Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

2 Luglio 2009

Famiglie storiche contro la “amaronizzazione” forzata della Valpolicella

E’ sempre antipatico, così si dice in ossequio al politicamente corretto, affermare di aver già detto qualcosa e di aver avuto ragione, in anticipo, sostenendolo quando gli altri non ci pensavano nemmeno lontanamente. Però, poiché di apparire “antipatico” (ma non ipocrita) non me ne può fregare di meno, non ho alcun problema a rivendicare oggi che “l’avevo detto io” e che avevo fatto bene a farlo.
Sto parlando della Valpolicella, di un assurdo processo di “amaronizzazione” forzata e dissennata, di una corsa folle all’appassimento, anche della lucidità nelle decisioni, nella splendida zona vinicola veneta, che, tra i pochissimi, avevo denunciato da tempo spiegando (leggete qui) perché non potevo definirmi ottimista, perché i trionfalismi sbandierati dall’ex direttore del Consorzio, nonché amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini, Emilio Pedron, mi sembravano (leggete qui e poi ancora qui) pericolosi e, cosa strana per una persona sicuramente intelligente e capace di leggere in anticipo l’evoluzione del mercato come il tecnico trentino in forza alla potente corazzata di Calmasino, destinati prima o poi ad essere smentiti da un andamento commerciale che, come è stato autorevolmente detto, è molto preoccupante.
Troppa uva messa allegramente e incoscientemente ad appassire, troppe bottiglie di Amarone, o presunto tale, destinate a finire sugli scaffali. Troppo vino che sarebbe giocoforza finito, in una spirale suicida di prezzi al ribasso, a svilire l’immagine ed il prestigio di questa area collinare ubriacata dal successo e incapace di delineare strategie ragionevoli, anche se, come avevano dimostrato talune prese di posizione espresse nel corso di una mia inchiesta realizzata lo scorso anno (leggete qui e poi ancora qui), le critiche alla politica ufficiale del Consorzio e le preoccupazioni non erano mancate.
Oggi succede che a quella “Cassandra” del sottoscritto, pessimista per realismo e non per partito preso, si vada ad aggiungere nientemeno che un gruppo di note e autorevoli aziende della Valpolicella (alcune delle quali dovrebbero fare però un filo di autocritica e un bell’esamino di coscienza, perché non sono immuni da errori…) che si sono riunite in una neonata associazione battezzata, non senza qualche presunzione ed un filo di retorica, “Le famiglie dell’Amarone d’arte“, elaborando un documento che vale la pena di pubblicare integralmente e di esaminare con attenzione. Come scrivono, “La crisi coinvolge le cantine italiane e le famiglie dell’Amarone rispondono raddoppiando la posta. In pieno trade down, mentre anche l’universo enologico cerca di comprimere progressivamente i prezzi (molto spesso a scapito della qualità del prodotto), dieci grandi famiglie della Valpolicella (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Zenato) si  difendono facendo squadra in nome dell’Amarone.
Sul piatto, la strategia d’attacco della neonata associazione, che da sola vale il 55 per cento dell’intero valore dell’Amarone di qualità (più del 40 per cento del mercato totale): esclusività e qualità totale da difendere e promuovere per uno dei tre grandi vini rossi italiani tra i più conosciuti al mondo”.
Secondo il presidente dell’Associazione degli amaronisti d’arte, Sandro Boscaini, patron di quella Masi che da poco ha trovato nella Mondavi la partner per l’importazione dei propri vini negli States, come riporta VinoWire, “l’Amarone deve rimanere raro e caro stop quindi alle logiche low cost e all’omologazione del gusto per compiacere i palati anglofoni. La fortuna e il fascino del nostro vino sta nella propria identità, una personalità che si è cementata negli anni ed è frutto della sapiente arte di produttori specializzati e storici. Oggi noi vogliamo ribadire questi valori, senza condizioni”.
La presa di posizione del team di aziende viene definito “uno scatto d’orgoglio per difendere uno dei vini italiani che ha conquistato il mondo e sta godendo di un sorprendente apprezzamento all’estero (che assorbe il 70 per cento del mercato), con 10 aziende che vanno in controtendenza in un periodo di forte crisi di identità dei vini storici italiani.
Così, infatti,  se a Montalcino si discute da tempo se “ammorbidire” o meno il disciplinare del Brunello - e la stessa cosa accade per il Nobile di Montepulciano e per il Cirò, che alcuni vorrebbero rendere più “moderni” con una bella iniezione di vitigni internazionali - l’Amarone rilancia sulla qualità e sul carattere originario del prodotto.
Obiettivo: non perdere la connotazione di vino esclusivo e necessariamente costoso, data l’originalità e l’artigianalità del delicato processo produttivo che implica un’accurata scelta delle uve, un lungo appassimento e invecchiamento in nobili legni.
Per fare questo, l’associazione adotta sul piano tecnico un “disciplinare volontario”, che rende ancora più selettive le maglie del regolamento: grado alcolico minimo di 15 gradi, estratto secco più elevato, immissione sul mercato dopo almeno 30 mesi dalla raccolta,  riduzioni o rinuncia unanime alla produzione nelle annate più sfortunate.
Ne consegue una politica dei prezzi che, pur attenta al mercato, consideri gli alti costi richiesti da una viticoltura di qualità e dalla cura particolare che questo vino richiede. In altre parole, nessuna svendita in nome di una storia e di una qualità totale che non accetta di essere annacquata.
Già oggi l’Amarone di largo consumo, che si può trovare sui banchi del supermercato a prezzi decisamente bassi - e a tutto svantaggio della qualità e dell’originario carattere organolettico - supera in quote di mercato l’ “autentico” Amarone, rappresentato in primis dai produttori della Valpolicella che si esprimono in questa Associazione.
In particolare, preoccupa il costante aumento della produzione, che vedrà nel mercato 15 milioni di bottiglie nel 2011 quando l’attuale assorbimento è di circa 8 milioni. Buona parte di questo esubero di produzione proviene da aree e da operatori neoconvertiti all’Amarone al semplice scopo di prendere vantaggio dalla sua notorietà e appeal commerciale.
Un danno esteso, questo, che intacca non solo il prodotto ma anche, e soprattutto, il territorio di riferimento del quale l’Amarone è simbolo e bandiera”.
Secondo Boscaini, che in passato ho criticato (leggete qui) per la discutibile scelta di produrre vini da appassimento, stile veneto, “Amarone method“, anche in Friuli ed in Argentina, “natura e tradizione hanno regalato alla Valpolicella un patrimonio unico anche in termini di marketing, grazie a una differenziazione di prodotti capace di presidiare diversi segmenti di mercato, dal semplice e beverino Valpolicella al più importante Valpolicella Classico Superiore, dal corposo Ripasso al sontuoso Amarone. Ma oggi si sta sciupando questa diversità con azioni avventate che confondono il consumatore e gettano nel discredito un intero territorio. Oggi una bottiglia di Amarone ‘da banco’  - conclude Boscaini - si può trovare perfino a 10-12 euro, mentre un Amarone della Valpolicella degno di questo nome non ne potrebbe costare meno di 25″. Stop alle imitazioni da bancarelle, dunque, perché la grandezza di questo vino non consiste nella semplice adozione di una tecnica di vinificazione, ma nella capacità di esprimere un territorio e la sua storia. Non a caso, tra i requisiti richiesti per l’adesione all’associazione - che apporrà un apposito logo in etichetta - ci sono il carattere familiare dell’azienda, una storia vinicola di almeno 15 anni (e le dieci aziende associate ne sommano complessivamente più di 1600), una presenza sul mercato con più di 20 mila bottiglie e un brand conosciuto in almeno 5 Paesi.
I dieci campioni dell’Amarone sottolineano che l’Associazione è aperta ed auspicano l’allargamento alle tante famiglie che possiedono i requisiti e hanno messo a frutto nelle colline della Valpolicella il patrimonio dell’arte antica che rende unico questo vino”.
Molte cose interessanti in questa significativa presa di posizione, tranne la sottolineatura, a mio avviso eccessiva, di una “esclusività” dell’Amarone (e io aggiungerei, sempre, della Valpolicella) e l’affermazione secondo la quale “l’Amarone deve rimanere raro e caro”, che se presa alla lettera è altrettanto perniciosa della riduzione del grande vino rosso veneto da appassimento a wine commodity low cost, ma una presa di posizione che fa chiaramente capire le difficoltà che si cominciano a percepire in Valpolicella ed i nodi che lentamente ma inesorabilmente vengono al pettine.
Non è mai troppo tardi, verrebbe da dire alle “dieci grandi famiglie della Valpolicella (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Zenato)” che si sono riunite in questa amaronesca “artistica” associazione, ma sono certe al cento per cento di non aver contribuito anche loro, con loro scelte e strategie rivelatesi poi sbagliate, ad esempio quella “omologazione del gusto per compiacere i palati anglofoni” cui alcune di loro si sono dedicate negli anni scorsi, ad aver delineato questo stato di cose di cui, ora, sottolineano contraddizioni, insidie e assurdità?
Sarò ben lieto, se lo vorranno, di riportare il loro punto di vista in merito su questo blog, se avranno voglia di ulteriormente spiegarsi…
p.s. segnalo sull’argomento anche il post di Francesco Arrigoni, sul suo blog WineWebFood

