vigneto posto a 750 metri di altezza sopra Quart dove una quota maggioritaria di Gamay, piantata una decina di anni scorso, si accompagna ad una frazione, l’impianto è recentissimo, del 2005, di Majolet e Cornalin, ovvero due delle uve a bacca rossa, insieme al Fumin, da cui stanno arrivando, dai vignerons dell’associazione Viticulteurs encaveurs, alcune delle cose più interessanti, originali, stimolanti, di tutta la Vallée.
Del vigneron che ha prodotto questo sorprendente, eccellente, gustoso Vallée d’Aoste rouge Beato Emerico 2008, Pierre Philippe Quinson, so ben poco, (la Guida al vino quotidiano di Slow Food, che meritoriamente comprende questo produttore dice che é nato nel 1976 e che é laureato in agraria) se non che produce complessivamente 8000 bottiglie, un altro vino, che si chiama Masarèn, che non ho ancora assaggiato, che dovrebbe occuparsi di enologia come consulente per alcune cantine valdostane.
Ma so che questo vino, dedicato al Beato Emerico, che nacque nel castello di Quart verso la metà del 13° secolo, che fu proclamato Vescovo di Aosta nel 1301 e quindi Beato e che distinse in vita per l’austerità, l’alto magistero, la difesa dei diritti e doveri temporali, lo spirito forte e brillante, bevuto dapprima insieme a tavola, alla Dispensa pani e vini Franciacorta, gustando la cucina geniale di Vittorio Fusari, e poi finito a casa, dove mi ero portato il fund de la buta per vedere come evolvesse dopo essere stato stappato da alcune ore, mi è piaciuto tantissimo, senza se ne ma, dimostrandosi uno di quei vini autentici, schietti, intensamente beverini, di assoluta piacevolezza e nessuna posa e presunzione, che costituiranno la salvezza per il mondo del vino italiano.
Un mondo che per troppo tempo è stato “drogato” e dove il consumatore è stato indotto a credere che i grandi vini fossero i vini costruiti a tavolino, per le guide, Parker e gli importatori Usa, e dove oggi persino Alessandro Masnaghetti, che dei vini cosiddetti “innovativi” è stato un moderato, consapevole sostenitore, arriva a scrivere su Enogea, riferendosi ai Super Tuscan (do you remember?) che “l’unica speranza, e mi rendo conto di quanto sia cruda la mia affermazione, è che si arrivi a un progressivo esaurimento della tipologia che lasci in vita solo le etichette che hanno qualcosa da dire (cioè quelle storiche e poche altre eccezioni) e faccia scomparire tutte le altre (con il punto interrogativo, non da poco, di dove far poi confluire tutti i vitigni alternativi e tutti i vigneti Igt oggi in produzione). Colore rubino violaceo brillante, molto luminoso, mostra un naso molto caratteristico, sapido, nervoso, con frutti rossi di bosco e note selvatiche e di sottobosco in evidenza, una leggera speziatura, un nitido nerbo minerale e un richiamo di grafite, liquirizia, viola, prugna, a costruire un insieme molto fresco, che richiama vagamente atmosfere dolcettose o da freisa, ma con un’assoluta personalità e un carattere di montagna evidente.
Meglio ancora la bocca, viva, di grande carattere e freschezza, larga, sapida, con un bell’allungo verticale di grande dinamismo, grande ricchezza di sapore, un tannino che morde leggermente e fa sentire che c’è, un finale lungo, salato, nervoso, equilibrato, energico, pulito, che “chiama” letteralmente il cibo e regala piacevolezza e allegria.
Un piccolo grande vino, che, mi dicono costi intorno ai 5-6 euro massimo, una di quelle belle cose “marginali” se volete, ma vere, che riconciliano con il bere e con un’idea del vino che è immediatezza, allegria, spontaneità.

15 pensieri su “Vallée d’Aoste Rouge Beato Emerico 2008 Quinson

  1. Da convinto assertore della Valle d’Aosta e dei suoi innumerevoli “piccoli grandi vini”, non posso far altro che rallegrarmi per le sue parole. Bisognerebbe parlarne sempre più spesso, anche per rendere omaggio ad una viticoltura per nulla facile… onore a lei, che ne parla 🙂

  2. Ogni tanto tengo in cantina una bottiglia di Blanc de Morgex e almeno una di Donnaz…
    Bravo Franco, questo è un filone da non trascurare, sono proprio le piccole produzioni che meritano le giuste attenzioni.

