Francesco Bonfio, presidente Vinarius, le canta chiare alla Grande Distribuzione

Leggetevi queste opinioni, espresse con assoluta franchezza e con scarsa aderenza alla logica obbligata del politicamente corretto che anima molti addetti del mondo del vino. “La concorrenza della GDO ? E’ un falso problema. La GDO necessita di prodotti affermati con un supporto promozionale e pubblicitario. Non ha tempo, né voglia e né addetti per assistere il cliente come sa fare l’enotecario. Il vino di una certa qualità non interessa alla GDO, se non come specchietto per le allodole. Quello che interessa alla GDO non interessa a noi enotecari. Si tratta del vino comune, da uso quotidiano sempre più in calo secondo le statistiche dei consumi”. E ancora: ”La politica dei prezzi? Certamente. Ma non dimentichiamo che è una concorrenza sleale perché la GDO non è sottoposta agli studi di settore, mentre le enoteche devono rispettare certi parametri altrimenti le nostre dichiarazioni fiscali non risultano congrue o coerenti. Questo significa che noi dobbiamo ricaricare i prodotti di una certa percentuale, mentre quest’obbligo non riguarda la GDO”. Ad esprimersi così fuori dai denti, con orgoglio di categoria e cantandole chiare al Grande Avversario delle enoteche, la Grande Distribuzione, è il 50enne Francesco Bonfio, presidente dell’Associazione Vinarius, in un’ampia intervista, credo piuttosto interessante, anche se letta in un periodo non proprio da enoteche come agosto, pubblicata nello spazio delle news del sito Internet dell’Associazione Italiana Sommeliers.

0 pensieri su “Francesco Bonfio, presidente Vinarius, le canta chiare alla Grande Distribuzione

  1. Ciao Franco,
    è proprio vero che non si è mai abbastanza chiari. Io ritengo che la grande distribuzione non sia il nemico delle enoteche. Credo che non siamo comparabili.
    Certo, tutti siamo concorrenti di tutti. A Siena, davanti alla mia enoteca c’è un fornitissimo negozio di souvenir. Non si può certo dire che ci facciamo concorrenza. Ma se considero che il turista ha 10 euro in tasca da sopendere per portare a casa un ricordo di Siena e li spende acquistando una bandiera della contrada del Drago poi non li spende da me per una eccellente bottiglia di Chianti Classico. Quindi, sotto questo punto di vista anchhe un souvenir fa concorrenza ad un’enoteca. Ma è una forzatura. Alla stregua di dire che la GDO è il nemico delle enoteche. Non siamo comparabili. Abbiamo molte diversità e poche affinità. Per chiarire ancor meglio i miei concorrenti sono le altre enoteche di Siena, o quelle di Firenze perchè il turista visita anche Firenze, o quelle di Barcellona o addirittura quella di San Francisco visto che vendo on line. E così si può dire di tutte le altre enoteche Vinarius o non associate a Vinarius.
    Grazie per lo spazio che mi hai dato e per ospitare questa precisazione.
    Con molti cordiali saluti,
    Francesco Bonfio
    presidente Vinarius

  2. Caro sig. Franco, da noi in Piemonte c’é un vecchio detto contadino che, tradotto, recita così: “Fai come quelli di S.Damiano che tirano la pietra e nascondono la mano?”
    Cosa vorrebbe il sig. Bonfio, poter tirare su il ponte levatoio ed isolarsi nel suo “centro enoculturale” a fare il guru?
    Ma per piacere! La storiella dell’enotecaro che ha fatto il missionario negli ultimi 30 anni la vada a raccontare a qualcun altro…Proprio lui che rappresenta si é no il 10% delle botteghe del vino italiane e che ha fra i suoi soci fondatori i distributori nazionali e gli importatori. Le fette di salame dagli occhi del consumatore sono cadute da tempo!
    Se poi vuol dire che con la riforma Bersani del commercio sono arrivati nel suo settore, sull’onda della moda delle guide, centinaia di operatori improvvisati concordo, ma si ricordi che la GDO per loro é la spina nel fianco, perché oggi “quel certo ricarico” la gente non lo tollera più. Faccio subito un esempio: Milano, un vino di gran moda come il Torcolato di Maculan, costa all’Esselunga 5 euro in meno, di media, rispetto alle enoteche milanesi.
    E’ chiaro che il sig. Caprotti non ne compra 36 bottiglie per volta e qui sta la sua forza, non perché sia fuori dagli studi di settore. Forse il sig. Bonfio pensa che il sig.Caprotti non paghi le tasse? Comprò due pagine de Ilsole24ore per spiegare la differenza fra lui e la Coop. Invece é noto che il sig. Maculan per vendere all’Esselunga deve abbassare il prezzo e pagarsi la promozione di tasca sua, cosa che non fa con le enoteche. Questo vuol dire forse che il sig. Maculan é impazzito?
    Diciamo invece due cose chiare a tutti: la GDO vende dei vini schifosi, finti, fatti dalle industrie di imbottigliamento, nella fascia a meno di 3 euro, l’enoteca non li ha per sua fortuna; dei vini mediocri nella fascia da 3 a 5 euro, qui invece l’enoteca ne propone di decenti, ma oggi la GDO propone molti di quei vini presenti in enoteca nelle fasce tra i 5-10 ed i 10-15 euro, peccato che nell’enoteca costino di più. Non tocco la fascia premium perché il ricarico dell’enoteca é segreto, fermo restando che, personalmente, 20 euro per un barolo che é rimasto fermo 1 mese sullo scaffale della GDO, Esselunga esclusa perché c’é GDO e GDO, non li spenderei mai. E perché vendono gli stessi vini? Perché, guarda caso, da quella fascia in su partono i punteggi delle guide! E come si fa a non averli se i clienti li chiedono? E via col valzer dei Bricchi, dei Guadi e delle varie Tenute. Ma l’enotecaro non era un missionario? Allora come mai certe enoteche, in città diverse, hanno tutte gli stessi vini, la stessa pasta, la stessa confettura, la stessa bottarga, gli stessi capperi? Come mai nessuno parla degli alcolici? I bar funzionano benissimo e non si trovano le licenze neanche starpagandole…Gli alcolici non risultano nel bilancio dell’enoteca? Perché non si dice che nel tentativo di distinguersi ed in alcuni casi, purtroppo, di sopravvivere, alcune enoteche sono diventate wine-bar o meglio ancora ristoranti? Perché non si dice che la ristorazione non compra nell’enoteca perché non può sobbarcarsi anche quel ricarico? Perché non si dice che l’agente di commercio in questo settore non serve più a nulla, costa troppo e può essere rimpiazzato dalla tecnologia? Parliamo di scelte che fanno gli operatori commerciali per rimanere sul mercato o per essere più competitivi, sig. Bonfio, altrimenti l’enoteca, così come la concepisce Lei, farà la fine della torrefazione di quartiere, dove il titolare conosceva a memoria tutti i gusti dei suoi clienti : sparirà!
    Un cordiale augurio.