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1 Luglio 2009

Rinnovati i vertici del Consorzio Vini Valtellina: Emanuele Pelizzatti Perego vicepresidente


Una buona notizia dalla Valtellina: l’amico Emanuele Pelizzatti Perego, titolare, con la sorella Isabella e la mamma, dell’azienda Ar.Pe.Pe di Sondrio, fondata nel 1984 dall’indimenticabile Arturo Pelizzatti Perego, “che vi riversò il prezioso bagaglio di valori e conoscenze ereditato dalla sua famiglia - quattro generazioni di vignaioli che fin dal 1860 avevano prodotto ottimo vino di Valtellina”, è stato nominato, come si legge su Valtellina on line, vice-presidente del Consorzio Tutela Vini Valtellina.
E’ un bel segnale per i vignaioli di questa splendida zona vinicola, emblema della viticoltura eroica di montagna, ed una forma, in ogni caso tardiva, di “risarcimento” morale nei confronti di un’azienda e di una famiglia, e di un uomo, Arturo, che sono stati in qualche modo “osteggiati” negli strani ultimi vent’anni delle vicende vitivinicole valtellinesi, ma le cui visioni, ed il cui rigore morale nel difendere l’identità dei vini valtellinesi stanno avendo ragione. Come dimostra questa nomina, che sino a qualche anno fa sarebbe stata letteralmente impensabile.
Completezza dell’informazione m’induce a riferire che a Casimiro Maule, enologo della Nino Negri (alias Gruppo Italiano Vini) presidente per gli ultimi dodici anni dell’ente che dovrebbe rappresentare tutte le case ed aziende vinicole della Provincia di Sondrio, è succeduto, come nuovo Presidente del Consorzio, Mamete Prevostini, 42 anni, titolare dell’omonima casa vinicola di Mese.
Durante il suo mandato, che avrà durata di tre anni, Prevostini sarà affiancato da due vicepresidenti, Aldo Rainoldi in rappresentanza della categoria trasformatori ed Emanuele Pelizzatti Perego in rappresentanza della categoria viticoltori.
Il collegio di giunta sarà invece composto da cinque membri: il presidente e i due vicepresidenti cui si affiancheranno Pietro Bettini e Andrea Zanolari.
A tutti le felicitazioni di rito e gli auguri di buon lavoro e l’invito a difendere davvero, con le idee, con l’azione quotidiana, se necessario con le unghie e con i denti, l’identità storica dei vini valtellinesi, la loro eleganza e nobiltà, il loro essere unici, irripetibili ed inimitabili, ed il lavoro, davvero eroico, silenzioso, paziente, dei viticoltori di questo meraviglioso angolo di Lombardia, una delle poche terre al mondo dove il grande Nebbiolo (alias Chiavennasca) si esprime al meglio, innalzando il proprio canto della terra (e dalle pietre) al cielo.
p.s. questi i componenti del nuovo Consiglio di Amministrazione del Consorzio: Attilio Bertini, Pietro Bettini, Paolo Bombardieri, Davide Fasolini, Alfio Mozzi, Nicola Nobili, Emanuele Pelizzatti, Mamete Prevostini, Aldo Rainoldi, Andrea Zanolari, Marcel Zanolari.

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30 Giugno 2009

Wine Spectator celebra l’Enoteca Italiana di Siena: tout se tient, of course!

