Famiglie storiche contro la “amaronizzazione” forzata della Valpolicella
E’ sempre antipatico, così si dice in ossequio al politicamente corretto, affermare di aver già detto qualcosa e di aver avuto ragione, in anticipo, sostenendolo quando gli altri non ci pensavano nemmeno lontanamente. Però, poiché di apparire “antipatico” (ma non ipocrita) non me ne può fregare di meno, non ho alcun problema a rivendicare oggi che “l’avevo detto io” e che avevo fatto bene a farlo.
Sto parlando della Valpolicella, di un assurdo processo di “amaronizzazione” forzata e dissennata, di una corsa folle all’appassimento, anche della lucidità nelle decisioni, nella splendida zona vinicola veneta, che, tra i pochissimi, avevo denunciato da tempo spiegando (leggete qui) perché non potevo definirmi ottimista, perché i trionfalismi sbandierati dall’ex direttore del Consorzio, nonché amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini, Emilio Pedron, mi sembravano (leggete qui e poi ancora qui) pericolosi e, cosa strana per una persona sicuramente intelligente e capace di leggere in anticipo l’evoluzione del mercato come il tecnico trentino in forza alla potente corazzata di Calmasino, destinati prima o poi ad essere smentiti da un andamento commerciale che, come è stato autorevolmente detto, è molto preoccupante.
Troppa uva messa allegramente e incoscientemente ad appassire, troppe bottiglie di Amarone, o presunto tale, destinate a finire sugli scaffali. Troppo vino che sarebbe giocoforza finito, in una spirale suicida di prezzi al ribasso, a svilire l’immagine ed il prestigio di questa area collinare ubriacata dal successo e incapace di delineare strategie ragionevoli, anche se, come avevano dimostrato talune prese di posizione espresse nel corso di una mia inchiesta realizzata lo scorso anno (leggete qui e poi ancora qui), le critiche alla politica ufficiale del Consorzio e le preoccupazioni non erano mancate.
Oggi succede che a quella “Cassandra” del sottoscritto, pessimista per realismo e non per partito preso, si vada ad aggiungere nientemeno che un gruppo di note e autorevoli aziende della Valpolicella (alcune delle quali dovrebbero fare però un filo di autocritica e un bell’esamino di coscienza, perché non sono immuni da errori…) che si sono riunite in una neonata associazione battezzata, non senza qualche presunzione ed un filo di retorica, “Le famiglie dell’Amarone d’arte“, elaborando un documento che vale la pena di pubblicare integralmente e di esaminare con attenzione. Come scrivono, “La crisi coinvolge le cantine italiane e le famiglie dell’Amarone rispondono raddoppiando la posta. In pieno trade down, mentre anche l’universo enologico cerca di comprimere progressivamente i prezzi (molto spesso a scapito della qualità del prodotto), dieci grandi famiglie della Valpolicella (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Zenato) si difendono facendo squadra in nome dell’Amarone.
Sul piatto, la strategia d’attacco della neonata associazione, che da sola vale il 55 per cento dell’intero valore dell’Amarone di qualità (più del 40 per cento del mercato totale): esclusività e qualità totale da difendere e promuovere per uno dei tre grandi vini rossi italiani tra i più conosciuti al mondo”.
Secondo il presidente dell’Associazione degli amaronisti d’arte, Sandro Boscaini, patron di quella Masi che da poco ha trovato nella Mondavi la partner per l’importazione dei propri vini negli States, come riporta VinoWire, “l’Amarone deve rimanere raro e caro stop quindi alle logiche low cost e all’omologazione del gusto per compiacere i palati anglofoni. La fortuna e il fascino del nostro vino sta nella propria identità, una personalità che si è cementata negli anni ed è frutto della sapiente arte di produttori specializzati e storici. Oggi noi vogliamo ribadire questi valori, senza condizioni”.
La presa di posizione del team di aziende viene definito “uno scatto d’orgoglio per difendere uno dei vini italiani che ha conquistato il mondo e sta godendo di un sorprendente apprezzamento all’estero (che assorbe il 70 per cento del mercato), con 10 aziende che vanno in controtendenza in un periodo di forte crisi di identità dei vini storici italiani.
Così, infatti, se a Montalcino si discute da tempo se “ammorbidire” o meno il disciplinare del Brunello - e la stessa cosa accade per il Nobile di Montepulciano e per il Cirò, che alcuni vorrebbero rendere più “moderni” con una bella iniezione di vitigni internazionali - l’Amarone rilancia sulla qualità e sul carattere originario del prodotto.
Obiettivo: non perdere la connotazione di vino esclusivo e necessariamente costoso, data l’originalità e l’artigianalità del delicato processo produttivo che implica un’accurata scelta delle uve, un lungo appassimento e invecchiamento in nobili legni.
