Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

2 settembre 2010

Ritorna Piacere Barbaresco da domani a lunedì a Neive, Barbaresco e Treiso

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Siete dei Barbaresco fan? Bene allora prendete nota che da domani, venerdì 3, fino a lunedì 6 settembre, Neive, Barbaresco e Treiso, (ma dai, aggiungiamoci anche San Rocco Seno d’Elvio…) i borghi compresi nella zona di produzione di questo celeberrimo grande vino di Langa a base Nebbiolo, saranno teatro della quarta edizione di “Piacere,Barbaresco”, la manifestazione organizzata dall’Enoteca Regionale e dai quattro Comuni della zona di origine per dare la possibilità agli amici e agli appassionati di questo vino di conoscere in modo esauriente questa splendida parte di Langa e compiere una full-immersion in quel vino straordinario che è il Barbaresco.
Che cosa sia Piacere, Barbaresco è presto detto,  una grande manifestazione di conoscenza e promozione del Barbaresco e di tutto il suo mondo produttivo, una rassegna che gli organizzatori amano definire “manifestazione “democratica” e “aperta”, nel senso che è rivolta a tutti gli appassionati del Barbaresco, siano essi operatori professionali o giornalisti o semplici consumatori finali.
Per saperne di più, leggete, qui, sul sito Internet dell’A.I.S., la presentazione dell’iniziativa che ho scritto. Sul sito Internet dell’Enoteca Regionale del Barbaresco è disponibile in formato pdf la locandina con il programma dettagliato della manifestazione, oppure leggete qui l’elenco delle aziende e dei vini in degustazione.

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Sapori antichi all’Oasis di Vallesaccarda: cucina, ambiente, scelta dei vini da applausi

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Acciperbacco che disdetta! Mi sono accorto che pur essendo milanese, residente a Bergamo buona parte dei ristoranti che amo di più e di cui mi piacerebbe essere assiduo frequentatore sono destinato a vederli semel in anno.
Questo per il semplice fatto che ci sono chilometri e chilometri di distanza tra me e loro, perché in larga parte i ristoranti del mio cuore si trovano al Sud, in Puglia e Calabria.
Certo, nella mia amatissima Langa del Barolo c’è sempre, a due ore e mezza di auto da casa, il mio prediletto Felicin, a Monforte d’Alba, in Valtellina, a Bianzone, ho la Locanda Altavilla, sul Garda bresciano a Salò ho la Trattoria alle Rose di Gianni Briarava, oppure a Manerba, il Capriccio, che Giuliana e sua figlia Francesca conducono nel ricordo del loro indimenticabile Giancarlo, però a pensarci bene, la stragrande maggioranza dei posti che in questi ultimi anni mi hanno colpito, mi hanno fatto capire di trovarmi nel posto giusto, sono al Sud.
Sono in Puglia, a Montegrosso di Andria, gli Antichi Sapori di Pietro Zito, il Cibus ed il Fornello da Ricci di Ceglie Messapica, la Piazzetta Cattedrale di Ostuni, il ristorante del Relais Fontanina, tra Ceglie e Ostuni, e poi ad Orsara Peppe Zullo, a Crispiano La Cuccagna, a Lesina Le Antiche sere.
Ed in Calabria, a Castrovillari, la Locanda Alia, e a Cirò Superiore l’Aquila d’oro.
Da martedì 31 agosto devo aggiornare la mappa dei posti del cuore cui penso con rimpianto sapendoli così lontani e così poco a portata di… forchetta, e aggiungere, nella Baronia irpina, a Vallesaccarda in provincia di Avellino, ma poco distante dalla provincia di Foggia pugliese, l’Oasis Sapori Antichi della famiglia Fischetti.
Ho avuto modo di fargli visita in compagnia di due carissimi amici, Nicola Campanile, deus ex machina di Radici Festival dei vitigni autoctoni, ed il collega napoletano Luciano Pignataro, e sono rimasto letteralmente folgorato. Roba da coup de foudre. Gastronomico-enoico, ovviamente. Cominciamo ad inquadrare il posto, che, come viene descritto sul sito Internet del locale, è a 650 metri di altezza, un “ piccolo centro della Baronia, abbarbicato sulla montagna di Trevico, a poche miglia dalle antiche vie della transumanza che scendono dal Tavoliere della Puglia”.
E sgombriamo subito il campo dall’idea malsana che anche qui, come in troppi ristoranti in giro per l’Italia, e qualcuno, ahimé, anche al Sud, si celebri quella negazione della vera cucina che è la cucina moderna, di ricerca, destrutturata, d’influenza Ferran Adrià et similia.
Qui quello che ti arriva nel piatto è riconoscibile, masticabile, consistente, saporito, gustoso, frutto di una lettura intelligente e moderna della “cucina tradizionale adattata ai nuovi sistemi nutrizionali, senza snaturare l’armonia dei Sapori Antichi, giusto equilibrio tra ricerca e antica cucina”, frutto di una “tradizione di famiglia o di informazioni orali raccolte sul territorio”, e non frutto di elucubrazioni mentali, di arrampicamenti sugli specchi, o “masturbatio grillorum” come amava dire il buon Gioann Brera fu Carlo.
La prima sensazione che si prova, una volta seduti ai tavoli, comodi, ben distanziati, elegantemente apparecchiati, ma senza inutili sfarzi, dell’Oasis, e una volta forniti del menu, è letteralmente quella di un devastante imbarazzo della scelta.
Intendiamoci, non quello che ti assale in certi ristoranti, dove praticamente leggi e rileggi e non trovi un piatto che ti faccia venire il più pallido desiderio di sceglierlo, e ti chiedi “ma cosa cavolo ci faccio io qui, ma chi me l’ha fatto fare di venirci?”, bensì il vero imbarazzo del ghiottone che, come avrei voluto dire io martedì, con un filo di voce, un po’ fantozzianamente, chiede “portatemi tutto”. Oppure “quanti giorni posso fermarmi per provare tutti i piatti”?
Come è umanamente possibile, difatti scegliere un solo antipasto tra “piatto misto della casa (Ricottine di Fuscella, guanciale di maiale al pepe nero, prosciutto di cantina, arrosto di maiale con verdure di stagione e formaggio dolce)”, peperone con baccalà mantecato, salsa di patate alla colatura di alici di Cetara, carpaccio di filetto di vitellone con veli di pomodoro, origano e burrata, baccalà… le zucchine alla scapece, terrina di gallina turchesca con verdure di aceto invecchiato di casa e uovo di gallina ruspante all’occhio di bue con piselli limone e tartufo?
E alla voce zuppe tra zuppa di cipollotto nocerino con polpettine di carne al limone, la crema di aglio con sentori di salvia e bottarga di tonno, zuppa di pomodori con stracciatella e basilico?
E per noi pastasciuttari, che non vivremmo un solo giorno senza pasta, di fronte ad un’offerta, da urlo di paste fatte a mano con semola di grano duro biologica, che contempla laccettini al ragù bianco di coniglio al rosmarino, triilluzzi con pomodorini al forno, origano di montagna e cacioricotta del Cilento, fusilli lavorati al ferretto con zucchine, fiori di zucca e pistilli di zafferano, ravioli di ricotta in salsa di noci ed aglio bruciato, ravioli di burrata ed erbette con manteca campana e tartufo nero d’Irpinia, orecchiette con melanzane violetta, pomodoro e provola al fumo, che fare se non dichiararsi prigionieri politici e sperare nella clemenza della corte?

