Vino al vino

il blog di Franco Ziliani

8 febbraio 2010

Martedì sera compito impegnativo, anzi… Durello. Dibattito e degustazione a Trissino

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Sarà un compito piuttosto impegnativo, anzi… Durello, quello che mi attenderà martedì sera presso l’Officino del Gusto locale di Trissino nel vicentino.
Cercando di non intercettare i pasdaran del Prosecco inviati in loco per castigarmi dal propagandista ministeriale sostenitore del discusso Mc Italy, mi toccherà, molto piacevolmente, animare, accendere e moderare una tavola rotonda sul tema Dove era il Durello, dov’è ora, dove sta andando: un vino che grazie alla sua forte originalità cerca sfide pensando in grande.
A dieci anni esatti da un primo incontro di riflessione sul futuro della denominazione che guidai presso il Castello di Montecchio, il vulcanico Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio del Soave, ha voluto nuovamente convocarmi per fare il punto sullo stato delle cose di una denominazione, Lessini Durello, passata da una produzione vicina allo zero a circa 500mila bottiglie.
Che non sono tantissime, se comparate al Prosecco, ma cercano di ritagliarsi un loro spazio, con diversi agguerriti protagonisti, nel mondo della spumantistica veneta. Sono solo 600 gli ettari di Durello, distribuiti tra Verona e Vicenza, ma dalle prime 7 aziende che si sono riunite in un consorzio nel 1998 si è arrivati alle dieci attuali, con segnali di risveglio e di interesse da parte di tante altre aziende veronesi e vicentine.
Martedì sera ci troveremo dunque ad analizzare l’evoluzione di un vino che oggi vede ampliate le interpretazioni, gli stili e, conseguentemente, non solo i punti di vista di operatori e giornalisti, ma anche di consumatori e produttori.
Come dice il Consorzio,”da vino della tradizione, il Durello si afferma sempre di più oggi come vino scelto dai giovani consumatori, attratti dalle sue note fresche e fruttate che con un moderato contenuto alcolico assicurano comunque il gusto della convivialità senza gli eccessi che tolgono il piacere dello stare assieme.
Il Lessini Durello sembra rispondere alle richieste di un consumatore esigente e consapevole, che oltre al piacere del gusto, sceglie questo vino per la sua originalità e per la sua storia, fatta di passione, di dedizione e di amore per la propria terra d’origine”.
I nostri lavori inizieranno alle 19, con un po’ di chiacchiere in libertà, seguiti da una degustazione guidata di Lessini Durello metodo charmat e metodo classico in formato magnum, seguiti da considerazioni finali e visto che tutti i salmi finiscono in gloria, da una cena, con l’abbinamento di due piatti a questi tipico, simpaticissimo “spumante” della Lessinia….
Credo sarà un’esperienza interessante, di cui vi racconterò qui nei prossimi giorni.

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Chianti Classico 2007 Badia a Coltibuono

