Amarone della Valpolicella 2003: ma quale “grande annata” !

Mi costa molto ammetterlo, ma questo mondo del vino italiano, al quale ho pure dedicato oltre vent’anni della mia vita e del mio lavoro di giornalista, io non riesco proprio più a capirlo e mi appare sempre più lontano dal mio modo di pensare, pieno com’è di contraddizioni e di misteri insanabili.

Sabato 10 febbraio sono andato a Verona per la degustazione di oltre una cinquantina di campioni di Amarone della Valpolicella dell’annata 2003, annata che anche i bambini ricordano come torrida e siccitosa e per tutto il periodo estivo priva di escursioni termiche tra il giorno e la notte, “sahariana nei mesi di luglio, agosto e settembre” come la definisce ancor oggi l’enologo Daniele Accordini, caratterizzata, da un punto di vista viticolo, a parlare é l’agronomo Paolo Fiorini, da estesi fenomeni di “defogliazione dei vigneti ei di appassimento dei grappoli” di uva direttamente sulla pianta, da stress idrici che colpirono gli italici vigneti dalla Valle d’Aosta alla Sardegna. Sono arrivato a Verona, nel palazzo della Gran Guardia e prima degli assaggi cosa mi sono sentito raccontare ?

Di fronte a me e ad una serie di giornalisti, italiani ed esteri, che si ricordavano perfettamente l’anomalia, l’irregolarità, l’assurdità (come vogliamo definirla ?) di un’annata del genere e la straordinarietà delle condizioni in cui poterono maturare (quando maturarono compiutamente) le uve, il presidente del Consorzio tutela vini Valpolicella, nonché amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini e della Bertani, l’enologo Emilio Pedron ha testualmente affermato, come se niente fosse, che quella 2003 va considerata a tutti gli effetti come una “grande annata”, con uva sana e ben matura, “condizione che si verifica raramente in Valpolicella”.

Pedron inoltre, riferendosi alle scelte del mondo vitivinicolo valpolicellese, che in occasione della vendemmia 2006 ha deciso di mettere a riposo per l’appassimento, destinata all’Amarone e al Recioto della Valpolicella, la cifra monstre di 236.000 quintali di uva su un totale di 628 mila raccolte, ovvero una percentuale incredibile del 37,57% (che era stata del 26,54 in occasione della vendemmia 2005, del 24% nel 2004, del 26,82 nel 2003 e del 21,91% nel 2000), ha poi tenuto a dirci che “nelle annate buone è giusto mettere via riserve in cantina”, come se costituisse un fatto normale e non del tutto anomalo e assurdo mettere a riposo in annate come il 2003 ed il 2006 rispettivamente quasi un trenta per cento ed un quaranta per cento del totale delle uve raccolte in Valpolicella.      

Pedron, nella relazione presentata nel corso del convegno che aveva preceduto la degustazione di sabato 10, aveva poi affermato, testualmente “siamo qui per confrontarci, per riflettere e per vedere se è possibile conciliare il bisogno di maggior rispetto del territorio, con la sua storia e le sue tradizioni, con l’esigenza di sviluppo e di crescita economica” e che “le caratteristiche dei vini prodotti – eleganti e piacevoli, tornano ad essere di attualità e di moda dopo anni di strapotere dei vini pesanti” e che questo elemento, con il loro costo equilibrato, la quantità disponibile intesa come valore di massa critica, diventa un ulteriore vantaggio competitivo non solo per la Valpolicella ma per tutto il territorio di Verona”.

Belle parole, peccato che alla prova dei fatti, ovverosia dell’assaggio di tutti gli Amarone della Valpolicella targati 2003, della “grandezza” dell’annata proclamata trionfalmente da Pedron non appaia minima traccia e che un esame meditato dei numeri e dei riscontri statistici, con quella incredibile escalation della quantità di uve (ovviamente le migliori) destinate all’appassimento, (passate in vent’anni dai 53.000 quintali del 1985 ai 117 mila del 2000, ai 162 mila del 2003 sino ai 236 mila del 2006) faccia viceversa pensare che in Valpolicella stiamo letteralmente perdendo la Trebisonda e si divertano a descrivere una realtà immaginata o sognata ben diversa da quella reale.