Ziliani Pignataro Campanile

Tanto più che la selezione di paste artigianali ha la spudoratezza assoluta e suprema di comprendere candele di Setaro spezzate a mano con ragù all’antica e fonduta di caciocavallo di maggio, spaghetti della famiglia De Matteis con alici salate di Menaica, cipolle ramate di Montoro e mandorle di fritto, paccheri di Baronia con peperoncini friggitelli, baccalà e pane croccante e risotto Carnaroli gran riserva 2007 con sedano patate e mozzarella di bufala…Ma come non andare in brodo di giuggiole poi e affidarsi al responso della Sibilla, dovendo scegliere (ma perché scegliere?) tra maiale con melanzane affumicate al legno di faggio e miele di Acacia, agnello Irpino in cottura lenta e lunga con pomodorini e menta, la rollatina di coniglio con peperoni e olive infornate  di Ferrandina, l’agnello al giusto rosa impanato alle erbe e frutta secca, il filetto di vitellone dell’Appennino Centrale all’olio extravergine e cipolle croccanti, il baccalà con purea di patate al timo e riduzione di Fiano? Vi risparmio formaggi e dessert convinto di avervi già messo abbastanza in ambasce e indotti ad escludere ogni possibilità di remota di praticare digiuni o vivere di un’insalatina e un frutto…Come scrivono benissimo i Fischetti, “sapori netti, puliti e lineari permettono di gustare al meglio tutti gli elementi che compongono il piatto” e unendo il “gusto per le cose semplici e genuine alle raffinatezze per i palati più esigenti”. E che dire poi, se non risolversi a sostare a Vallesaccarda almeno un paio di giorni, quando ti arriva una signora carta dei vini – consultarla qui – che soprattutto nella sezione dei vini campani, bianchi e rossi, ti sciorina tesori di annate preziose, di selezioni particolari, di verticali possibili, a prezzi che ti farebbero venire voglia di abbracciare Nicola Fischetti e Pietro Carmine?
Una carta di cui segnalo, come unica pecca, la presenza, del tutto incongrua, dei vini di un tale “rinoceronte” e di quelli del teorico del premium wine con cantina in quel di Barbaresco, ma che quando si tratta di onorare Fiano d’Avellino (noi ci siamo deliziati con il Vigna della Congregazione 1999 e 2002 di Villa Diamante), Greco di Tufo, Aglianico d’Irpinia, Taurasi (per noi il duo Vigna Macchia dei Goti 1997 di Caggiano e l’indomito, sorprendente, spettacolare Poliphemo 2005 di Luigi Tecce) fa apparire, in questo particolare contesto, qualsiasi altra scelta superflua, banale, priva di senso.

Questo anche se cadesse sul Barolo Bussia di Aldo Conterno, sul Vigna Rionda riserva di Massolino oppure sul Rocche o sul riserva Villero di Vietti o sulla serie di annate dell’Amarone della Valpolicella di Romano Dal Forno, del Pergole Torte di Montevertine, del Percarlo di San Giusto a Rentennano, oppure del Fontalloro e del Flaccianello,
O, per la serie “facciamoci del male”, del Summus di Banfi, del Tignanello, del Luce, del Masseto o del Brunello di Casanova di Neri…
Io, non sapendo né leggere né scrivere, mi sono deliziato, in particolare con il Taurasi di Tecce (una rivelazione) e con il 2002 di Villa Diamante, e prima del mio dessert, il colante al cioccolato con mandorle tostate e gelato al cocco (a Luciano, sapendo quanto sia goloso hanno portato la millefoglie con crema casalinga, granelle di nocciola e amarene selvatiche mi sono letteralmente goduto, ammirandone l’equilibrio, l’eleganza, la ricchezza di sapore, il perfetto bilanciamento di ogni componente, peperone con baccalà mantecato, salsa di patate alla colatura di alici di Cetara, paccheri di Baronia con peperoncini friggitelli, baccalà e pane croccante e maiale con melanzane affumicate al legno di faggio e miele di Acacia.
Mandando idealmente baci, abbracci e applausi a scena aperta alla brigata di cucina, ovvero Michelina e Maria Luisa Fischetti, Maria Grazia Luongo. Leggetevi qui cosa si spende per i menu Saperi e sapori di terra, e ditemi voi se in questa Oasis, escluso il giovedì giorno di riposo, e le sere dei giorni festivi, non ci tornereste una volta alla settimana…
Io sto già pensando ad un pretesto valido per farvi ritorno prima di fine anno… Luciano e Nicola, quando ci torniamo per un’altra “riunione di lavoro”?

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1 settembre 2010

Quando il rapporto prezzo-qualità è vincente. Un libro di Luciano Pignataro

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Siete persuasi (come me) che i “premium wines” saranno anche una bella cosa (soprattutto quando a fronte di un prezzo importante ci si trova di fronte ad un vino veramente grande, anzi, di più), ma che il fattore rapporto prezzo-qualità sia e dovrà essere sempre di più fondamentale nella valutazione e nella scelta di un vino?
Bene, allora non potete perdervi l’ultima fatica dell’amico e collega napoletano Luciano Pignataro, autore dell’omonimo seguitissimo wine blog, ovvero 101 vini da bere almeno una volta nella vita spendendo molto poco (Newton Compton editore).
Un libro oggetto di una recensione che potete leggere, qui, sul sito Internet dell’A.I.S.