La si può leggere un po’ ovunque questa “notizia”: sul Cittadino on line, su Valdelsa.net, sul sito Internet del Comune di Siena, persino sul sito verde Padania (nonostante sia voce del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, non di della Repubblica Veneta o della Val Brembana) Agricoltura italiana on line.
La sostanza, cambiando la fonte, non cambia. Quella che alcuni definiscono “la migliore testata mondiale nel settore del vino”, altri addirittura “la Bibbia del vino Usa” (una definizione che si può leggere in vari modi, compreso quello secondo il quale è la “Bibbia” del vino di gusto americano, ovvero il Verbo del vino omologato), ovvero Wine Spectator, “promuove a pieni voti l’Enoteca italiana di Siena e altre eccellenze vinicole del territorio senese.
Nel suo ultimo numero di giugno, in un articolo (che potete leggere qui) firmato dal giornalista  Jo Cooke, l’Enoteca italiana viene descritta come “la più grande sala-esposizione del vino italiano”.
Non aspettavano altro in quel di Siena e dintorni, dove da un anno buono c’é una forte preoccupazione, per tutto il Sistema, per le vicende riguardanti il Brunello di Montalcino. Questo “riconoscimento” è stato accolto come una manna: “si tratta un valido biglietto per la promozione del nostro territorio e della nostra offerta, sottolinea il segretario generale della Camera di Commercio Lorenzo Bolgi, è una testimonianza che la qualità dei nostri ristoranti e locali è vincente”.
Dal canto loro i politici senesi, la “Casta di Siena” di cui parla, in un omonimo libro, oltre che nel seguito “Le Mani sulla città” il giornalista Raffaele Ascheri (leggete qui e ancora qui) non hanno atteso un solo minuto per crogiolarsi al calduccio delle dichiarazioni di quelli che una volta avrebbero definito “gli yankees”.
La parlamentare del Partito democratico, con trascorsi nel PCI e nei Democratici di Sinistra, Susanna Cenni, nativa di Monteroni d’Arbia vicino a Siena, dal 2000 al 2005 assessore regionale al turismo, commercio, fiere della Regione Toscana (nel primo governo Martini), dal 2005 “alla guida dell’assessorato regionale all’agricoltura, foreste, caccia, pesca e quello alle pari opportunità uomo-donna” (una bella ridda di competenze!) e con le elezioni politiche del 2008 eletta alla Camera dei Deputati, ha subito dichiarato che “Il riconoscimento di Wine Spectator ad Enoteca Italiana premia la pazienza e l’impegno di chi guida una realtà unica nel suo genere e la lungimiranza di tutte le istituzioni, senesi e toscane, che hanno sempre creduto nell’efficacia con cui l’ente promuove, ormai da quasi cinquant’anni, i grandi italiani nel mondo”.
Questo risultato - aggiunge - “ci mostra come la strada intrapresa, non senza fatica, nella valorizzazione delle nostre migliori produzioni vitivinicole, sia stata quella giusta. Enoteca Italiana ha saputo interpretare al meglio il legame fra i vini italiani e il territorio, confermandosi come un’importante vetrina della produzione qualità locale e nazionale.
Oggi, anche alla luce di questo risultato prestigioso, il goffo tentativo di dar vita ad esperienze concorrenti, intrapreso alcuni anni fa per togliere all’ente senese il ruolo di valenza nazionale, ci sembra definitivamente superato”. Non bastasse la parlamentare senese ha chiuso il suo commento all’articolo di Wine Spectator inviando “il mio augurio di buon lavoro al presidente Claudio Galletti e al segretario generale Fabio Carlesi, in questi giorni al VinExpo di Bordeaux, per continuare, anche e sopratutto in una fase di crisi tutt’altro che semplice, a promuovere i nostri vini attraverso iniziative mirate e di qualità”.
Di fronte a questo proclama tonitruante, che manca solo di promettere “spezzeremo le reni alla Grecia“, pardon, ai nemici e agli avversari dell’Enoteca di Siena e poi sarebbe in perfetto stile anni Venti, a Roma come a Mosca, c’è solo da aggiungere che a Wine Spectator devono avere una vista particolarmente acuta, a raggi x come Superman, per essersi accorti, beati loro, dell’efficacia del lavoro svolto da quell’Ente eminentemente politico e dall’utilità tutta da dimostrare che è l’Ente Vini Enoteca Italiana di Siena.
Io, che pure sono da 25 anni, non due giorni, nel mondo del vino, di tutta questa indispensabilità e ricchezza di espressione del lavoro svolto dall’Enoteca Senese, distratto come sono non me sono mai accorto, anzi…
Mi accorgo invece, anzi ho la conferma di una convinzione cui ero già arrivato da tempo, che questo Ente, alla cui testa (presidenza e direzione) sono sempre arrivati personaggi molto abili nell’intessere rapporti organici con quello che Bruno Vespa definirebbe “il mio azionista di riferimento“, ovvero quel Pci-Pds-Ds che oggi è una delle due forze politiche storiche, l’altra è la Dc, confluite nel PD, sia soprattutto un organismo specializzato nel dare all’esterno un’immagine di sé ben superiore a quella reale.
Tale da catturare, ma non è difficile farlo in Toscana, facendo parte di un certo sistema di potere politico-economico-finanziario (e qui mi fermo…) il consenso persino della nota rivista che qualcuno ha ribattezzato Wine Speculator.
Non c’è da stupirsi. Come recita quell’espressione francese, Tout se tient, ovvero tutto è collegato e nulla avviene per caso.
Dal riconoscimento solerte attribuito dal Vinitaly 2009 alla Castello Banfi, come “massima espressione dell’imprenditorialità legata all’agricoltura, e da sempre votata all’eccellenza, cresciuta, nei trent’anni dalla sua fondazione, sotto l’egida dell’alta qualità, la Castello Banfi rappresenta oggi uno dei principali ambasciatori del “made in Italy” nel mondo. Forza trainante del “modello Montalcino”, al premio assegnato dalla rivista americana Forbes al Castello Banfi (ah rieccolo!) come migliore meta enoturistica del mondo, a questa celebrazione dell’Enoteca di Siena da parte di Wine Spectator, più pompata dagli ambienti toscani di quanto appaia in realtà leggendo l’articolo, ci muoviamo nello stesso milieu da “mani sulla città” e sulla Provincia.
Dove ad essere sostenuti, promossi, portati in palmo di mano sono sempre gli stessi e non si muove foglia senza che Qualcuno (chiamalo Partito, Banca, o in altro modo…) non sia d’accordo e non voglia…

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Worcester sauce: un saporito nuovo wine blog si affaccia nella blogosfera

Stuart George

Stuart George

E’ con grande piacere che saluto l’ingresso nella blogosfera di un caro amico, una delle persone che più mi hanno aiutato ad inserirmi, da collaboratore italiano e membro dell’editorial board, nella piccola ma calorosa famiglia di quella che io (ma anche tanti altri ormai…) considero la più bella rivista di vino del mondo, The World of Fine Wine.
E’ stato proprio lui, il 35enne Stuart George, a farmi sentire veramente a mio agio, ospitandomi ogni volta che salivo a Londra, per le degustazioni di vini italiani organizzate dalla rivista, nel suo appartamento colmo di libri e dischi (da Nick Drake al jazz alla musica classica) e coordinando perfettamente, da bravo tasting editor, la raccolta dei vini, il servizio in blind tasting, l’elaborazione dei dati frutto delle valutazioni date dai componenti dei vari panel tasting.
Un caro amico Stuart, appassionato dell’Italia e dei suoi vini, che per i casi della vita, perché ogni tanto cambiare e mettersi alla prova fa bene e dà nuovi stimoli, ha da poco lasciato, dopo cinque anni, TWFW, per abbracciare un’attività di giornalista free lance.
Cosa ha fatto Stuart, dopo essersi guardato intorno per capire come muoversi e aver programmato una serie di viaggi di studio che nei prossimi mesi lo porteranno dalla Borgogna agli States (al suo attivo ha già viaggi e soggiorni in Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa e regolari puntatine in Francia, oltre ad essere stato vincitore nel 2003 della Young Wine Writer of the Year competition) per dire al mondo del vino che nonostante tutto “ehi ragazzi, la vita continua, sono ancora qui!”?
Come tanti wine writer di lingua inglese (ma anche italiani) ha pensato bene di creare un proprio wine blog, battezzato, in onore alla sua terra d’origine, il Worcestershire, nientemeno che Worcester sauce, dal nome di quella celebre salsa Worcester “creata nel 1837 da Sir Marcus Sandys ex Governatore del Bengala, che chiese ai farmacisti di Worcester, John Lea e William Perrins di riprodurre la ricetta di una salsa assaggiata durante il suo soggiorno nelle Indie che gli era piaciuta molto”.
Wine and other stuff, vino e altre cose il sottotitolo di un blog che parlerà di vino con quell’approccio intellettuale e curioso che ha sempre contraddistinto lo stile di Stuart, precisione e documentazione rigorosa, dati e numeri, ma anche la capacità di guardare al vino senza barbose seriosità.
Tra i primi post pubblicati sul blog di Stuart segnalo (leggete qui) questa puntigliosa cronaca della prima verticale di  Vermentino nero di quel bel personaggio che é Pierpaolo Lorieri (alias Tenuta Scurtarola a Massa) mai tenuta, svoltasi, per i misteri del caso, o per l’intraprendenza di un altro amico, Andrea Balzani, sommelier e selezionatore di vini italiani ed esteri, che ha pensato bene di organizzarla in London lo scorso 16 giugno, nel celebre locale La Fromagerie.
Un percorso a ritroso dal 2006 sino al 1999 per scoprire i pregi ed il mistero di un vino rarissimo, che non molti in Italia conoscono.
Un forte bravo a tutti e al buon Stuart, che ho contribuito ad introdurre alle delizie del Barolo e del Brunello di Montalcino, i migliori auguri di ogni successo, per il suo blog e per la sua attività di scrittore del vino.