  3. bella intervista. Mi sembra che all’ampia panoramica sul settore enotecario dipinta con chiarezza, e perché no, un pizzico di coraggio da parte di Bonfio, manchi un punto importante, direi fondamentale per i rapporti tra il mondo della prodiuzione e quello delle enoteche: il problema dei pagamenti.
    Certamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, né addossare al presidente di una associazione di categoria, anche se importante come Vinarius, tutte le croci di una categoria intera. Però il problema c’e’, ed è inutile girarci intorno. Ed è un problema che investe direttamente diversi settori, fino ad influenzare il consumatore finale, che si trova alla fine a dover pagare le conseguenze di una gestione insana dei rapporti commerciali tra il mondo della produzione e quello della vendita.
    I margini per nascondere questo problema una volta c’erano, oggi non ci sono più e non ritorneranno più. Il mondo esterno si muove ad una diiversa velocità e a diverse logiche: oggi tutti sono tenuti a lavorare con la massima qualità e ai minimi margini. Ma tutto questo funziona solamente se a valle esiste il rispetto di quel vero e proprio contratto di vendita che si chiama fattura, in tutte le sue parti, compresa e sopratutto, la scadenza.
    Abbiamo i cassetti pieni di assegni postdatati. I fine mese sono infestati da insoluti, i pagamenti oltre i 6 mesi diventano l’abitudine per una grande percentuale degli esercenti, stimo almeno 1/3, e per molti arrivare a pagare ad un anno dalla fattura non è assolutamente eccezionale.
    Mi si dirà che è colpa mia che mi scelgo i clienti sbagliati, e che dovrei ripulire il mio portafoglio clienti includendo solo quelli sani. Ma posso assicurare il lettore che è tutto il mondo della produzione, non quello della GDO, quello delle enoteche e dei ristoranti, che si trova in queste condizioni. E che se oggi dovessi cominciare a non servire chi non è regolare nei pagamenti rimarrei da un giorno all’altro con meno della metà dei clienti.
    Tante sono le cose che si potrebbero fare di più e tanti sono i progetti che si potrebbero fare con le enoteche, per dare un servizio sempre migliore a loro e sopratutto ai clienti finali. Ma fino a che non si mette mano seriamente, anche a livello legislativo prendendo esempio dalla maggior parte dei paesi esteri (nella maggior parte degli Stati USA non si può sgarrare, altrimenti si chiude), e fino a che anche i piccoli esercizi non si rendono conto di essere aziende, e come tali necessitano di una gestione finanziaria oculata e strutturata, non se ne esce.
    Ecco, mi piacerebbe sentire qualcosa da Bonfio su questo. Certo, mi rendo conto che potrebbe essere agevole rinfacciare alla produzione una serie di errori, anche e sopratutto sulla gestione dei prezzi, e di scorrettezze di rapporto col settore della vendita. Ma qui la polemica, almeno per me, non è l’obiettivo principale. L’obiettivo è quello di capire se il problema è visto e vissuto anche dalle enoteche, e se pensano che si possa trovare una qualche soluzione a questo.

  4. @aolo. Se il cordiale augurio è di sparire, lo prendo come una battuta ferragostana. Sulla sua predizione, spero che si sbagli.
    Sul resto del suo post, debbo dire che ho capito poco, vista l’accozzaglia di considerazioni, domande, risposte, opinioni dalle quali mi sembra di poter dedurre dei pregiudizi i quali da soli minano alla base lo svolgimento di un sano rapporto dialettico.
    Con molti saluti.

    @giampaolo. Debbo dire che il problema da lei sollevato è così complesso che io non sono in grado di gestire una conversazione sul blog. Sono certamente a disposizione per esaminare con attenzione ed in tutte le sue sfaccettature questo argomento in una sede, mi lasci dire, più tradizionale quando vuole, dove vuole e con chi vuole lei.
    Mi lasci peraltro fare qualche piccola chiosa.
    Pagamenti. Dovrebbe esserci una legge (cito a memoria perchè non ho sottomano la possibilità di dare i riferimenti) del 2001 o 2002 che impone determinati tempi da non oltrepassare. Ma la stessa legge ammette (male italico ahimè) delle deroghe, che prontamente sono state utilizzate. Parliamone.
    Lei cita l’estero e in particolare gli USA. In molti stati USA si paga a 30 giorni. Nello stato di Washington la legge impone il pagamento alla consegna (contempoarneamente la legge impone al grossista di consegnare anche solo una bottiglia). Parliamone.
    Si potrebbero fare molti progetti con le enoteche? Noi siamo pronti. Io credo che con le contrapposizioni, le guerre fra soggetti della filiera non si riesca a costruire nulla. Invece credo che una collaborazione su basi chiare, nel rispetto del ruolo di ciascun componente della filiera, potrebbe essere determinante per escire dalla situazione caotica in cui ci si trova.
    Con i miei più cordiali saluti.

    @Mario Crosta. Non è stato un caso se l’intervento di Patrizia Signorini citato fu dalla stessa firmato in qualità di vicepresidente di Vinarius, condividendo in tutto e per tutto quello che ivi fu scritto.
    Con molti cordiali saluti.