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31 agosto 2010

Crisi nel mondo del vino? Per il ministro Galan non se ne parla nemmeno..

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Deve disporre di un osservatorio del tutto particolare e privilegiato, di informazioni riservate e certe, il nuovo ministro delle Politiche agricole e forestali Giancarlo Galan, quello che ha preso il posto del “propagandista del Prosecco”, lasciandogli la presidenza della Regione Veneto, per giudicare come vadano le cose nel mondo del vino.
Mentre quei “disfattisti” dei giornalisti parlano – leggete qui – di crisi, di “trend a ribasso dei consumi interni”, del passaggio da ”mezzo bicchiere a testa di vino contro i due bicchieri consumati negli anni Settanta”, di prospettive per il 2015 di calo dei consumi “sotto la soglia dei 40 litri pro-capite, con un calo di circa il 70% rispetto agli anni Settanta”, oppure, leggete ancora qui – di crisi economica che “pesa sui mercati”, di “19 cantine sociali del Sud Piemonte che hanno lanciato un clamoroso Sos rivolto ai politici” e chiedono “aiuti alla «rottamazione» di oltre 200 mila ettolitri di vini delle precedenti vendemmie, soprattutto barbera e dolcetti, ancora conservati nelle vasche”, per togliere “spazio alla speculazione al ribasso che sta deprimendo le quotazioni”, e parlano espressamente, in Piemonte, non in Sicilia!, di “distillazione di crisi”, il responsabile dell’agricoltura italiana invita tutti alla calma.
E dopo essersi preoccupato della crisi del pomodoro italiano, con apposite riunioni promosse dal Ministero, in una sorprendente intervista rilasciata ad Egle Pagano e pubblicata, qui, dal sito Internet Wine News, non solo contrappone una sorprendente tranquillità ai (più che giustificati) allarmismi, ma fa chiaramente capire che il Governo non ha intenzione di intervenire, di aiutare un settore che è veramente (e non a parole) in difficoltà.
Alla domanda “il Governo come pensa di intervenire?”, Galan risponde papale papale: “Ho fatto il presidente della Regione Veneto per 15 anni e non ho mai sentito gli albergatori e i commercianti di Venezia dire che le cose andavano bene. Così è, a mio giudizio, per i produttori di vino. Non nego che anche in questo comparto ci siano delle difficoltà, ma non esageriamo! Se c’è un settore che è cresciuto e ha avuto successo sui mercati internazionali, è proprio quello del vino. Prima di lamentarci aspettiamo almeno la fine della vendemmia!”. Come se da qui ad un paio di mesi, come per miracolo, i problemi possano magicamente risolversi…
E alla domanda se non si stia pensando a forme di “sostegno” per il settore vitivinicolo, richieste da più parti, una replica molto secca: “Sono gli agricoltori a dover cambiare: devono abbandonare queste produzioni di base e lasciarle ad altri. Faccio un esempio. Vent’anni fa sui Colli Euganei si facevano dei vini impresentabili. Negli ultimi anni, invece, le aziende si sono convertite alla qualità e oggi fanno prodotti di ottimo livello che non hanno problemi sul mercato”.
E dopo aver fatto un po’ di prevedibile propaganda nordista stile Lega (ma non era berlusconiano e del PDL?) ricordando in tema di “vendemmia verde” finanziata dall’Ocm che “se le risorse sono gestite dalle Regioni – se in Veneto il piano ha funzionato e in Basilicata no, per esempio – il Governo può farci poco. C’è un milione di euro che le regioni non hanno speso, è vero. Io, come Veneto, non avrei mai lasciato andare via un euro, non avrei dormito la notte. C’è qualcuno, invece, che nonostante tutto, la notte dorme sonni tranquilli”, alla domanda secca dell’intervistatrice “il Governo non ha in agenda, quindi, nessun provvedimento per rilanciare il vino italiano?” come risponde il prode Galan?
In maniera scoraggiante: “Ma via! In un settore dove siamo arrivati a vendere i future sui vini fatti bene, basta lamentarsi!”.
Benissimo non cedere al catastrofismo e invitare la filiera del vino a reagire e non aspettarsi miracoli sotto forma di contributi governativi (del tutto improbabili con questi chiari di luna…) e trovare in sé strategie e risorse per reagire e rimediare ai tanti stupidi errori compiuti per superficialità ed errori clamorosi di valutazione negli ultimi vent’anni, ma siamo sicuri, di fronte ai tanti chiarissimi e innegabili segnali di crisi strutturale, che al timone del Ministero delle Politiche Agricole ci sia la persona giusta?
Quella in grado di capire la situazione e di offrire, come controparte politica, idee e soluzioni valide? Non è di certo negando l’esistenza della crisi e invitando a non lamentarsi che la crisi potrà essere superata o esorcizzata…

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30 agosto 2010

Il Cirò è patrimonio di tutti gli amanti del vino, non dei mercanti o degli enologi

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“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani. Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

Questa settimana non ho voglia di proporre un vino. Sarà il rientro, sarà per quel che sarà, sono un po’ arrabbiato. Un po’? Un po’ tanto…
La doc Cirò è una delle più antiche d’Italia e le origini vitivinicole di questa stupenda area della Calabria si perdono nella notte dei tempi, tanto che qualcuno sostiene che proprio da qui venisse il vino offerto ai vincitori della Olimpiadi. Quelle dell’antica Grecia, intendo.
Ma a parte queste balle suggestive, il punto è un altro. La maggioranza degli iscritti al Consorzio Vini Cirò (di cui, per inciso, non fa parte la più celebre e importante azienda produttrice locale) ha proposto è ottenuto la modifica al disciplinare: d’ora in avanti il Cirò potrà essere fatto anche con uve internazionali, oppure con il sangiovese o qualsiasi uva a bacca rossa purché autorizzata. Se non ci saranno opposizioni alla bieca decisione del Comitato Nazionale Vini entro il 12 settembre.
Sarebbe come dire che si può vendere come latte fresco anche quello con un’aggiunta di cioccolata o di caffè.
Nessuna legge vieta di lavorare a blend nei quali ci siano uve autoctone o internazionali, c’è la Igt Calabria nella quale si può fare tutto in tranquillità. Ma questo non basta agli enologi dalle troppe consulenze che non hanno il tempo di studiare bene come valorizzare il gaglioppo. Forse non lo sanno neanche fare.