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29 Giugno 2009

Retour de Bordeaux (Vinexpo): una protagonista racconta

A proposito di Vinexpo 2009 e della sua appendice (alternativa?) Italissima le polemiche non accennano a calare.
Ne parlano, in Francia, Hervé Lalau sul suo ottimo blog Chroniques vineuses (leggete qui e poi ancora qui), oppure, in maniera non proprio all’insegna della buona educazione, il patron del Grand Jury Européen, François Mauss, intervenuto con irruenza (eufemismo) sul suo blog (leggete qui) e con arroganza sul mio (leggete qui).
In Italia la notizia del mega flop di Italissima (parole di Enzo Vizzari, ma anche di un produttore italiano come il friulano Nicola Manferrari di Borgo del Tiglio, che al telefono mi ha parlato come di un’esperienza fallimentare) contrapposto al sostanziale successo del Vinexpo, è stata ripresa, ad esempio, oltre che in maniera ironica da Briscola (leggete qui) dal blog Intravino in questo post dove viene ospitato il punto di vista di Anna Serio, l’organizzatrice della rassegna off (la stessa Anna Serio che giovedì sera al telefono mi proponeva di collaborare e di contribuire a creare un panel di grandi esperti e palati europei: ma non c’è già il mitico Grand Jury Européen di Mauss e amici?) e in quest’altro post, che riporta commenti, cronache, pour parler.
Vino al Vino, il cui responsabile, a differenza dei francesi e svizzeri intervenuti in maniera stizzosa, non commercia, non distribuisce, non importa vini e scrive in assoluta indipendenza (speriamo che lo facciano anche Perrin e Mauss) vuole offrire un altro contributo al dibattito sulla presenza italiana a Vinexpo, sul rapporto un po’ imperfetto di Italissima con questa grande rassegna bordolese.
Lo fa, Vino al Vino, pubblicando il punto di vista di un’azienda italiana presente à Bordeaux, espresso non dal proprietario, il barone Andrea Franchetti, ma di una sua stretta collaboratrice sia alla Tenuta di Trinoro in Toscana che a Passopisciaro sull’Etna, Erika Ribaldi.
Una premessa è indispensabile: non conosco Erika Ribaldi, che è solo (come tanti produttori) una lettrice di questo blog e non ho mai visitato le due tenute. Erika, come vari altri produttori presenti a Bordeaux, di cui pubblicherò le testimonianze, mi ha inviato sia durante la rassegna, che una volta ritornata a casa, dei commenti, come questo, molto efficace e diretto, che pubblico con grande piacere, ritenendolo una testimonianza di sicuro interesse. f.z.
Erika Ribaldi (Tenuta di Trinoro) su Vinexpo 2009
“Sabato 20 Giugno eravamo in diversi ad attendere con entusiasmo, l’arrivo del nostro aereo Air France diretto da Fiumicino a Bordeaux (volo diretto per pochi privilegiati) , carichi di speranze ed aspettative, reduci, almeno per quanto mi riguarda da due mesi di fitta corrispondenza con importatori, broker, distributori, tira-sole, venditori di barriques , di tutto un po’. Produttori più o meno conosciuti, giornalisti del settore, enologi di spessore che portano cognomi ridondanti, tutti facevamo bella mostra dell’orgoglio di partecipare ad una manifestazione così importante come Vinexpo, sperando che in parte, questi cinque giorni rappresentassero la risoluzione dei nostri problemi commerciali.
Atterrata e scaricati i bagagli da un amico e collega francese, ho preso la via del centro, ed ancorata alle ringhiere dei Jardin Public de Bordeaux, ho subito notato una magnifica fotografia di Roberto Voerzio, sorridente, che faceva bella mostra di se trasmettendo la serenità onesta del vignaiolo che conosco.
Che ci fosse un bravo produttore italiano come master pièce di una collezione francese d’arte mi ha riempito d’orgoglio, la nostra magnifica italianità come assetto per il successo della manifestazione. Le premesse c’erano tutte.
Per quanto mi riguarda, sin dal primo istante dell’iscrizione, mi sono sentita coccolata, valorizzata ed assistita in tutto quello che mi fosse servito, una volta venuta in possesso della chiave d’accesso al sito dell’Expo, non ho fatto altro che usarlo e abusarne, traendone vantaggio  per contattare chi avrei incontrato solo nelle settimane seguenti.
La fitta rete di informazioni, usata nel modo più intelligente e predatorio, mi ha messo in contatto con importatori di tutto il mondo, dalla Giordania, a Malta alla Bulgaria, solo per menzionarne alcuni, e anche se non tutti i contatti si sono poi materializzati in un ordine, almeno hanno dato ai nostri vini una possibilità.
Ora, una volta rientrata, posso riferire di buoni risultati (contrariamente da quello che continuo a leggere) che non sono altro che il frutto di un’intensa preparazione, del valore dell’azienda che rappresento, e della sinergica collaborazione con un négociant con il quale Trinoro lavora dal 1997, insieme abbiamo condiviso 30 metri quadri di stand, clienti e curiosi. Nessuno è ripartito dal nostro stand senza aver assaggiato almeno uno dei vini di Andrea Franchetti o viceversa senza aver assaggiato quelli di Jean luc Thunevin ( the Bad Boy) .
Ma per i corridoi del kilometro del vino (Hall 1), non ho potuto evitare di notare, tante mani in tasca, occhi disperati in cerca di un cliente nemmeno troppo preparato, con la bramosia e il desiderio di stappare una bottiglia per chiunque fosse interessato. Troppo spazi vuoti di professionalità, anche di stile, figure improvvisate, troppo pochi clienti da potersi dividere nel banchetto della disperazione che la crisi ha portato.
In fondo tutti dobbiamo vendere per pagare gli stipendi di chi lavora nelle nostre aziende, che siano produttori Americani, Croati, Bulgari o  Italiani, non fa differenza, in questo momento di forte difficoltà è necessario lavorare il doppio e insieme per raccogliere la metà dei risultati.
Non posso non pensare che anche gli altri Italiani presenti non abbiamo fatto come noi, rosicando i centimetri di distanza che ci separassero dalla comanda di una paletta di vino; sono certa che anche loro abbiamo cercato i loro appuntamenti, che abbiano sedotto i pochi buyer presenti, e che non si siano affidati ciecamente all’organizzazione dei consorzi, degli enti istituzionali, delle figure pseudo commerciali che sfogliano un catalogo pieno di soluzioni presentando parcelle non modeste.
Entrare nello stand di un famoso produttore italiano e vederlo accogliere praticamente ogni ospite, ricordandone il nome o cercando di scoprirlo, non lo ha fatto solo sembrare un ottimo padrone di casa, senza alcun dubbio rappresenta un modello da seguire, ed è per questo che questo gigante italiano è conosciuto in tutto il mondo ed è un imprenditore di chiaro successo.
Sto parlando di Angelo Gaja, non dell’ultimo arrivato, una persona che non conosco a livello personale, ma che a livello professionale mi è sembrata presente, sempre attento. Il suo stand era condiviso con Taylor e con Guigal, una sinergia perfetta di grandi produttori con un obbiettivo comune, fare rumore.
In scala ridotta ma sempre intelligentissima mi è sembrata l’operazione di Testamatta che condivideva il proprio spazio con un grande sudafricano e un bravo borgognone.
I grandi stand nazionali non hanno avuto molta attenzione, o quantomeno non mi sembra; troppi vini presentati, una dispersione di energie e di risorse.
Mi chiedo se non fosse stato meglio per quei bravissimi produttori che hanno partecipato ad Italissima, mettere da parte il protezionismo della propria rete vendita e consorziarsi per uno spazio comune e condividere i contatti maturati precedentemente o sviluppati come conseguenza. Idealismo? Forse, per la piccola esperienza che ho maturato in Italia posso dire che sia a livello tattico che strategico, condividere certe informazioni porta risultati, anche importanti.
Un esempio che sto vivendo sulla pelle è lo sviluppo all’unisono dell’Etna al quale sono devota e che vedo trovare terreno fertile tra  i colleghi. Manca solo un anno all’Expo di Hong Kong, meglio tirarsi su le maniche e cominciare a prepararlo, l’Asia è un eldorado, ovvero tanto oro che nessuno ha mai trovato. Che non sia questa la volta buona?”. Erika Ribaldi

