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	<title>Commenti a: Il supplemento Les meilleures vins d’Italie della Revue du  Vin de France</title>
	<link>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html</link>
	<description>il blog di Franco Ziliani</description>
	<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 11:51:14 +0000</pubDate>
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	<item>
		<title>By: il quinto</title>
		<link>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2338</link>
		<author>il quinto</author>
		<pubDate>Fri, 06 Oct 2006 20:28:33 +0000</pubDate>
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		<description> sono capitato per caso in questo sito e penso di essere la 5° persona che lo legge....non mi dilungo di Lei e della sua tracotanza si può fare a meno.
addio
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		<content:encoded><![CDATA[<p>sono capitato per caso in questo sito e penso di essere la 5° persona che lo legge&#8230;.non mi dilungo di Lei e della sua tracotanza si può fare a meno.<br />
addio</p>
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		<title>By: Franco Ziliani</title>
		<link>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2337</link>
		<author>Franco Ziliani</author>
		<pubDate>Tue, 11 Jul 2006 13:09:00 +0000</pubDate>
		<guid>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2337</guid>
		<description>bella discussione: ma mi sembra che stiate andando fuori tema. Non si stava parlando di come i francesi giudicano e scrivono dei vini italiani ?

</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>bella discussione: ma mi sembra che stiate andando fuori tema. Non si stava parlando di come i francesi giudicano e scrivono dei vini italiani ?</p>
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		<title>By: gianpaolo</title>
		<link>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2336</link>
		<author>gianpaolo</author>
		<pubDate>Tue, 11 Jul 2006 07:38:45 +0000</pubDate>
		<guid>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2336</guid>
		<description> Sono sostanzialmente d'accordo con te.
In più, per quanto riguarda l'etichettatura secondo me c'e' una grande chance data dalla tecnologia. La quantità di informazioni riportabile su un rettangolino di carta di 6x10 cm non è effettivamente molta, ma se si cominciasse ad usare seriamente la tecnologia della radiofrequenza, cioè quei piccoli chips contenenti un altissimo numero di informazioni, anche immagini e suoni, e direttamente leggibili oggi con un telefonino, pensa che balzo in avanti nella possibilità per il consumatore di sapere di più. Mi fa rabbia invece vedere che per adesso è stato solo una trovata di marketing. Invece è una tecnologia che, se si riuscisse ad abbattere i costi, sarebbe fantastica. In più anche per la logistica ed il magazzino, che è il vero motivo per la quale è nata, darebbe risparmi notevolissimi, che già potrebbero ripagarne i costi.
</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono sostanzialmente d&#8217;accordo con te.<br />
In più, per quanto riguarda l&#8217;etichettatura secondo me c&#8217;e&#8217; una grande chance data dalla tecnologia. La quantità di informazioni riportabile su un rettangolino di carta di 6&#215;10 cm non è effettivamente molta, ma se si cominciasse ad usare seriamente la tecnologia della radiofrequenza, cioè quei piccoli chips contenenti un altissimo numero di informazioni, anche immagini e suoni, e direttamente leggibili oggi con un telefonino, pensa che balzo in avanti nella possibilità per il consumatore di sapere di più. Mi fa rabbia invece vedere che per adesso è stato solo una trovata di marketing. Invece è una tecnologia che, se si riuscisse ad abbattere i costi, sarebbe fantastica. In più anche per la logistica ed il magazzino, che è il vero motivo per la quale è nata, darebbe risparmi notevolissimi, che già potrebbero ripagarne i costi.</p>
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		<title>By: Carlo Merolli</title>
		<link>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2335</link>
		<author>Carlo Merolli</author>
		<pubDate>Tue, 11 Jul 2006 00:01:02 +0000</pubDate>
		<guid>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2335</guid>
		<description> Caro Gianpaolo,

Ho detto Morellino perché é la prima DOC che mi é venuta in mente, peró hai ragione ed il tuo post apre la porta a molte considerazioni. Ne valga una per tutte: non siamo i francesi. Abbiamo cominciato a fare vino esportabile in larga scala e con criterii enologici responsabili verso il 1970-75. Ieri sera, praticamente, rispetto ai francesi che hanno trecento anni e passa di esperienza nel ramo e con alle spalle uno stato nazionale compatto che é sempre quello da Carlo Magno e non come noi che "non siam popolo perché siam divisi". In altre parole: i francesi hanno avuto tempo non solo per far capire al mondo come sono composti i loro vini ma anche di - vedi un po´- farglielo apprezzare.  E comunque problemi ne hanno anche loro e molti.