uve Gaglioppo

E non basta a quelle aziende, a nostro giudizio folli, le quali inseguono modelli produttivi totalmente superati in Italia ormai da almeno cinque anni.
Vogliono, costoro, stravolgere il Cirò. Con la motivazione che molti lo fanno già e non lo dichiarano. Oppure che il Gaglioppo è uva da quattro soldi. L’Italia dei condoni? L’Italia dell’illegalità: dovrebbe essere il Consorzio ad intervenire, se ha notizie precise con nomi e cognomi.
Noi sappiamo di vini straordinari ottenuti da solo Gaglioppo. Ci vuole tempo, passione, attenzione. E poi, se davvero fosse così, perché quando fu scritta la doc gli stessi produttori vollero che l’unica uva usata fosse il Gaglioppo?
La nostra non è ripulsa ideologica conservatrice, ma vera è propria amarezza di fronte a tanta stupidità commerciale.
In un mondo globale in cui è importante distinguersi, specializzarsi, ritagliarsi nicchie di pregio artigianale, la via di uscita alla crisi individuata consiste nel mettersi a fare concorrenza alle multinazionali del vino capaci di arrivare sul mercato a prezzi ben più concorrenziali.

vigneti di Gaglioppo

Chiunque è libero di suicidarsi, ma non può costringere gli altri a farlo. Ritengo che il Cirò appartenga a tutta l’Italia vitivinicola. Il Cirò è anche mio, deve essere dei giovani e delle future generazioni. Non abbiamo bisogno di altri vini-mostri, ma di vini espressione di territori ricchi di tradizioni non inventate dagli uffici marketing.
E non mi interessa se con il Gaglioppo non si può fare il vino più buono del mondo. A me basta che sia unico.
Luciano Pignataro

Questo articolo viene pubblicato contemporaneamente su http://www.winesurf.it/
http://www.lucianopignataro.it/

http://vinoalvino.org/

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27 agosto 2010

Le prospettive del mercato russo del vino secondo la wine writer Eleonora Scholes

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A fine luglio ho avuto il piacere di avere una collega straniera che stimo molto, Eleonora Scholes, (visita qui il suo sito Internet, scritto in russo ed in inglese), tra i partecipanti ad un wine tour che ho avuto il piacere di coordinare, legato alla manifestazione Rosati in terra di rosati che si è svolta in Puglia, per l’organizzazione dell’associazione Buona Puglia.
Eleonora, che è russa di nascita, ha marito inglese e vive in Italia (complimenti per il tuo italiano Eleonora!) collabora ad alcune delle maggiori riviste di vino russe, Vinnaya Karta, Enoteka, Gastronom & Gastronom Profy, Drinktime, Simple wine news, scrive su riviste ucraine e del Kazakistan, e in inglese su Decanter, The World of Fine Wine, Wine Business International, sul blog collettivo Entaste.
Inoltre ha collaborato curando la parte relativa alla Russia al Pocket Wine Book di Hugh Johnson e partecipa spesso alle degustazioni del Grand Jury Européen e a concorsi enologici internazionali.
Ho chiesto ad Eleonora di darmi alcune impressioni sui vini pugliesi che ha avuto modo di degustare e soprattutto di raccontare quale sia oggi, in Russia, la scena del vino e quali le prospettive e le possibilità per i vini italiani.
Le sue risposte, e le sue analisi, davvero molto interessanti e sempre meditate, le potete leggere in questa ampia intervista, che ho pubblicato, qui sul sito Internet dell’A.I.S.
Buona lettura

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26 agosto 2010

Una degustazione di “vini di territorio” in un posto che del territorio ha fatto scempio

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Una discutibile scelta delle Caves de Pyrene

Spiace molto che persone intelligenti e sensibili come Christian Bucci, referente italiano di quell’ottimo selezionatore, importatore e distributore di vini di qualità in UK come Les Caves de Pyrene, per organizzare una degustazione, in programma il prossimo 6 settembre, di “vini di territorio”, o “vins de terroir” che prevede la partecipazione di piccoli produttori che fanno i vini in modo artigianale e naturale, alcuni certificati biologici e biodinamici, vignerons “indipendenti”  che condividono gli stessi valori, quelli della terra, natura, territorio e vino, non abbiano avuto alcuna cura e sensibilità nella scelta della location.
E per la loro manifestazione, annunciata qui, cui prenderanno parte diciotto produttori italiani e dove ci sarà l’opportunità di assaggiare una sessantina di vini francesi in un interessantissimo “viaggio” dai Pirenei allo Champagne, abbiano scelto nientemeno che il discusso Boscareto Resort posto tra Serralunga d’Alba e Roddino.

Per chi non l’avesse mai visto, un cubo enorme di cemento, vetro e acciaio che ha letteralmente deturpato il paesaggio dei circostanti vigneti di Barolo a Serralunga d’Alba.
Un posto di cui scritto mesi fa su Vino al vino, qui, nell’unico modo in cui oggettivamente si può scrivere, se non ci si vuole mettere delle fette di salame, anzi, dei prosciutti interi, sugli occhi, fare gli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia, oppure, come hanno fatto tanti colleghi, che hanno esaltato la cucina del ristorante, le ambizioni del resort, giocare al gioco delle tre scimmiette.
Quelle che non parlano, non sentono e soprattutto non vedono. O fanno finta, per quieto vivere, comodità e conformismo, di non vedere…

Avrei voluto partecipare a quella degustazione, per la serietà delle Caves de Pyrene, per la simpatia nei confronti di Christian Bucci, perché saranno presenti fior di produttori che ben conosco e di cui amo molto i vini, ma in quel posto no, io che alla coerenza personale tengo, non ci metterò piede e quindi me ne resterò a casa.
Mi chiedo che faccia faranno i produttori partecipanti all’incontro quando, forti della loro sensibilità verso l’ambiente, vicini alla sensibilità e alla filosofia dei vini naturali, si troveranno di fronte a quella specie di “eco-mostro”…