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Per evitare “un altro caso Tocai” ecco la mega-Doc del Prosecco

Intervista a Cristina Coari, autrice di Bye Bye Tocai

Evitare “un altro caso Tocai” é stata una delle parole d’ordine preferite, (leggete qui) ripetute da fior di addetti ai lavori e parti in causa per spiegare la recente misura di ampliare e fare diventare interregionale la zona di produzione del Prosecco e di legare il nome di questa nuova Doc al nome geografico di Prosecco, località in provincia di Trieste, per evitare lo scippo del Prosecco ormai in atto in tutto il mondo.
Scippo ad opera di vini che riportano in etichetta il nome Prosecco prodotti dall’Australia alla Romania.
Il richiamo al Tocai, alla “guerra” persa con l’Ungheria che ha portato i viticoltori del Friuli Venezia Giulia a rinunciare alla storica dizione di Tocai friulano per il loro bianco simbolo e a ribattezzarlo Friulano, mi ha fatto tornare in mente un eccellente e puntiglioso lavoro Bye Bye Tocai che appunto a questa vicenda risoltasi male per i colori italiani aveva dedicato lo scorso anno, pubblicandolo per la piccola casa editrice Senaus di Udine la giornalista e sommelière goriziana Cristina Coari (nella foto), oggi impegnata nel mondo del vino come responsabile delle relazioni esterne di un’azienda vitivinicola del Collio.
La guerra del Tocai tra storia e cronaca il sottotitolo di queste oltre 170 pagine ricche di date, dati, documenti, un volume di grande interesse e utilità i cui temi dominanti, il peso del vino italiano e dei suoi rappresentanti nel consesso politico ed economico internazionale, gli intrecci tra politica, economia, finanza che hanno portato il Tocai friulano a non potersi chiamare più Tocai, le incerte scelte strategiche del mondo del vino friulano e italiano, meritavano di essere nuovamente presi in esame e considerati.
E’ per questo motivo che ho pensato di chiedere all’autrice di raccontarci come sia nato questo volume, e se davvero pensa che le scelte maturate sulla vicenda del Prosecco siano quelle giuste per evitare che l’Italia del vino venga ancora una volta sconfitta. Il tutto in una lunga, ma credo molto interessante intervista che ho pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. e che potete leggere qui

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26 Giugno 2009

Alesia Universal Wine Festival O della vera storia dell’assedio di Alesia

Mi punge vaghezza che sia ispirato a quanto è successo nei giorni scorsi à Bordeaux, con la “rassegna off” che presentava la presunta “crème des Producteurs italiens” collocata - pour épater qui? - proprio di fronte al vasto stand espositivo di Vinexpo, con tanto di discussioni, risse e colluttazioni, e ammissioni pubbliche di “flop” il sempre ironico e divertente apologo sull’Alesia Universal Wine Festival proposto dall’ineffabile e inimitabile Briscola…
Buona lettura mes amis! f.z.

Era l’inizio dell’anno 52 a.C. quando il Publicus Scriba dell’Ente Fiera di Borgogna emise il primo comunicato sulla 330esima edizione dell’Alesia Universal Wine Festival.
Com’era d’uso a quei tempi presso i nostri padri, il Publicus Scriba, che oggi chiameremmo Ufficio Stampa, era stato selezionato fra i collaboratori del giornale locale, L’Alesiae Ululatus, l’Urlo di Alesia, affinché potesse garantire la circolazione di informazioni fra chi le informazioni le aveva già. Che non si sapesse in Vandea o in Bretagna quanto la Borgogna andava organizzando. Inoltre, i panni sporchi si lavano in casa, mogli e buoi dei paesi tuoi, e via dicendo.
In più, un Publicus Scriba locale, se vuol continuare ad essere locale, deve pur mangiare: due capponi e un otre di vino comperano qualsiasi tabula, rasa o meno che sia.
Trattandosi però di un Wine Festival universale, il Publicus Scriba era stato costretto a farlo sapere anche altrove e la notizia, ahimé, era giunta oltre la Gallia, sino a Roma.
All’epoca, a Roma sulla Gallia la pensavano in modo ambivalente, fra interventisti e neutralisti. Cosa ci fosse in Gallia, da quanto si sapeva, era presto detto: gente che diceva di essere di origine Celta, anche se poi non sapeva spiegare chi fossero i Celti, mezzi cacciatori e mezzi selvaggi, rozzi insomma, fra colline, boschi, paludi, montagne, neve, nebbie, umido e freddo. Così la pensavano i detrattori dell’intervento, semplificando.
Gli interventisti, invece, sostenevano in primis che se si vuol fare un Impero non è che si può arrivare a Viterbo e fermarsi lì: bisogna andare oltre. Oltre quanto? Oltre il Po, ad esempio. E lì erano arrivati. Ma poi era scattata la smania e, su su, si era arrivati oltre le Alpi.
La notizia dell’Alesia Universal Wine Festival, però, gettava una nuova luce sulle motivazioni della conquista. Ragioni di carattere commerciale, che non credessero quei Galli di essere i migliori nell’orbe a produrre vino. Soprattutto, ragioni di carattere promozionale, che non pensassero di essere i migliori a organizzare eventi.
Ce l’avevano, forse, ad Alesia un stadio per bighe e lotte fra gladiatori? Avevano forse in progetto di importare leoni? Sapevano cosa fosse un Fescennino? Domande retoriche, che i Romani si ponevano l’un l’altro a dimostrazione che quelli d’Alesia organizzavano cose, ma non lo sapevano fare.
Fu allora che, il gruppo dei VPV, i Vici Parvuli Vafri, (furbetti del quartiere), ebbe una grandiosa idea: organizzare un fuorifestival di Alesia, a due passi dal festival ufficiale. Si fecero mandare costi di stand e degustazioni e poi si presentarono a Giulio Cesare, spiegandogli che un affronto simile non era tollerabile: dare soldi a quattro pennuti, oltre a far loro la grazia di arrivar sin lassù, con bottiglie, vettovaglie, tende per la notte e, soprattutto, botti di vino che in Gallia non s’era mai visto? Ma che è? E dove sta l’orgoglio patrio? E Roma caput mundi?
Un po’ titubante, Cesare prese qualche giorno di tempo per decidere se partire, armi e carriaggi, oppure no. Ma il VPV, intanto, si diede da fare, contattando un bel po’ d’aziende latine.
Inviò loro un’epistola, che più o meno diceva così: “Ad Alesia fanno quel che sapete, ma noi abbiamo deciso che possiamo fare anche meglio, a prezzi ridotti. Peraltro, glielo faremo sulla porta d’ingresso. I vini li selezioniamo noi, in base a chi paga la quota di partecipazione, poi diciamo che sono i migliori vini del mondo. A far decidere Cesare fu un editoriale pubblicato dall’Alesiae Ululatus verso metà marzo.
Nell’editoriale, tale Aste Rix presentava un confronto orizzontale fra rossi gallici e rossi latini, propendendo per i primi. Nel finale dell’articolo, il Rix profetizzava: “Verrà un giorno, che persino i bianchi della Gallia stupiranno il mondo con le loro bollicine”. Che detto in latino fa: parvulas bullas.
Col senno di poi, le parole del Rix suonano come una previsione di Champagne, ma col senno di allora suonarono diversamente, anche perché non c’erano allora né lo Champagne né la Champagne, chiamata come tale. Le bullae, a Roma, come si sa, erano piccole sfere d’oro che portavano al collo i bambini nati liberi, non servi, non schiavi.
Che il Rix incitasse alla guerra? Che i Galli fossero pronti a difendere la propria libertà, in barba ai Romani?
Alcuni membri del Senato ne discussero vis à vis con Cesare. Il quale, come prima mossa licenziò il Senatore all’Agricoltura, che non aveva saputo tener sotto controllo cotanti fermenti di insana autonomia, poi creò una decina di commissioni per la salvaguardia dell’origine del vino latino, poi una trentina di sottocommissioni, due comitati, otto segretari e sei ministeri senza portafoglio.
Per tutti stabilì una congrua ricompensa, che prosciugò le casse romane e fu fra le cause di quanto accadde nel 44 a. C., a mano di tale Bruto. Infine chiamò l’esercito e partì alla volta di Alesia. Il resto è storia.
Ma quello che passò alla storia come assedio, fu in realtà il tendone del VPV, piazzato davanti alle porte della città. Così si narra, almeno, qui a Marte.
Many kisses!
Briscola