Noi, quando eravamo "poveracci" abbiamo ricalcato la nostra legge DOC sulla loro AOC e qui sta proprio il peccato originale. Perché ? perché operiamo con un numero di uve quadruplo di quelle francesi e con una tradizione agricola che secondo me mal si adatta ad una irregimentazione. In Francia inoltre il successo storico ha razionalizzato l' impiego dei vini ed i vitigni di successo hanno soppiantato
quelli altri locali (vedi il pinot nero in Borgogna dove prima c'era il gamay etc).

Quindi  per i vini generici Igt DOC, con eccezione della ventina di vini sacri (Brunello, Barolo etc),  ben venga qualsiasi nuova legislazione che tenga conto di :

(a)  provenienza geografica ma non dissociata dalla qualitá agricola.

E´in sostanza quello che dici tu: il vitigno si puo´raccontare in retroetichetta
la qualitá del vino no, si crea sul campo.

(b) comunicazione chiara al consumatore. 

Cioé: tutto quello che ha contribuito 
a produrre quel vino. Al limite: "questo vino é stato fatto con la moka espress". Basta dirlo. Questo vale allora per zona di produzione, vitigno,
vinificazione (vedi il falso problema dei trucioli: se lo faccio perché mi vergogno di dirlo ?) invecchiamento e, perché no, qualche dato sulla serbevolezza del vino non inteso come data di scadenza ma come consiglio del produttore. 

Trovo assurdo che la ns. legislazione ponga tante restrizioni e difficolta´a questa occasione UNICA che il produttore ha di parlare al consumatore.