Pedron ci ha detto che “Ogni successo duraturo ha radici profonde e solide” e che “un vino ed un territorio non possono crescere senza caratteristiche vere e solidali”, ma il fatto è che dalla degustazione a mio avviso è emerso un Amarone della Valpolicella tutt’altro che grande, dall’identità solida e ben delineata, capace di imporsi sul mercato grazie a caratteristiche inconfondibili che lo rendano unico ed inimitabile e che possano pertanto indurre i mercati ad orientarsi solo sul grande rosso della Valpolicella se desiderano un vino che sia espressione della tecnica di appassimento non di uve qualsiasi, bensì di quelle che storicamente vengono allevate nella magnifica zona collinare veneta.

Vino, l’Amarone della Valpolicella 2003, che mostra davvero, come ci ha decantato Pedron, “doti di piacevolezza maggiori a quelle di altri grandi rossi italiani come il Barolo ed il Brunello di Montalcino” ? Ma quando mai ? Nonostante la vendemmia precoce, i tempi ridotti di appassimento nei fruttai, con l’avvio della pigiatura anticipato rispetto al solito, la stragrande maggioranza degli Amarone della Valpolicella che ho avuto modo di degustare, in un wine tasting faticoso, noioso, scarsamente privo di soddisfazioni, apparivano inguaribilmente segnati e condizionati e bloccati nella loro espressione dall’andamento dell’annata 2003, dal caldo eccessivo, dalla sovramaturazione e dall’appassimento delle uve che si era prodotto già in pianta prima che i grappoli finissero nei fruttai.

Vini, tantissimi, dal tenore alcolico esagerato e quel che è ancora peggio non bilanciato da una sufficiente fruttuosità dei vini, da un’acidità calibrata, da doti di freschezza e di sapidità, con i 15 gradi ed i 15 gradi e mezzo a costituire la norma, ma con punte di 16 e di 16,5 che portavano il prodotto finale più nell’ambito del distillato che del vino da bere, vini dove la ricerca spasmodica della concentrazione, della potenza, dello spessore massiccio, del colore impenetrabile, del “muscolo” costituiscono ancora – altro che vini “eleganti e piacevoli che secondo Pedron sarebbero tornati “di attualità e di moda” anche in Valpolicella – la norma. E poi, ma il presidente del Consorzio non li ha assaggiati, non ne conosce l’esistenza ?, vini in quantità dal residuo zuccherino eccessivo, che li porta ad essere ben più Recioto che Amarone della Valpolicella e ne rende difficilissimo l’apprezzamento e l’abbinamento a tavola, vini concentratissimi e marmellatosi, pesanti, fiacchi, privi di nerbo, molli, dal profilo aromatico non ben definito e privo di fascino, spesso oppressi da aromi di tostatura di caffè, di legno nuovo, che poi puntualmente si ritrovano noiosi e opprimenti ancor più in bocca, con le note amare, asciutte, astringenti che ti mordono le gengive e sanciscono un’insanabile disarmonia e che ti fanno pensare di essere nel Massiccio centrale francese, oppure in California e non sulle dolci colline e sulle marogne della Valpolicella.

E, alla faccia della grandezza dell’annata, della piacevolezza superiore a quella di Barolo e Brunello di Montalcino, quanti tannini verdi, quante note verdi, pungenti, aggressive, spesso di verdura cotta, quanta durezza – ma l’Amarone della Valpolicella non doveva essere dolce il giusto, suadente, avvolgente, succoso ? – nei tannini, oppure, paradossalmente, quanta mollezza, da vino snervato, senza spina dorsale, senza articolazione, pesante già dopo una sola sorsata, dove la piacevolezza è solo un sogno, in troppi vini degustati!