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25 Giugno 2009

Ritorna Italia in rosa a Moniga: ma il menu è ancora quello (un po’ datato) dell’anno scorso…

Il calendario delle manifestazioni legate al vino prevede come “evento” principale per questo fine settimana la rassegna Italia in rosa, ospitata a Moniga del Garda, città del Chiaretto, da venerdì 26 a domenica 28 giugno.
Ho volutamente virgolettato la parola evento, per mettere in dubbio il carattere di vero avvenimento importante e imperdibile di questa manifestazione, che partita lo scorso anno, con una felice intuizione degli ideatori e organizzatori, in primo luogo Il Consorzio del Garda Classico, con una prima edizione d’assaggio che aveva avuto la freschezza e l’ingenuità un po’ frizzante delle cose nuove, ma che doveva giocoforza mettere maggiormente a fuoco e consolidare la propria proposta, con idee e soluzioni nuove, ha sorprendentemente scelto la strada peggiore.
Quella dell’ingessamento, della ripetizione di un format (che è un po’ l’abitudine e lo stile della persona che sinora ha avuto l’incarico di coordinare la rassegna), quando invece sarebbe stato auspicabile sviluppare i temi solo accennati in maniera un po’ disordinata lo scorso anno e manifestare, come in ogni manifestazione che si rispetti, una crescita di idee e di progetti.
Se si guarda difatti, come si può vedere qui, al programma di questa seconda edizione 2009 e lo si confronta – qui - con quello dello scorso anno ci si accorge che di nuovo non c’è proprio nulla e salvo piccolissime variazioni, tipo il dibattito che prevede il coinvolgimento dell’Associazione Donne del Vino, si è scelto, qualcuno ha scelto, di riproporre lo stesso canovaccio dell’edizione 2008.
Qualcuno ricorderà il detto secondo il quale “squadra che vince non si cambia”, ma ammesso e non concesso che “la squadra” lo scorso anno abbia veramente vinto, e soprattutto convinto, aspetto su cui avrei da discutere, credo che fossilizzarsi e non aggiungere sostanzialmente nulla di nuovo ad una rassegna che dovrebbe essere ben più vivace, seguendo proprio lo spirito, che è di allegria, leggerezza, fantasia, di quella particolare tipologia, i rosati, che vengono celebrati nel corso della manifestazione, non possa giovare, a lungo e medio termine, né al successo di Italia in rosa come momento clou dei rosati italiani né ad una seria proposta di una cultura e di un abitudine al consumo dei rosati, non solo nei mesi estivi, che dovrebbe essere, secondo il mio modesto avviso di giornalista appassionato di vini rosati dall’epoca in cui altri li consideravano vinelli di serie B, la mission principale di questa rassegna gardesana.
Rassegna che costituisce, comunque, una valida occasione, come si può vedere dall’elenco dei vini, (dove si registrano anche quest’anno inspiegabili assenze di vini e aziende che avrebbero invece dovuto esserci), per degustare, anche se non certo nelle condizioni ideali, una vasta scelta dei nostri migliori rosati, da nord a sud.
Non sarò presente, come ho già spiegato commentando il post sulla manifestazione pubblicato dall’amico Giovanni Arcari sul suo vivace blog, causa impegni precedentemente da tempo presi, che mi portano altrove, e come ho spiegato al presidente del Consorzio del Garda Classico che scusandosi per l’invito stranamente pervenutomi, solo dopo la pubblicazione del mio commento, in clamoroso fuori tempo massimo, mi aveva invitato a tornare a Moniga.
Anche per parlare di una serie di proposte che avevo già fatto, in un ampio articolo ben noto a tutta l’organizzazione di Italia in rosa (leggete qui), proposte che mi era stato assicurato sarebbero state prese in considerazione. Cosa che, ovviamente e comprensibilmente, non è avvenuta…
Le idee però, quando sono buone, non hanno scadenza e potranno sempre essere esposte, insieme ad altre che nel contempo, non amando fossilizzarmi e avendo l’abitudine di guardarmi intorno e ragionare, ho sviluppato, se a tempo debito e a manifestazione conclusa, e bilanci tirati, qualcuno avrà la compiacenza di ascoltarle.
Da La Spezia e dalle Cinque Terre dove mi troverò in questo settimana, non mancherò comunque di brindare idealmente, con un grande bianco ligure, alla manifestazione, augurandole migliori future fortune e soprattutto più voglia di crescere…

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Ricordo di Cosimo Taurino a Radici, nel decimo anniversario della morte