Per fare questo, l’associazione adotta sul piano tecnico un “disciplinare volontario”, che rende ancora più selettive le maglie del regolamento: grado alcolico minimo di 15 gradi, estratto secco più elevato, immissione sul mercato dopo almeno 30 mesi dalla raccolta, riduzioni o rinuncia unanime alla produzione nelle annate più sfortunate.
Ne consegue una politica dei prezzi che, pur attenta al mercato, consideri gli alti costi richiesti da una viticoltura di qualità e dalla cura particolare che questo vino richiede. In altre parole, nessuna svendita in nome di una storia e di una qualità totale che non accetta di essere annacquata.
Già oggi l’Amarone di largo consumo, che si può trovare sui banchi del supermercato a prezzi decisamente bassi - e a tutto svantaggio della qualità e dell’originario carattere organolettico - supera in quote di mercato l’ “autentico” Amarone, rappresentato in primis dai produttori della Valpolicella che si esprimono in questa Associazione.
In particolare, preoccupa il costante aumento della produzione, che vedrà nel mercato 15 milioni di bottiglie nel 2011 quando l’attuale assorbimento è di circa 8 milioni. Buona parte di questo esubero di produzione proviene da aree e da operatori neoconvertiti all’Amarone al semplice scopo di prendere vantaggio dalla sua notorietà e appeal commerciale.
Un danno esteso, questo, che intacca non solo il prodotto ma anche, e soprattutto, il territorio di riferimento del quale l’Amarone è simbolo e bandiera”.
Secondo Boscaini, che in passato ho criticato (leggete qui) per la discutibile scelta di produrre vini da appassimento, stile veneto, “Amarone method“, anche in Friuli ed in Argentina, “natura e tradizione hanno regalato alla Valpolicella un patrimonio unico anche in termini di marketing, grazie a una differenziazione di prodotti capace di presidiare diversi segmenti di mercato, dal semplice e beverino Valpolicella al più importante Valpolicella Classico Superiore, dal corposo Ripasso al sontuoso Amarone. Ma oggi si sta sciupando questa diversità con azioni avventate che confondono il consumatore e gettano nel discredito un intero territorio. Oggi una bottiglia di Amarone ‘da banco’ - conclude Boscaini - si può trovare perfino a 10-12 euro, mentre un Amarone della Valpolicella degno di questo nome non ne potrebbe costare meno di 25″. Stop alle imitazioni da bancarelle, dunque, perché la grandezza di questo vino non consiste nella semplice adozione di una tecnica di vinificazione, ma nella capacità di esprimere un territorio e la sua storia. Non a caso, tra i requisiti richiesti per l’adesione all’associazione - che apporrà un apposito logo in etichetta - ci sono il carattere familiare dell’azienda, una storia vinicola di almeno 15 anni (e le dieci aziende associate ne sommano complessivamente più di 1600), una presenza sul mercato con più di 20 mila bottiglie e un brand conosciuto in almeno 5 Paesi.
I dieci campioni dell’Amarone sottolineano che l’Associazione è aperta ed auspicano l’allargamento alle tante famiglie che possiedono i requisiti e hanno messo a frutto nelle colline della Valpolicella il patrimonio dell’arte antica che rende unico questo vino”.
Molte cose interessanti in questa significativa presa di posizione, tranne la sottolineatura, a mio avviso eccessiva, di una “esclusività” dell’Amarone (e io aggiungerei, sempre, della Valpolicella) e l’affermazione secondo la quale “l’Amarone deve rimanere raro e caro”, che se presa alla lettera è altrettanto perniciosa della riduzione del grande vino rosso veneto da appassimento a wine commodity low cost, ma una presa di posizione che fa chiaramente capire le difficoltà che si cominciano a percepire in Valpolicella ed i nodi che lentamente ma inesorabilmente vengono al pettine.
Non è mai troppo tardi, verrebbe da dire alle “dieci grandi famiglie della Valpolicella (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Zenato)” che si sono riunite in questa amaronesca “artistica” associazione, ma sono certe al cento per cento di non aver contribuito anche loro, con loro scelte e strategie rivelatesi poi sbagliate, ad esempio quella “omologazione del gusto per compiacere i palati anglofoni” cui alcune di loro si sono dedicate negli anni scorsi, ad aver delineato questo stato di cose di cui, ora, sottolineano contraddizioni, insidie e assurdità?
Sarò ben lieto, se lo vorranno, di riportare il loro punto di vista in merito su questo blog, se avranno voglia di ulteriormente spiegarsi…
p.s. segnalo sull’argomento anche il post di Francesco Arrigoni, sul suo blog WineWebFood

La si può leggere un po’ ovunque questa “notizia”: sul
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Non c’è da stupirsi. Come recita quell’espressione francese, 
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Voglio tornare sull’argomento 