    @Franco. Grazie molte per l’ospitalità.
    Cordialità,
    Francesco Bonfio

  5. Caro sig. Bonfio,
    evidentemente ho colto nel segno ed i ponti levatoi si sono rapidamente alzati. Lei che rappresenta 150 enotecari italiani, quali scelte economiche per mantenersi sul mercato ed essere più competitivi propone? Nella sua intervista non ci sono proposte, solo dei “io mi ricordo”. E questo perché la sua categoria é composta, per lo più, di gente vecchia e che non ha più voglia di confrontarsi col mercato, in quanto se ne é ricavato una fettina a livello locale e se la tiene ben stretta, sperando di poter passare presto il testimone al figlio. Ed io ve lo auguro caldamente. Tuttavia, il fatto di avere una mentalità vecchia non vi mette al riparo da un’economia velocissima che si confronta a livello europeo. Come farete voi che non conoscete la realtà fuori dalla vostra regione, spesso non sapete usare un computer e non parlate inglese e che non partecipate ad un convegno a carattere economico neanche se ve lo pagano, a stare al passo con i tempi? Quando arriveranno i vostri figli sarà già troppo tardi, perché bisognava dare un colpo di timone 10 anni fa, non oggi cercando di mantenere ancora una rendita di posizione, né domani sperando che tutto vada bene. In economia esistono dei periodi cosiddetti cicli economici, ne ha mai sentito parlare? Il secolo scorso ne ha visti nascere e morire tanti. Lo legge qualche volta Ilsole24ore, magari al lunedì? Ha visto le trasformazioni in atto nel settore del commercio al dettaglio?
    Altrimenti se non capisce di cosa parlo é chiaro che mi accusi di avere dei pregiudizi.
    Un cordiale saluto

  6. Vorrei rassicurare il Sig. Paolo: molti sono gli enotecari che girano in lungo e in largo l’Italia per amore e per rispetto del loro lavoro. Cercano, conoscono, rischiano, propongono: comne autentici imprenditori rispondono di quello che fanno.
    Nessuna rendita di posizione: solo investimento sulla propria professionalità per proiettare nel futuro la cultura di un lavoro particolare come questo. Ma il contesto attuale è contraddittorio. I produttori fanno i commercianti senza sostenerne i costi e creano confusione nel consumatore; la GD spadroneggia a torto o a ragione.Evito di rinfocolare ora tutti gli argomenti connessi, ma che le regole del gioco economico siano incoerenti e per noi penalizzanti è un dato di fatto incontestabile.
    Gli enotecari devono senz’altro evolversi e recuperare con autorevolezza il ruolo di interlocutori professionali corretti ed affidabili nei confronti dei consumatori. E per il vero, lo fanno da sempre.
    Ma non possono farcela se vengono superati scorrettamente “a destra” in primis dai produttori e poi da altri soggetti che approfittano di un sistema commerciale pieno di sotterfugi e scappatoie, e nel quale fra l’altro la GD detiene una posizione predominante in ogni senso, a favore della quale poi l’opinione pubblica viene sapientemente convogliata da anni.
    Gli enotecari devono per forza fare della bravura e della competenza professionale la loro arma vincente e questo accade in un momento in cui il criterio pretestuoso del prezzo è usato da tutti come alibi per squalificarne il lavoro. Rinneghiamo senz’altro gli approfittatori, ma al tempo stesso vorremmo che tacessero coloro che con una mano ci corteggiano e con l’altra ci pugnalano alle spalle.
    Il futuro commerciale di ogni imprenditore non dipende solo da lui stesso, ma anche dalla trasparenza delle dinamiche economiche. Nel nostro paese sono evidenti invece la confusione di leggi, ruoli, ideologie, in un pateracchio pseudo-liberistico che non favorisce qualitativamente il consumatore ma lo lascia solo in mezzo a mille offerte. E riflettano su questo anche i produttori: anche loro stanno richiando. Leggano Libero Economia di oggi: quello che sta accadendo ai produttori inglesi fornitori della GD sta ben accadendo anche qui. L’enoteca, piccola o grande che sia, brava o meno brava, è una entità imprenditoriale certa, che interagisce attivamente con il mondo della produzione e col consumatore.
    Spezzare fraudolentemente questa catena di uomini segna la fine della libera impresa.

  7. @Bonfio. La ringrazio per aver preso atto del mio intervento, volentieri ci sentiamo, se la interessa, dopo le ferie. Credo che di cose insieme tra produttori e enoteche ne possano nascere, una volta che il confronto possa essere aperto anche su questioni spinose. Io, tanto per aprire un dibattito, non sarei contrario anche a consegnare piccole quantità, se avessi la certezza dell’incasso a 30 giorni. Lei capisce che emettere una fattura da 100 euro e poi incassarla dopo 6 mesi (tanto è piccola…) non ha senso. Questo vale in senso generale, ovvero mettere le basi per creare anche una logistica nuova e più al passo coi tempi.
    @Patrizia. Avverto un paio di frecciate ai produttori. Mi piacerebbe che anche le critiche fossero circostanziate e non generiche. Mi pare di capire, mi scusi se sbaglio ma non è molto chiaro, che per lei il problema siano i produttori che vendono in cantina. Non conosco le statistiche, ma sono sicuro che si tratti di una fetta di mercato assai marginale. E comunque non incontra, credo, la stessa clientela dell’enoteca, proprio per le modalità di vendita diverse. Del resto sono sicuro che lei è al corrente che tutte, ma prorio tutte le attività produttive hanno dei “factory outlet”. Persino in casi in cui le “factories” sono in altri continenti rispetto a quello dove avviene la vendita. Non per questo la gente smette di andare nei negozi del centro per acquistare Armani, Timberland, ecc. Sarebbe quantomeno curioso che al cliente che spesso si sobbarca diverse centinaia di km per visitare un azienda, si debba negare l’acquisto di qualche bottiglia del vino direttamente dal produttore. Se poi questo cliente preferisce consumare durante l’anno solo due o tre etichette diverse, invece di accedere all’assortimento e alla consulenza dell’enotecario, forse è perché non ha incontrato sulla sua strada l’enoteca giusta, oppure non è interessato ad evolvere, non è un cliente curioso. In entrambi i casi mi sembra ingiusto incolpare il produttore.

