Assurdità enologiche: 4800 ettari vitati rendono la Sicilia la capitale del Syrah italiano

Lo so benissimo, me lo ripeto da solo e non c’è bisogno che me lo ricordino anche gli altri, che è assurdo, non tanto per quanto questa regione avrebbe da dirmi per la sua produzione vinicola, ma per i tesori artistici, architettonici, ambientali che mi sono perso, essere arrivato alla soglia dei cinquant’anni e non avere ancora messo piede in Sicilia.

Però, poiché i miei spostamenti su e giù per l’Italia sono in gran parte legati al mio lavoro di cronista itinerante del vino, a spunti e occasioni realmente interessanti per ricavare degli articoli, non mi è difficile trovare alibi e validi pretesti per giustificare il fatto (oggettivamente increscioso) di continuare a tenermi lontano, nonostante il mio amore per il Marsala, i bianchi dell’Etna, il Passito di Pantelleria, per vini strepitosi che nel cor mi stanno come il Faro Palari dell’architetto Geraci, dalle sicule sponde.

Il fatto è che questa Sicilia del vino di oggi, questa particolare entità vinicolo – enologica che è venuta configurandosi da una quindicina d’anni a questa parte, non solo non riesce ad entrarmi nel sangue e non mi emoziona né coinvolge, ma non la capisco proprio, le vedo legata a ragioni che la mia ragione non conosce e non comprende, a logiche, se di logica si può effettivamente parlare, a mio avviso inafferrabili.

Una conferma, l’ennesima, di questa convinzione, mi è arrivata dalla lettura di un interessantissimo saggio, Excursus sui vini monovarietali da Syrah in Sicilia, opera di due studiosi attivi nell’ambito dell’Istituto Regionale Vite e Vino di Palermo, Salvatore D’Agostino e Stefano Grifo, pubblicato sul numero 6, luglio-agosto, del mensile di viticoltura ed enologia VQ, diretto dalla figlia d’arte Costanza Fregoni.

In questo articolo, serio, documentato e dall’approdo multidisciplinare, informativo, divulgativo, ma anche scientifico, visto che sono stati analizzati e sottoposti a screening qualcosa come 32 Syrah monovarietali prodotti in Sicilia, si possono leggere alcuni dati che hanno, a mio modesto avviso, dell’incredibile.

Si legge difatti che il Syrah, arrivato in Italia solo a metà degli anni Ottanta”, e reintrodotto in Sicilia verso la fine dello stesso decennio “nell’ambito di un programma dell’Istituto della Vite e del Vino volto all’ampliamento della piattaforma ampelografico regionale”, attualmente conta in Sicilia su qualcosa come 4800 ettari, pari al 4,1% della superficie vitata regionale. Con questa superficie “il Syrah è così diventato il secondo vitigno coltivato in Sicilia, precedendo, nell’ordine, Merlot (3,9%), Nerello Mascalese (3,4%), e Cabernet Sauvignon (3,2%)”.

Ma non è finita, perché passando dalle analisi statistiche alla “fantaenologia”, viene detto che in base a questa vastissima superficie vitata relativa al vitigno simbolo della Vallée du Rhône e dell’Australia, “nell’ipotesi di una resa media in uva di 7 t/ha e in vino del 65%, permetterebbe la produzione di circa 26 milioni di bottiglie in purezza che potrebbero raddoppiare in blend al 50%”.

La “Syrahmania” siciliana provoca come diretta conseguenza che al 31 dicembre 2005 “sono state censite 80 etichette di Syrah monovarietale e 70 di uvaggi polivarietali, di cui ben 39 contenenti Nero d’Avola, mentre 5 etichette sono assimilabili a tagli di tipo bordolese cui viene aggiunto Syrah”.

I produttori siciliani quando decidono di far uso del Syrah in assemblaggio lo utilizzano in una percentuale variabile “tra il 15 e l’80%”, abbinandolo indifferentemente a vitigni alloctoni come Merlot e Cabernet che ad autoctoni quali Frappato e soprattutto Nero d’Avola, che risulta “ingentilito da tagli con Syrah già a partire dal 15% in volume”.
Non avrà ancora raggiunto la popolarità (e la fluviale quantità di ettolitri prodotti e ultimamente svenduti ahimé), del Nero d’Avola, “presente nell’85%, ovvero 160 delle 188 aziende siciliane imbottigliatrici recensite”, il Syrah, ma ben 64 aziende, ovvero il 34%, lo utilizzano diffusamente e con convinzione.

E di fronte a questo scenario, ad una Sicilia che oggi si trova “al primo posto della graduatoria nazionale per la coltivazione del Syrah e del Cabernet Sauvignon e al secondo posto, dopo il Veneto, per quella del Merlot”, per quale motivo io dovrei scendere, da cronista del vino e non solo da semplice turista, nella patria di Verga, Pirandello, Sciascia Franco Franchi & Ciccio Ingrassia ?

Forse per dedicarmi all’assaggio di vini che di siculo, di territoriale, non hanno nulla e con la loro “raffinata morbidezza, potenza, concentrazione ed eleganza”, con tannini “eleganti, gradevoli e dolci” tentano di scimmiottare (e spesso ci riescono) uno stile tutto spremuta di frutta tipico delle più deteriori espressioni del Nuovo Mondo ?
Mi spiace, ma se le prospettive sono queste, preferisco rimanere in continente… Come dicono in Sicilia “beni di furtuna, passanu comu la luna”…

p.s. su questo post segnalo un magnifico commento, anzi, un punto di vista che integra e completa il mio, dell’amico e collega napoletano Luciano Pignataro, sul suo sito

26 pensieri su “Assurdità enologiche: 4800 ettari vitati rendono la Sicilia la capitale del Syrah italiano

  1. ciao Franco, approfitto del tuo ottimo intervento per fare una considerazione: basta con la retorica dei vini del sole!

    la Sicilia, che ha di certo grandi potenzialità, potrà mostrare il proprio valore con un lavoro attento sugli autoctoni, e non con la convinzione che i bomboni come cabernet e shiraz da loro vengano particolarmente bene.