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Qualche sera fa, dopo essermi regalato, ero a casa e nessun etilometro era alle viste, almeno un paio di bicchieri di questo splendido vino, mi sono scoperto ad intonare la seguente “preghiera”.
Grandi dei del Chianti, mancano meno di due settimane all’Anteprima, pardon alla Chianti Classico Collection, che avrà come teatro la Stazione Leopolda di Firenze (che secondo voci potrebbe accogliere tutte le anteprime delle Docg toscane nel 2010…), non potete fare in modo che almeno la metà dei vini, se fossero di più meglio ancora, possano presentarsi così buoni, al nostro assaggio, come questo esemplare Chianti Classico? Richiesta sommessa e non certo impossibile, trattandosi di un Chianti Classico che l’azienda produce in qualcosa come oltre duecentomila esemplari, e non certo un vino da nicchia, un Chianti classico da boutique o da garage.
Eppure, nonostante la speranza sia l’ultima a morire e sperare, lo dicono anche a Genova, non costi nulla, temo che non saranno tantissimi i Chianti Classico così buoni e così totalmente convincenti, veri, pieni di sapore, succosi e beverini, dichiaratamente e orgogliosamente toscani e chiantigiani nel loro presentarsi, che troveremo il prossimo 16 febbraio alla Leopolda. Prontissimo ad essere smentito e a gridare al miracolo di pseudo Super Tuscan e internazionali vari dal cabernettoso e merlottoso eloquio tornati a parlare la lingua di Dante, mi godo intanto e altrettanto dico di fare a voi, questo splendido 2007, cui gli amici della Guida dell’Espresso hanno giustamente attribuito il loro Premio qualità prezzo.
In effetti questo Chianti Classico 2007, “prodotto in modo assolutamente naturale con uve da agricoltura biologica, certificato ICEA dalla vendemmia 2003” dalla Badia a Coltibuono di quella grande signora, del vino e non solo, che corrisponde al nome di Emanuela Stucchi Prinetti, prodotto con uve autoctone chiantigiane, novanta per cento di Sangiovese e un dieci per cento di Canaiolo, da vigneti situati a 350 metri di altezza a Monti in Chianti, su terreni esposti a sud – sud est e sud ovest su terreno ricco di scheletro e vinificato con fermentazione naturale con lieviti autoctoni, macerazione di tre settimane sulle bucce e affinamento di 12 mesi in rovere francese e austriaco da 15 a 25 ettolitri, è uno di quei vini che mettono a dura prova il rimanere, quando si stappa la bottiglia, nel fatidico limite del tasso alcolometrico dello 0,5.
Un vino, come spiega qui Emanuela sul sito Internet dell’azienda, che nasce dalla scelta di “vocare la Badia a Coltibuono al biologico” per “valorizzare la vera identità di questa terra”, la storia millenaria, “tutta riportata nei manoscritti dei monaci, nei registri della fattoria e nei diari di famiglia”, di questa magnifica proprietà.
Per secoli, come ricorda la Signora Stucchi Prinetti, “l’agricoltura è stata esclusivamente biologica, ma era anche fame e fatica. Poi la deviazione degli ultimi 30 anni: una scelta dettata dal miraggio di un miracolo economico, ritenuto dai più a portata di mano.
Oggi però quella scelta sta svelando l’intrinseca mancanza di lungimiranza: pesticidi, trattamenti, diserbanti, oramai salta all’occhio di molti, così si consuma senza rigenerare, si inaridisce la terra, si appiattisce il gusto, si rischia la salute”.
Così alla Badia, ormai da diversi anni, hanno deciso di “riportare a biologico tutti i vigneti, le olivete e tutta la proprietà”, gustando il piacere “di coltivare la forza vitale originale di questo luogo”.
Il risultato, passando dalla poesia alla realtà concreta, è un Chianti Classico di quelli paradigmatici, esemplari, veri, senza effetti speciali e specchietti per allodole e tanta sostanza.
Colore rubino violaceo brillante, splendente, con riflessi e vivacità davvero da Sangiovese e senza note lutulente da vitigni “migliorativi” (ma de che?) bordolesi, mostra un naso che più varietale, chiantigiano, toscano non potrebbe, con le sue note di ciliegia, viola, lilium, macchia mediterranea, alloro, accenni selvatici e terrosi e una fragranza, una freschezza aromatica, un’immediatezza quasi commovente.
E poi che bella, fresca, succosa, ricca di polpa fruttata, ma venata da accenni minerali e ancora terrosi, larga, piena, ma sempre viva, dinamica, piena di sapore, golosa, la bocca, con un carattere schietto, un notevole dinamismo, uno sviluppo preciso e continuo e un finale che si mantiene sempre pieno di carattere, nervoso, anche se la materia e ricca.
Antichi dei del Chianti, vi prego, fatemene trovare tanti di Chianti Classico così alla Leopolda!

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E’ morta Anna Bologna. Ora è con Giacomo nel paradiso dei grandi del vino…