  8. @Patrizia
    Grazie, ma non c’é bisogno di rassicurarmi: io urlo nel tentativo di spronarvi, perché vedo che molti dormono. Guardi che non sono le categorie professionali ad orientare il mercato, semmai é il consumatore. Tutto funziona a cicli ed oggi stiamo assistendo a questo. La riforma Bersani del 1998 sta fallendo a distanza di 10 anni perché il nostro mercato era ed é ancora rigido, con troppe rendite di posizione in tutti i settori e si é liberalizzata la base, cioé l’accesso al commercio, ma il vertice non ha rischiato nulla. Rischiano invece quelli che con buona volontà e con i risparmi, aprono la bottega e dopo 2 anni chiudono o finiscono in mano alle banche. Questa é la cruda realtà. E poi ci sono dei modi obsoleti di vendere, le faccio un esempio: un fruttivendolo con il chiosco in centro a Milano, minimo 4000 euro fissi di spese al mese, va tutti i giorni con l’Ape ai mercati generali, carica le cassette e poi torna per esporre i prodotti. E’ ovvio che in stagione deve chiedere 8/10 euro al chilo per le ciliegie. Se lei si lamenta con lui dei prezzi le risponderà: “E ma io c’ho una famiglia da mantenere!”.
    E siccome il consumatore non può più permettersi di mantenere anche la famiglia del fruttivendolo, compra da un’altra parte. Quindi si innesca la spirale per cui vendendo poco ed aumentando i costi fissi, il fruttivendolo aumenterà ancora i prezzi fino a che o si indebita con le banche per tirare avanti, oppure fallisce e chiude. E questo perché? Perché il fruttivendolo vende ancora con metodi uguali a quelli di suo nonno, quando lavorava nel 1920! Il mercato oggi non é più quello, gestire le attività costa, non si possono più fare i conti al cliente su di un pezzo di carta.
    Allora non serve piangere sul latte versato oppure dire qui sul blog a gente del settore cose tipo “…ho una bella enoteca nel centro storico con tante belle etichette ed i miei clienti sono tutti notai, avvocati e primari…” oppure che i produttori non devono vendere in cantina o alle fiere di paese. Ma scherziamo?
    Perché invece, voi di Vinarius, non fate un bel gruppo d’acquisto e comprate tutta la produzione al sig. GianPaolo, assicurandogli i pagamenti ed il lavoro per il futuro? Così si creano i volani dell’economia, così si fa muovere il mercato, non tenendo l’Ornellaia da 250 euro a prendere la polvere sullo scaffale.
    Altrimenti facciamo solo delle ciance….Un saluto.

  9. Ho l’impressione che il sig. Paolo stia dicendo delle cose che hanno senso. Le dighe che permettevano ai paesi di avere strutture di mercato e distribuzione sui generis, come è il caso dell’Italia che ha una struttura antiquata e costosa rispetto alla maggior parte dei paesi europei, sono crollate quando i mercati europei si sono dovuti aprire al resto del mondo, specialmente Cina e India. Ci sono degli interi settori produttivi, ad es. il calzaturiero, che sono stati spazzati via nel giro di due o tre anni. Eppure erano dieci anni che lo sapevano che le barriere doganali sarebbero state rimosse ad una certa data. Ma molti non hanno fatto nulla.
    E’ solo un esempio, ma vale per sostenere la tesi del sig. Paolo: il mondo per come è messo adesso, non consente più rendite di posizione, tranne quei settori particolari che stanno attaccati alle loro posizioni con le unghie e con i denti e che per la loro speciale conformazione ancora non sono stati aperti.
    E’ per quello che io dico: reinventiamoci, tutti, se vogliamo continuare ad esistere. Ci sono dei problemi ma ci sono anche opportunità per chi le saprà cogliere.
    Io, per es., sono assolutamente convinto che tutta la struttura logistica-distributiva del vino sia insostenibile: costi alti, servizi pessimi. Oggi, una enoteca deve comprarmi almeno 300-400 euro di imponibile perché io gli possa offrire il porto franco. I corrieri sono cari e inaffidabili. Gli agenti di commercio spendono la metà (almeno) del tempo a cercare di incassare fatture scadute da mesi. Tutto questo costa, e non rende nulla.
    Troviamo una soluzione a nostra misura. Negli USA il servizio è ottimo, ma le rendite di posizione dei distributori che cercano di impedire la vendita diretta delle aziende (cioè quello che si fa con l’agente di commercio noi in Italia) rendono il mercato illiberale (seguire il blog di Tom Wark, Fermentation, per capire qual’e’ la situazione).
    Quale potrebbe essere la soluzione: offrire il massimo del servizio all’enoteca o al ristorante, non passando attraverso un terzo anello della catena, ovvero il distributore, che porterebbe solo ad un aumento delle spese, ma consorziando i servizi di logistica, amministrazione, e anche vendita, perché no? Però, se dietro la corresponsione di un servizio di alto livello non c’e’ il rispetto rigoroso delle regole da parte della controparte, nulla è fattibile o ipotizzabile.
    In una società evoluta dovrebbe essere lo Stato ad imporre il rispetto delle regole, ma da noi così non è, quindi non vi è altra strada che scavalcarlo e trovare intese dirette interprofessionali. Per questo ben vengano associazioni come Vinarius, che sono in grado di rappresentare molti associati e con le quali si potrebbe instaurare un discorso in questo senso. Ma mi domando? C’e’ l’interesse, oppure a qualcuno fa comodo conservare lo status quo?