In fondo non ci vuole molto. C'é una valutazione di qualche anno fa in cui
si diceva che retroetichette italiane piu´chiare avrebbero influito con un aumento del  sette per cento sull' acquisto del vino nei paesi anglofoni. Si puo´non essere d'accordo
ma la chiarezza non ha mai danneggiato nessuno.
</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Gianpaolo,</p>
<p>Ho detto Morellino perché é la prima DOC che mi é venuta in mente, peró hai ragione ed il tuo post apre la porta a molte considerazioni. Ne valga una per tutte: non siamo i francesi. Abbiamo cominciato a fare vino esportabile in larga scala e con criterii enologici responsabili verso il 1970-75. Ieri sera, praticamente, rispetto ai francesi che hanno trecento anni e passa di esperienza nel ramo e con alle spalle uno stato nazionale compatto che é sempre quello da Carlo Magno e non come noi che &#8220;non siam popolo perché siam divisi&#8221;. In altre parole: i francesi hanno avuto tempo non solo per far capire al mondo come sono composti i loro vini ma anche di - vedi un po´- farglielo apprezzare.  E comunque problemi ne hanno anche loro e molti.</p>
<p>Noi, quando eravamo &#8220;poveracci&#8221; abbiamo ricalcato la nostra legge DOC sulla loro AOC e qui sta proprio il peccato originale. Perché ? perché operiamo con un numero di uve quadruplo di quelle francesi e con una tradizione agricola che secondo me mal si adatta ad una irregimentazione. In Francia inoltre il successo storico ha razionalizzato l&#8217; impiego dei vini ed i vitigni di successo hanno soppiantato<br />
quelli altri locali (vedi il pinot nero in Borgogna dove prima c&#8217;era il gamay etc).</p>
<p>Quindi  per i vini generici Igt DOC, con eccezione della ventina di vini sacri (Brunello, Barolo etc),  ben venga qualsiasi nuova legislazione che tenga conto di :</p>
<p>(a)  provenienza geografica ma non dissociata dalla qualitá agricola.</p>
<p>E´in sostanza quello che dici tu: il vitigno si puo´raccontare in retroetichetta<br />
la qualitá del vino no, si crea sul campo.</p>
<p>(b) comunicazione chiara al consumatore. </p>
<p>Cioé: tutto quello che ha contribuito<br />
a produrre quel vino. Al limite: &#8220;questo vino é stato fatto con la moka espress&#8221;. Basta dirlo. Questo vale allora per zona di produzione, vitigno,<br />
vinificazione (vedi il falso problema dei trucioli: se lo faccio perché mi vergogno di dirlo ?) invecchiamento e, perché no, qualche dato sulla serbevolezza del vino non inteso come data di scadenza ma come consiglio del produttore. </p>
<p>Trovo assurdo che la ns. legislazione ponga tante restrizioni e difficolta´a questa occasione UNICA che il produttore ha di parlare al consumatore.</p>
<p>In fondo non ci vuole molto. C&#8217;é una valutazione di qualche anno fa in cui<br />
si diceva che retroetichette italiane piu´chiare avrebbero influito con un aumento del  sette per cento sull&#8217; acquisto del vino nei paesi anglofoni. Si puo´non essere d&#8217;accordo<br />
ma la chiarezza non ha mai danneggiato nessuno.</p>
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	<item>
		<title>By: gianpaolo</title>
		<link>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2334</link>
		<author>gianpaolo</author>
		<pubDate>Mon, 10 Jul 2006 15:10:48 +0000</pubDate>
		<guid>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2334</guid>
		<description> Carlo, mi sento in qualche modo chiamato in causa, chissà se sono A, B, o Z?
E' l'ennesima questione delle Denominazioni di Origine (DO). Devono sancire la qualità? Il tipo di vino? oppure, come suggerirebbe il nome, solo l'origine?
Il problema più grosso sembrerebbe essere la presenza di vitigni estranei, o presenti in quantità difformmi, rispetto al disciplinare. A meno che non venga fuori una tecnica di analisi del DNA talmente sofisticata da discernere qualità e quantità dei vitigni usati in un certo vino (e non dispero che ci si arriverà prima o poi, se qualcuno decide di investirci qualche risorsa), rimarrà sempre il dubbio che qualcuno abbia giocato sporco. A meno che non si tratti di monovitigno, come sono per l'appunto i due forse più grandi vini italiani, Barolo e Brunello, dove è relativamente semplice "sgamare" l'intruso (anche se resta difficile provarlo).