    anche perché non è vero: per me è più semplice ottenere potenza nei climi freschi che eleganza in quelli caldi

  2. Già. Come può un Syrah, anzi “una” Syrah avere eleganza in una terra dove il caldo raggiunge livelli estremi, ormai da deserto africano. Certamente potenza, ma cosa dobbiamo farcene? Ci piace il culturismo del vino? Siamo italiani, con una nostra testa o cosa? Possibile che concetti come “digeribilità”, “abbinabilità”, “gradevolezza” non siano mai considerati parametro essenziale per dare al vino una ragione della sua presenza sulle nostre tavole?
    A cosa serve e come abbinare una Syrah da 14,5 gradi, opulento, morbido fino alla nausea, incapace di dare quella freschezza essenziale per pulire il palato dai succulenti e grassi piatti della cucina siciliana e meridionale tutta?
    Il vino come simbolo di tracotante narcisismo, fine a se stesso, autocelebrativo ma assolutamente inutile.
    Come affossare il futuro del vino italiano…

  3. Franco,
    per cortesia non rinunciare ad andare in Sicilia. Laggiù ci sono anche produttori di vino che meritano di essere da te visitati, so che ne stimi più d’uno e sono certo che sarebbero contenti. Per quanto riguarda la tua battaglia, che ritengo giusta, ed il tuo articolo, che ritengo appropriato, vorrei comunque annotare un’opinione che può anche sembrarti contradditoria, ma che non lo è. A me piacciono poco, fra i bianchi, i Sauvignon, ma ne ho assaggiato uno friulano fantastico, prodotto in un’annata che fu favolosa solo per i bianchi in quanto più fresca di altre. E fra i rossi mi piacciono poco proprio gli Syrah, eppure ne ho bevuto uno siciliano che mi ha fatto ricredere su questo vino al punto che adesso ne proverò altri. Con questo voglio dire che non metto assolutamente in dubbio la professionalità dei produttori e degli enologi nel saper fare dei buoni vini anche da vitigni alloctoni, ma ne metto in dubbio la convenienza. Con tante varietà autoctone siciliane che meriterebbero di non scomparire dall’ampelografia siciliana (il prof. Scienza ne ha individuate almeno 28) non sarebbe più meritorio impegnarsi a riabilitare la storia enologica dei bisnonni piuttosto che scimmiottare i francesi?

  4. In effetti ogni volta che bevo un syrah siculo….rimango molto perplesso.O sono troppo carichi,fruttone e nulla piu’,o sono troppo legnoni,speziati all’inverosimile e quindi stucchevoli…insomma parecchio indecifrabili.Ho solo poche esperienze positive, su syrah giovani,freschi,beverini (non faccio nomi per correttezza).
    Poi il paragone ai grandi syrah della Cote Du Rhone…. e li’ crolla il palco……

  5. Come ti capisco, Arnaldo! Però non volermene a male se ti propongo un piccolo tarlo. Quando assaggiammo il primo Sassicaia Vino da Tavola di Toscana fatto dagli enologi di Antinori (non solo Tachis), cioè l’annata 1968 (perchè c’era già stata un’annata 1967 fatta da quelli di Incisa della Rocchetta buonanima, parlo del padre, il presidente dell’Unire), il prof. Alberto Zaccone ed io ci guardammo negli occhi come per dire “parli tu o parlo io?”. E poichè io sono sempre stato solo un dilettante e lui era già un serio professionista per Vini & Liquori (se la ricorda qualcuno questa rivista?) diretto da Vincenzo Buonassisi ed edito da Franca Borgio, parlò lui. Davanti a Piero Antinori, che ascoltava attento e serio, vedendo i nostri cenni d’intesa, disse “molto fumo e poco arrosto”. Eppure Piero poi sorrise. Piero aveva già assaggiato l’annata 1973, perciò sapeva che sarebbe diventato un grandissimo vino. Io credo che nonostante le nostre tirate d’orecchie, per fortuna c’è Franco che non le lesina, lo Syrah in Sicilia continuerà ad essere prodotto. Se ne uscisse anche uno solo di livello straordinario, tutti comincerebbero a vendere per Syrah anche le porcherie, perchè il nome fa cassetta. E’ questo che in realtà preoccupa, cioè tutta quella massa di (come ben dici tu) “carichi, fruttone e nulla piu’, o troppo legnoni, speziati all’inverosimile e quindi stucchevoli”. La stessa cosa che è successa con i supertuscan a seguito del successo del Sassicaia, appunto.
    Di fenomeni simili, chiamiamoli col loro vero nome di “pappagallaggio”, ne vediamo sorgere ad ogni vendemmia.
    Pensa solo allo Chardonnay Planeta, che è un ottimo vino. Tutte le pecorelle, perchè hanno appunto scelto di vivere cento anni da pecora piuttosto che un giorno solo da leone, oggi piantano Chardonnay in Trinacria…
    Io penso che il buon vino sia il frutto della miglior simbiosi tra la terra, il vitigno ed il genio del vignaiolo. Se una sola di queste componenti prevale sulle altre, è un vino squilibrato. Negli Syrah siciliani la terza componente è come una portaerei americana dentro un porticciolo turistico. O un elefante in un negozio di cristalli. E basta con questi enologi che sbarcano in Sicilia con la matita lunga a merlottizzare, cabernettizzare, chardonizzare, shireggiare! Ma gli enologi siciliani, possibile che non riescano a restituire eleganza, dignità, nobiltà ai vitigni che hanno fatto per secoli la storia di questa bellissima isola? Quelli dei loro padri, nonni, bisnonni? Ma ce l’hanno un po’ d’orgoglio o hanno deciso di inchinarsi agli enologi volanti senza nemmeno tentare una rinascita?
    Beh, in Piemonte un gioiellino come il Pelaverga di Verduno o come il Ruché sarebbero scomparsi da tempo con una mentalità del genere. Ma hanno trovato fior di produttori ed enologi con le palle al posto giusto. Quelli lo Syrah non lo pianteranno mai nei loro vigneti.
    Forza, giovani enologi siciliani!!! Fatevi valere, che siete bravissimi. Il giorno che ci saranno 10.000 ettari piantati a vitigni come Alzano, Barbarossa, Bottone Gallo, Bracaù (lub Grecaù), Dolcetta, Dunnuni, Grossonero, Maialina, Mannella Nera, Monsonico Nero, Nivureddu, Precoce, Prunesta, Racinedda, Recunu, Regina, Rosata, Tallone, Tintorè (lub Ibisu), Verbo rosso, Visparola, Zu’ Matteo, Zuccarato, Inzolfa Nera, Racina di vento, Rucignola, Fiore d’Arancio e Cornicchiola, allora dello Syrah rimarrà un ricordo soltanto.