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25 agosto 2010

Libera Terra di Puglia ottimi vini dal grande valore sociale

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E’ da tempo che avevo in animo di dedicare un post ad alcuni vini che hanno rappresentato, per me, ma credo anche per molti altri, una delle principali sorprese dell’edizione 2010 di Radici Festival dei vitigni autoctoni, manifestazione che fa il punto sulla produzione basata sui vitigni locali della Puglia (con una piccola appendice in Basilicata) e che consente ai fortunati degustatori che sono invitati a parteciparvi, giornalisti e wine writers, ma anche ristoratori, sommelier, enotecari born in Apulia, di capire quello che bolle in pentola in tante cantine della bellissima regione con il tacco. Avendo avuto modo di riassaggiare, a quasi due mesi di distanza, tutti i vini che hanno partecipato a Radici, in maniera ancora più meditata, trascorrendo tre giorni in un posto meraviglioso che vi consiglio caldamente di visitare, la Masseria San Giovanni – I luoghi di Pitti di Altamura (un saluto, doveroso, alla famiglia Moramarco e all’ormai caro amico Pietro Morgese) ora posso dire con sicurezza che l’impressione molto positiva che avevo riportato a Monopoli è confermata. E che ora il panorama produttivo pugliese può contare su un altro protagonista di tutto rispetto.
Sto parlando di un soggetto produttivo molto particolare com’è la Cooperativa Sociale Terre di Pugliavisitate qui il sito Internet – che opera su terreni confiscati alla criminalità organizzata pugliese puntando al recupero sociale e produttivo di questi beni, aderisce a Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie e lavora in regime di viticoltura biologica certificata su terreni in provincia di Brindisi, e precisamente nella zona molto “calda”, da sempre una delle zone chiave della Sacra Corona Unita, di Mesagne, Torchiarolo, San Pietro Vernotico, su trenta ettari di vigneto, in larga parte destinati a Negroamaro coltivati prevalentemente ad alberello pugliese.
Cooperativa, Libera Puglia, Cooperativa Sociale Terre di Puglia, che oltre al vino produce Passata di pomodoro Fiaschetto bio, Olio extravergine, Tarallini e friselline bio, Pomodorini bio essiccati al sole in olio extravergine.
Tornando a Radici, la “sorpresa” si é anche trasformata in una vera e propria affermazione, visto che, come si può leggere qui, uno dei due vini presentati, il Salento Igt rosato Alberelli de la Santa 2009, si era aggiudicato il primo premio secondo la giuria tecnica di giornalisti e wine writer, lasciando dietro di sé fior di rosati splendidi – cito alcuni dei miei preferiti – come il Daunia Igt Melograno della Cantina La Marchesa, il Salento Igt Girofle di Masseria Monaci, il Salento Igt Scaloti di Cosim Taurino, il Salento Igt Mjère di Michele Calò, il Castel del Monte Petrigama di Tarantini, il Salento Igt Aruca di Santi Dimitri.
Cominciamo dal rosato, dunque, uno di quei rosati che non hanno scelto la strada facile, banale, non impegnativa, molto commerciale dei rosati furbetti, tutti profumi caramella e bon bon e gusto dolcione, che ho criticato in questo articolo pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S, ma mantiene una salda personalità, presentandosi con un colore brillante vivo luminoso, un bel rubino scarico cerasuolo, con un naso fresco, vivo complesso di salda costruzione e polpa, con note di rosa, rosmarino, lampone, ribes, equilibrato e ben asciutto, con una salda struttura, un’accentuata vinosità con un’acidità che spinge ed equilibra la materia e regala una persistenza lunga e salata e pienezza di sapore, con un ricordo di prugna sul finale. Affinato in acciaio, ma anche in botti di legno grande (non barrique, deo gratias!) anche il Negroamaro Salento Igt Filari di San’Antoni, sempre annata 2009.
Vino giovane intelligentemente moderno, caratterizzato da bella freschezza e vinosità. Grande fragranza fruttata, con note di ciliegia, rosa accenno di liquirizia a naso e salda struttura al gusto, con polpa viva, bel corredo tannico, una beva contagiosa e diretta e un finale di bocca fresco e incisivo. Ottimi vini, autentici, schietti, profumati di Salento, che diventano ancora più buoni se si pensa al valore sociale, e culturale del lavoro di questa esemplare Cooperativa (questo il suo indirizzo e-mail), cui spero tanto di poter fare visita, per stringere la mano ai responsabili, e camminare i vigneti, come amava dire Veronelli, in occasione di una prossima trasferta salentina. E’ anche questa, la Puglia che mi piace…

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24 agosto 2010

Basta barrique: Giampaolo Paglia racconta i perché di una decisione “storica”

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Nel pieno della pausa agostana, quando anche le attività via Web (comprese quelle di molti siti Internet e blog) se ne vanno in vacanza, uno dei produttori di vino italiani più attivi sulla Rete, con una sua apprezzata attività di wine blogger che si è distinto proponendo problemi di carattere generale legati al vino (l’inutilità dell’Ice, le commissioni di degustazione delle Camere di Commercio da rifondare, l’eccessivo parlare di vino, ecc.) e non solo parlando dei propri vini e della propria azienda, sto parlando di Gianpaolo Paglia, alias Poggio Argentiera, ha lanciato sul suo blog una vera e propria bombettina.
Con un post dal titolo facilissimo da capire e quanto mai emblematico, basta barriques, ha annunciato una svolta non certo da poco.
Se non è una “rinuncia a Satana”, poco ci manca, perché anche se Paglia ha scelto i toni bassi e dice “nessuna sconfessione del passato, nessun ripudio; molto semplicemente si evolve, personalmente e come azienda”, informandoci di aver rinunciato alla barrique per i Morellino di Scansano, “perché non ci piaceva più quello stile di vino, specialmente abbinato al Sangiovese, al Ciliegiolo”, ha, di fatto, deciso un cambiamento epocale, di quelli da ricordare.
Soprattutto allorché annota che, “in sostanza, in questi ultimi 10/15 anni è cambiato il mondo del vino, e sopratutto sono cambiati i miei (nostri) gusti..”.
Cosa ho fatto dunque, prendendo atto che questo di Paglia è il secondo addio alla barrique che registro (con grande gioia, non lo nascondo…) dopo quello, di cui ho parlato qui recentemente, pronunciato in Valle d’Aosta alla cantina Di Barrò, da Elvira Stefania Rini e Andrea Barmaz?
Ho contattato Paglia e gli ho chiesto di spiegarmi e soprattutto di spiegare a voi lettori di Vino al Vino, i motivi profondi della sua scelta, la sua svolta, in cosa consista il cambiamento di stile e di gusto personale di cui parla nel suo post.
Ne è scaturita una lunga e credo molto interessante conversazione, che ho il grande piacere di sottoporre alla vostra attenzione. E ai vostri, come sempre benvenuti, commenti. Buona lettura!