  10. @GianPaolo
    Meno male che almeno lei, avendo dei dubbi, si pone anche delle domande e ci ragiona sopra. Ha colpito esattamente nel segno: tutta la filiera va ricollocata, glielo dice uno che da 10 anni é nella distribuzione. Ma sono talmente tante e tali le persone da scomodare che ci vorrebbe una legge del governo, il quale ora é impegnato a fare ben altre cose. Intanto qualcuno al governo potrebbe spiegarci come mai l’agente di commercio può scaricare tutta l’IVA dei carburanti ed i distributori/trasportatori no. Allora bisogna fare sempre da soli, tirandosi su le maniche con tanta, tanta fatica. Facendo una rapida analisi macroeconomica del settore logistico-distributivo, noterà subito che le piattaforme, ovvero i centri di smistamento, sono tutte in prossimità dei grandi centri urbani o degli hub aeroportuali. Ma lei mi insegna che quasi sempre la campagna, per non parlar della collina e della montagna, é ben distante dalla città dove lei deve far arrivare la sua merce. Al massimo può dirottarla verso un piccolo corriere, perché lei, al contrario delle 10/15 grandi aziende vitivinicole italiane, non dispone certo di autotreni. I suoi vicini di vigneto o di campo, presumo facciano altrettanto. Ecco che qui può scattare, dopo aver vinto l’atavica diffidenza contadina, la sinergia: consegnare tutti allo stesso corriere che farà uscire dalla vostra provincia/regione le derrate agricole tutte insieme, magari con un trasporto refrigerato. Ci vuole del tempo, tanto fiato sprecato per far capire alla gente che un sistema così funziona, ma si può fare. Si tagliano dei costi ed i prezzi scendono. E vogliamo anche dire che costa meno far fare i cartoni tutti insieme dallo stesso scatolificio? Così come le etichette, i tappi e le bottiglie?
    Ma questa é tutta un’altra storia…
    Un saluto

  11. Mi scuso con Ziliani se adesso uso il suo blog per dialogare con Paolo, mi riprometto di fare un post sull’argomento, che mi interessa tanto da aver deciso di investirci dei soldi sopra, già da qualche tempo.
    In effetti è così, il nostro maggior freno, a livello di paese, non sono, o comunque non sono soltanto, le leggi non adeguate, la non applicazione di quelle che esistono (vedi regolarità dei pagamenti: una barzelletta), le infrastrutture – che pure sono in stato pietoso. Il limite maggiore è la incapacità di fare sistema. Mi rendo conto che è una frase contenitore tra le tante ormai usate, abusate e logorate tanto da aver perso il suo significato e presa nell’interlocutore. Ma fare sistema in pratica significa una cosa: saper lavorare insieme per obiettivi comuni, pur, anzi sopratutto, tra “concorrenti”. Una delle cose che la globalizzazione ci dovrebbe almeno aver insegnato è che non esistono i concorrenti, esistono quelli che riescono a dare servizi (o beni) di alto livello a prezzi giusti, e quelli che non ci riescono. Ecco, per fare questo oggi bisogna investire in azioni che consentano di superare la piccola scala, senza perdere l’identità.
    Per la mia esperienza, ogni qualvolta questo succede, in ogni campo e settore, immediatamente si liberano energie e sinergie formidabili, capaci di proiettare di colpo coloro che ne beneficiano tre o quattro gradini al di sopra di quelli che invece non ne fanno parte.
    Ma ci ritornerò sopra in maggior dettaglio sul settore che qui sta a noi a cuore, il vino.

  12. ASSOVIVE
    Associazione Vitivinicole Verticali

    Segreteria Assovive
    il segretario

    A commento, approvazione, e ringraziamento , delle recenti dichiarazioni rese dal Presidente della Associazione Enoteche Signor Francesco Bonfio, in ordine alle caratteristiche strutturali del sistema distributivo costituito dalle enoteche, paragonato a quello costituito dalla GDO.

    L’Associazione Assovive , nata per rappresentare e tutelare l’esistenza delle imprese vitivinicole verticali , è in dovere di esprimere incondizionata adesione alla dichiarazione dell’Associazione Vinarius espressa dal suo Presidente , signor Francesco Bonfio.
    Noi, che siamo viticoltori e cantinieri contemporaneamente, riteniamo che il complesso delle enoteche sia il vero cardine del sistema distributivo che ci riguarda .
    Cardine indispensabile, per noi.
    Per altri , può anche darsi che fungano da stampella altri sistemi di distribuzione.
    Per noi, no.
    Perché riteniamo che la funzione di illustrare al pubblico quello che noi costruiamo in campagna e in cantina debba essere affidata a uomini soli , determinati dall’orgoglio di professione a sostenere l’insegna della propria ditta contro ostacoli apparentemente insormontabili : la gran parte di loro sa che la liquidazione della propria attività consentirebbe investimenti monetari ben più remunerativi del lavoro quotidiano che conducono con fatica. Se continuano, è perché valutano il lavoro più del denaro.
    A questa gente, noi viticoltori e cantinieri , ci sentiamo simili.
    A questa gente noi abbiamo da sempre affidato la presentazione al pubblico del nostro lavoro.
    Non ad altri.
    Ad altri affidi il prodotto chi crede in affermazioni momentanee , chi può contare su proventi diversi dalla remunerazione del lavoro, chi importa da Paesi di diverso costume e di inesauribili risorse . Talvolta anche immorali risorse.
    Ad altri; che ormai non sappiamo più nemmeno chi siano, a chi appartengano , con quale denaro operino , dove piazzino il denaro che il consumatore loro consegna.
    Ad altri; che sembrano dilagare in una società ancora imbelle, ancora sedotta da piccoli orpelli , simile in questo ai primitivi cupidi di collanine e lustrini.
    Ma noi crediamo che la catena costituita da chi lavora a cose vere , nel vigneto, in cantina , nell’enoteca , sia catena a prova di usura e pensiamo che finirà per arginare i falsi valori .
    Perché quella catena è stata costruita a dispetto di difficoltà che sembravano insuperabili, non ultima l’indifferenza che più volte è diventata ostilità della pubblica amministrazione .
    Chi ha costruito in quelle condizioni, alla lunga vince la partita.
    E che vincano, questo è augurabile da parte di tutti gli onesti , perché il consolidamento dell’attività nelle mani di uomini che hanno salvato –da soli – la viticoltura italiana dalle pestilenze, costituisce ammirevole contributo al costume pubblico.
    Infatti, l’esempio offerto a tutti da coloro che valutano il proprio lavoro più del profitto d’impresa, supera i ristretti confini del settore economico dove opera quell’impresa.
    Per queste considerazioni che ognuno di noi imprenditore conosce – anche se tiene sopite in se stesso- riteniamo di costituire noi la spina dorsale dello Stato .