  6. Carissimi, vi anticipo che sono un produttore siciliano per giunta appassionato di Shiraz, quindi il mio contributo è assolutamente di parte. Non saprei da dove iniziare: dal deserto africano o dallo Zù Matteo. Vi passo alcune riflessioni in modo sintetico perchè questi argomenti mi stanno tanto a cuore ( diciamo che sono la mia vita lavorativa!) che rischierei di annoiarvi.
    Vi stupirebbe – e molto – confrontare i dati climatici della sicilia con alcune regione di elezione per la coltivazione della vite.
    La Sicilia è molto meno calda di come la immaginate.
    Alcuni Shiraz nuovo mondo ( Two Hands Ares, Clarendon Hills per citarne alcuni) secondo il mio modestissimo parere sono straordinari.
    Una regione grande come la Sicilia con 120.000 ettari di vigneti ed una realtà produttiva molto articolata deve cercare molte strade che comprendono oltre alla valorizzazione delle varietà autoctone ( in corso con grande impegno ) anche l’introduzione di varietà internazionali che possono essere interessanti. Se vi sembrano molte ( e lo sono) 26.000.000 di bottiglie di Shiraz che mi dite di 900.000.000 bottiglie di Catarratto.Il vigneto sicilia non è Barolo o Montefalco dove le scelte ( grazie al grande lavoro dei produttori della zona) sono obbligate. Nessuno pensa che il futuro della Sicilia sia il Merlot a scapito del Nero d’Avola o del Frappato, ma che ci sia il 4 % di Shiraz non mi sembra uno scandalo, e non credo che questo dato sia destinato a salire ( allora anche io mi preoccuperei). Sempre in attesa della diffusione della Maialina.

  7. Avete per caso letto il commento di Luciano Pignataro sul suo blog http://www.lucianopignataro.it a proposito dell’articolo di Franco Ziliani che stiamo commentando? Per comodità ve lo riporto.

    “Il successo del Nero d’Avola invita a riflettere
    Quando ero piccolino, negli ormai lontani anni ’60, quasi tutto ciò che riguardava lo sviluppo intellettuale, dalla televisione ai registratori, aveva la tecnologia americana, mentre il cibo era ancora il risultato della lunga dominazione della civiltà rurale italiana rivisitata dalla cultura della sopravvivenza maturata dalla tradizione napoletana. In poche parole, la testa era ad Occidente, lo stomaco ad Oriente. Se dovessi sintetizzare quello che è successo negli ultimi decenni, direi semplicemente che abbiamo rovesciato la posizione, perché tutta la tecnologia oggi viene dall’Oriente mentre il cibo quotidiano è frutto della omologazione maturata in Occidente e specificamente nella fobica gastronomia anglosassone dove il principio primo è quello di mangiare ogm radioattivi pur di non incontrare i tanto temuti batteri. La pulizia e la banalizzazione post-omogenizzati al posto del sapore, il problema è costituito dalle calorie e dalla quantità di grassi. L’Impero determina le mode, Ubi alium ibi Roma si diceva duemila anni fa, oggi ci sono i cornflakes, l’hamburger e i sandwich, tutti uguali da Seattle alle catene Mc Donald dell’Oman: lo stesso, schifoso, orrido panino plastificato. Detto in soldoni, non sono così sicuro che per il futuro dell’umanità la costruzione di una fabbrica di Coca Cola sia meno pericolosa di una centrale nucleare iraniana. Battute a parte, la drammaticamente eccessiva presenza di Syrah in Sicilia è figlia di questa filosofia nella quale il valore che detta le leggi è costituito dall’omologazione, dalla uniformità del gusto, da vini facili per chi è cresciuto con gli omogeneizzati e festeggia il compleanno nelle catene alimentari dove il cibo sa di plastica, solo apparentemente sicuro visto l’aumento verticale dei tumori al colon nella società occidentale. Franco denuncia questa situazione paradossale, ma una volta tanto preferisco scavalcarlo nella vis polemica e invitare a riflettere, come il successo del Tavernello…Syrah, va bene, mi ricorda la soia di Ferruzzi in Valpadana, ma vogliamo parlare della distruzione varietale del Nero d’Avola? Qui il fenomeno è ancora più grave, mi ricorda gli indiani d’America portati nei circhi perché dietro il paravento del vitigno autoctono l’operazione di banalizzazione e omogeneizzazione è ancora, se possibile, più violenta. Detto fra noi, quanti Nero d’Avola passeranno alla storia, quanti ne conserveremo gelosamente nelle nostre cantine per anni come si fa per il Barolo, l’Amarone, il Brunello o il Taurasi? Ogni regola ha le sue eccezioni, ma mentre nelle tipologie citate la piallatura papillosa è l’eccezione, nel caso del Nero d’Avola, competitor con il Syrah, è la regola. Il fatto è che il mondo del vino il mercato di massa, anche se ammantato e comunicato in modo diverso da quello del cheeseburger, segue le stesse logiche commerciali, è il gusto che deve adeguarsi al mercato e non viceversa, così l’autoctono in questo caso serve a dare un quid in più sul piano della comunicazione, la sensazione mentale di bere qualcosa di particolare ma al tempo stesso in bocca è immediatamente riconoscibile, mai disarmante perché… perchè… perché . Tutto questo servirà a salvarci dall’alluvione dei prodotti del Nuovo Mondo? Credo molto poco, come dimostrano le avventure di altri prodotti della filiera agricola italiana entrati in competizione seguendo le stessere regole: al momento noi che la pensiamo forse in modo un po’ snob, al punto che io arrivo a sostenere la tipicità del Cabernet di Tasca d’Almerita rispetto alla maggior parte dei Nero d’Avola in circolazione, siamo come i pesciolini rimasti intrappollati dalla secca dei fiumi o dal ritrarsi della marea. Ma io non ho dubbi che su questa partita si gioca il futuro del vino e dell’agricoltura italiana: solo facendo qualcosa che non piace a tutti si finirà per essere apprezzati da tutti. I produttori, in questa fase della storia commerciale in cui il vino italiano decide il suo assetto per i prossimi decenni, devono avere il coraggio di pensare sempre per la fascia alta dei consumatori, anche quando lavorano alle bottiglie di tre euro. L’alternativa è il Syrah di una qualsiasi altra regione mondiale dove si potrà produrre a prezzo più basso che in Sicilia. E questo avverrà, statene certi. E se i giovani di Milano e Roma dovranno bere al winebar un Nero d’ Avola che somiglia ad un Merlot, prima o poi sceglieranno direttamente un Merlot cileno o argentino, statene certi. Ma un Carricante dell’Etna chi mai potrà replicarlo, o, meglio, quante vendemmie sarebbero necessarie? Per scoprire l’altra Sicilia, caro Franco, devi subito andare in Sicilia! (l.p.)”

