Eric Asimov (New York Times) denuncia la perdita d’identità del Chianti Classico

Eric AsimovEsterofili a prescindere, abituati a dare sempre e comunque più peso e importanza a quello che succede o arriva dall’estero, ed in particolare “from United States”, che a quanto succede in Italia, intendiamoci bene, una volta per tutte.

Se per voi è oro colato e verbo tutto quanto viene detto e scritto tra New York, San Francisco, Washington e Miami ed in particolare, riferendoci al campo del vino, i vaticini di Wine Spectator e di Robert Parker, le graduatorie annuali dei Top 100, le singolari preferenze, in materia di vini toscani e piemontesi, espresse da James Suckling e la netta preferenza, da parte di Mister Wine Advocate, per i vini più potenti, palestrati e massicci, allora par condicio richiede che prendiate altrettanto sul serio quello che altri americani scrivono.


Questo anche se tali voci alternative occorre andarsele a cercare con pazienza certosina e curiosità da archivisti perché, nel loro caso, gli altoparlanti e gli speaker, anzi gli spokesman a comando ad alta risonanza mediatica vanno stranamente in panne e non funzionano.

Fenomeno molto strano, perché le voci divergenti dal coro non sono rappresentate da outsiders, da sprovveduti o da fafiuché, ma da fior di professionisti che scrivono su giornali importanti.

Eccovi servito subito un bel caso per dimostrare con quale scientifica lucidità si riferisca, o si prenda in considerazione, in Italia, solo quello che si vuole. O quello che fa comodo e compiace gli interessi, sì avete capito bene, gli interessi, solo degli amici degli amici…

Su un piccolo quotidiano, il New York Times, di una piccola città che si chiama New York (do you know ?), un bravo giornalista che si chiama Eric Asimov occupandosi di vino e di cibo diffonde un pensiero vinicolo statunitense molto diverso (come lo é quello rappresentato dal blog Mondosapore di Terry Hughes, dagli articoli di Tom Hyland, dal Piedmont Report di Antonio Galloni, dalla news letter del sito Italian wine merchant di Sergio Esposito), da quello di Wine Spectator e di Parker.

Ma voi lo avete mai visto citare da qualche quotidiano o settimanale a larga diffusione, oppure da giornali specializzati del vino, su carta e su Internet, che elogiano, quasi per contratto, le potenti aziende inserzioniste pubblicitarie ?

Niente affatto. Eppure Eric Asimov, un cognome che evoca il celeberrimo scienziato e autore di libri di fantascienza Isaac Asimov (Eric ne è il nipote…), è un giornalista di quelli con i controfiocchi, di quelli che si documentano e non scrivono per sentito dire o passando le veline, e viene regolarmente in Italia, visita le aziende e anche se non è un wine writer specializzato (di quelli che arrivano ad “assaggiare” cento vini in una giornata) incontra i protagonisti e ne ascolta e riferisce fedelmente il pensiero.

Nel giro di un paio di mesi Asimov ha sparato due “bombe”. La prima, il 15 febbraio, sotto forma di un articolo, di cui vi relazionerò puntualmente in altra nota, dedicato al Brunello di Montalcino, seriamente minacciato e messo in crisi dalle troppe innovazioni.

La seconda, altrettanto potente, costituita da un commento, ancora di argomento toscano, apparso sul blog, di argomento cibo e vino, intitolato The Pour, costola della sezione Dining & wine del sito Internet del New York Times, dove Asimov parla in modo molto critico di come vadano oggi le cose nel mondo del Chianti Classico.

Asimov ha scritto: (lo riporto testualmente dapprima in inglese quindi nella traduzione fatta à la volée da Terry Hughes e poi rivista da me): “The Chianti region for the most part has thrown sangiovese under the bus. Just look at the rules now, which have reduced the percentage permitted of local grapes (maybe not such a bad thing, since historically Chianti was made with a number of white grapes), and increased the percentage of international grapes in the blend, like cabernet sauvignon, in an effort to widen its appeal. The result is a region and a wine that has completely lost its identity”.

Il che tradotto nella nostra lingua significa:"La regione del Chianti ha, in larga parte, buttato il Sangiovese sotto il bus. Guardate le regole: hanno ridotto la quota permessa dei vitigni autoctoni (il che forse non é negativo, giacché storicamente il Chianti era prodotto anche con una percentuale di uve bianche) e nell’uvaggio hanno aumentato la percentuale dei vitigni internazionali come il Cabernet Sauvignon, con la scoperta volontà di acquistare appeal. Il risultato é una regione e un vino che hanno completamente perso la loro identità".

A questi vini senza identità Asimov contrappone, come dice chiaramente il titolo, un produttore “toscano che sa quel che vuole”, ovvero Montevertine, che con il Pergole Torte ha dimostrato “anno dopo anno un profondo rispetto e di aver perfettamente capito il Sangiovese”.

Sarà un caso che questo vino, Sangiovese con una piccola quota di Canaiolo e di Colorino, sia proprio un vino che quando il grande Sergio Manetti scelse la strada del Sangiovese in purezza, era stato costretto a trasformarsi in un “vino da tavola” e che oggi, quando il disciplinare del Chianti classico finalmente il Sangiovese al 100% consente, continua a restare orgogliosamente vino da tavola anzi, Toscana Igt ?