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Ben consapevole della loro assoluta inadeguatezza voglio spendere anch’io due parole, anche se con clamoroso ritardo, a commento della tristissima notizia della morte di Anna Bologna (nella foto in compagnia dei figli e di un vecchio amico di famiglia, Gianni Rivera), avvenuta sabato a Rocchetta Tanaro.
Una notizia, che quando mi è stata comunicata dal caro amico Romano Dogliotti, sabato pomeriggio, mentre mi trovavo a Barolo con Jeremy Parzen e sua moglie Tracie, mi ha profondamente addolorato e fatto tornare con la memoria a tanti anni indietro, ai primi passi di questa ormai lunga attività di cronista del vino.
Anna Martinengo Bologna era la moglie di Giacomo Bologna, un nome che non ha bisogno di presentazioni, anche se sono trascorsi già dieci anni dalla sua scomparsa – il tempo, crudele, vola via veloce.., e che rappresenta uno dei personaggi chiave del rinascimento del vino italiano ed una figura chiave nella storia del vino piemontese negli ultimi trent’anni.
Giacomo il grande apostolo della rinascita della Barbera, l’inventore, con vini entrati nella “leggenda” come la Monella ed il Bricco dell’Uccellone, di una nuova fase, direi meglio di una nuova storia dell’apprezzamento di un vino, la Barbera, sinora considerato come un prodotto, popolare, disponibile in abbondanza, senza pretese.
Ricordo come fosse ora il primo incontro con Giacomo e con Anna, era il 1984, quando cominciavo a muovere i primi passi, collaboratore della Gazzetta di Parma, in questo mondo che poi sarebbe diventato un po’ anche il mio.
Un’intervista a Giacomo, una prima visita a casa ed in cantina e subito un’immediata simpatia, una lunga consuetudine interrotta solo dalla prematura scomparsa di Giacomo.
Si dice sempre che accanto ad un grande uomo è sempre presente una grande donna, e al fianco di Giacomo, generoso, debordante, entusiasta, pieno di energie e di umanità spese non solo per i suoi vini e la sua azienda, ma per il vino, Anna è sempre stata l’elemento di equilibrio, il punto di riferimento e di equilibrio, impegnata a sorreggere Giacomo, a bilanciare i suoi slanci, ad aiutarlo in azienda, e a far crescere i figli, Raffaella e Giuseppe, che dopo la morte del padre, e sempre con la presenza al loro fianco della mamma, hanno proseguito il discorso aziendale ed il lavoro, eminentemente sulla Barbera, condotto con istinto quasi visionario e volontà da pioniere, da Giacomo.
Sapere che oggi, dopo una lunga malattia di cui non avevo notizia, mancando da anni da quella cantina di Rocchetta Tanaro alla quale mi legano grati e personali ricordi e la malinconia degli anni passati e del tempo che vola, Anna Bologna se n’è andata, mi riempie di tristezza.
Ma regala, a me che non ho il conforto della fede, un sorriso, illudendomi che abbia lasciato Raffaella e Giuseppe, ormai grandi e genitori a loro volta, per andare a riabbracciare il suo Giacomo nel paradiso dei grandi del vino, delle persone che hanno speso un’intera vita per quel prodotto, il vino, che tante emozioni ci regala.
Pensare nuovamente uniti Anna e Giacomo, come lo sono stati in vita, è un’illusione che mi dà calore e che spero ne dia altrettanto ai loro figli, che devono essere orgogliosi di avere avuto due genitori tanto speciali, il cui ricordo rimarrà sempre scolpito nel cuore di chi abbia avuto la fortuna di conoscerli.
Che la terra ti sia leggera Anna, riposa in pace…

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6 febbraio 2010

Con Tracie e Jeremy, novelli sposi, nelle Langhe

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Magari mi troverò, come si dice dalle nostre parti, a “reggere il moccolo” ai due freschi sposini (qui ritratti, domenica 6, a Castiglione Falletto e più sotto a Montalcino), ora in viaggio di nozze, anzi honeymoon, in Italia, ma sarà un grande piacere trascorrere una giornata e mezza in compagnia del mio amico e collega wine writer e wine blogger Jeremy Parzen e della sua adorata Tracie (ieri Tracie B. oggi Tracie P.) in quel posto magico, perfetto anche per due novelli sposi, che sono le Langhe.

Tra Barolo, in programma una visita da Beppe “Citrico” Rinaldi, a Neive (come non rendere omaggio all’arte suprema di Bruno Giacosa?), passando per Monchiero (potevo forse non far conoscere ai due wine enthusiast americani l’ultimo dei mohicani, il più tradizionalista dei tradizionalisti del Barolo, Mauro Mascarello?) e tornando a Barbaresco, non per fare visita al re del Langhe Nebbiolo, don’t worry, ma a Teobaldo Rivella e alla cara amica Giovanna Rizzolio di Cascina delle Rose, sarà una giornata e mezza di quelle da ricordare, tra amici, dedicata a quel vitigno e ai quei vini che nel cor ci stan, Barbaresco e Barolo. Come direbbe George Clooney: what else?
Ci risentiamo lunedì!