Ma siamo ben sicuri, anche di fronte ad indici positivi e incoraggianti quali l’aumento del prezzo delle uve e dei vini e del valore della produzione di uva per ettaro in occasione dell’ultima vendemmia, nonché le alte quotazioni di un ettaro di vigneto, che le crescenti quantità di Recioto e soprattutto di Amarone della Valpolicella prodotte, passate dai due milioni e mezzo del 1998 ai tre milioni e seicentomila del 2001, ai quasi cinque milioni del 2003, con le previsioni di quasi sei milioni per l’annata 2004 e di oltre otto milioni (otto milioni!!!) per l’annata 2006, verranno recepite e accettate dai mercati ? E soprattutto siamo certi che i mercati internazionali che sinora hanno dimostrato interesse per l’Amarone della Valpolicella avranno ancora voglia di pagare caro (altro che “costo equilibrato” !) vini che di valpolicellese, di bevibile, elegante, piacevole, godibile hanno ben poco, uniformati come sono ad uno stile che continua ad essere ben più internazionale e pensato per épater le guide e la stampa americana che concepito a misura di consumatore pagante?   

Certo, i numeri della Valpolicella, con i 439 fruttati per l’appassimento dell’uva, le 1239 aziende che producono uva destinata all’Amarone, con i 143 milioni di euro di valore delle giacenze dell’Amarone della Valpolicella in cantina, sono impressionanti, ma con la tipologia del Ripasso che tende quasi a “cannibalizzare” il Valpolicella Doc e la tendenza a mandare in appassimento tutto, anche la lucidità di analisi e la lungimiranza delle strategie, come si può mai essere ottimisti sul futuro di questa bellissima zona vinicola ?

Fortunatamente vini buoni, non straordinari, non sono mancati, voglio citare il Valpantena Villa Arvedi di Bertani, dal bel naso espressivo, fresco, elegante, il San Giorgio di Carlo Boscaini, succoso, godibile, piacevolissimo, e poi i vini di Cà Rugate, Corte Rugolin, la Marea delle Salette, minerale, polputo, il sorprendente Capitel della Crosara di Montresor, equilibrato, dolce il giusto, complesso e vivo nei profumi, il Campo dei Gigli di Tenuta Sant’Antonio, e poi ancora i vini di Santa Sofia, Sartori, l’Amarone di Marchetto di Trabucchi, tutti i vini, soprattutto l’ottimo Capitel Monte Olmi, l’Amarone base e ultimo La Fabriseria, di Tedeschi, e poi sul coté dei vini più grassi e imponenti, i vini di Roccolo Grassi e l’Acinatico di Accordini, che hanno uno stile che non mi entusiasma, ma possiedono un’innegabile coerenza stilistica e sanno quello che vogliono ottenere e colgono l’obiettivo in pieno.

Ma se su quasi sessanta vini più di quaranta non convincono, e non perché siano giovani e abbiano bisogno di maggiore evoluzione in bottiglia, ma perché sono figli ed espressione fedele di un’annata caldissima, eccessiva, da dimenticare e non da ricordare, come quella del 2003, ma come diavolo si fa, perbacco, a parlare, come se niente fosse, come se davanti a te ci fossero delle persone che non capiscono niente, che non hanno palato, senso critico, memoria, pronte a recepire come fossero dei diktat o delle veline da diffondere le opinioni del presidente di un Consorzio, di “grande annata” ? Come diceva il buon Totò: “ma mi faccia il piacere” !

p.s. vedo con piacere che é d’accordo con me anche l’amico Roberto Giuliani, animatore del sito Internet Lavinium, che sul suo blog Esalazioni etiliche, così scrive, a proposito della degustazione degli Amarone della Valpolicella 2003 e della comica presentazione del 2003 in Valpolicella come se si trattasse di una "grande annata" e raddoppia con questa meditata riflessione pubblicata su Lavinium

0 pensieri su “Amarone della Valpolicella 2003: ma quale “grande annata” !

  1. Credo che la risposta alla domanda sia tra le righe di quanto detto: quando arrivera’ sul mercato tutto l’Amarone prodotto dopo il 2003, cosa se ne faranno di quello di annate considerate non all’altezza? Basta dire invece che quello del 2003 e’ splendido e svuotare le cantine! Mi pare piu’ un’operazione di marketing che seria informazione sulla reale situazione della Valpolicella.

    Antonio

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