  8. L’intervento di un produttore siciliano come alessio planeta mi dà molto da riflettere. Chissà come la pensano anche altri dei miei preferiti, come Abbazia Santa Anastasia, Azienda agricola Gulfi, Azienda agricola Quignones, Azienda Vinicola Benanti, Aziende Agricole Planeta, Aziende Agricole Pollara, Baglio di Panetto, Buccellato Romolo, Cantina Sociale Elorina, Cantina Sociale di Trapani, Cantina Sociale Valle dell’Acate, Cantine Settesoli Mandrarossa, Cantine Rallo, Casa Vinicola Calatrasi, Casa Vinicola Racalmare di Morgante Carmelo, Duca di Castelmonte Pellegrino Carlo, Tenuta Barone La Lumia,
    Azienda Agricola dei Conti Testa, Azienda Agricola Spadafora, Barone Sergio, Cantine Barbera, Casa Vinicola Firriato, Cooperativa Placido Rizzotto, Cottanera, Cusumano, De Bartoli Marco, Miceli, Salvatore Murana, Tenuta Regaleali di Tasca d’Almerita, Tenute Donnafugata.
    C’è qualcuno di voi che vuole aggiungere carne al fuoco?

  9. Il lavoro di Alessio (e dei suoi), la realtà che Planeta rappresenta nel panorama vinicolo italiano (e non solo) testimoniano l’esatto opposto, secondo me, di quel che paventa Franco: un’azienda che avrebbe potuto sedersi sui successi dei suoi primi riuscitissimi e notissimi vini ha voluto invece scommettere sulla Sicilia, sulla complessità del suo territorio, indagandone con passione (e investimenti) le potenzialità, sperimentando territori, vitigni e lavorazioni, senza scorciatoie banalmente internazionalistiche, ma senza stupide ideologie localistiche (l’autoctono per l’autoctono comincia a diventare una ricetta stucchevole). Per quanto mi riguarda: chapeau! Ah, e non dimenticate di provare il Frappato di Planeta con un bel rombo al forno con patate, un’esperienza mistica che non si dimentica 🙂

  10. Il pezzo citato qui sotto è un suo articolo, signor Ziliani e riguarda la cantina Terlan!
    Adesso mi spiega, e lo spiega anche agli altri lettori alcune cose:
    1) Perchè se i Siciliani piantano il Sirah sono degli stupidi che non tengono alla tradizione e se a piantare il Sauvignon sono i Trentini, mostrano delicata sensibilità vinicola?
    2) Perchè dello Tschöggelberg lei conosce anche il PH (da quale depliant ha preso i dati?) e l’Etna (dove spesso nevica) non sa neanche se è un vulcano o una collina arsa dal sole?
    3) Per concludere, glielo spiega lei agli americani che profumi fantastici e che finale lunghissimo ha la MAIALINA?
    La smetta infine di fare dell’archeologia vinicola e se proprio le viene in testa di difendere un terroir, si preoccupi prima di conoscerlo
    Con alterata stima
    Un uomo del Sud

    “Per fortuna in qualche eccezione a questo trend diffuso ogni tanto ci s’imbatte, e fortunatamente anche in Italia, in quello speciale angolo d’Italia che corrisponde al nome di Alto Adige – Süd Tirol, dove il Sauvignon conta su 230 ettari complessivi e su una produzione di 10.500 ettolitri. Di questi 230 ettari una cinquantina vanno a comporre l’enclave più preziosa, che si trova ad una diecina di chilometri da Bolzano in direzione Merano, nel borgo di Terlano.

    Qui, come accade negli altri vini bianchi prodotti, il fantastico Pinot bianco Vorberg, ad esempio, gli Chardonnay, ma ho ricordi di strepitose vecchie bottiglie di Welschriesling bevute anni, la varietalità passa decisamente in secondo piano ed il peculiare terroir di questo meraviglioso angolo di mondo, un’area protetta dalla parete rocciosa dello Tschöggelberg aperta verso il sole della Val d’Adige, con i vigneti collocati su terreni profirici dalla pecu liare colorazione rossastra, rocce vulcaniche con grosse inclusioni minerali, chiamate in geologia porfidi quarziferi, a salire alla ribalta.

    Su questi terreni dove lo strato superiore“è soffice e sabbioso, permeabile e forte mente in grado di accumulare calore, con una quota di limo molto ridotta“, il pH é leggermente aci do e l’alto contenuto di minerali dona ai vini una particolare nota minerale, che contribuisce in maniera notevole alla loro straordinaria longevità, nasce uno dei Sauvignon che preferisco in assoluto, il Terlaner Sauvignon Winkl (dal nome della località dove sono posti, da 300 a 500 metri d’altezza, i vigneti) della Cantina Produttori di Terlano, la migliore Cantina sociale da bianchi della provincia di Bolzano…….”

  11. caro “uomo del Sud”, la polemica meridionalista con me non attacca proprio, e la rimando al mittente, perché dei vini del Sud, quelli veri, non le spremute di frutta sicule o certi vini pugliesi nuovo stile gonfi, concentrati e pieni di legno, ho scritto un sacco di volte, perché li amo moltissimo. Ma devono essere vini del Sud che esprimano le peculiarità delle terre d’origine, non scimmiottature grottesche di un Nuovo Mondo orecchiato…
    rispondo alle sue domande:
    1) Perchè se i Siciliani piantano il Sirah sono degli stupidi che non tengono alla tradizione e se a piantare il Sauvignon sono i Trentini, mostrano delicata sensibilità vinicola?
    Perché il Sauvignon in Alto Adige ed in Trentino esistono dalla fine dell’Ottocento e non sono stati piantati in ossequio a mode
    2) Perchè dello Tschöggelberg lei conosce anche il PH (da quale depliant ha preso i dati?) e l’Etna (dove spesso nevica) non sa neanche se è un vulcano o una collina arsa dal sole?
    No comment: ai suoi insulti (so perfettamente cosa sia l’Etna, anche se non ci sono stato di persona, caro “signore”) non rispondo
    3) Per concludere, glielo spiega lei agli americani che profumi fantastici e che finale lunghissimo ha la MAIALINA?
    La smetta infine di fare dell’archeologia vinicola e se proprio le viene in testa di difendere un terroir, si preoccupi prima di conoscerlo
    La maialina non l’ho citata io, ma altra persona, che stimo, in un commento al mio scritto. Quanto al mio fare “archeologia vinicola”, perché lamento il fatto che la Sicilia si sia riempita di Syrah, Merlot, Cabernet, meglio fare archeologia vinicola che passare per modernisti e alla page piantando uve che con la storia e l’identità di una data regione vinicola non hanno nulla a che fare…
    mi stia bene
    f.z.

  12. Curiosa la mancanza di “spirito” in un blog a base alcolica….ma tant’è!

    “Per fortuna in qualche eccezione a questo trend diffuso ogni tanto ci s’imbatte, e fortunatamente anche in Italia, in quello speciale angolo d’Italia che corrisponde al nome di Alto Adige – Süd Tirol,”

    Mi piace ri-citarla, come vede, perchè non ho ancora capito (noi del sud siamo un pò duri di comprendonio) perchè le eccezioni sono felici solo in certi angoli idilliaci dello Tschöggelberg e non sui Monti Iblei a 2000m di quota.
    Tenga inoltre presente che la Sicilia da sola produce più vino della Nuova Zelanda e 4800 ettari di Sirah cambiano poco.

    Quanto poi alla “polemica meridionalista” dica a RoVino che nel deserto africano del suo cervello non ci starebbero bene neanche i cammelli!!
    Ricito l’intervento per comodità dei lettori: “Già. Come può un Syrah, anzi “una” Syrah avere eleganza in una terra dove il caldo raggiunge livelli estremi, ormai da deserto africano.”

    Infine, per mettermi dalla parte dei produttori, il problema non è “degustare e recensire” ma “vendere” e se il Sirah si vende bene….

    P.s.: Dalle mie parti, in Puglia, i Francesi nell’ottocento piantarono il loro Malbech per tagliarlo col nostro Nero di Troia, ed ancora ce lo ritroviamo nel disciplinare della nostra DOC.
    Che facciamo possiamo tenerlo o è troppo alloctono?

  13. lei e’ arrogante e poco educato e discorrere con lei é assoluta perdita di tempo.Impari a discutere civilmente senza insultare e allora si potranno prendere in seria considerazione le cose che afferma.
    Franco Ziliani
    p.s. di una cosa mi sono persuaso, che per persone come lei la cosa fondamentale é vendere, come non conta, non rispettare l’identità, la storia, le tradizioni, la cultura, anche in maniera di vino, delle zone in cui si nasce e si opera. Lei é la dimostrazione vivente del detto americano: “business in business”…

  14. Carissimo Signor Ziliani,
    L’educazione prima di tutto!
    Esperite le formalità di rito resta il fatto che se il Sirah produce ottimi vini in Sicilia (non tutti i produttori è ovvio) non vedo perchè non lo si debba utilizzare.
    O vogliamo parlare di quel Sangiovese che a Montalcino è autoctono e diventa quel gioiello dell’enologia chiamato Brunello, e nel resto d’Italia va a riempire i Brick del Tavernello? (dica la verità, lei credeva ci mettessero del Merlot!).
    La verità è che lei ed il Sig. Pignataro confondete a bella posta diversi piani di lettura!!
    Se io parlo del Piemonte e del magnifico Castelmagno d’alpeggio e poi parlando per esempio della Campania dico che sono buoni solo a fare la mozzarella Vallelata (omettendo della bufala campana dop) commetto una colpevole omissione!
    In Puglia si producono milioni di ettolitri di Sangiovese (chieda alla CAVIRO che fine fanno) ma lei giustamente parla solo dei vini tipici e buoni della Puglia.
    NON CONFONDETE L’INDUSTRIA CON L’ARTIGIANATO!
    Il Sirah siciliano finirà probabilmente nel pet da 5 litri e potranno beneficiarne i consumatori che non possono spendere 10 euro al giorno per bere del vino.
    Ma lei mi faccia la cortesia di non gridare allo scandalo per un pò di Sirah.
    Continui a parlare del Nero d’Avola, così come evita di parlare del fatto che in Trentino le bottiglie di Merlot DOC prodotte, non corrispondono alla superfice registrata!
    COME SE AL SUD FOSSIMO TUTTE PROSTITUTE E SULLO TSCHOGGELBERG TUTTE GRANDI SIGNORE!