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5 febbraio 2010

Amarone della Valpolicella Manara 2006

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Non sono d’accordo, una volta tanto, con gli amici Alessandro Franceschini e Angelo Peretti, che rispettivamente su LaVINIum – leggete qui – e su Internet Gourmet – leggete qui – hanno parlato di svolta, di strada avviata verso la maturità, per l’Amarone della Valpolicella, di cui si è celebrata sabato scorso a Verona, con la degustazione, faticosa, di 66 campioni dell’annata 2006, l’Anteprima.
Troppi vini, anche considerando che c’erano circa 25 campioni da botte, non mi hanno convinto, mi sono sembrati molto lontani da quella grandezza, multidimensionalità, complessità, varietà di espressione, da quella capacità di esprimere la loro origine, di parlare valpolicellese, che è giusto richiedere ad un vino di grandi ambizioni come il neo Docg.
Meglio dello scorso anno o di due anni fa, o di tre, quando l’ex presidente del Consorzio e ora ex amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini, il signor Emilio Pedron, ebbe la faccia tosta di spacciarci quella 2003, quella dell’estate tropicale e dell’appassimento delle uve già in vigna, come una grande annata. Senza spendere una sola parola di allarme o di preoccupazione, anzi prendendosela con me, che ne avevo spese parecchie, per l’aumento a dismisura della produzione di un vino che non può certo diventare una wine commodity.
Datemi il tempo di tentare un’analisi più meditata sull’annata, sulla presentazione, sulle parole, queste sì di buon senso e di grande responsabilità pronunciate dall’attuale presidente del Consorzio vini Valpolicella, Luca Sartori (da non confondere con il fratello, Andrea, presidente di quell’Unione Italiana Vini che tratta i direttori del Corriere Vinicolo come pezze da piedi) in sede di presentazione dell’Anteprima e sull’analisi tecnica fatta dall’agronomo Nicola Bottura e dall’enologo Daniele Accordini.
Per ora mi limiterò a segnalarvi, senza nessuna pretesa di completezza, alcuni dei vini che mi hanno maggiormente convinto e di cui vi ho già fornito, qui, un primo sommario elenco.
Tra loro, e la cosa mi sorprende particolarmente, trattandosi di un campione da botte e non ancora della versione già imbottigliata del vino, figura il solido, ben impostato, direi classico Amarone della Valpolicella Classico dell’azienda agricola Manara di San Pietro in Cariano, azienda familiare attiva da tre generazioni, con 11 ettari di vigneto posti tra San Pietro, Negrar e Marano di Valpolicella.
Un Amarone di stampo classico, con uve Corvina al 65%, Rondinella al 20%, Molinara al 10% e un saldo di altri vitigni autoctoni, sottoposte ad un lungo appassimento protrattosi in fruttaio per tre mesi,e lenta fermentazione, in acciaio, di 40-60 giorni.
Un Amarone che, inutile a dirlo, si affina in botti di rovere di Slavonia, niente barrique, deo gratias!, di 7 e 23 ettolitri, per in 18-24, seguiti da altrettanti trascorsi in acciaio, prima del passaggio in bottiglia dove resterà da sei a dodici mesi prima dell’uscita sul mercato.
Gradazione alcolica importante, ma non folle, come nel caso di altri vini, di Amarone superconcentrati e marmellatosi molto recioteggianti, di quindici gradi.
Nelle mie note di degustazione lo ricordo come dotato di un colore di media intensità, vivo e brillante, naso ancora un po’ velato che apre su accenni selvatici e una bella speziatura con fragranza e freschezza e una presenza di frutto succosa. Gustosa la bocca, viva, fresca, di buon nerbo con un saldo corredo tannico, un buon dinamismo, un carattere asciutto molto spiccato diretto, schietto senza ruffianerie. Un vino ancora molto giovane, ma con un lungo percorso davanti a sé, anche nelle vostre cantine se vorrete acquistarlo, visto che il prezzo, molto umano, è di 18 euro franco cantina.
E con i prezzi folli, senza alcuna giustificazione, pretesi da una serie di vini che a Verona non hanno fatto altro che annoiarci e massacrarci il palato con tannini da legno e confettura a go gò, questo mantenere i piedi per terra con realismo e senza voli pindarici è un elemento che non può essere trascurato…