Paglia, com’è maturata la sua scelta, annunciata sul suo blog in un post dal titolo che più chiaro non si può, “basta barrique”, – leggete qui – di rinunciare ad utilizzare i piccoli fusti di rovere francese per buona parte dei vini prodotti in azienda, soprattutto per i Morellino?
E’ l’approdo naturale di un percorso mio personale e aziendale. Con il tempo mi sono reso conto di non apprezzare più quel tipo di espressione che dà al vino il legno piccolo, specialmente per il Sangiovese.

Da quanto tempo pensava che era venuto il momento di cambiare e voltare pagina?
Come tutte le cose che nascono dal nostro interno, c’é una fase cosciente, dove si prende atto di quello che pensiamo e desideriamo, ed una fase incosciente, dove si forma la volontà, ma non è ancora chiaramente manifestata.
Per la prima fase, almeno un paio di anni, per la seconda non saprei, sicuramente qualcosa di più. Di sicuro ci sono stati momenti che hanno contribuito alla mia crescita personale. Uno di questi è senz’altro la mia frequentazione di persone del mondo del vino che mi hanno aperto degli orizzonti più ampi.
Ho intrapreso un percorso di studio dei vini, qualificandomi con l’Advanced Certificate del W.S.E.T. (Wine and Spirits Education Trust), che continuerò in inverno con il corso di Diploma.
Inoltre da più di una anno una mia società e diventata distributrice e rappresentante di vini per la provincia di Grosseto, con dei mandati importanti come Sarzi Amadé e Les Caves de Pyrène.
Insomma, più si conosce e si frequenta il vino, più si diviene esigenti anche rispetto ai propri vini.

Si è trattata di una scelta di gusto del produttore – lei ha scritto “sono cambiati i miei (nostri) gusti” – o è stato anche un modo lucido e realistico di tenere conto degli orientamenti di larga parte dei consumatori, che, pare, si siano stufati di vini al profumo e gusto di legno?
Anche qui è difficile differenziare. L’attività commerciale è legata indissolubilmente alla produzione agricola, senza di essa non esisterebbe ed è al tempo stesso motore e giudice implacabile delle nostre attività. Tendo a non fidarmi di chi proclama di fare vino senza scopi commerciali. Tutt’al più ci può essere la consapevolezza che è difficile avere successo commerciale senza amare il proprio lavoro e apprezzare il suo frutto.



Lei ha detto “non ci piaceva più quello stile di vino, specialmente abbinato al Sangiovese, al Ciliegiolo”: vuole farmi capire meglio quali aspetti, in quei vini fatti utilizzando la barrique, non la convincevano più, non soddisfacevano il suo gusto?

C’e’ in alcuni vini prodotti con le barriques un eccesso di dolcezza, che può essere visto anche in chiave positiva, ma che per me è un fattore stancante del palato. Si tende a perdere complessità e sfumature a favore di una certa cremosità del gusto, ed in generale credo sia più difficile far emergere il carattere di vitigni come il Sangiovese e il Ciliegiolo, dove una certa spigolosità e nerbo sono alla base della loro identità. In più c’é il fattore bevibilità: mi sono stancato dei vini troppo invadenti.

Perché ritiene che, almeno secondo il suo gusto, la barrique non vada (più) bene per il Morellino, ma funziona ancora bene per le varietà internazionali? Non so se continueremo in futuro ad usarla per il nostro unico vino fatto a base di uve internazionali (il Finisterre, a base di Cabernet Franc, Syrah, Alicante), ma certo se c’é un senso nell’uso della barrique, questo sembra esserci maggiormente quando collegato all’uso di certe varietà.
Faremo delle sperimentazioni e vedremo i risultati e poi prenderemo delle decisioni.

Ha deciso di rinunciare alla barrique per una scelta legata al suo gusto: con questo vuole dirci che i vini devono piacere e convincere fino in fondo soprattutto chi li produce?
Sono totalmente d’accordo con lei, ma allora cosa replica a tanti suoi colleghi che continuano a dire, anche oggi, che i vini devono corrispondere agli orientamenti del mercato e dei consumatori?
Io dico che fare vini che piacciono a chi li fa ha molto più senso commerciale che provare a interpretare i gusti del mercato. La mia sensazione é che tendiamo a sottovalutare chi i vini li acquista e li beve, un po’ per mancanza di conoscenza, un po’, forse soprattutto, per nostra mancanza di coraggio.
Ci sono vini che ci paiono buonissimi, ma che consideriamo “difficili” per il mercato, salvo poi verificare che il mercato è apertissimo ai vini buoni, veri, comunicativi.
Questo lo vedo tutti i giorni, soprattutto da quando, oltre che produrre, mi sono messo anche a commercializzare altri vini.

Cosa pensa di due categorie di suoi colleghi produttori, quelli che hanno deciso di rinunciare alla barrique, o quantomeno di utilizzare solo fusti di terzo, quarto passaggio, o di più, solo perché la crisi economica li induce a risparmiare e a non comprare altre costose barrique nuove, e quelli che invece continuano, imperterriti ed impermeabili ad ogni dubbio, convinti che non si possano produrre vini importanti senza il ricorso al carato?
Penso che ognuno deve essere libero di fare le scelte che ritiene più opportune per lui e la sua azienda. Sarà il mercato a dare un giudizio su questi vini e sarà il produttore che sarà chiamato ad interpretarlo. L’importante è avere l’onestà intellettuale di farlo, proprio per il bene della propria azienda. Bisogna farsi una domanda semplice: mi piacciono i miei vini? Se fossi un cliente li comprerei assiduamente? Li bevo volentieri a casa, in famiglia, tra amici?
Dalla risposta, sincera, a queste domande dipende il futuro, anche economico, di una azienda di vino.