    Con immutata stima
    Antonio del Sud
    P.s.: Io faccio soldi e campo col vino….e lei?

  15. Caro Antonio, hai parlato di archeologia vinicola e vorrei portarti a conoscenza di una cosa veramente avvenuta in Friuli. Piero Totis, della Genagricola, mi ha detto che quando loro hanno acquistato dei vigneti già esistenti in una famosa zona DOC si sono avvalsi dell’Università per sondare a profondità diverse tutti i terreni onde stabilire quali portainnesti e quali vitigni fosse meglio usare per ogni parcella. A seguito delle analisi hanno espiantato quei ceppi che non risultavano i più adatti su certi terreni ed hanno invece lasciato su altri terreni quei ceppi che erano risultati i più adatti. Operazione costosa, ma che si ripaga nel tempo con una più elevata qualità dei vini. Anche in California l’Università di Davis offre questi servizi, sono andati perfino in Uruguay ed in Brasile per cercare ettari di terreno vergine adatti alla coltivazione della vite su commessa di produttori di vino locali che volevano investire altrove, ma non certo al buio. Per uno di questi, hanno trovato circa 300 ettari ed oggi produce un buon vino, ma ci sono voluti alcuni anni di ricerca. Mi sembra che tutte le aziende vitivinicole serie, quindi anche quelle siciliane, prima di decidere quali portainnesti e vitigni espiantare e quali coltivare sulla base dei sentito dire, delle mode, delle pie intenzioni o delle illusioni dovrebbero appunto far ricorso piuttosto ad un’analisi seria ed approfondita dei terreni e delle esposizioni, visto che le Università sono ben dotate di strumentazioni e di tecnici al riguardo.
    Io non ce l’ho con lo Syrah o con il Cabernet Sauvignon o con lo Chardonnay, ma con il criterio sbagliato di scegliere determinati ceppi per certi terreni ed esposizioni sull’onda di qualcosa che non ha niente di scientifico e che nel giro di pochi decenni potrebbe rivelarsi un fallimento. In Sicilia come in tutte le altre regioni. In Toscana molti produttori che hanno scelto di espiantare a suo tempo ottimi vitigni locali per impiantare quelli da taglio bordolese oggi non trovano più mercato per i loro supertuscan, che non sono all’altezza di quelli che li avevano abbagliati per ilsuccesso e che costano molto per i consumatori. E poichè in quella stolta impresa avevano profuso enormi capitali, ci sono aziende che rischiano la debacle.
    E poi, come per tutte le cose nuove, se si scelgono con una certa sicurezza scientifica anche delle nuove vie, ci vuole poi una saggia gradualità. Su una ventina di ettari, si possono destinare a prova per almeno un decennio un paio di ettari. Se tutto va bene ed il mercato risponde, si può poi raddoppiare la quota, e via così. Come avvenne a suo tempo con il nebbiolo in Sardegna, il Nebbiolo di Luras, che è un piccolo gioiellino ma non ha fatto di certo la fortuna dell’isola e dopo tante belle speranze iniziali rimane oggi confinato ad una produzione estremamente limitata. Un altro Nebbiolo frutto di esperimenti simili ed oggi limitato ad un ettaro o due c’è in Uruguay, lo produce Carrau Vinos Finos. Ci vuole perciò saggezza e sicuramente occorre tempo. Ma quando si investe alla cieca, quando si ha troppa fretta di guadagnare subito, questo non è un lavoro, ma è un azzardo. E risulta molto pericoloso, specialmente in Sicilia, dove i vignaioli meno dotati finanziariamente possono cadere in situazioni di debito con poche vie d’uscita oltre quella dell’usura, gestita dalla mafia e dalle sue finanziarie. Il mio maestro era siciliano: Raffaele Favara, di Ispica in provincia di Ragusa. Mi diceva sempre che bisogna studiare il passato per agire nel presente ad impostare il futuro. Meglio farlo bene, perchè si agisce bene e si otterrà del bene. A farlo male, si agisce male e male si ottiene.
    Se questo modo di pensare significa fare archeologia vinicola, sarei davvero onorato di sentirmi chiamare archeologo del vino, pur essendo soltanto un piccolo badile da scavo in confronto a dei veri Schliemann come Franco, al quale guarda caso piace molto proprio l’Uva di Troia (Riserva il Falcone, per esempio).

  16. Caro Alessio Planeta,
    fui proprio io, in tempi non sospetti, a suggerirle (sicuramente non solo io, ci mancherebbe!) di produrre un syrah in purezza, se non ricordo male nel 1997. Allora non avevo ancora chiaro quale strada stesse intraprendendo il vino italiano e quanti danni le mode avrebbero fatto.
    Del Syrah di Planeta (come di tutti gli altri vini) ne ho parlato più che bene, sebbene avessi dichiarato a Francesca di preferire di gran lunga il meno apprezzato dalle guide Santa Cecilia.
    Fu proprio Francesca a comprendere e condividere la mia opinione.
    Questo non significa che non si possa produrre Syrah in Sicilia, ma, così come è accaduto per il nebbiolo in terra di Barolo (che pure dovrebbe essere limitato da un disciplinare a denominazione di origine controllata!), non si può impiantare syrah ovunque e ottenere risultati di qualità. La Sicilia non è tutta uguale.
    Ma a parte questo, caro Alessio, vorrei che lei riflettesse su una cosa.
    A proposito dell’ottimo Chardonnay di casa, non è alquanto strano che proprio all’ultimo Vinitaly, assaggiando un altro chardonnay prodotto in Veneto (non faccio il nome della ditta per correttezza), abbia avuto l’impressione di bere il vostro, solo meno opulento, tant’è vero che il produttore mi ha comunicato che l’enologo è Carlo Corino?