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4 febbraio 2010

Carlo Ferrini promette un Barolo… stile Voerzio

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Devo ringraziare il mio caro amico Stuart George, per anni colonna portante, come tasting editor, della splendida rivista inglese The World of Fine Wine, per essere riuscito a mettere meglio a fuoco come il baffuto winemaker toscano Carlo Ferrini, componente di quel club di enologici che il Merlot lo metterebbero anche nel caffè, concepisca, ne avevo scritto recentemente qui, il suo sbarco in Piemonte, come consulente nelle terre del Barolo in un’azienda acquistata da un ambizioso e danaroso imprenditore parmigiano.
Sul suo blog Worcester Sauce, Stuart, commentando una degustazione di una dozzina di vini prodotti in giro per l’Italia dal noto winemaker toscano svoltasi a Londra, dopo aver osservato che “The wines presented at this tasting were all of good quality but sometimes the winemaker’s hand was stronger than the terroir and the result lacked tipicità (typicity)” ovvero che “i vini erano tutti di buona qualità ma talvolta la mano dell’enologo tendeva a prevalere sul carattere del terroir ed i vini difettavano di tipicità” riporta una promessa di Ferrini che fa capire con quale idea si avvicini al Barolo e ne rispetti i terroir. A dire del winemaker “the 2008 Barolo might be similar to Roberto Voerzio, suggested Ferrini”.
Modelli alti sarà anche giusto darseli, ma invece di produrre vini ad imitazioni di quelli di altri, perché il sor Ferrini non prova, se ci riesce, a capire lo speciale, peculiare carattere del terroir dove ha la fortuna di operare, e si adopera a produrre vini che ne siano il fedele riflesso?
Di vini fatti con lo stampino, tutti uguali, tutti con la mano dell’enologo a prevalere, il mondo del vino italiano, anche grande all’opera di winemaker come lui, è già stracolmo…

p.s.
Credo proprio che sia Carlo Ferrini il “misterioso” enologo di cui Andrea Sturmiolo parla in questo articolo, che potete leggere a pagina 10 del New Wine Journal http://www.newwinejournal.it/download/new-wine-journal-02-2010.pdf

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La verità, nient’altro che la verità sul vino. Convegno dal 5 al 7 a Grinzane Cavour

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Impegnativo l’obiettivo che si pone un convegno che si svolgerà da venerdì 5 a domenica 7 febbraio nello storico Castello di Grinzane Cavour nel cuore della zona di produzione del Barolo.
In tempi in cui la criminalizzazione del vino, del consumo, anche consapevole e moderato, di vino, e la “caccia al consumatore” condotta a colpi di etilometro e di controlli stradali iperseveri, costituiscono la norma, nell’International Scientific Workshop si parlerà di vino cercando, come dice il titolo di questo seminario, di dire la verità, nient’altro che la verità sul vino, per dirla all’inglese “the truth about wine”.
Il convegno, intitolato “The truth about wine – La verità sul vino”, sarà un importante momento di confronto dedicato ad un tema di forte attualità: il rapporto fra vino e salute. All’incontro parteciperanno esperti e illustri esponenti del mondo accademico europeo e statunitense, chiamati a confrontarsi su tematiche legate alla viticoltura e alle proprietà salutistiche del vino. Inoltre, saranno illustrati i principali risultati scientifici degli studi condotti dalla Harvard Medical School di Boston.
Questo convegno scientifico è stato ideato ed organizzato dall’Osservatorio nazionale sul consumo consapevole del vino nato in Piemonte a fine 2007 con l’obiettivo di divulgare le proprietà salutistiche del vino nella consapevolezza che, alla qualità del vino, debba essere associato un consumatore attento che non solo apprezza il prodotto, ma è informato e documentato sui suoi effetti benefici per l’organismo, a patto che il consumo sia moderato.
L’Osservatorio nazionale sul consumo consapevole del vino, presieduto dal Senatore Tomaso Zanoletti, presidente dell’Enoteca Regionale Piemontese Cavour, ha un proprio Comitato scientifico coordinato dal prof. Attilio Giacosa, Direttore Scientifico del Dipartimento di Gastroenterologia del Gruppo Sanitario Policlinico di Monza.  L’Osservatorio conta anche su esperti nel campo della scienza dell’alimentazione, dell’enologia, della legislazione, della comunicazione, della gastronomia.
Per conoscere il programma dettagliato del convegno, visitare, qui, il sito Internet del Castello di Grinzane Cavour, oppure contattare a questo indirizzo e-mail la segreteria del Convegno, che si avvale della consulenza scientifica del professor Attilio Giacosa del Policlinico di Monza e della professoressa Mariangela Rondanelli dell’Università di Pavia.