    • adoro anch’io il Blanc de Morgex et de la Salle, ma quello dei piccoli produttori, che pure ci sono a Morgex, non quella di Cantine dove usano il concentratore e poi ti parlano di bio e di ampelo-diversità con una faccia di tolla davvero notevole…

  3. In questo caso, speriamo di poter leggere presto un tuo articolo su questo vitigno “estremo”, con tanto di nomi e indirizzi dei piccoli e validi (anche valorosi…) produttori.

  4. Sono ospite di queste montagne da più di 10 anni e nonostante le mie origini siano a km di distanza non ho potuto fare a meno di innamorarmi di questi luoghi che hanno generato gente fantastica, orgogliosa della propria terra e di quello che produce.
    Piccoli produttori, custodi di un’agricoltura del sacrificio, gelosi dei loro piccolissimi appezzamenti di vigneto con pendenze al limite.
    Dal punto di vista vinicolo c’è stata la riscoperta e valorizzazione di quei vitigni da lei menzionati, grazie anche al lavoro maniacale di ricerca del signor Moriondo, insegnate enologo per l’istitut agricol regional prima e viticoltore dopo, che in una pubblicazione raccoglie tutta la tipicità vinicola della valle ed ancor prima la valorizzazione del Blanc de Morgex e de la Salle attuata dall’Abbè Bougeat.
    Insomma vini sicuramente tipici e caratteristici e non assolutamente modaioli, prodotti da esperti contadini/agricoltori ma con la “C” e la “A” maiuscole.
    Attenti però, cari miei assaggiatori di vino….. dubitate delle grosse produzioni, la superficie vinicola valdostana non è estesa e poi ricordatevi di essere ai piedi delle alpi, quindi non aspettatevi (a parte qualche rara eccezione), e tanto meno cercateli, vini pastosi e particolarmente morbidi… il vino rispecchia il territorio quindi una nota di durezza la troverete in ogni vino ben fatto.

    • dice bene Andrea, ed il fatto di usare il concentratore per il Blanc de Morgex, o di utilizzare tecniche da Chardonnay siculi o da vini internazionali qui in Vallée é ancora più assurdo. Dirò di più: demenziale

  5. Grazie!
    Grazie per l’attenzione verso i piccoli produttori. Fino ad oggi siamo sempre stati “emarginati”, in particolar modo dalle grandi firme del giornalismo enogastronomico e dalle guide. Secondo il mio modestissimo parere il futuro dei vini italiani si gioca sul terreno della unicità ed autenticità. Anche a costo di qualche piccolissimo “difetto – caratteristica sconosciuta”. Basta con i vini uniformati e schiavi del “gusto internazionale”. Bisogna puntare al “gusto locale per conquistare quello internazionale”
    A presto.
    Rocco Colucci

  6. Il “Priè Blanc” è un vitigno ancora coltivato su piede franco nelle due zone a maggior vocazione, vitigno con caratteristiche uniche, coltivato in ambienti unici e che se vinificato con criterio da un vino unico, quindi ottenere un bianco dal colore giallo intenso, con un bouquet ampio ed una particolare morbidezza e rotondità in bocca con questo tipo di vitigno vuol significare solo ed esclusivamente fare vini alla moda che si riescano a vendere facilmente vantando il fatto della tipicità del territorio per niente rispettata….

  7. BUONA SERA ROCCO, SULLA GUIDA DELL ESPRESSO ALCUNI NOMI DI PRODUTTORI E CANTINE CI SONO , DOVREBBERO ESSERCENE PROBABILMENTE MOLTE DI PIU’ ,SPERIAMO IN MR. ZILIANI. IO HO PROVATO IL BIANCO DELLA CANTINA SOCIALE E MI HA CONVINTO MOLTO NON E’ ASSOLUTAMENTE ROTONDO NE MORBIDO

  8. IL BIANCO A CUI MI RIFERIVO E’ IL SECONDO DEL SITO , VINI ESTREMI 2008, E RIBADISCO CHE E’ MOLTO BUONO
    A RISENTIRCI PER IL RAYON

    GRAZIE

  9. si sappia che il rayon è un’iterpretazione “commerciale” (per non dire altro, che le querele son facili di questi tempi) del prié blanc; io in cieca non esitai a dire che ci fosse dell’abbondante chardonnay, ma si sa che in cieca uno come me non riconosce un bianco dal rosso.

    Discorso diverso per il “vini estremi”, davvero un bell’esempio di vino montagnino dalla beva facile.

  10. Complimenti, conosco alcuni dei vini citati e li trovo eloquenti e affascinanti, parlano una lingua tutta originale, e veritiera. E…la ‘ripresa’ comincia dall’autenticità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *