Barbera d’Asti: ma per i produttori “superiore” cosa diavolo vuol dire?

Sono tornato da Londra ieri sera, in attesa di partire domani, come ho già riferito, per Madrid, con uno strano interrogativo che mi ronza dentro. La domanda, insinuante, è: ma i produttori dell’astigiano e dell’alessandrino che rivendicano la qualificazione di “superiore”, ovvero “ottenuto da uve aventi un titolo alcolometrico volumico naturale minimo di 12% e immesso al consumo con un titolo alcolometrico volumico totale minimo di 12,5 % dopo un periodo di invecchiamento obbligatorio non inferiore a un anno, a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo alla vendemmia, di cui almeno 6 mesi in botti di legno di rovere o di castagno”, che razza di significato danno al concetto di “superiore”?
A giudicare dalla stragrande maggioranza della ventina scarsa di Barbera d’Asti Superiore annata 2005 che ho degustato, insieme ad una quindicina di Barbera d’Asti 2006 e 2005, ieri mattina in redazione a Decanter, in una ampia sala con vetrata luminosissima che guarda sul panorama di grattacieli, chiese, costruzioni moderne, che si domina dal decimo piano dell’avveniristico The Blue Fin Building, posto al numero 110 di Southwark Street (zona London Bridge) che ospita la celebre rivista che si autodefinisce “the world’s best wine magazine”, i produttori piemontesi hanno un bel po’ di confusione in testa.
Per loro, difatti, come annotavo in aereo tornando ieri sera in Italia, superiore non è sinonimo di migliore qualità, di vini con maggiore complessità e aderenza al carattere varietale e territoriale, ma, ahimé, è sinonimo di concentrazione, di super-estrazione (soprattutto di tannini verdi), di ricerca d’improbabile potenza e massa di frutto. Ottenendo anche de-varietalizzando i vini e rendendoli, già dal colore, spesso Merlot o Super Tuscan style, concentratissimi, impenetrabili, melanzanosi e tristi, improbabili, concentrando il frutto, anche a costo di renderlo marmellatoso e sovramatura, neutralizzando quell’acidità che è la spina dorsale di ogni vino degno di questo nome e della Barbera in particolare, e rendendo i vini molli, privi di slancio e di articolazione, noiosi, prevedibili, del tutto appeal free, difficili da pensare in abbinamento al cibo, forse adatti per un consumo al bicchiere, ma assolutamente non food friendly come dovrebbe essere, per storia, identità e ragionevolezza, una buona, succosa, rotonda, golosa Barbera.
Pochi i vini da me trovati come dotati di un sense of terroir, di un’articolazione aromatica dove le note floreali si sposano con un frutto croccante e succoso, con note minerali e terrose, con freschezza e fragranza d’espressione, con garbo, e dove il frutto si dispone in bocca polputo, godibile, stimolato da una bella acidità che invita al bere ed equilibra e dà nerbo e scatto al frutto.
A questi, come a qualche vino più piccolo, magari con un’acidità in eccesso non sufficientemente calibrata dal frutto, ma varietalmente riconoscibile come Barbera d’Asti, e non invece, come mi è capitato con diversi vini come un mix di marmellata di more venate di legno francese, tostatura, caffè e vaniglia (a quei vini ho indirizzato in cuor mio un convinto fuck you!) privo di decenza, improponibile, irreale, figlio di un’idea del vino, furba, ruffiana, piaciona, falsa, stupidamente commerciale, priva di radici e di cultura, che combatto e combatterò sempre a testa alta e vigore.
Perché il vino italiano sia se stesso e si presenti con la propria identità e sappia farsi accettare, anche da un mercato difficile come quello inglese – proprio ieri ho visto in carta in un ottimo pranzo all’affollatissimo Zafferano restaurant – sito – fior di vini da vitigni autoctoni e di piccoli bravi produttori italiani proposti con intelligenza e accettati con disponibile curiosità da un pubblico esigente e attento – per quello che è per quello che può dare.
E non con una versione caricaturale, stupida, priva di senso, da barzelletta, come quella rappresentata da svariati dei Barbera d’Asti Superiore (così sta scritto in etichetta) come quelli che ho degustato, con grande delusione, ieri mattina in una Londra cloudy and windy, ma sempre terribilmente affascinante, piena di vita, pronta a concedere a tutti un’opportunità per farsi valere. Basta avere buona volontà, voglia di fare e avere cose, autentiche, forte da dire e da dare.

0 pensieri su “Barbera d’Asti: ma per i produttori “superiore” cosa diavolo vuol dire?

  1. Niente di nuovo sotto al sole, sciùr Franco. La stessa confusione la si ritrova nel Roero con il Roero Rosso, non si capisce se é più di un nebiolo Langhe e meno di un Barbaresco, insomma non si capisce se é una vera denominazione oppure se c’era solo da riempire la casella a fianco del Roero bianco nel modulo di richiesta ministeriale.

  2. Acci, addirittura FU 😀
    Poveri Barbera sup. Comunque sarei d’accordo, l’impressione e’ di bere vini progettati per il bicchiere; il wine bar si, il ristorante no: segno dei tempi, boh. E su tutto la solita contraddizione di chi ti parla di territorio, tipicita’; che non ci sarebbe mica niente di male a sfornare rossoni barriconi (de gustibus) ma perlomeno non dirmi “rispetto per il territorio, blabla”. Leggo su una presentazione: “crediamo molto nei valori della nostra terra… preferiamo coltivare esclusivamente vitigni autoctoni… un passo indietro, alla riscoperta delle tradizioni… lontano da globalizzazione”. Indovina un po’ chi e’. Un vinovero bio? Macche’; hint: rinocerontino. Fai tu.

  3. Giusto, potremmo saperne di più almeno sui meritevoli ed inoltre della famosa degustazione di Barbaresco 2004 effettuata per FineWine non ci racconta niente?

  4. Buongiorno Ziliani, articolo pungente ma un pò vago….
    Perchè non fornisce qualche info in più sui produttori?
    Ho gustato ottimo Barbera Superiore, che effettivamente riduce l’acidità tipica del Barbera, e lo rende più corposo, immediatamente più maturo e “importante”… D’altronde chi ha vini tipici del terroir che non riesce a vendere … tenta di avvicinarsi di più al mercato! L’importante credo sia la qualità, l’originalità, il legame al vitigno e al territorio… su questi aspetti dobbiamo essere intransigenti!

  5. “A questi, come a qualche vino più piccolo, magari con un’acidità in eccesso non sufficientemente calibrata dal frutto, ma varietalmente riconoscibile come Barbera d’Asti, e non invece, come mi è capitato con diversi vini come un mix di marmellata di more venate di legno francese, tostatura, caffè e vaniglia (a quei vini ho indirizzato in cuor mio un convinto fuck you!) privo di decenza, improponibile, irreale, figlio di un’idea del vino, furba, ruffiana, piaciona, falsa, stupidamente commerciale, priva di radici e di cultura, che combatto e combatterò sempre a testa alta e vigore.”

    Una sola parola: fantastico!
    A mio avviso, se non vogliono finire per s***anarsi anche la barbera d’asti “normale”, questi produttori dovrebbe fare a meno di produrre questi vini.
    Andrea

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