Una scelta, lo ricordiamo per i più distratti, fatta per non confondersi con i Chianti Classico “senza identità” di cui parla Asimov in cui dominano Cabernet, Merlot e Syrah.
O addirittura con quelli che, spudoratamente, riportano la dizione Chianti Classico in etichetta, ma dove un po’ di Sangiovese occorre andare a cercarlo con il lanternino



0 pensieri su “Eric Asimov (New York Times) denuncia la perdita d’identità del Chianti Classico

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  2. Sono felice di leggere interventi di questo genere, soprattutto da appassionata di sangiovese che amo selvaggio e animalesco. Vorrei ricordare che Montevertine produce anche un olio eccezionale.
    Saluti

  3. Ho trovato stimolante la lettura dell’articolo di Asimov e del suo commento, entrambi contributi che da piccolissimo incompetente tuttavia reputo di segno positivo, perche’ vanno a mettere il dito nella piaga. Mi stimola in particolare riflessioni che da tempo mi stanno a cuore, e sul cuore, come un peso. Mi sembra corretto inquadrare il mio punto di vista, sia pur minimo come gia’ detto. Sono titolare di una piccolissima “realta’ vitivinicola” (credo si dica cosi’) nel territorio chiantigiano. Pur essendo questa situata fra Gaiole e Radda, ho tuttavia preso l’abitudine di evitare l’uso del termine “Chianti”, se non apposto al nome del mio comune, per evitare di incorrere in infortuni. Il poco vino che io faccio e di cui ancora non sono soddisfatto come vorrei, non e’ Chianti. Ma non per ragioni attinenti alla mia o all’altrui soddisfazione. Semplicemente non puo’ chiamarsi tale, ne’ Classico ne’ altrimenti, perche’ non e’ piu’ nell’albo, da quando il Classico da DOC divenne DOCG. E’ una situazione aziendale che mi sono ritrovato, diciamo. I motivi per cui avvenne la cancellazione dall’albo sono banalissimi, fin troppo per essere citati. Resta che anche volendo non posso recuperare la possibilita’ di poter chiamare (oggi, o quando il mio amor proprio sara’ soddisfatto e osera’ farlo) a chiare lettere Chianti il mio vino, che in mancanza d’altro si chiama Toscana IGT. Vorrei eccome poterlo chiamare Chianti, e non per avere quella fascetta col gallo nero al collo (gallo di cui fra l’altro non si e’ neppure riusciti a tutelare il nome da una incursione legale dei Gallo Bros assolutamente paradossale) di cui mi importa il giusto, bensi’ per riappropriarmi di cio’ che riterrei fosse mio, il diritto al nome del mio territorio.
    Ecco, non e’ tanto la regione chiantigiana che ha perso l’identita’, quanto piuttosto il comprensorio di produzione del vino chianti classico. L’albo. Il quale albo e’ chiuso: chi e’ dentro e’ dentro, chi e’ fuori e’ fuori. Il diritto si compra e si vende, come un diritto d’impianto di ordine superiore. O forse bisognerebbe dire che la regione chiantigiana l’identita’ l’ha persa molto tempo fa, per lo meno da quando si e’ iniziato a permettere di chiamare Chianti vino prodotto in gran parte della Toscana ben lontana dal Chianti geograficamente, geologicamente e climaticamente, per tacere degli aspetti socioculturali che credo dovrebbero pure avere la loro parte nell’attribuzione di un nome che e’ in primo luogo un toponimo, per quanto sfumato.
    A proposito della vexatissima quaestio delle uve bianche prima e della cabernettizzazione (o bordolesizzazione) del chianti poi, vorrei osservare un paio di cose. Innanzitutto faccio fatica a capire in che senso Asimov trovi “non del tutto negativa” l’introduzione dei vitigni non autoctoni motivandolo col problema delle uve bianche: non sarebbe stato sufficiente ridurle o toglierle, dando spazio ad altri vitigni altrettanto (anzi, molto di piu’) autoctoni come il sangiovese e il canaiolo (da lei rammentati)?
    Volevo poi a questo proposito ricordare che nel Chianti in realta’ non mancano i produttori che alla cabernettizzazione non hanno aderito, mi viene in mente al volo una giovane e famosa enologa. Il mio e’ sicuramente un punto di vista molto piccolo, molto dal basso, molto ingenuo, di uno che si riferisce ad altri produttori (piccoli), va detto, ma a me pare che i “resistenti” al cabernet ci siano eccome. Magari il merlot riesce a spuntare qualche ammiratore in piu’.
    Per concludere questa tiritera, della cui lunghezza mi scuso, la butto semplicemente li’ : ma non sarebbe meglio/giusto che, a prescindere dalle discussioni su come sia meglio fare il vino del Chianti, (1) a chiamarsi Chianti fossero tutti e soli i vini prodotti e vinificati “nel Chianti” (che come sanno coloro che ci sono stati, e’ molto piccolo, e non arriva a coprire neppure l’intero comprensorio del Classico), in modo da risparmiarsi di dover poi compensare l’inflazione del nome con politiche di sbarramento e di albo chiuso; (2) si facesse una politica del nome tale da preservare l’identita’ e al tempo stesso consentire la sperimentazione, ad esempio usando la dizione Classico non come viene fatto ora per distinguersi da altri Chianti che vengono fatti ben lontano dal territorio chiantigiano, bensi’ per sottolineare lo stile tradizionale di vinificazione, e impiegandone una sola altra, chesso’ Chianti Sperimentale, o Chianti Novo, o altro, per riferirsi a vini piu’ moderecci, ma pur sempre espressione di quel territorio. Ovvero si potrebbe impiegare la dizione “-nome vitigno- del Chianti”.
    Non sarebbe piu’ giusto?
    Grazie per lo spazio.

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