Io lancio una proposta, o meglio faccio mia e in parte rielaboro una proposta fattami da un collega che mi ha colpito molto per l'audacia e la provocatorietà. Preciso che secondo me da questa proposta andrebbero ovviamente esclusi i grandi classici italiani, ovvero quelle due dozzine di grandi vini che hanno una storia veramente importante e dimostrabile, come i Baroli e i Brunelli per es.
La proposta è: perché non fare una denominazione dove centrale non sia il vitigno, anzi dove ognuno può usare quello che gli pare tra quelli ammessi (che sono decine) in ogni regione, ma che sia vincolata al rispetto rigidissimo di alcune regole in materia di viticoltura (per esempio il collega mi parlava di densità d'impianto, ma si potrebbe parlare di produzione massima per ceppo e di altro ancora) e di qualità del prodotto in generale. In fin dei conti, non vorrei dire uno sfondone, apriti cielo, ma anche nei grandi vini di bordeaux ci sono prodotti dove c'e' quasi la totalità di Cabernet franc, altri dove non ce n'e' neanche un goccio, altri che sono metà cabernet sauvignon e metà merlot, ecc. Eppure nessuno si pone, credo, il problema del vitigno.
Quindi il succo è, perché voler a forza puntare sul modello "vitigno", piuttosto che sul modello "terroir"? Queste DOC di "eccellenza" non sarebbero forse più sensate di tante DOC oscure e improbabili (oltre 300 mi pare in Italia)?
Lo ripeto, non è pensabile che sia applicabile a quelle grandi denominazioni di cui sopra, ma alle centinaia delle altre.
Attendo con trepidazione gli strali dei maniaci del vitigno...
</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Carlo, mi sento in qualche modo chiamato in causa, chissà se sono A, B, o Z?<br />
E&#8217; l&#8217;ennesima questione delle Denominazioni di Origine (DO). Devono sancire la qualità? Il tipo di vino? oppure, come suggerirebbe il nome, solo l&#8217;origine?<br />
Il problema più grosso sembrerebbe essere la presenza di vitigni estranei, o presenti in quantità difformmi, rispetto al disciplinare. A meno che non venga fuori una tecnica di analisi del DNA talmente sofisticata da discernere qualità e quantità dei vitigni usati in un certo vino (e non dispero che ci si arriverà prima o poi, se qualcuno decide di investirci qualche risorsa), rimarrà sempre il dubbio che qualcuno abbia giocato sporco. A meno che non si tratti di monovitigno, come sono per l&#8217;appunto i due forse più grandi vini italiani, Barolo e Brunello, dove è relativamente semplice &#8220;sgamare&#8221; l&#8217;intruso (anche se resta difficile provarlo).<br />
Io lancio una proposta, o meglio faccio mia e in parte rielaboro una proposta fattami da un collega che mi ha colpito molto per l&#8217;audacia e la provocatorietà. Preciso che secondo me da questa proposta andrebbero ovviamente esclusi i grandi classici italiani, ovvero quelle due dozzine di grandi vini che hanno una storia veramente importante e dimostrabile, come i Baroli e i Brunelli per es.<br />
La proposta è: perché non fare una denominazione dove centrale non sia il vitigno, anzi dove ognuno può usare quello che gli pare tra quelli ammessi (che sono decine) in ogni regione, ma che sia vincolata al rispetto rigidissimo di alcune regole in materia di viticoltura (per esempio il collega mi parlava di densità d&#8217;impianto, ma si potrebbe parlare di produzione massima per ceppo e di altro ancora) e di qualità del prodotto in generale. In fin dei conti, non vorrei dire uno sfondone, apriti cielo, ma anche nei grandi vini di bordeaux ci sono prodotti dove c&#8217;e&#8217; quasi la totalità di Cabernet franc, altri dove non ce n&#8217;e&#8217; neanche un goccio, altri che sono metà cabernet sauvignon e metà merlot, ecc. Eppure nessuno si pone, credo, il problema del vitigno.<br />
Quindi il succo è, perché voler a forza puntare sul modello &#8220;vitigno&#8221;, piuttosto che sul modello &#8220;terroir&#8221;? Queste DOC di &#8220;eccellenza&#8221; non sarebbero forse più sensate di tante DOC oscure e improbabili (oltre 300 mi pare in Italia)?<br />
Lo ripeto, non è pensabile che sia applicabile a quelle grandi denominazioni di cui sopra, ma alle centinaia delle altre.<br />
Attendo con trepidazione gli strali dei maniaci del vitigno&#8230;</p>
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		<title>By: Carlo Merolli</title>
		<link>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2333</link>
		<author>Carlo Merolli</author>
		<pubDate>Mon, 10 Jul 2006 10:54:23 +0000</pubDate>
		<guid>http://vinoalvino.org/blog/2006/07/il_supplemento_les_meilleures_.html#comment-2333</guid>
		<description> Caro Franco