Non avevo alcun dubbio che quando avrei preso la parola, nell’ambito del convegno che ha concluso le due giornate di degustazione di Radici, per ricordare Cosimo Taurino nel decimo anniversario della sua prematura scomparsa, e consegnare una targa al rappresentante della famiglia che sarebbe venuto a ritirarla, mi sarei puntualmente commosso.
Talmente forte, anche se maturato solo a partire dal 1995, il mio legame con questo grandissimo personaggio del mondo del vino salentino e pugliese, così forte l’esperienza umana, prima che professionale, che ha rappresentato il mio incontro e poi la mia frequentazione con “il boss”, come amava scherzosamente essere chiamato, perché potessi parlare di lui a ciglio asciutto senza che la voce mi si strozzasse per l’emozione in gola e non riuscissi più, per qualche istante, ad andare avanti.
Quanti bei ricordi mi legano – e mi legheranno sempre – a Mimmino, a quel suo modo unico di dimostrarti la sua amicizia, di legarti a lui, di portarti ad arrenderti all’abbraccio caldo e forte, quasi soffocante talvolta, del suo essere, con una personalità forte, decisa, ma dall’incredibile umanità che non poteva non sorprenderti e conquistarti sin dal primo incontro…
Con il trio dei deus ex machina di Radici, Nicola Campanile, Pasquale Porcelli ed Enzo Scivetti, si era pensato, ragionandoci sopra all’improvviso solo in maggio e accorgendoci che questo sarebbe stato il decimo anno da quando Cosimo se n’era improvvisamente andato, alla vigilia d’inizio vendemmia, di inventarci qualcosa per ricordare Taurino, e si era convenuto, scartata l’idea di una degustazione di qualche storica vecchia annata dei suoi cavalli di battaglia, i vini simbolo come il Patriglione ed il Notarpanaro, di limitarci ad una breve commemorazione, che sarebbe stata affidata a me.
Alla consegna di una targa che avrebbe riportato questa semplice ma assolutamente sentita da tutti dicitura: “Dedicato a Cosimo Taurino Sensibile, sapiente e lungimirante produttore, coraggioso sostenitore di qualità ed autenticità per il vino e il suo territorio. Condividendone ideali ed operato, capaci di dare una svolta di senso alla vitivinicoltura  del Salento e di tutta la Puglia, desideriamo ricordarlo con affetto e gratitudine a dieci anni dalla prematura scomparsa. Con la sana presunzione di continuare nel suo solco”.
Questo avevamo costruito e immaginato, l’omaggio ad un uomo che aveva avuto l’ambizione e la capacità di fare grandi cose, di dare dignità e orgoglio di bottiglia, con tanto di marchio aziendale e nome della famiglia (uno dei valori forti che l’animavano) a quei vini da taglio migliorativi che per decenni, nel pieno dell’attività creata da suo padre Francesco, avevano dato nerbo e sangue ai più esangui vini di altre regioni del vino più blasonate. Quello che non avevamo, anzi, che io non avevo immaginato é che in una circostanza come questa, semplice, ma piena di significati, a ritirare la targa, a vedere de visu la mia e la commozione di tante persone presenti tra il pubblico, che Mimmo avevano conosciuto e apprezzato, sarebbe arrivato non un membro della famiglia, uno dei figli Rosanna e Francesco, la moglie Rita, oppure anche il genero e marito della figlia, bensì, con tutto il rispetto, l’ultimo arrivato, ovvero il giovane winemaker che dall’agosto del 2008 era subentrato allo storico, fondamentale enologo di casa Taurino (ed in precedenza di altre blasonate aziende pugliesi e calabresi), ovvero il grande Severino Garofano.
Capisco bene, l’ho saputo poi, da un’imbarazzata telefonata del figlio di Mimmo, che quella di lunedì 15 e le altre che l’avevano preceduta e seguita, erano state giornate campali per la vita dell’azienda, con gli accordi da stringere con il nuovo importatore, un cambio epocale anche in questo caso con la rottura degli antichi rapporti con la Winebow di Leonardo Lo Cascio che per anni e anni era stato il partner privilegiato, il destinatario di larghissima parte della produzione di “Mister Salice”, com’era chiamato negli States.
Winebow che a fine 2009 cesserà il rapporto con l’azienda, avendo scelto come nuovo partner salentino l’azienda Leone De Castris.
Capisco che forse, in quei giorni un po’ difficili e amari, che erano venuti dopo anni dove l’azienda aveva conosciuto traversie e problemi vari e dove lo spirito voluto da Mimmo sembrava essersi perso per strada, la famiglia Taurino non avesse un grande desiderio di apparire in un pubblico consesso com’era il convegno conclusivo, presenti alcune centinaia di persone, anche vecchi amici di Cosimo come Donato Lazzari, Beniamino D’Agostino, Carlo De Corato tra gli altri, e di rispondere alle domande sul futuro dell’azienda, sulle strade intraprese che tanti, per amore e non per curiosità inopportuna, avrebbero loro rivolto.
E’ stato un vero peccato, e, personalmente, una grande delusione, perché sarebbe stato bello e consolante – e pieno di particolari significati per me – guardare in viso persone che ho lungamente frequentato, dal 1995 al 1999 e con le quali, una volta scomparso Mimmo, si erano allentati, sino a lacerarsi, i legami, i rapporti di amicizia.
Voglio solo sperare che chiunque sia stato presente e abbia modo di comunicarlo, in qualsiasi modo, alla famiglia, riferisca a Rita, Rosanna e Francesco, l’intensità, l’autenticità, la forza, la bellezza struggente del nostro ricordo, affidato alle mie parole inadeguate e singhiozzanti, alle lacrime che non ho saputo trattenere dicendo, ancora una volta, come farò sempre, quanto abbia voluto bene, come a ad un fratello maggiore, quasi come ad un padre, a Cosimo, e quanto lui resterà nel mio cuore, come una delle persone più belle, più vere che abbia conosciuto in questa ormai lunga e bellissima esperienza di cronista del vino….

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ITALI(etti)SSIMA e Vinexpo: altri elementi di valutazione per correttezza dell’informazione

Voglio tornare sull’argomento Italissima, lo spazio espositivo di vini italiani allestito, con criteri molto discutibili, nella scelta delle aziende, nel nome dei produttori, tra quelli cui presenti, scelti dal duo Bettane & Desseauve per le varie degustazioni dimostrative del presunto “meilleur de la production vinicole italienne”, di cui ho già trattato qualche giorno fa in questo articolo.
Ci torno spinto dall’attualità che hanno proiettato questo che é stato presentato come un “espace de prestige qui regroupe le meilleur de la production vinicole italienne », posto, mi correggo rispetto al precedente intervento, all’esterno e NON all’interno dello spazio espositivo di Vinexpo, e non al suo interno - particolare molto importante -  agli “onori” della cronaca.
Lo faccio, sulla scorta di quanto ha scritto - qui - il sito Internet della rivista britannica Decanter, e poi di quello che hanno commentato - qui - gli animatori del nuovo blog Intravino (a proposito: buona fortuna!).
Ma lo faccio, soprattutto, dopo aver letto e decidendo di proporvi, qui di seguito, quello che ha scritto sulla querelle Vinexpo - Italissima - Ital-Assist (la società della signora che ha organizzato questo che i francesi definiscono tout court “un monstre visible de très loin et si proche de nous” (un mostro visibile da lontano e posto così vicino a noi), il quotidiano francese Sud Ouest.
E poi quello che ha scritto ancora, ieri sera, il sito di Decanter.
E, quindi quello che mi ha scritto, ieri sera, una produttrice italiana presente a Vinexpo, inviandomi una sua testimonianza ed il testo con la quale la responsabile di Ital-Assist - Italissima, le proponeva di partecipare alla rassegna esterna.
Proposta, Italissima, come “la manifestazione off più vicina allo spazio espositivo, siamo a 200m dall’ingresso principale dalla parte del lago”. Rassegna che è ben altra cosa, nello spirito e nei risultati, premettiamolo subito, prima che qualche bischero faccia l’incongruo paragone, dalle manifestazioni alternative tipo Vini veri e Vin natur che vengono organizzati da gruppi di produttori di vini naturali nel periodo del Vinitaly, non di fronte alla rassegna veronese, ma a molti chilometri di distanza. Credo che tutta questa documentazione, e altra che mi riservo di produrre, ad esempio il dossier completo Italissima, comprendente l’intero pacchetto, con modalità di partecipazione e costi, inviato dalla società Ital-Assist alle aziende italiane, una volta sentiti un po’ di produttori presenti - e mal gliene incolse… - a Vinissima, quando saranno retour de Bordeaux. L’avevo detto che si trattava di qualcosa da non prendere troppo sul… Serio!
Una cosa è certa: noi italiani abbiamo colto perfettamente al volo l’ennesima occasione per farci riconoscere, nei nostri aspetti più deteriori, all’estero: bravo les Italiens!