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3 febbraio 2010

Banco d’assaggio di Modena: il caldo abbraccio del popolo del Barolo

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Non ho parole, se non di ringraziamento a tutti, per commentare l’andamento del Banco d’assaggio, intitolato Una terra un vitigno un vino: i cento volti del Barolo che gli amici della splendida delegazione dell’A.I.S. di Modena, da Luigi Carnevali a Barbara Brandoli a Rita Ronchetti a tutti i loro collaboratori hanno organizzato nel migliore dei modi, con il coordinamento di chi scrive, ieri pomeriggio nella città della Ghirlandina presso lo Standard Hotel Raffaello.
E’ stato, con 600 presenze, ordinate e appassionate, al Banco, ben distribuite lungo le cinque ore della sua durata, un successo superiore ad ogni aspettativa, una di quelle soddisfazioni che riempiono e scaldano il cuore e ti fanno capire di essere sulla strada giusta, di avere speso bene la tua vita di cronista del vino consacrando gran parte delle tue attenzioni a quel vino prediletto, la cui conoscenza non mi stancherò mai di approfondire, che è il Barolo.
Tutto ha funzionato nel migliore dei modi, con vini splendidi all’altezza della situazione, produttori travolti dal contagioso entusiasmo dei partecipanti, tanti i giovani e tante anche le donne, arrivati da ogni dove. Non si può che dire un sincero grazie a questi appassionati arrivati anche da località lontane come La Spezia (vero Marco?), Ancona, Brescia, Milano, Bassano del Grappa, oltre che Bologna, Parma, Reggio Emilia e ovviamente Modena e dintorni, e complimentarsi con loro per aver dedicato trovato il modo di rendere viva questa occasione d’assaggio con la loro curiosità, la loro voglia di assaggiare, confrontare, giudicare con il proprio palato, con il desiderio di dialogare, di chiedere, capire, saperne di più, sul barolesco universo, dai tanti produttori, ben 30 personalmente presenti, in attività presso le loro postazioni.

E’ stato davvero bellissimo e quasi commovente, se mi consentite, vedere tutto questo magnifico “popolo del Barolo”, che comprende produttori, appassionati, sommelier, e permettetemi di inserire anche il sottoscritto, celebrare in maniera festosa questa grande occasione di incontro con il grande Nebbiolo di Langa, presente in tutte le sue declinazioni, dalla fragranza floreale e dalla grazia dei vini di La Morra, alla struttura tannica imponente dei vini di Serralunga d’Alba, passando per l’eleganza, la suadenza dei tannini, dei vini di Castiglione Falletto.
Assente, purtroppo, solo Novello, impossibilitato a partecipare il produttore, Elvio Cogno, che a mio avviso illustra le caratteristiche di questo terroir, tutti i più importanti villaggi del Barolo hanno dato vita ad una rappresentazione multicolore, multisapore e dagli aromi variegati della poliedricità, dell’infinita complessità, dell’assoluta non riconducibilità a modelli standardidazzati e omologati, di questo vino sommo.
Una giornata splendida, resa ancora più gustosa, perché il grande vino è quello che trova la sua esaltazione a tavola, nell’abbinamento ai piatti, dalla presenza di salumi, formaggi, nocciole, rigorosamente varietà tonda di Langa, e grissini forniti con grande generosità dal Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero.
120 vini di cui oltre 80 Barolo di annate diverse hanno rappresentato il menu vincente di uno di quegli eventi di cui porterò per sempre grato ricordo nel mio cuore.
Una giornata meravigliosa con un solo grande vincitore, il Barolo!
n.b.
Un servizio registrato martedì a Modena, comprensivo di una mia breve intervista, andrà in onda domenica 14 Febbraio dalle ore 19.05 alle ore 19.30 sul nazionale di 7 Gold, per essere poi replicato nella settimana tra il 21 ed il 27 Febbraio con orari a rotazione sul canale 830 di Sky. Lo stesso servizio sarà pubblicato all’interno del sito internet del programma all’indirizzo www.saporidautore.tv

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Eloro Nero d’Avola Don Pasquale 2007 Marabino