    Ettore Mancini

  13. Sarebbe sempre il caso di non dimenticare mai quelli che all’alba vanno a faticare appunto in vigna, a zappare a mano, a tagliarsi le dita e le mani, a resistere al lavoro anche con la febbre alta, senza sabati e spesso ne’ domeniche o feste che sono comandate chissa’ perche’ solo per gli altri. Gente che non merita di essere bistrattata dalle matite lunghe, dai cosiddetti colletti bianchi, dagli sceicchi del computer, dai gabellieri di stato e dagli strozzini. L’ho letto tutto d’un fiato l’intervento di Ettore Mancini e mi proporro’ di rileggerlo ancora due o tre volte con piu’ calma, ma intanto mi godo questa bella ventata d’aria fresca e gli stringo forte la mano.

  14. Discutere è assolutamente importante: tutti dobbiamo cercare di capire come creare un futuro per le nostre imprese.
    Rinvio ad un momento di ulteriore riflessione maggiori approfondimenti, ma specifico solo alcune cose.
    1 – Il problema non è la vendita in cantina da parte del produttore in quanto tale, ma il prezzo a cui questo vende a chiunque gli si presenti. Dall’Alto Adige in giù è PRASSI che il produttore venda ai privati allo stesso prezzo con il quale vende alle enoteche; non si preoccupa neppure di sapere A CHI VENDE, e sono ormai frequentissimi i casi di concorrenti che, sotto un comodo anonimato, vanno in cantina fingendosi turisti e acquistano per poi rivedere proprio laddove qualcun altro si è imnpegnato per diffondere quale marchio nel nome del produttore.
    2 – Le aziende sono libere di impostare la loro politica commerciale come vogliono, purchè sia chiaro il metodo.
    Se si avvalgono di agenti, questi non devono poi fare anche i distributori di sottobanco sia ai ristoratori che ai privati. Se l’azienda vende anche in cantina, non può permettersi di scavalcare tutti vendendo a privati o a ristoratori senza dirlo nè all’agente nè all’enoteca di zona. Se si invocano le regole, queste devono valere per tutti.
    3 – Ben venga una alleanza tra aziende ed enoteche, dato che tutti sappiamo quanto sia vero il dramma dei costi e del servizio dei corrieri, e quanto sia ormai allucinante rincorrere i ristoratori nei loro giorni di chiusura, uscite impreviste, malumori, e via dicendo. POer quanto riguarda i pagamenti, il disastro nasce dal fatto che il “favor debitoris” cui è informato il nostro ordinamento giuridico è stato distorto al punto da tutelare i disonesti e mettere in pericolo tutti gli altri operatori.
    Ma chi, associazioni sindacali in testa, ha mai sollevato questo problema?
    Forse sarebbe il caso di farlo.
    4 – Sassicaia e Ornellaia, nelle enoteche normali e non nelle pseudo gioiellerie, non costano 250.00 euro. Ma è vero, anzi, verissimo, che in questi ultini anni a molti, enotecari compresi, è mancato il coraggio della trasparenza, della ricerca, della proposta innovativa; troppi giornalisti hanno parlato solo di vini elitari, arrivando a magnificare bolle di sapone piuttosto che vini figli di questo benedetto paese. Su una bellissima rivista di oggi, supernonimata negli ambienti bene del vino, si parla di Vini dell’Etna a 60 euro a bottiglia, mentre Wine Spectator parla di Brunello di Montalcino raccontandone con emozione la storia prima che il prezzo.. Qualcosa non torna.
    Meno gente parli del vino, più gente seria ci lavori. Patrizia

  15. La marca è uno strumento importantissimo di identificazione, di garanzia e di comunicazione del sistema dell’offerta. E’ una leva fondamentale per la creazione di valore nei mercati competitivi, permette di far emergere un prodotto creando una immagine “esclusiva” e quindi di agire sulla percezione del valore da parte del Cliente finale.
    La marca è una combinazione di nome, simbolo e design che viene utilizzata per identificare i beni e i servizi di una azienda e per differenziarli da quelli della concorrenza.
    Nella prospettiva del consumatore le dimensioni rilevanti per creare il “valore di marca” (brand equity) sono principalmente due: la notorietà della marca (brand awareness) e l’immagine di marca (brand image).
    Le caratteristiche del consumatore odierno, fra cui spiccano la frammentazione, i valori, il polisensualismo, la ricerca di esperienze ed emozioni, il rapporto prezzo-qualità, la dimensione sociale e il consumo critico, il ricorso al web, etc., inducono a nuove interpretazioni del mercato.
    Il consumatore tende a sperimentare varie modalità di acquisto e di consumo, in cui la marca, i luoghi e i tempi di approvvigionamento e d’uso del prodotto possono assumere nuove e importantissime valenze.
    Alcune caratteristiche strutturali e competitive, come l’elevata frammentazione dell’offerta, l’aumento della presenza nella GDO, la crescente competizione internazionale, l’innovazione del packaging, pongono il ns. settore in una condizione particolare.

    Gli strumenti di comunicazione sono certo molteplici, ma per un settore come quello enogastronomico non tutti sono facilmente utilizzabili.

    Da una recente ricerca sulla funzione di comunicazione del packaging emerge che mezzo, luogo e tempo privilegiati dal consumatore nella comunicazione del vino sono dati dalla confezione esposta nel punto vendita al momento dell’acquisto. Il consumatore si trova a dover scegliere in pochi secondi e lo fa sulla base di un processo in cui diversi criteri (principalmente prezzo e occasioni d’uso) agiscono da fattori principali di scelta, ma in cui la marca (nome del produttore) nella maggior parte dei casi non sembra apparire come fattore rilevante: spesso è la percezione del packaging nel suo complesso ad influenzare la decisione finale.