Cosa ha scritto il quotidiano francese Sud Ouest il 23 giugno - leggete qui: “Off”: le pavillon de la discorde Des échanges de mots aigres doux, des gestes violents (selon certains témoignages), des plaintes à la police, des démarches auprès du tribunal du commerce, une descente d’huissiers… Ça bouge sur les bords du lac et c’est bien de Vinexpo dont il est question. Le sujet de discorde ? La présence d’un chapiteau en toile de 500 mètres carrés au sol. Un pavillon monté sur la pelouse du Novotel à proximité immédiate du lac par Ital-Assist, une société parisienne représentée par Anna Sério qui assure la promotion de vins italiens.
« J’aurais souhaité avoir un espace dans l’enceinte de Vinexpo mais il n’y en avait plus », explique Anne Sério. « Comme j’avais déjà utilisé le Novotel il y a deux ans pour y faire des dégustations de vins italiens, j’ai décidé d’utiliser le même site, sous chapiteau cette fois-ci. Ce n’est pas du captage de clientèle, c’est une opération ” off ” comme il en existe des dizaines autour de Vinexpo ».
Accrochage
Le chapiteau a donc été construit… sous les yeux des responsables de Vinexpo, le site se trouvant à moins de 200 mètres des grilles du parc des expositions. Pas de problème au montage, les choses ont commencé à se gâter lorsque les six palettes de vins italiens destinées à l’opération d’Ital-Assist ont été livrées non pas au Novotel mais au palais des congrès. En fin de la semaine dernière. Erreur du livreur ? Mauvais aiguillage après un déroutage télécommandé ?
Anna Sério penche plutôt pour la seconde hypothèse. Aussi, la récupération des palettes aurait-elle provoqué les premiers échanges verbaux musclés.« Cela a été bien au delà, affirme Anna Sério. Lorsque nous avons voulu récupérer nos palettes, un des responsables du marketing de Vinexpo s’y est opposé. Pourtant tout était clair. C’était notre vin ! »

Plainte pour parasitisme

Selon elle, le représentant de Vinexpo aurait bousculé sa fille plantée devant les palettes et, comme elle tentait elle -même de s’interposer, il lui aurait fait une clé de bras pour la maîtriser. « Il m’a fait très mal. J’ai une entorse au poignet », dit-elle en précisant qu’elle a un certificat médical et qu’elle a déposé plainte à la police pour tentative de vol de vin et violences volontaires.
Les palettes ont malgré tout fini par retrouver le bon chemin et le chapiteau a été aménagé comme prévu. Les choses se sont de nouveau gâtées dimanche et encore plus hier matin avec une descente d’huissiers. Ceux de Vinexpo !
« Nous avons effectivement envoyé les huissiers, reconnaît Robert Beynat, directeur de Vinexpo. Vous avez vu le chapiteau ? Ce n’est pas une simple tente, c’est un monstre visible de très loin et si proche de nous, que cela peut prêter à confusion. Il y a une volonté manifeste de profiter de Vinexpo sans payer. »
« C’est ce qu’on appelle du parasitisme, poursuit le directeur. Certes, nous avons l’habitude de voir fleurir plein de petites manifestations mais là, c’est gros. Nous avons donc fait constater les faits et demandé à nos avocats d’engager des poursuites pour parasitisme commercial ».
Un coup porté aux Italiens ?
« Les Italiens sont bien reçus chez nous et dire qu’il n’y avait plus de places pour eux, c’est totalement faux ! Les sociétés italiennes qui ont voulu venir à Vinexpo sont sur le site et les organisations professionnelles compétentes avec qui on traite principalement le savent. »
Et l’incident des palettes qu’en pense-t-il ?
« Elles ont été livrées au mauvais endroit. Pour le reste, je ne peux rien vous dire, je ne suis pas au courant. »Auteur : J.-P. V.
Cosa scrive a proposito il sito Internet britannico Decanter:
“Vinexpo boss Robert Beynat has denied a senior colleague assaulted a competitor and claims that rival show organiser, Anna Serio, was responsible for the attack.
Beynat said the matter was in ‘the hands of the law’ and that official complaints had been filed for ‘parasitism’ - a French law that prevents businesses taking advantage of a competitor with a higher standing.
He also told decanter.com today that Serio was responsible for the altercation between herself and Vinexpo Marketing Director, Jean-Francois Ley. ‘She was the one to attack,’ he said. He added that Lay suffered scratches and bruising to his face.He said the matter was, ‘now in the hands of the law’.
Ed ecco, invece, cosa mi ha scritto ieri sera una produttrice italiana presente a Vinexpo, inviandomi una sua testimonianza su Italissima. “Signor Ziliani, le scrivo da Bordeaux  da Italiana privilegiata e dall’interno dell’Expo  ho assistito al disappunto di tutti quei produttori che hanno investito in un operazione come Italissima. Sono certa che i miei colleghi le hanno già scritto, e avrà una testimonianza di quello che è successo diretta onesta e con cognizione di causa, ed è proprio perchè lei è un osservatore accurato credo sia opportuno che abbia tutte le informazioni del caso.
Mi sento di farle cosa gradita nel mandarle la proposta che ci era giunta tre mesi addietro. Ad onor del vero, nemmeno all’interno dell’Expo è tempo di vacche grasse, ma almeno una carta ce la siamo potuta giocare e chi ha organizzato professionalmente la propria agenda ha avuto qualche risultato.
Ai produttori di Italissima ( che mi sento di difendere) non è stata data questa opportunità. Manifestazioni di settore devono essere fatte da veri professionisti, e l’Expo lo è. Navette gratuite da tutti i punti di interesse della regione, registrazione e servizio ai produttori, wifi all’interno dei padiglioni, addirittura parrucchiera e massaggi ( per noi narcisisti), sorrisi all’entrata dalla mattina fino alla sera e partecipazione gratuita di tutti i professionisti del settore che si fossero registrati.
In giro per la città servizi concierge, nondimeno ristorazione di qualità all’interno della fiera, servizio di lavabicchieri rapidissimo, servizio catering per chi lo desiderasse, degustazioni gratuite di medio alto livello bastano per dare l’idea di che cosa è l’Expo? forse no… se dovesse servire aggiungerei anche che prezzi al metro quadro sono inferiori  a quelli del Vinitaly. Ora qui a Bordeaux è meglio addormentarsi, domani è l’ultimo giorno di fiera”.
Ecco copia della lettera con la quale l’organizzatrice di Italissima, la Signora Anna Taddonio Serio, responsabile della società Ital-Assist di Parigi, invitava le aziende italiane a partecipare alla sua iniziativa.
“Egregi Produttori, alcuni di voi hanno già ricevuto la proposta di partecipazione allo spazio Italissima all’occasione dell’evento Vinexpo di Bordeaux 21-25 giugno 2009. La proposta è stata arricchita per corrispondere meglio alle richieste di operatori internazionali che ci conoscono da anni, richieste che abbiamo accolto con grande piacere; abbiamo fatto valutare il nuovo dossier da grandi nomi del giornalismo enogastronomico italiano e francese che ci hanno assicurati con entusiasmo della sua validità.
Lo spazio Italissima, aperto solo agli operatori ed alla stampa interessati alla qualità, vuole essere un’occasione da non perdere  per tutti coloro che hanno bisogno di un contesto particolarmente qualificato per promuoversi in un ambiente internazionale come quello della fiera di Bordeaux.
Questo spazio consentirà alle migliori aziende vinicole (selezionate secondo criteri rigorosi)  , Consorzi di tutela, raggruppamenti di aziende, distributori CHE SIANO O NO PRESENTI A VINEXPO: di organizzare degustazioni prestigiose anche con abbinamenti gastronomici; di partecipare ad uno spazio espositivo molto selettivo che valorizzerà la loro presenza; di far assaggiare i loro vini senza l’obbligo di una presenza su cinque giorni e costi notevoli ma scegliendo di essere a Bordeaux per il periodo che riterranno necessario ottenendo da noi la lista di coloro che avranno assaggiato i loro vini.
Siamo certi che lo spazio Italissima corrisponderà ai vostri interessi, tutte le nostre competenze saranno mirate a farvi beneficiare al massimo della vostra partecipazione , in cambio vi chiediamo la cortesia di aderire quanto prima in caso di interesse perchè gli operatori soprattutto asiatici ci stanno già chiedendo la lista delle presenze.
Ringraziandovi anticipatamente  per il tempo che dedicherete alla lettura del dossier, rimaniamo a vostra disposizione per qualsiasi altra informazione Con i nostri più cordiali saluti Anna Taddonio Serio”.

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