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Non sono proprio un grandissimo fan del Nero d’Avola e sono persuaso che rispetto ai più grandi vitigni autoctoni a bacca rossa del Sud, parlo di Aglianico, Nerello Mascalese, Negroamaro, in seconda battuta del Magliocco e del Gaglioppo, del Primitivo, al Nero d’Avola, vitigno simbolo di un “rinascimento” del vino siciliano più annunciato che effettivo, e finito tristemente con bottiglie in vendita ad un euro al supermercato e quotazioni delle uve ogni anno più basse, manchi qualcosa, e non è un quid, per essere considerato un vitigno top. Di quelli che fanno la differenza.
Non ho mai avuto, da un vino base Nero d’Avola, la “rivelazione”, quell’emozione che si prova davanti a qualcosa di veramente importante, di significativo, che ho avuto davanti a svariati vini prodotti dai vitigni siciliani, calabresi, campani, pugliesi, lucani, sopra citati.
Ho anzi il convincimento che più ci si sforza di tirare fuori dal Nero d’Avola quella grandezza e quella complessità che non fanno parte del suo Dna, e più ci si ostina a costruire vini che dovrebbero il mondo stupire, più il risultato è, per forza di cose, perché non potrebbe essere altrimenti, deludente.
Le prove migliori, credo, si hanno quando si cerchi di lavorare sul Nero d’Avola con pulizia e semplicità, sfruttando quella “fruttuosità”, succosa, rotonda, che costituisce l’arma migliore di quest’uva.
L’ennesima conferma di questa convinzione l’ho avuta, recentemente, degustando due diversi Nero d’Avola, non Igt, ma espressione della Doc Eloro, che prende il nome dall’omonima località, nel siracusano, posto lunga la Strada del vino della Val di Noto, proposti da un produttore di cui ho già scritto, giusto un anno fa, parlando del suo ottimo Moscato di Noto, ovvero Marabino. Due Eloro Nero d’Avola diversi, uno, di annata 2007, “annata molto difficile per la viticoltura siciliana. Clima avverso che ha favorito attacchi massicci di peronospora che ha portato a cali di produzione”, affinato esclusivamente in acciaio, il secondo, annata 2006, più ambizioso, affinato in barrique.
Inutile dire quale dei due vini, il Don Pasquale 2007 e l’Archimede 2006, fiore all’occhiello di un’azienda che conta su 30 ettari vitati, di cui larga parte ripiantati dal 2001 in poi, mi sia piaciuto e mi abbia convinto al punto da essere ora qui a scriverne.
Espressione di un vigneto che non ha ancora dieci anni d’età, piantato a spalliera bassa su terreno leggero, molto calcareo, con scheletro abbondante e tessitura fine, situato, vedi caso, in contrada Buonivini in quel di Noto, e prodotto in qualcosa come 13 mila esemplari, il Don Pasquale, ottenuto da una vinificazione che prevede una macerazione del mosto sulle bucce per una decina di giorni e affinamento in acciaio e malolattica completata, mi è piaciuto, con il suo colore rubino violaceo di media intensità, molto vivo e brillante, per il suo carattere schietto, per l’essere totalmente alieno da quelle forzature (superestrazioni, concentrazioni, maturazioni spinte e botte di legno francese) che mi rendono diciamo così, “indigesti” molti Nero d’Avola di oggi.
Naso caldo, selvatico, con frutta rossa ed erbe aromatiche in evidenza, ma anche accenni di cuoio e liquirizia, una leggera speziatura, sfumature floreali e minerali, a costituire un insieme di bella intensità ed espressività, molto fresco e presente, mi ha gratificato, al gusto, per l’equilibrio che ho colto sin dal primo impatto, per una componente fruttata ben succosa, ma tutt’altro che tendente alla marmellata, ma dinamica, di buon nerbo e lunghezza, resa ancora più piacevole da un finale, vibrante, dove emergeva una sorprendente nota di liquirizia.
Un vino fatto per essere bevuto, senza troppe storie, per accompagnarsi piacevolmente e senza lambiccarsi troppo il cervello, su molti piatti, anche della semplicità quotidiana, e corretto nel prezzo. Cosa volere di più?

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2 febbraio 2010

Clamoroso: il vino protagonista di un volume della collana delle “Garzantine”