  17. Sig. Antonio,
    i suoi commenti parlano da soli. Nelle mie vene scorre sangue siciliano, e la regione la conosco piuttosto bene, anche se ammetto di non andarci da un po’ di anni.
    Il Syrah, mi dica, è stato impiantato tutto sull’Etna (che conosco e amo, ci andavo sin da bambino)?
    O il caldo torrido, gli oltre 40 gradi, i venti che spesso dall’Africa giungono in Sicilia portando sabbia rovente (e che io stesso mi sono trovato a dover fronteggiare), sono pure fantasie del sottoscritto, episodi rarissimi, mentre la Sicilia è una regione “fresca e ventilata”?
    Vogliamo parlare di escursione termica? A quali altitudini e in quali zone? Ed è solo in quelle zone che è stato messo il syrah?

  18. Rispondo subito a RoVino:
    La Sicilia ha prodotto nel 2005 9,6 milioni di ettolitri di vino contro i 9,3hl del Veneto (dati ISTAT).
    Lo fanno perchè sono impazziti o perchè magari è arrivata la tecnologia di termocondizionamento?

    Per il Sig. Mario:
    Per archeologia vinicola intendo tutti quei pazzi che sull’onda dell’autoctono (questa si, una moda) vanno alla ricerca con il lanternino delle più astruse varietà di uva, dimenticando quella che darwin chiamava la “selezione naturale della specie”: se, dunque, alcune varietà sono scomparse, è perchè magari erano soggette a malattie o davano aceto anzichè vino.

    Per tutti coloro che partecipano alla discussione:
    Siete così sicuri che un vitigno che si chiama SIRAH O SHIRAZ sia di origine francese?
    E il buon Omar Khayyam cosa ha bevuto per scrivere le sue celebri QUARTINE, Merlot forse?

    E comunque rinnovo la preghiera di non confondere l’industria con l’artigianato!
    Tutti noi vorremmo possedere una Ferrari, ma il più delle volte ci dobbiamo accontentare di una Punto: allo stesso modo in Italia si producono milioni di ettolitri di vino che non diventeranno tutti Sassicaia.
    Quello che mi manda in bestia però è quando si accusa una Regione come la Sicilia di Bestemmie vinicole, dimenticando le bestemmie Toscane o Trentine e così facendo si confondono i piani di lettura di un fenomeno, ancorchè vinicolo.

    Lo ripeto ancora una volta:
    AL SUD NON SIAMO TUTTE PROSTITUTE E SULLO TSCHOGGELBERG TUTTE GRANDI SIGNORE!
    Antonio

  19. Caro Antonio,
    ho visto che i toni si sono giustamente abbassati perchè converrai certamente che erano un po’ troppo alti, visto che pur con opinioni magari opposte e senz’altro contrastanti siamo comunque tutti amanti del buon vino e sono convinto che ognuno aiuterebbe l’altro a tornare a casa anche in carriola dopo una buona bevuta in compagnia, devo dirti che mi piace questa tua più precisa definizione di archeologia vinicola. Non faccio dunque parte di quella schiera. Però devo dirti che neanche Franco ne fa parte. Infatti su Winereport Franco pubblicò un articolo su un vino che si chiama Tannat e che è prodotto in Uruguay. Questo vitigno basco è caduto con il tempo in disgrazia sui Pirenei francesi. Invece in Uruguay ha trovato il suo paradiso. Posso dirti che certi produttori come Ariano (di origine piemontese), Toscanini e Carrau fanno degli eccellenti vini conil Tannat, ma anche che il Tannat è diventato in Uruguay il vitigno più piantato e questo è stato grazie alla sperimentazione iniziata 200 anni fa. Dunque né io né Franco siamo contrari alla sperimentazione, ci mancherebbe. Ma siamo contrari all’illusione, alle cose che nascono senza fondamento.
    La vitis vinifera dava vino nel Caucaso già 6.000 anni prima di Cristo e pare che tutti i vitigni siano uno sviluppo di quelli diffusi nel mondo che provenivano proprio da lì. Dunque per gli autoctoni rimane solo il problema di definire un termine di riferimento, che non può essere uguale per tutti e per tutte le zone. Si può considerare autoctono il cabernet sauvignon con cui a Bolgheri si fanno quegli ottimi vini, oppure no? Secondo me, sì. Anche in Ungheria fanno un ottimo cabernet franc, ormai da trecento anni, e per lazona di Eger si potrebbe definire autoctono. Lo stesso valga per il Tannat in Uruguay. In quanto in tutto questo tempo i cloni si sono appunto selezionati e adattati così bene a quei territori che è quasi impossibile (almeno per lecaratteristiche organolettiche dei vini) identificarli come pronipoti dei vitigni a suo tempo importati. Ampelograficamente si vede che le viti sono quelle, ma danno risultati molto legati al territorio (non solo terra, ma anche metodi di coltivazione e di vinificazione). Potremmo stabilire che un buon metodo per distinguere gli autoctoni dagli alloctoni forse è mettere un confine abbastanza vicino alla realtà, cioè (la butto là) tra quelli esistenti in zona prima della strage della fillossera e quelli importati dopo. Quantomeno tutti i vitigni franchi di piede sono da considerarsi autoctoni.
    Certo, c’è anche la moda degli autoctoni di cui tenere conto, infatti non seguo quella moda. Non seguo nessuna moda. Se un vino è buono, mi piace, e l’etichetta non aggiunge né toglie nulla alla bontà.
    Ma mi dispiace che per un solo fatto commerciale si lascino andare in malora vitigni che per secoli sono stati buoni a favore di vitigni piantati solo allo scopo di vendere. E la cosa non riguarda solo il vino, ma anche le zottarelle e i parmesan prodotti all’estero che scimmiottano le mozzarelle ed il parmigiano italiano.
    Ripeto che non è un fatto siciliano, ma questa è la dimostrazione che il problema riguarda tutte le regioni del mondo.
    Tu sei siciliano: la mafia di oggi possiamo definirla autoctona siciliana? Quando è nata più di 300 anni fa in Sicilia non era certo così, non aveva questi scopi, ma è diventata sempre più diversa dopo la strage di Bixio a Bronte nel 1861 e poi ha cominciato a salire velocemente la china della criminalità. Ormai si può anche dire che la mafia di oggi è addirittura un clone modificato negli USA da Cosa Nostra e importato con lo sbarco degli Americani in Sicilia nel ’43. Non è più un fenomeno siciliano, nessuna persona sana di mente può pensare che la mafia di oggi sia siciliana e che i siciliani siano mafiosi. I siciliani soffrono la mafia più degli altri, sono più vittime degli altri.
    In Sicilia c’è la Cooperativa Placido Rizzotto che fa vino e altri prodotti biologici sui terreni confiscati alla mafia. Un bel Catarratto bianco. Non uno Syrah…