Come cambierà ora il suo Morellino, il celebre Capatosta in particolare, con l’utilizzo di fermentini troncoconici e di botti da 10 ettolitri di Garbellotto? Quali elementi prevarranno rispetto al passato e quali elementi vuole portare maggiormente in evidenza?
Già lo possiamo vedere dall’annata 2009, al momento in affinamento, e anche in parte dalla 2008, dove l’uso del legno piccolo è più misurato.
Bisogna dire che il cambiamento non è soltanto a livello dell’affinamento, ma anche in vigna, dove siamo in conversione al biologico e dove stiamo lavorando con meno ossessione verso le basse produzioni per ceppo e più verso l’equilibrio della pianta, e  in cantina, dove cerchiamo più di privilegiare la semplicità delle operazioni, con macerazioni meno lunghe ed estrattive del passato.
Stiamo anche verificando che l’uso di meno solfiti in cantina non è pregiudizievole della qualità, ma sembra al contrario favorire la “distensione” dei vini e una loro espressione più pulita e naturale.
Insomma, ci sono molte cose in atto oltre alla scelta dei legni. E’ una presa di coscienza che un cambiamento era inevitabile e un metodo di lavoro che ci sembra più in sintonia con i nostri gusti.
Per di più siamo molto felici perché i vini così fatti ci piacciono di più, hanno maggiore eleganza e al tempo stesso maggiore semplicità e bevibilità. Insomma, secondo me sono più buoni, sono vini che mi bevo più volentieri.

Lei vende molto all’estero e ascolta attentamente, anche attraverso il suo blog, le opinioni della clientela e degli appassionati. Come hanno reagito sinora importatori, ristoratori e semplici cultori di Bacco alla sua decisione, che tra l’altro ha scelto di annunciare un po’ in sordina, complice la pausa agostana?
In realtà il post di cui lei parla è nato un po’ così all’improvviso, un giorno che camminando vicino alla rimessa attrezzi ho visto quella pila di baggioli vuoti (supporti per barriques) che mi ha impressionato, e forse mi ha fatto materialmente rendere conto del cambiamento.
Non ho effettivamente comunicato in altro modo a clienti e appassionati, tranne quei pochi che seguono il mio blog, e non ho intenzione di fare di questa scelta una leva di marketing. Mi sembrerebbe lo stesso errore, a posizioni inverse, di coloro che qualche anno fa scrivevano con orgoglio che i loro vini erano “barricati”.
Credo che le scelte tecniche possano essere discusse in modo pragmatico e laico, senza farne delle questioni di interesse primario. A parlare deve essere soprattutto il vino.

Tentando un esame retrospettivo, quali sono stati a suo avviso, in questi ultimi vent’anni, i pregi, i vantaggi tecnici portati dall’uso diffuso della barrique e quali sono stati i problemi che ha causato al vino italiano? Pesandoli sulla bilancia, sono stati più i pro o i contro?
Credo che l’uso della barrique sia stata una forma di riscatto da un passato enologico spesso grigio e triste, almeno per gran parte dell’Italia del vino. E’ stata un po’ come  il bisogno di affermare che nel vino italiano si era girata una pagina, e che il futuro sarebbe stato fatto di vini importanti, senza complessi di inferiorità con i cugini d’oltralpe, in grado di attrarre interesse del pubblico internazionale e di rifondare un enologia fatta di tecnologia, buone pratiche, bei vigneti, cantine supertecnologiche e scintillanti, enologi di grido.
In fin dei conti lo ritengo un passaggio dovuto per chi, come molti di noi, non può rifarsi ad un passato enologico glorioso e ben sperimentato. E’, se vogliamo, un difetto di gioventù del vino italiano, una malattia infantile che deve essere presa, vissuta e dalla quale si deve guarire prima di girare la prossima pagina.
Nel complesso credo che ci siano stati più lati positivi, a condizione di assumere il giusto atteggiamento critico verso questo fenomeno. E’ innegabile che l’immagine dei vini italiani nel loro complesso (senza parlare di quelle poche oasi che pure esistevano) sia cresciuta enormemente negli anni 80 e 90 anche proprio grazie ai vari Tignanello, Sassicaia, ecc., che sono stati un po’ gli emblemi del rinascimento italiano del vino e tutti vini pensati e compiuti con l’uso del legno piccolo.
Passato il periodo giovanile, ora è il momento della maturità, delle scelte consapevoli, delle distinzioni e del lavoro di sostanza sul territorio.
Certo non posso parlare per gli altri, ma questi vent’anni sono serviti anche a me per capire meglio il vino, la sua storia, i suoi terroirs, e per definirmi come persona (si invecchia, ahimè, ma si matura anche) e come conoscitore di vino e dei vini.
Insomma, molto banalmente, anche il mio gusto si è evoluto, così come quello del pubblico che prima era molto più semplice e facilmente impressionabile dal “peso” di un vino, piuttosto che dalle sfumature.

Pensa che la sua decisione farà proseliti e ritiene che un numero crescente di produttori, in Maremma e altrove, “ripudieranno” la barrique, o quantomeno l’uso eccessivo o abnorme che ne è stato fatto, per provare a produrre vini più “food friendly” e maggiormente dalla parte del consumatore?
Ho la sensazione che nel futuro vedremo dei cambiamenti, non per causa mia s’intende,  ma perché i tempi sono maturi. La critica non è più schierata compattamente (anche se lei mi obietterà giustamente che “alcuni” non hanno mai fatto parte di questa schiera) verso vinoni scuri e concentrati, con legno a go gò. Anzi, sembra muoversi nella direzione opposta.
E poi perché la gente si sta accorgendo che di certi vini in fin dei conti si parla molto, ma li si beve molto meno.