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Non capita spesso che tra i volumi che si occupano di vino e dintorni pubblicati in Italia, inferiori, per numero e qualità rispetto a quelli pubblicati in svariati Paesi esteri, dagli Stati Uniti, sino al Regno Unito e alla Francia, ci si trovi di fronti a risultati pienamente soddisfacenti.
Non solo per colpa degli autori, che generalmente preferiscono operazioni di piccolo cabotaggio che non scontentano nessuno, ma perché troppo spesso un libro sul vino nasce solo dopo accordi di do ut des che rendono il volume più un’operazione pubblicitaria, che un vero sforzo di approfondimento giornalistico.
In questo quadro, quando capita di fronte ad un libro ben fatto, risultato di un lavoro serio di documentazione e di scrittura, c’è davvero da battere le mani e correre metaforicamente ad “uccidere il vitello grasso” per festeggiare.
Standing ovation, orejas y musica dunque per plaudire, anche ora che è trascorso il periodo natalizio, e quando questo volume rappresentava una valida idea per un regalo non banale, per la “Garzantina” vino che una casa editrice importante come la Garzanti ha voluto inserire in questa collana di grande successo.
Una collana
, nata nel lontano 1962, che ospita una serie di enciclopedie tematiche dedicate ad argomenti varianti dall’arte, all’economia, al diritto, alla filosofia, per non parlare di cinema, letteratura, televisione e che per diverse generazioni si è trasformata in un utilissimo, duttile strumento di conoscenza e di divulgazione.
Il fatto stesso che il vino, l’universo mondo dell’enologia, della viticoltura, della produzione vitivinicola italiana e internazionale, sia stato considerato come un tema nobile, degno di figurare accanto a discipline come psicologia, religioni, scienze, antichità classica, per citare solo alcuni altri dei grandi temi inseriti in questa collezione editoriale, costituisce una vera notizia e dimostra quale importanza e dignità culturale abbia ormai assunto il discorso sul vino. Notizia anche che la scelta del curatore per quest’opera di oltre settecento pagine (39,60 euro il prezzo di copertina), che si consulta ovviamente come un’enciclopedia, ma si legge con la piacevolezza di un romanzo, sia caduta non su uno dei soliti tuttologi banalizzatori, che parlano, scrivono e non dicono niente, bensì su un personaggio non mediatico, ma di sostanza.
Parlo di Paolo della Rosa, bocconiano, sommelier di formazione A.I.S., che ha al suo attivo uno stage di degustazione presso la Facoltà di Enologia dell’Università di Bordeaux e svolge attività pubblicistica collaborando a Il Giorno, La Cucina Italiana, Grand Goumet, Il Foglio, ed è più volte stato membro del Grand Jury Européen du Vin e vasta una lunga esperienza di frequentatore di aste internazionali di vini di Christie’s e Sotheby’s.
Come ha trattato l’argomento l’autore? Come ho scritto diffusamente qui, in un’ampia recensione dell’opera pubblicata sul sito Internet dell’A.I.S., in una maniera molto intelligente, non accontentandosi della mera trattazione alfabetica dei lemmi, da Abadia Retuerta (azienda vinicola spagnola nella ragione Castilla y Leon) a Zweigelt (vitigno austriaco), fornendo per ogni voce una trattazione essenziale, ricca di dettagli utili, ben raccontata, fatta da persona che non solo conosce la materia, ma ha anche il dono di saper raccontare.
Della Rosa ha pensato bene, unendo la parte puramente enciclopedica, ovvero tutte le voci sul vino dalla A alla zeta, con lemmi di lunghezza variabile, a seconda dell’importanza della voce, ad oltre cento schede di approfondimento che intendono rispondere a curiosità, consentire di andare più oltre nel discorso, sfatare luoghi comuni (tipo “cambiare tanti vini a tavola fa male?” oppure “bianco col pesce, rosso con la carne”, o ancora “le donne non capiscono niente di vino”), e fornire una serie di informazioni supplementari che non si potevano inserire nella mera voce di un lemma e richiedevano una divagazione, un esame da diversi punti di vista.
Chi acquisterà il libro troverà quindi – e faccio solo alcuni dei tanti esempi possibili – ampi box dedicati al “confronto” tra Barbaresco e Barolo, al tema, sempre attuale “barrique sì o barrique no?”, al vino nella Bibbia, alla giusta scelta del bicchiere per ogni tipo di vino, al “classement 1855”, a “come si legge un’etichetta”. Questo per citare solo qualche esempio.
Un volume di grande utilità, per concludere, corredato da appendici dedicate alla storia del vino, ad una nota bibliografica, e da due indici , dei vini e delle zone vinicole, e arricchito da un ricco e ben scelto apparato iconografico, che credo valga la pena procurarsi e di cui fare tesoro, ora che, come ricorda il curatore nell’introduzione, rispetto a cinquant’anni fa, quando il consumo di vino pro capite era il doppio rispetto all’attuale “ di vino si parla almeno il doppio.

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