    Nel mercato del vino non è chiaro che cosa rappresenti il brand per il consumatore: spesso emerge che i consumatori sovrappongono i diversi livelli di denominazione, nome del produttore, regione di provenienza, vitigno, tipo di prodotto, etc., fattori che per consumatori diversi assumono significati diversi.

    A questo proposito neppure la scelta dei produttori in tema di packaging risulta uniforme: alcuni puntano a valorizzare il nome aziendale, altri il vitigno, altri la zona d’origine, per cui al consumatore giungono spesso messaggi non omogenei.
    Di fronte a questa confusione del consumatore poco informato è necessario stabilire delle priorità di comunicazione.
    Quali sono i livelli di brand da veicolare? E in quale ordine?
    A mio avviso il principale livello è dato da tre fattori: il simbolismo, il contenuto culturale e l’aspetto del packaging che mai deve discostarsi dal suo contenuto e sempre deve evocarlo.

    Il problema che vorrei porre è piuttosto inconsueto: è possibile utilizzare un solo brand e un solo packaging per veicolare diversi prodotti di aziende diverse? Io credo di si, se quelle aziende sono accomunate da un medesimo disegno comunicativo che è rappresentato da chi vende quei prodotti al consumatore finale.
    Il ns. progetto (Alter-Eno) mira proprio a questo: fornire alle enoteche nuovi strumenti comunicativi per veicolare non uno, ma tutti i prodotti da loro commercializzati.

    Il Signor Bonfio, al quale proposi la scorsa primavera questo approccio (dopo che la Vicepresidente si mostrò interessatissima e mi invitò a proporlo alla sede nazionale), non rispose neppure alla mia mail.

  16. Se quella del sig. Mancini è una ventata d’aria fresca, allora siamo freschi davvero.
    A me pare un assortimento di luoghi comuni, che mi piacerebbe francamente poter abbandonare, e tornare a parlare di cose serie, come la sig.ra Patrizia accenna.
    Ci sono tanti che vanno al lavoro la mattina, e che si fanno il loro bel mazzo, con o senza le mani tagliate, che mi pare persino poco giusto enfatizzare il lavoro del vitivinicoltore quasi assimilandolo a una figura eroica. Così come le enoteche, che sono attività commerciali emerite, quando lavorano nell’ambito della correttezza commerciale, e lo stesso discorso può valere per i tabaccai, i negozi di abbigliamento, e persino la GDO, che è un attore indispensabile del mercato quando sa offrire servizi di livello (e ce ne sono, sopratutto all’estero di esempi, per es. Tesco in UK).
    Con tutta questa retorica si va a finire sempre che non si va da nessuna parte. Parliamo di problemi reali e di persone reali, non di eroi o salvatori dello Stato che è meglio.

  17. Mai stato cosi fiero come lo sono adesso di essere stato definito “retorico”… ma forse ho dimenticare anche di dire che in una bottiglia di vino c’e’ pure il vino, ma per fortuna che c’e’ il sogno!

  18. …persone reali tra cui gli “archeologi” del vino, caro Gianpaolo, di cui son fiero di far parte, martelletto per fossili in pugno. Bando agli scherzi, aggiungo alla tua nota positiva su Tesco in UK, che condivido, anche una nota positiva su Auchan in Francia.

  19. @Pierpaolo Paradisi
    Non so se un solo brand ed un solo packaging funzionerebbe, ha già avuto riscontri?
    Io ho esperienza di un gruppo di vignaioli piemontesi, con idee e finalità molto simili, che hanno messo i loro prodotti sotto un unico marchio (Trimilli) pur mantenendo le loro etichette, sfruttando anche una piattaforma comune di distribuzione.

  20. @ Paolo
    Si, abbiamo i riscontri di molti 9 di sperimentazione, in provincia di Varese, a pcohi chilometri dalla sede della Whirlpool, del CCR di Ispra e a una manciata di km dalla Svizzera … esperienza poi clonata e declinata in alcune varianti.
    Tenga presente che il progetto riguarda “direttamente” le enoteche … non parlo di accomunare aziende sotto uno stesso ombrello, ma enoteche, come ad esempio quelle associate sotto il marchio Vinarius, visto che loro si parlava.
    In altre parole lei immagini di avere una enoteca – con tutti i problemi di cui si è ampiamente detto – e di avere a disposizione la serie di scatole con le ruote della degustazione da noi prodotte – una serie di modelli di ruote didattiche che riguardano non solo il vino, ma anche la birra, lo champagne, i formaggi, il miele, il caffè, il cioccolato, l’olio e.v. d’oliva, e poi la grappa, i sigari, etcetera.
    Spiazzerebbe la concorrenza, questo è certo. Gli altri hanno gli stessi vini e capperi e quant’altro? si, ma noi abbiamo un packaging inimitabile innovativo, affermato, e sopratutto didattico, che è l’aspetto che ne innalza lo spessore.
    Tutto qui. Le aziende vengono accomunate sotto lo stesso brand, di volta in volta in soluzioni e proposte diverse, dall’esercente l’enoteca, grazie al packaging.
    L’esperienza di cui parlava lei (Trimilli) è altro.
    Alter-eno è alter … appunto ;o)

  21. Avevo capito che il brand unico riguardasse i produttori di vino, non i rivenditori. Capisco che lei tiri l’acqua al suo mulino, senza offesa, ma si é chiesto come mai in Italia impazza il franchising delle mutande, ma non esiste quello del vino?
    La risposta potrebbe essere interessante…