  20. Caro Mario,
    No ho l’onore di essere Siciliano ma Pugliese (piccola precisazione).
    Continuo a pensare che il fenomeno Syrah in Sicilia sia una moda, passeggera forse, che non impedirà però a bravi produttori di fare degli ottimi vini e all’industria di assorbire il sovrappiù.
    Sarà come sempre il Tempo a decidere, ma è inutile scandalizzarsi per un fenomeno che ha a che fare, appunto, più con l’industria che con la tipicità.
    Se questo è un blog che parla di vino di qualità bene, altrimenti fatemi il piacere di specificare da che regione viene il Tavernello, e di che nazionalità è il gruppo Zonin.
    Altrimenti sembra che le “fesserie” (uso un eufemismo) le facciamo solo al sud.

    Solito P.s.:
    Recentemente ho acquistato in un discount una bottiglia di Primitivo DOC che sulla retro etichetta recitava: Imbottigliato nella zona di Produzione: sulla capsula il numero ICRF era: PD/12………

  21. Caro Antonio,
    penso anch’io che la moda dello Syrah in Sicilia non impedirà a bravi produttori di fare ottimi vini, sperando però che la qualità nasca nei vigneti e sia naturale, piuttosto che nascere da alchimie in cantina. In quanto alle fesserie, a questo sostantivo nessuno ha mai aggiunto in questo blog l’aggettivo meridionali. Essendo tu pugliese, prova a fare un piccolo sforzo per leggere gli articoli sui vini pugliesi fatti da Franco su Winereport. Noterai che Franco ha una particolare predilezione per i vini pugliesi e la cosa è ancora più evidente per i rosati, che proprio in Puglia ce ne sono di straordinari, unici al mondo. Forse è l’unico giornalista sul web a promuovere a spada tratta i vini pugliesi rosati, non ne conosco altri (insieme agli altri splendidi vini di ottimi produttori, tra cui quelli di Cosimo Taurino di cui è stato amico personale). Tra l’altro, il che per te non sarà certo una novità, ma per quasi tutti i settentrionali lo è, riconosce straordinarie capacità d’invecchiamento ad alcune perle rosse pugliesi. Penso che perlomeno prenderai i temi da lui sollevati in questo blog con un altro spirito. E ti ricordo che per esperienza personale i miei migliori amici sono stati proprio quelli con cui all’inizio della conoscenza avrei fatto (e qualche volta è successo) a pugni.
    Sono personalmente contrario all’imbottigliamento fuori zona dei vini DOC e DOCG del nostro Paese, per via di troppi furbastri e troppe truffe. Molti, troppi disciplinari italiani fanno acqua da tutte le parti e consentono appunto questa idiozia. Ma se penso invece che alcuni splendidi vini cileni di qualità sono stati fatti conoscere in Europa da alcuni serissimi imbottigliatori tedeschi che li importavano in cisterna e li imbottigliavano in Germania (pensa solo a quali grossi problemi di stabilizzazione hanno avuto), darei un premio di serietà a quegli imbottigliatori tedeschi. Anche lassù ci sono i furbi, ma molto molto molto meno che da noi e soprattutto pagano pene salatissime, non restano mai impuniti.
    Qui anche un assassino volontario e premeditato sa che non farà che pochi anni di carcere…

  22. Pingback: Vino al vino

  23. A tutti i lettori, volevo precisare che la “maialina” è una varietà “creata” dal correttore di Word. In realtà la vera denominazione è “maiulina”, una varietà antica, probabilmente da tavola, attualmente rappresentata da pochi ceppi ritrovati in vigneti antichi della provincia di Trapani.

  24. Mi sono inbattuto per caso in questo articolo. Condivido in pieno quanto da te sostenuto, ma di più, ritengo che l’abuso del nero d’avola sia stato ed è davvero deleterio al panorama enologico siciliano. Non dobbiamo dimenticare che, storicamente la sicilia è terra di vini bianchi, e spesso non è conosciuta per queste sue peculiarità; è vero l’enologia siciliana non è delle più facili, ma è indubbio che per inseguire la grandi rese si debba distruggere quanto di buono c’è. Infine anche il nero d’avola, ma vi siete chiesti, e parlo a tutti i “commentatori” quanti vini da questo vitigno sono degni di essere chiamati così? Io ne ho provati molti, non moltissimi, e davvero pochi mi hanno impressionato. Dovremmo educare noi stessi al Saper bere…..
    Saluti e complimenti per il sito

  25. Pur apprezzando tutte le dotte disquisizioni sui vini siciliani, devo osservare che non è stata colta una peculiarità dei nuovi vitigni che oramai caratterizzano il patrimonio enologico siciliano, ossia l’avere “reinventato” in Sicilia uno schardonnay “profumato” prodotto addirittura a livello del mare…

  26. Mi permetto di introdurmi nella discussione per affermare il mio totale disaccordo nei confronti di questo articolo a mio modo di vedere assolutamente insignificante nei temi affrontati e nel modo di difenderli.

    Il Syrah non viene certamente dalla Francia, è probabile che venga dal medio oriente, ma esiste una teoria abbastanza accreditata che fa derivare il nome syrah dalla città di siracusa.

    Ma lasciando perdere questi inutili storicismi la verità è che non esiste pianta da frutto che abbia viaggiato più della vite, in tutto il mondo e anche (e perché no) verso il nuovo mondo.

    Il Sauvignon in Trentino esiste dalla fine dell’800 ? Ebbene in Sicilia il Syrah esiste dalla fine del 900. Mi sembra che non ci sia più molto da dire.

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