Hai messo il dito su una piaga, anzi due. La prima era che se tu avessi partecipato forse la guida avrebbe avuto una colorazione un po´piu´"italiano vero". La seconda é che il nostro vino viene percepito, nelle varie nazioni, non per quello che é - e che tu ed altri operatori conoscono essere - ma per quello che "colpisce" il palato, la fantasia e l' attenzione del mercato in questione. Siamo in una situazione di "uno, nessuno e centomila". Prendi per esempio una DOC qualsiasi, che so´, il Morellino di Scansano. Esiste un disciplinare ed anche qualcuno che lo rispetta ma la variazione all' interno della DOC e´enorme per quanto riguarda i caratteri organolettici. Ed allora il Morellino A andrá forte in America del Nord mentre il Morellino B sará popolare in Germania ed il Morellino C venderá bene in che so' a Roma e a Napoli.
Lo stesso si potrebbe dire per molte altre DOC.

Poi, rispetto a te o ad altri attenti giornalisti, lo straniero anche se attento e motivato, viene per ragioni di forza esposto ad un numero ben inferiore di assaggi e se questi basa le sue valutazioni. Di regola chi porta i suoi vini all'estero sono i produttori che "parlano l' inglese", che prioritano l' export e che, giustamente, sgomitano per attirare l' attenzione del giornalista straniero.

Non sempre sono (solo)  i migliori, non sempre i piu´indicativi, non sempre i piu´"veri",  ma tant'é. 

Ora la domanda é: e´colpa delle guide straniere, dei varii recensori oppure del nostro ordinamento DOC e dei relativi controlli ? Ogni botte dá il vino che ha, e chi ci dice che questa per quanto deprecabile "confusione" di segnali
non abbia poi un rovescio positivo della medaglia identificabile come doti di versatilitá, risposta al mercato, flessibilitá, creativitá ?

Io personalmente sarei per la affidabilitá di un sistema che mi dica cosa mi devo aspettare quando acquisto un Morellino o altra DOC, ma visto che
la cosa sembra impossibile da realizzare, chissá se il contrario non abbia pure
qualche vantaggio e valore ?....o se si tratta magari solo di fare "buon viso a cattivo giuoco"?

Ciao,

Carlo


</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Franco</p>
<p>Hai messo il dito su una piaga, anzi due. La prima era che se tu avessi partecipato forse la guida avrebbe avuto una colorazione un po´piu´&#8221;italiano vero&#8221;. La seconda é che il nostro vino viene percepito, nelle varie nazioni, non per quello che é - e che tu ed altri operatori conoscono essere - ma per quello che &#8220;colpisce&#8221; il palato, la fantasia e l&#8217; attenzione del mercato in questione. Siamo in una situazione di &#8220;uno, nessuno e centomila&#8221;. Prendi per esempio una DOC qualsiasi, che so´, il Morellino di Scansano. Esiste un disciplinare ed anche qualcuno che lo rispetta ma la variazione all&#8217; interno della DOC e´enorme per quanto riguarda i caratteri organolettici. Ed allora il Morellino A andrá forte in America del Nord mentre il Morellino B sará popolare in Germania ed il Morellino C venderá bene in che so&#8217; a Roma e a Napoli.<br />
Lo stesso si potrebbe dire per molte altre DOC.</p>
<p>Poi, rispetto a te o ad altri attenti giornalisti, lo straniero anche se attento e motivato, viene per ragioni di forza esposto ad un numero ben inferiore di assaggi e se questi basa le sue valutazioni. Di regola chi porta i suoi vini all&#8217;estero sono i produttori che &#8220;parlano l&#8217; inglese&#8221;, che prioritano l&#8217; export e che, giustamente, sgomitano per attirare l&#8217; attenzione del giornalista straniero.</p>
<p>Non sempre sono (solo)  i migliori, non sempre i piu´indicativi, non sempre i piu´&#8221;veri&#8221;,  ma tant&#8217;é. </p>
<p>Ora la domanda é: e´colpa delle guide straniere, dei varii recensori oppure del nostro ordinamento DOC e dei relativi controlli ? Ogni botte dá il vino che ha, e chi ci dice che questa per quanto deprecabile &#8220;confusione&#8221; di segnali<br />
non abbia poi un rovescio positivo della medaglia identificabile come doti di versatilitá, risposta al mercato, flessibilitá, creativitá ?</p>
<p>Io personalmente sarei per la affidabilitá di un sistema che mi dica cosa mi devo aspettare quando acquisto un Morellino o altra DOC, ma visto che<br />
la cosa sembra impossibile da realizzare, chissá se il contrario non abbia pure<br />
qualche vantaggio e valore ?&#8230;.o se si tratta magari solo di fare &#8220;buon viso a cattivo giuoco&#8221;?</p>
<p>Ciao,</p>
<p>Carlo</p>
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