  22. Certo il rischio di passare come quello che pensa solo a “domo sua” è evidente, eppure cerco di non considerarlo: la mia proposta viene raccolta se non da Vinarius (peccato), da altre realtà, fra cui anche altre enoteche. Se lei aveva capito male non mi sento di assumermene la responsabilità: l’ampio commento lo spiegava nel dettaglio (…Da una recente ricerca sulla funzione di comunicazione del packaging emerge che mezzo, luogo e tempo privilegiati dal consumatore nella comunicazione del vino sono dati dalla confezione esposta nel punto vendita al momento dell’acquisto…).
    I “tentativi” di franchising del vino esistono eccome (veda su internet), e in alcuni casi sono anche assai interessanti solo che nella loro rete commerciale possiamo riscontrare: medesimo brand e allestimento del locale, stessi articoli enogastronomici e … poco altro. E poichè di allestitori è pieno il mondo, così come di prodotti enogastronomici, come differenziarsi dalla concorrenza? Come si diceva in un commento su riportato: come differenziarsi se tutti hanno gli stessi vini, capperi, etcetera? La ns. proposta è quella di inserire la ns. produzione ludico-didattica.
    Ora, lo ripeto, credo che se la vicepresidente di Vinarius mi scrive dicendomi di essere “molto interessata e che ci possono essere gli estremi per una collaborazione a livello nazionale”, mi invita a riferire al Presidente, e io lo faccio, e non ricevo risposta alcuna … lei al posto mio che penserebbe?
    Un “no, grazie”, magari a ragion veduta, visto l’interesse di “altre importanti realtà nazionali ed estere”, o almeno per educazione, non si dovrebbe negare a nessuno: non credo che di proposte simili ne arrivino tutti i giorni al Signor Presidente … o forse c’è dell’altro? Quale altro?
    Forse le mutande di Stormhoek? Forse … bà, non saprei, Meregalli? Solo perchè vogliamo aprire una ns. sede in quel di Monza vicino al Tempio?
    Io ho smesso da tempo di mettermi nella testa degli altri per cercare una giustificazione a tutto: prendo atto che il Presidente di Vinarius non è intenzionato ad inserire i ns. articoli nella loro rete di enoteche e, qualora una di quelle enoteche mi chiedesse i miei articoli, singolarmente ovvero oltre-vinarius, gli risponderò di no, e di andare a chiedere conto del mio rifiuto al suo presidente. Che glielo spiegasse lui ai suoi associati il motivo per il quale ci snobba. E offra loro in alternativa qualcosa che possa in qualche modo sostituire i ns. articoli, se ne ha la possibilità: un packaging assolutamente originale e inimitabile (è stato tutto brevettato).
    Non so se, come da lei auspicato, la mia risposta le risulta interessante, tuttavia è questa.
    I cambiamenti e le novità vengono vissuti da alcune realtà con paura.
    Mentre altre realtà si valutano e poi si buttano a capofitto.
    Tutto qui.“Lei da chi vorrebbe essere rappresentato, da una associazione pachidermica lenta e contenta di crogiolarsi nel suo solito stagno fangoso o da una tigre esploratrice?

  23. In effetti sono stati solo dei tentativi, perché dal punto di vista economico non c’era neanche un’idea di progetto, al di là del fatto di poter usare o meno il vostro packaging.
    Ho smesso da tempo di farmi rappresentare ed agisco in prima persona mettendoci la faccia.

  24. Ecco, l’ha detto Lei, in genere manca l’idea di un progetto.

    Un anno fa, all’incirca, una di queste reti di franchising ci chiese (ma rifiutammo) di diventare ns. affiliato, … mi sono messo nei panni di quei loro affiliati e mi sono domandato: ma non si fa per caso un passaggio “economico” in più? Chi me lo fa fare di affiliarmi a te se poi tu devi andare da altri? Vado io direttamente da Alter-Eno…

    Vinarius non è una rete di franchising, ci interessava per questo.

    Il patrimonio di un franchising, spesso si dimentica, è costituito dal cosidetto “know-how”, che è tanto prezioso da essere “segreto e riservato”.
    Ebbene La sfido a chiedere ai vari franchising presenti sul mercato copia di questo fantomatico know-how: riceverà il listino prezzi, qualche brochure … e poco altro.

    La faccenda che stiamo liquidando col termine del ns. “packaging” in realtà sottende ad un progetto molto più articolato che per ovvie ragioni non posso illustrare in questo commento ma che, dal ns. sito, è possibile comprenderlo.

    A volte, sottolineo a volte, farsi rappresentare dalle persone giuste può essere molto importante, non dico per la faccia, ma anche per le capacità di incidere nel mercato in maniera più efficace di quanto non sia possibile da se stessi e da soli. Una associazione di categoria è a questo che dovrebbe servire.

    Tutto qui … con rammarico per loro … ;o)

  25. Una parte della verità sta nel fatto che in Italia tutti vogliono fare i generali e nessuno i soldati semplici.
    Comunque mentre i vari gruppi di enotecari parlano e parlano, la GDO va avanti come una schiacciassassi e nessuna cerca di fermarla…

  26. E mannaggia … lei ha proprio ragione …
    Le dirò, .. io, se vuol sapere ciò che penso di me e del mio lavoro, come mi presento … io non sono altro che un semplice artigiano, con un pò di anni alle spalle di esperienza nel mondo dell’hotellerie, della didattica e della pedagogia, certo, ma niente di più che un artigiano che ha avuto l’idea di rendere accattivante ciò che era considerato noioso.
    E’ questo ciò che sono … niente di più. Non sono un degustatore, non mi sento affatto esperto come tanti che vedo in giro, non faccio parte dei circoli enoici … non faccio 15 km per andare ad assaggiare questa o quella bottiglia, preferisco stare a casa con i miei cani … insomma non ho da insegnare niente a nessuno. Davvero …
    Il mondo potrà fare certo a meno di un altro sommelier e guadagnare un nuovo artigiano che, lo ricordo, è una categoria “davvero” in via di estinzione …
    Ho solo preso atto del “vuoto” lasciato nel comparto della presentazione e della divulgazione enogastronomica ed ho realizzato questa produzione, non da generale, mi sembra, forse nemmeno da soldato semplice … ma solo come un magazziniere che chiama la truppa e dice loro: ragazzi, guardate un pò cosa ho trovato qui …
    Ora farlo capire al comparto delle enoteche, che vivono ogni novità con diffidenza, mi creda, è cosa ardua.
    Il mondo della presentazione del vino è condannato a non avere senso non perchè l’abbia voluto, ma a causa di chi ce l’ha trascinato …

  27. Pingback: Le confessioni di un enotecario pentito | Azienda Agricola Stefano Berti

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