Cambiando discorso, come vede, da produttore, la situazione odierna del Morellino di Scansano? Di che salute godono i vini e la denominazione? Quali sono i problemi più urgenti da affrontare e risolvere?
La situazione del Morellino non è diversa da quella di molte DOC o DOCG italiane che hanno avuto un certo successo. C’e’ una stratificazione della qualità abbastanza accentuata, con alcune aziende, spesso quelle più storiche e locali, al top, molta mediocrità, e una buona fetta di vini pessimi fatti dagli imbottigliatori di professione o da chi cavalca il successo di un nome senza troppi scrupoli, senza investire nulla sul territorio, e perché qualcuno glielo permette.
Le aziende, anche nomi importanti e significativi, venute da fuori Maremma non sembrano aver dato impulso o contributi significativi alla DOCG, né dal punto di vista del mercato, né da quello della riflessione e dell’elaborazione di strategie produttive e di promozione.
Purtroppo questa è stata una mia grande delusione a livello personale. Nel complesso è una zona con buone potenzialità, che non sono solamente limitate al Morellino (penso all’Amiata del Montecucco, e alle zone bellissime e poco valorizzate intorno a Pitigliano), ma che é alla ricerca dell’identità. Purtroppo l’identità non nasce da sola, non viene dal genio di uno o due produttori in stato di grazia, ma è il frutto di una lunga opera complessiva di riflessione, di conoscenza del territorio, di lavoro comune.
Qui siamo ancora all’anno zero o quasi. Non si è fatto nulla per la conoscenza del territorio: parlo di zonazioni, studio di varietà e cloni, ecc. Non si è fatto nulla in tema di promozione verso l’estero.
Non si è fatto nulla in tema di regole e disciplinari, ancora retaggio degli anni 70, scritti in italiano ambiguo, che dicono tutto e nulla e non servono a niente. Sono regole che sembrano scritte da azzeccagarbugli, piene di un linguaggio burocratese buono solo per ostacolare chi fa bene, ma con buchi cosi’ grandi da lasciar passare chi produce male o peggio.

E come vede il futuro?
Io credo che il futuro sarà di chi avrà il coraggio di fare tabula rasa e partire dai fondamentali: conosco il mio territorio? conosco le mie varietà? i metodi di vinificazione? i metodi di coltivazione?
I disciplinari devono definire con maggior precisione le zone vocate, e cancellare quelle non vocate, mettendo anche in campo delle agevolazioni per spiantare tutte quelle vigne che si trovano in zone pessime e non vocate e al contempo affidarsi meno ai pali e paletti messi con l’illusione di controllare il mercato.
Le commissioni di degustazione delle Camere di Commercio non possono bocciare i Sangiovese perché hanno poco colore e farne passare altri neri come la pece. Se non si investe in conoscenza è impossibile andare a raccontare al mondo chi siamo.

Non vorrei chiederle del Consorzio, conoscendo i suoi rapporti, non sempre “facili” con l’ente consortile: ma ci sono novità che la riguardano?
Per quanto riguarda il Consorzio del Morellino qualcosa sta cambiando. Io ne uscii quasi 5 anni fa, quando ormai il Consorzio era ridotto ad un luogo di scontro di poteri, completamente bloccato nelle sue finalità più alte, ovvero di essere luogo di incontro dei produttori, di stimolo alla riflessione sul nostro vino, di motore della promozione.
Da quando uno degli attori più importanti di quello scontro, la Cantina Cooperativa del Morellino, é uscito dal Consorzio, qualcosa sembra essersi sbloccato. Il Presidente mi ha chiesto di rientrare nella compagine e di contribuire al cambiamento, che adesso si avverte inevitabile e non più procrastinabile.
Ed io ho accettato con la condizione che si mettano alla guida dello stesso delle persone giovani, appassionate, pulite, e che soprattutto sono lì perché interessate al vino e non alla politica. Il Consorzio deve essere una casa di tutti, e soprattutto una casa di vetro.
Preciso che non sono intenzionato a candidarmi o farmi candidare per nessuna carica, e che darò il mio piccolo contributo solo alle condizioni di cui sopra.

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23 agosto 2010

E’ arrivato anche il Tavernello (frizzante) in vetro: la sfida si fa sempre più dura

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Produttori di vino tradizionali che vi avvinate con molta preoccupazione alla cauta ripresa autunnale e che avete iniziato, o vi apprestate a farlo, le prime operazioni vendemmiali per i vini bianchi, vi siete accorti – i consumatori sicuramente l’hanno già fatto dato il ricorrere deli spot pubblicitari televisivi – che uno dei vostri più formidabili competitor, il leader del tetra brik e bag in box, la Caviro, produttrice del Tavernello, ha deciso di sfidarvi sul vostro stesso campo?
Non le bastava di vendere camionate e camionate di vino in cartone, anzi, di essere, come dichiara “il quarto vino più venduto nel mondo ed il primo in Italia”, puntando sul prezzo molto conveniente e sul claim “100% vino italiano, vino genuino per tutti i giorni”, oggi questa super aggressiva Cooperativa Agricola che riunisce viticoltori su tutto il territorio italiano e qualcosa come 34 cantine sociali situate in tutta Italia, dopo l’esperienza maturata con i pintoni da un litro e mezzo, viene a sfidarvi con due vini proposti nella bottiglia di vetro da 0,75.
Due Tavernello frizzante, disponibili nelle versioni bianco e rosato, che lanciano “la sfida del frizzante“, con il passaggio, “necessario”, affermano, “all’elegante bottiglia di vetro 0,75 che rimane il contenitore ideale per il confezionamento dei vini frizzanti”.
Certo il linguaggio scelto per presentarli, ovvero “due referenze, bianco e rosato, frutto della selezione delle migliori uve italiane, sapientemente sottoposte a frizzantatura”, continua a fare un po’ inorridire noi, voi, puristi del vino, che non confessereste nemmeno sotto tortura di avere, almeno una volta nella vita, comprato una confezione di Tavernello.
Ma con quello spot televisivo, ed il richiamo alla “freschezza”, al “moderato contenuto alcolico”, al “bouquet fine e fruttato”, ed il consiglio ad utilizzarli come aperitivo, anche se, dicono, “si abbinano splendidamente a piatti a base di pesce e pasta con sughi delicati”, e lo spot dove si allude chiaramente al passaggio al vetro – “prova anche tu il gusto nuovo di Tavernello frizzante, fresco, profumato, buono…. da stappare”, temo che rischino di apparire molto appealing non solo per il consumatore che non si è mai fatto problemi ad acquistare vino in tetra brik, ma anche per una fetta di eno-appassionati che o per la crisi economica, o per la curiosità, o per una forma di divertito possibilismo – why not? – potrebbero essere tentati di provare questo Tavernello in veste un po’ più seria…
Insomma, con l’arrivo di settembre la sfida del mercato del vino si fa sempre più dura…

N.B. da leggere domani, su Vino al Vino, un’interessante intervista. Si parla di barrique, e di come si possono produrre ottimi vini facendone a meno…

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